Alberto Urso, da Amici a Sanremo: “Racconto solo ciò che ho vissuto, altrimenti non potrei fare musica”

Il cantante, ex vincitore di Amici, si apre tra fragilità, sogni e disciplina: “La verità in musica arriva sempre. Anche quando fa male”

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C’è un filo sottile che tiene insieme la voce, la fragilità e il coraggio: Alberto Urso ci cammina sopra da anni, in equilibrio, con una determinazione che non fa mai rumore. Non è il tipo da frasi fatte o risposte imparate a memoria. Quando parla, dice solo cose che sente. E, se non le sente, preferisce stare zitto. Lui stesso dice che la musica è il suo “habitat naturale”. Non come modo di dire, ma come verità quotidiana: studia, scrive, prova, suona, per ore e ore. Anche oggi, dopo un talent vinto (Amici), un Sanremo calcato, un tour internazionale con 200 concerti alle spalle. Non ha mai smesso di lavorare. Non ha mai smesso di cercarsi. Si racconta con una spontaneità disarmante: parla d’amore, ma senza romanticismi di circostanza; di paura, ma con ironia; della sua infanzia irrequieta; della musica come ancora; delle difficoltà nel mercato discografico di oggi, dove la melodia sembra essere diventata un concetto “vecchio”. Ma non per lui. Urso non cerca scorciatoie, né nella vita, né nel lavoro. Potrebbe inseguire mode, farsi guidare dagli algoritmi, confezionare brani usa e getta per i social. Invece scrive solo quello che ha vissuto. Anche quando fa male. Anche quando lo espone al giudizio. “Mi metto a nudo”, dice. E lo fa davvero. Questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie è il ritratto di un artista che non vuole dimostrare nulla, se non che essere se stessi – anche nel mondo dello spettacolo – è ancora possibile. Nonostante tutto. Forse proprio grazie a tutto.

La sua ultima canzone è Come noi mai. Se le chiedessi di raccontarla non come autore o interprete, ma come un ascoltatore che l’ascolta per la prima volta, cosa direbbe?

“Per me Come noi mai racconta la storia di una persona che ha sofferto molto per amore. Parla di un amore finito, ma talmente forte e unico che resta impossibile da dimenticare o sostituire. È un amore così grande che chi lo ha vissuto sa bene che una cosa del genere non potrà mai più ripetersi, né con un’altra persona né in un’altra forma. Anche se è finita, quel legame resta speciale. In questa canzone mi metto completamente a nudo: mostro la parte più fragile di me, quella che attraversa un momento buio ma che nonostante tutto resta profondamente consapevole dell’unicità di ciò che ha vissuto. Nessuno potrà mai prendere il posto di quella persona, perché quello che c’è stato… era come noi mai”.

È una canzone che parte da una sua esperienza personale, quindi?

“Sì, è una storia personale. L’ho scritta ad agosto, in un momento in cui sentivo il bisogno di buttare fuori tutto quello che avevo dentro. Quando scrivo, cerco sempre di essere vero, diretto. Parlo di me, di quello che provo davvero. Sono molto sincero nella scrittura, e penso che questa sincerità arrivi a chi ascolta. Per me scrivere è anche un modo per sfogarmi, per trasformare la rabbia e la fragilità in qualcosa di bello, in musica. Cerco di mettere da parte la paura, le emozioni troppo forti, e farle diventare suono, parole, canzoni. Alla fine, credo che la verità in musica venga riconosciuta, e sia anche la cosa che ti fa apprezzare di più dalle persone”.

Raccontare in modo così diretto i propri sentimenti, e anche la fine di una relazione, esporsi così tanto… non le fa paura? Non ha timore del giudizio?

