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Claudio Casadio in 'L’Oreste quando i morti uccidono i vivi'

Un nuovo appuntamento al Teatro Puccini

L'Oreste è internato nel manicomio dell'Osservanza a Imola. È stato abbandonato quando era bambino, e da un orfanotrofio a un riformatorio, da un lavoretto a un oltraggio a un pubblico ufficiale, è finito lì dentro, perché, semplicemente, in Italia, un tempo andava così.

 

Dopo trent'anni non è ancora uscito: si è specializzato a trovarsi sempre nel posto sbagliato nel momento peggiore. Non ha avuto fortuna l'Oreste, e nel suo passato ci sono avvenimenti terri­bili che ha rimosso ma dai quali non riesce a liberarsi: la morte della sorella preferita, la par­tenza del padre per la guerra, il suo ritorno dalla campagna di Russia tre anni dopo la fine di tutto e poi la sua nuova partenza, di nuovo per la Russia, per una fantastica carriera come co­smonauta, e - come se tutto questo non bastasse - la morte violenta della madre, una madre che lo ha rifiutato quando era ancora ragazzino con i primi problemi psichici.

 

Eppure, l'Oreste è sempre allegro, canta, disegna, non dorme mai, parla sempre. Parla con i dotto­ri, con gli infermieri, con un'altra sorella che di tanto in tanto viene a trovarlo ma soprattutto parla con l'Ermes, il suo compagno di stanza, uno schizofrenico convinto di essere un ufficiale aeronauti­co di un esercito straniero tenuto prigioniero in Italia. Peccato che l'Ermes non esista.

 

"L'Oreste" è una riflessione sull'abbandono e sull'amore negato. Su come la vita spesso non fa sconti ed è impietosa. E che qualche volta è più difficile andare da Imola a Lucca, che da Imola sulla Luna.

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