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Dumbo

  • Uscita:
  • Regia: Tim Burton
  • Cast: Colin Farrell, Michael Keaton, Danny DeVito, Eva Green, Nico Parker, Finley Hobbins, Roshan Seth, Deobia Oparei, Sharon Rooney, Douglas Reith, Alan Arkin, Joseph Gatt, Ragevan Vasan, Philips Nortey, Frank Bourke, Phil Zimmerman
  • Prodotto nel: 2019 da EHREN KRUGER, JUSTIN SPRINGER, KATTERLI FRAUENFELDER, DEREK FREY PER TIM BURTON PRODUCTIONS, WALT DISNEY PICTURES
  • Distribuito da: THE WALT DISNEY COMPANY ITALIA

TRAMA

Max Medici, proprietario di un circo, assume l'ex star Holt Farrier insieme ai figli Milly e Joe per occuparsi di un elefante appena nato le cui orecchie sproporzionate lo rendono lo zimbello di un circo già in difficoltà. Quando si scopre che Dumbo sa volare, il circo riscuote un incredibile successo attirando l'attenzione del persuasivo imprenditore V.A. Vandevere che recluta l'insolito elefante per il suo nuovo straordinario circo, Dreamland. Dumbo vola sempre più in alto insieme all'affascinante e spettacolare trapezista Colette Marchant finché Holt scopre che, dietro alla sua facciata scintillante, Dreamland è pieno di oscuri segreti.

Dalla critica

  • Cinematografo

    L’uomo e l’elefantino sono complementari. All’uno manca un braccio, l’altro ha le orecchie troppo grandi. Alla loro maniera, sono dei freak , e non a caso lavorano in un circo. La gente li guarda in modo strano, anche se uno è un eroe di guerra. Ma della patria non importa a nessuno, neanche nel 1919, alla fine del primo conflitto mondiale. Il mondo è un luogo cupo, dove alla bellezza dei tramonti si contrappone la tenebra che si annida nelle persone, anche se siamo in una favola. Il cinema di Tim Burton è questo, e molto di più. Ama mettere i suoi protagonisti ai margini, li dipinge come sognatori incompresi, esseri umani un po’ strambi, mostri per i più. Cadaveri tornati dalla tomba, variazioni di Frankenstein, vampiri, orchi all’apparenza gentili… Il regista si conferma ancora una volta un affabulatore, campione delle famiglie disfunzionali, maestro nel mostrare il lato oscuro dell’essere adulti. “Senza storie ci resterebbero solo la politica e i supermarket. E che razza di mondo sarebbe, un mondo così?”, sostenevano in Big Fish . Così Burton reinventa Dumbo , lo dilata nel tempo. Elimina la dimensione onirica dell’originale, ne sottolinea i momenti più bui. Conserva la tenerezza, esalta i colori, cerca di essere imprevedibile. Sa quando non deve prendersi troppo sul serio, inserisce le sue sfumature dark (l’attrazione da incubo, le ombre che si allungano). Mette in scena il più grande spettacolo del mondo con la giusta leggerezza, costruendo il suo racconto anche a misura di bambino. Dumbo , quello del 1941, resta un piccolo capolavoro inavvicinabile. Ma Burton prova a reinventare, a sviluppare una vena ecologista, a dare più respiro a una perla che durava poco più di un’ora. Resuscita l’innocenza dello sguardo, quella che spingeva Johnny Depp in Ed Wood . Resta all’interno dei canoni Disney, ma non riproduce la copia carbone di quello che fu. Elimina alcuni personaggi, ne crea di nuovi, sempre più al limite, combattuti tra le imposizioni e la voglia di libertà. Il suo non è un live action anonimo, si può vedere una precisa cifra stilistica, e torna a lavorare anche con Michael Keaton (ve lo ricordate in Beetlejuice – Spiritello porcello ?). Ma la vera domanda sta a monte. In molti si interrogano sulla necessità di riportare sullo schermo i classici Disney che hanno fatto scuola. Per la produzione gli incassi sono garantiti, ma non sempre i linguaggi cambiano o le avventure vengono attualizzate. Sono remake “postmoderni”, che fanno storcere il naso ai puristi. Ma l’estetica visionaria di Burton riesce a far volare anche gli elefanti, rivendicando l’uguaglianza e la centralità degli affetti. Sembra di rivedere la sequenza in cui Ed Wood si sedeva a tavola con Orson Welles. Il “peggiore” e il migliore, faccia a faccia, ma con la stessa idea di cinema. Un sogno per cui bisogna combattere, per cui non si può scendere a compromessi. E così Burton sceglie di dirigere reietti, emarginati, orfani, per ricordare che la voce degli ultimi, alla fine, è quella che risuona più forte.