“Certo che un po’ di paura c’è. Perché quando ti metti così a nudo è inevitabile sentirsi esposti. Però chi fa questo mestiere, chi scrive canzoni e le canta, secondo me non può non mettersi in gioco fino in fondo. Se vuoi davvero emozionare chi ti ascolta, devi essere disposto a raccontare anche le parti più dolorose o fragili di te. È l’unico modo per essere autentico e far sì che le persone si rivedano in quello che canti. Il giudizio? Sì, lo temo ancora un po’, sono umano. Ho 28 anni e ci tengo a quello che la gente pensa di me. Però sto imparando, con l’esperienza, a non farmi influenzare troppo. So che i giudizi arriveranno sempre, nel bene e nel male. Ma io andrò avanti lo stesso, continuerò a scrivere quello che sento, perché la musica è il mio modo di esprimermi, e non voglio tradire me stesso”.

Ha definito questa canzone un ritorno alla sua “purezza artistica”. Cosa significa per lei questa espressione?

“Significa tornare a scrivere in modo sincero, senza filtri, mostrando le proprie fragilità. Con questa canzone ho raccontato una cosa che ho vissuto in prima persona, al cento per cento, ed è la prima volta che succede in modo così diretto. Non è una canzone scritta su commissione, non è pensata per compiacere: è nata da me, dalla mia urgenza di raccontare qualcosa che avevo dentro. Anche se è diversa da quello che faccio di solito, ha comunque dentro il mio stile, quel marchio di fabbrica che chi mi ascolta riconosce subito. C’è un momento, ad esempio, nello special, in cui si sente proprio che sono io, che è la mia voce, la mia identità. Ecco, per me purezza artistica vuol dire proprio questo: essere me stesso, senza sovrastrutture, senza costruzioni. Dire la verità con la musica”.

alberto ursoUS Silvia Santoriello

Una delle emozioni che emergono con più forza è la paura. Per lei che cos’è, la paura?

(ride, ndr) “Beh, se parliamo di paure vere… io ho una fobia tremenda per i ragni! Quella è la mia paura concreta. Poi ci sono quelle che potremmo definire più emotive: la paura di non essere capito, ad esempio. E poi, vabbè, ho paura di mia madre quando si arrabbia! Quando la vedi arrivare con la pantofola in mano… è il terrore! Però, scherzi a parte, anche quel tipo di severità, in casa, mi è servita. Non ci hanno mai trattati male, anzi, è stato tutto sempre a livello verbale, ma sono stati duri quanto bastava. E io oggi capisco che a volte, quel modo un po’ ‘vecchia scuola’ di educare, ti lascia degli insegnamenti importanti”.

Che tipo di bambino era?

“Molto vivace. Discolo, ma mai cattivo. Facevo le mie monellerie, sì, ma niente di grave. Ero un bambino molto agitato, sempre in movimento. Poi è arrivata la musica. Quando ho iniziato a studiarla, è cambiato tutto. Passavo ore a suonare: pianoforte, sax, batteria, chitarra, canto… cinque ore al giorno, ogni giorno. Era il mio modo per canalizzare l’energia, e ha aiutato anche mia madre a trovare un po’ di pace! La musica mi ha fatto bene, mi ha centrato. Non lo sapevo allora, ma era già la mia strada”.

È stato lei a scegliere la musica o l’hanno indirizzata i suoi genitori?

“È stato un caso, in realtà. Mio padre, che lavora a Lipari, aveva invitato un cantante lirico. Il giorno dopo io, sotto la doccia, ho provato a imitarlo. Papà mi ha sentito e ha capito che forse avevo qualcosa. Mi ha portato subito da un insegnante di canto lirico, e da lì ho iniziato. Poi ho scoperto che, sedendomi accanto a papà che suonava il pianoforte, che avevo anche l’orecchio assoluto, una fortuna enorme. Mia madre aveva fatto vent’anni di danza classica, mio nonno era un cantante lirico… insomma, era scritto nel DNA. Ma se non fosse stato per i sacrifici dei miei genitori, tutto questo non sarebbe stato possibile. Mi hanno sempre supportato, lasciandomi libero di scegliere”.

Ricorda qual è stata la primissima canzone che ha cantato?

“Sì, ’O sole mio. Poi Un amore così grande e Granada. Erano i miei cavalli di battaglia. Praticamente tutto il repertorio di Claudio Villa (ride, ndr)!”.

Da piccolo studiava musica per ore… ma lo viveva come un sacrificio?

“Assolutamente no. Era passione pura. Non mi pesava per niente. Potevo passare ore a cantare e suonare senza rendermi conto del tempo. Era, ed è tuttora, la mia passione più grande. Adesso mi chiudo in studio dalle 8 del mattino fino a mezzanotte, anche oltre, e potrei continuare all’infinito. È la mia droga, in senso buono. Il mio habitat naturale. I sacrifici ci sono, certo, ma non li vivo come tali, perché sono fatti con il cuore”.

Molti musicisti che hanno iniziato da piccoli raccontano quegli anni come un periodo difficile, quasi traumatico. Lei invece no. Non si è mai sentito “privato” della tua infanzia?

“No, per me è stato il contrario. Non mi sono mai sentito costretto o sacrificato. Era una passione vera, autentica. È chiaro che servivano disciplina e dedizione, ma non l’ho mai vissuta come una costrizione. Quando ho cominciato a studiare pianoforte classico – Bach, Chopin, Mozart – era tosto, sì, ma non ho mai pensato ‘voglio smettere’. Semplicemente, a un certo punto ho sentito che non era più il mio spazio. Avevo bisogno di più libertà, così ho cambiato e mi sono avvicinato al jazz. Quella transizione mi ha cambiato completamente”.

In che senso?

“Il pianoforte jazz mi ha aperto la mente. Mi ha dato la possibilità di improvvisare, di essere creativo in modo istintivo. Il mio maestro mi diceva: ‘Ecco il giro armonico, adesso muoviti su questa scala, fai quello che vuoi… improvvisa’. E io mi perdevo in quelle ore a sperimentare. Il pianoforte diventava un’estensione di me, un amico. E allo stesso tempo studiavo canto lirico, quindi mi tenevo anche ‘in riga’: solfeggio, armonia, tecnica. Ho sempre amato sapere cosa stavo facendo, anche tecnicamente”.

Secondo lei, allora, non si dovrebbe mai forzare un bambino a studiare musica?

“No, mai. Io penso che nessuno dovrebbe essere obbligato. Se un bambino sente che non è la sua strada, che non si diverte, che preferirebbe fare altro… è giusto che smetta. Non ha senso continuare. Io ero uno di quelli che si sedeva da solo al pianoforte, perché mi piaceva. Quando mi annoiavo, facevo una pausa, prendevo un Kinder Pinguì, tornavo e ricominciavo. Lo facevo con gioia. Ecco, penso che la musica, come qualsiasi altra cosa, vada fatta solo se la ami davvero”.

Il suo percorso include anche lo studio del canto lirico, che oggi sembra un genere “antico”, ma che lei hai saputo rendere moderno. Com’è il suo rapporto con la lirica oggi?

“Al momento non sto più facendo lirica. Ho studiato canto lirico per anni, è una parte fondamentale del mio percorso, ma oggi ho bisogno di scrivere canzoni, di essere autore. L’opera richiede una preparazione seria, anni di studio, di allenamento costante. Non è qualcosa che puoi improvvisare, anche se hai studiato. Se domani volessi cantare la Turandot o un’opera di Donizetti, dovrei riprendere tutto da capo. Quindi no, ora sto seguendo un’altra strada: faccio musica più pop, anche se ci metto dentro sempre un po’ di me, un tocco lirico, quel timbro che mi porto dietro. Ma è una musica diversa, che sento più vicina in questo momento”.

La musica pop che sta facendo oggi, però, è molto diversa da quella che va per la maggiore. Ha un’impronta cantautorale forte. È una scelta consapevole?