  • La Repubblica

    Come tutti i registi che si inventano un proprio mondo riconoscibile, Tim Burton, dopo i primi film che lo hanno rivelato come uno dei talenti più originali di Hollywood (da 'Edward mani di forbice' a 'Ed Wood') ha rischiato di ripetersi e di girare a vuoto. I segnali sono cominciati già quasi vent' anni fa, anche se di volta in volta la forza del regista emergeva di nuovo ('La sposa cadavere', ad esempio). Le sue riletture di vecchi film e storie classiche, da 'Alice in wonderland' al 'Pianeta delle scimmie', erano spesso monche, ridondanti. Mai però Burton aveva deluso come in questo ultimo lavoro. Eppure le premesse c'erano: il regista, originario di Burbank, città della Disney, aveva cominciato a lavorare proprio in quella casa di produzione, realizzando cortometraggi folgoranti dall'aria subito molto dark. La favola dell'elefantino volante aveva poi degli elementi di crudeltà e inquietudine nelle corde del regista (si pensi al sogno quasi surrealista degli elefantini rosa), ed è oltretutto ancora una volta la storia di un freak, di un diverso che cerca il proprio riscatto, come sempre i film di Burton. Ma è da subito, a livello di progetto, che il film non funziona: l'idea del film con attori in carne e ossa relega gli animali a una parte secondaria, toglie magia, e il mondo del circo ha un tono di déja vu. (...) Ma la grandezza di Burton, spesso, era stata proprio di sapersi rivolgere a un pubblico trasversale, attraverso la visualizzazione di inquietudini che potessero toccare varie generazioni. Unico elemento di curiosità nel film, un macabro parco dei divertimenti che sembra una visione da incubo di Disneyland, e in cui si volge la parte finale del film. Chissà se alla Disney se ne sono accorti.

  • La Stampa

    Dopo 'Frankenweenie' (1984) la Disney licenziò Tim Burton, colpevole di aver realizzato un corto troppo pauroso per i bambini. A distanza di 35 anni, il cineasta gotico e la casa di Topolino tornano a collaborare e, come prevedibile, le critiche fioccano. Pare che il nuovo 'Dumbo' - primo dei remake in live-action ('Re Leone' e 'Aladino') previsti in uscita nel 2019 - abbia disatteso le aspettative: i «disneyani» auspicavano maggior spirito di fedeltà allo smilzo originale che nel 1941 aveva inumidito (secondo solo a 'Bambi') gli occhi di intere platee; i «burtoniani» speravano in un film di taglio più autoriale. In attesa della risposta del pubblico planetario, confessiamo di non condividere il comune scontento. (...) i personaggi umani non ricavano il giusto spessore dal fin troppo generoso spazio loro concesso, ma gli interpreti (dal reduce mutilato Colin Farrell al «cattivone» Michael Keaton alla trapezista Eva Green) sono ben intonati; mentre la trovata dell'ingannevole Dreamland, sorta di pinocchiesco paese dei balocchi o di brechtiana Mahagonny, consente al regista - ben assecondato dal talentoso scenografo Rick Heinrichs e dal musicista Danny Elfman - di svariare sul registro espressionista a lui congeniale.

  • Libero

    (...) Chissà perché Timoteo è stato eliminato in questa versione live cucinata da Tim Burton ormai abbonato dopo Alice ai remakes dei classici Disney. In compenso sono stati introdotti molti personaggi "umani" assenti dalla versione del 1941. (...) Certo che piacerà. Perché il sessantenne Tim Burton non ha perso la mano, una mano che gli ha permesso nel secolo scorso di fare Batman e più recentemente l''Alice in Wonderland'. L'immaginifico Tim ci dà dentro e propina meraviglie visive che una volta erano permesse solo ai cartoni e inibite ai film live. I burtoniani prenderanno subito nota. (...) Domanda ovvia. Piacerà ai bambini? È quasi sicuro. Gli occhi degli under 10 (e non solo i loro) sono appagati 130 minuti su 130. C'è anche un pizzico della tradizionale crudeltà disneyana. (...).

  • Il Giornale

    (...) Dumbo-Burton, su grande schermo. Risultato? Deludente. Nel senso che tutto sembra, questo film, tranne che uno di Burton. Non un'atmosfera, non un idea delle sue. C'è solo il marchio Disney e basta. Anzi, nemmeno quello considerando l'avarizia di emozioni regalate. Che senso ha ingaggiare un regista con quella cifra artistica, anche se in ribasso, per poi fargli dirigere il compitino? Sarebbe come scritturare Dario Argento per il remake di 'Profondo Rosso', chiedendogli di non usare il sangue in scena. Che sia colpa di Burton o meno, poco importa, perché il vero punto debole della pellicola sta nella sceneggiatura mal scritta. (...) Raramente ci si appassiona alla storia, mai emozionante, almeno dieci passi dietro il cartone originale. Si spera solo nella benevolenza degli spettatori più piccoli.

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