“Sì, è una scelta. So bene che oggi siamo in balìa dell’algoritmo, dei numeri, delle mode. Ma io cerco di non farmi travolgere da tutto questo. Per me conta se una canzone arriva, se emoziona. Se è bella, i numeri verranno dopo. Il successo non si rincorre inseguendo le classifiche: arriva se fai un lavoro fatto bene, con cura. Io non rincorro i dischi di platino, anche se fanno piacere, ovviamente. Ma preferisco fare musica che mi somiglia, che sento mia. Se poi verrà capita, bene. Se no, pace. Ma almeno sarò rimasto fedele a me stesso”.

Lavorare con sincerità, senza fare a gara “a chi ce l’ha più lungo”, come oramai si dice in gergo…

“Esatto. Alla fine, puoi avere anche dieci dischi di platino, ma se la canzone dopo due mesi non la ricorda più nessuno, che senso ha? Io preferisco scrivere qualcosa che magari resterà. Che magari anche tra anni qualcuno potrà ascoltare e dire: ‘Questa mi ha emozionato’”.

Come noi mai parla d’amore. Lei ha 28 anni. Che cos’è per lei, oggi, l’amore?

“Non so se sono ancora in grado di dare una definizione completa dell’amore. A 28 anni sarebbe un po’ presuntuoso forse. Però per me amare davvero significa prendersi cura dell’altro, esserci nei momenti difficili, avere pazienza. L’amore non è solo quando va tutto bene, quando è tutto rose e fiori. È soprattutto esserci quando le cose non vanno. Quando ti rendi conto che vuoi bene a quella persona più di quanto riesci a spiegare, che hai bisogno di lei accanto. Quello per me è amore”.

E lei, finora, si è sentito più amato o ha amato di più?

“Mi sono sentito molto amato, questo sì. A parte mia madre, che mi stra-ama, anche dalle persone che ho incontrato. Penso di avere questo dono, o questa fortuna: le persone mi vogliono bene. Mi prendo cura degli altri, do tutto me stesso, il mille per mille. E, quando arrivo davvero al cuore di qualcuno, sento che quella persona mi restituisce amore. Poi magari sono io ad aver amato di più, chi lo sa, ma il mio bilancio è positivo: mi sento amato”.

Di sicuro, è stato molto amato anche dal pubblico, tanto da vincere un talent importante come Amici. Torniamo un attimo a quel momento: quando ha vinto, con la coppa in mano, e quella carta girata con la sua faccia sopra… cosa ha provato?

“È stato un momento incredibile. Sono entrato ad Amici che ero un ragazzo qualunque, con la sola voglia di cantare e fare musica. Non mi conosceva nessuno. Poi tutto è cambiato in pochissimo tempo. Uscire da lì con quella vittoria in mano è stato emozionante, ma più di tutto è stato il momento in cui ho capito una cosa importante: non era un traguardo, era solo l’inizio. La vera battaglia cominciava dopo. Amici è stato fondamentale per mettermi alla prova, per imparare a stare su un palco, a confrontarmi con gli altri. Ma fuori, nella realtà, le sfide sono ancora più grandi. E lì ho capito che il lavoro vero sarebbe iniziato proprio da quel momento”.

Qual è l’insegnamento più importante che le ha lasciato quell’esperienza?

“Che le sfide più dure non sono quelle che fai dentro la scuola, ma quelle che ti aspettano fuori. Dentro Amici, certo, ci sono momenti di tensione, ma sei protetto, in un ambiente controllato. Fuori c’è la realtà, con tutti i suoi ostacoli, il mercato, le critiche. Quindi se riesci a reggere dentro, è solo un piccolo assaggio di quello che ti aspetta. Ma proprio per questo quell’esperienza mi ha insegnato a combattere, ad avere pazienza, a non mollare”.

Quando il pubblico l’acclamava, cosa pensava?

“Mi sentivo felice. Vedere che le persone si emozionavano mentre cantavo, che mi volevano bene… era la cosa più bella. Il vero regalo è guardare negli occhi chi mi ascolta e leggere l’emozione. È lì che capisci che stai facendo qualcosa che ha un senso, qualcosa che arriva davvero. Ed è quello che spero di continuare a fare, sempre”.

Dopo una vittoria così importante, non ha mai avuto paura che quell’affetto potesse finire? Soprattutto quando arrivano nuove edizioni, nuovi volti?

“No, sinceramente non ho mai avuto quella paura. Ho sempre pensato che il successo funzioni un po’ come la borsa: oggi sei su, domani puoi essere giù. È normale. Fa parte del gioco. Ci saranno sempre alti e bassi, ma non deve diventare un’ossessione. Bisogna accettarlo e imparare ad avere pazienza. L’importante è continuare a fare quello che ami”.

Ha partecipato anche a Sanremo. È stato un momento alto o basso per lei?

“Altissimo. Sanremo 2020 è stato un momento meraviglioso della mia vita, un’esperienza che mi porto dentro con orgoglio. Quest’anno ho riprovato a candidarmi, ma in generale non considero mai ‘momento basso’ un periodo in cui non sono al centro dell’attenzione. Magari adesso non sono in cima alle classifiche, ma io sto bene con me stesso, faccio la musica che amo, sono in salute… per me questo è già un momento alto. Non tutto si misura con la visibilità”.

E invece qualche giorno fa è tornato ad Amici, stavolta come ospite. Che effetto le ha fatto?

“Emozionante. Appena ho cantato il primo ritornello, il pubblico si è alzato in piedi. È stato come se il tempo non fosse passato, come se nulla fosse cambiato. È stato bellissimo sentire quell’affetto ancora così forte. Soprattutto in un momento come questo, in cui il mercato musicale è un po’ complicato, e portare una ballad – una canzone d’amore – può sembrare una scelta ‘rischiosa’. E invece ho visto che la gente l’ha accolta, l’ha capita, l’ha sentita. E questo per me vale tantissimo”.

Entrando in quello studio, c’è stato qualcuno o qualcosa che le è mancato?

“Tutto. Mi è mancato tutto. Ho rivisto amici, Maria De Filippi, lo staff… è stato un ritorno a casa. Sono sempre stati tutti molto affettuosi con me. Mi hanno voluto bene e io gliene voglio tanto. Se potessi, rifarei tutto da capo. Sedermi di nuovo a quel banco e ripartire da lì. Mi mancano quei giorni, quell’energia”.

E oggi, rispetto ad allora, pensa di essere cambiato in qualcosa?

“Sì, sono maturato. Sono passati sei anni, non pochi. L’esperienza ti cambia, soprattutto quella che ho vissuto all’estero. Ma dentro, sono rimasto l’Alberto di sempre: semplice, con i piedi per terra. Musicalmente sono cresciuto, ho più consapevolezza, ma l’anima è la stessa”.

La consapevolezza?

“Oggi so meglio cosa sto facendo, cosa canto, cosa scrivo. Quando interpreto una canzone, anche una cover, la sento davvero mia, la vivo in modo più profondo. Artisticamente sono maturato tanto. Ma dentro, sono sempre lo stesso: con i piedi per terra, con l’entusiasmo di sempre. Voglio continuare a cantare, a girare il mondo, a fare quello che amo. Solo con più esperienza, con più coscienza di chi sono”.

Esperienza all’estero: si riferisce a quella con i The Tenors?

“Sì, esatto. Abbiamo fatto più di 200 concerti in giro per il mondo. Un tour internazionale pazzesco. Ho imparato tantissimo, è stata la mia vera ‘gavetta’, anche se si parlava di teatri da 4.000 posti, tutti sold out. Ho cantato per la Disney, con Lang Lang, ho conosciuto Diane Warren, abbiamo fatto serate con Julia Roberts, Jimmy Fallon, Tom Hanks… con lui ho parlato per un’ora della Sicilia! Cose che non avrei mai immaginato. E invece le ho vissute. Sono grato per tutto questo, perché è stato un regalo enorme”.

E com’era condividere il palco con altri?

“Bellissimo. Cantavamo canzoni che amavamo tutti, quindi era un piacere. E poi c’erano anche momenti in cui cantavo da solo: You’ll Be In My Heart alla Royal Albert Hall, all’Hollywood Bowl, al Radio City Music Hall… con un’orchestra di ottanta elementi. Esperienze che porterò sempre con me”.

Ha avuto davanti a te pubblici da ogni parte del mondo. Secondo lei, all’estero c’è più rispetto per il genere musicale che fa rispetto all’Italia?

“Sì, decisamente. All’estero la musica che faccio viene apprezzata molto di più. In Italia, al momento, c’è un mercato particolare, dove dominano rap e trap. Basta guardare la classifica FIMI: è quasi tutta orientata in quella direzione. Per carità, ci sono artisti bravissimi anche in quel mondo – penso a Ultimo, a Irama, a Rkomi, a Geolier, che scrive benissimo – ma il panorama è quasi totalmente monopolizzato. Invece fuori, in classifica, trovi artisti come John Legend, Rosalia, Ariana Grande. È proprio un altro modo di intendere e vivere la musica. Io spero che anche da noi si torni a dare spazio alla melodia, che non è una parolaccia. E non lo dico contro altri generi: dico solo che sarebbe bello poter avere più varietà, anche per le nuove generazioni”.

A volte sembra che chi canta la melodia venga considerato “vecchio” o addirittura bacchettone…

“Esattamente. Ormai sembra che, se canti, sei automaticamente ‘vecchi’”. Se fai rap, sei giovane. È una visione distorta. E poi i rapper, alla fine, sono i primi a cercare la melodia: usano l’autotune per cantare, fanno ritornelli cantati. Ma poi magari c’è Giorgia, che è un talento immenso, e viene quasi ignorata, sottovalutata. È assurdo. Una come Giorgia, se fosse nata in America, sarebbe diventata una Celine Dion. E lo dico senza esagerare: cosa le vuoi dire? Ha studio, ha talento, ha tutto. Eppure, anche lei qui in Italia viene messa un po’ da parte, come se fosse ‘passata’. È triste. Ci sono artisti che in altri paesi verrebbero idolatrati, e da noi invece sembrano non esistere. Penso che, a volte, semplicemente sei nel momento giusto ma nel posto sbagliato. Per questo bisogna avere pazienza, aspettare il tempo giusto, il posto giusto. Senza mollare”.

Serve pazienza, certo, ma anche disciplina. Che rapporto ha con la disciplina?

“Con la disciplina ho un buon rapporto, soprattutto sul piano musicale. Sono molto rigoroso. Poi vabbè… niente sesso, droga e rock’n’roll (ride, ndr). Qualche bicchierino ogni tanto sì, e fumo l’IQOS, lo ammetto: mi scarica lo stress. Quanto al resto… diciamo che va tutto bene! Sono fidanzato, felicemente fidanzato, quindi sono in pace con me stesso. Non mi manca nulla, a parte forse un po’ di equilibrio tra il fare tanto e il saper aspettare”.

Cosa le manca concretamente, oggi, per sentirsi davvero felice?

“Vorrei fare un tour in Italia. Cento date nel 2026: quello sarebbe il mio sogno. Avere un tour così, pieno di concerti, di persone che vengono ad ascoltarmi, che si emozionano con la mia musica. Non tanto per il numero in sé, ma per il senso di completezza che ti dà. Voglio vedere la gente che viene perché ha voglia di ascoltarmi. Quella è la mia idea di successo”.

E, con Natale alle porte, qual è il regalo più bello che potrebbe ricevere?

“Che la mia canzone venga ascoltata su Spotify, tutto il giorno. Sì, sembra banale, ma sarebbe il regalo più grande: sapere che arriva, che emoziona, che tocca davvero le persone. Vorrebbe dire che quello che ho scritto ha senso. E non potrei chiedere di più”.

alberto-urso US Silvia Santoriello