Alfredo Cossu, protagonista del film La salita di Massimiliano Gallo: “Recitare è scegliere chi diventare”

Tra teatro e cinema, Alfredo Cossu racconta la recitazione, l’ambizione e la possibilità di cambiare destino

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C’è un punto preciso, nella voce di Alfredo Cossu, in cui il racconto smette di essere promozione e diventa confessione. Non accade quando parla del film, né quando racconta il suo primo ruolo da protagonista. Accade quando si ferma su una parola semplice, quasi invisibile: noia. È da lì che si può iniziare davvero a capire La salita, al cinema dal 9 aprile con Fandango.  Non come film, ma come spazio interiore. Diretto da Massimiliano Gallo al suo esordio dietro la macchina da presa, La salita è ambientato nella Napoli del 1983, tra le mura del carcere minorile di Nisida, in un momento storico reale in cui l’istituto accoglie temporaneamente anche detenute adulte provenienti da Pozzuoli. È lì che si incrociano due traiettorie: quella di Emanuele, giovane detenuto, e quella di Beatrice, donna segnata da un passato che non si racconta mai fino in fondo. Ma soprattutto, è lì che irrompe il teatro. Non come elemento estetico, ma come frattura. Come possibilità. Il film nasce da due fatti realmente accaduti: il trasferimento delle detenute e l’intervento di Eduardo De Filippo, che proprio in quegli anni entra nel carcere di Nisida, crea laboratori, costruisce un teatro, introduce la scena in un luogo che non era pensato per accogliere bellezza. È un gesto semplice, ma radicale. Perché cambia la direzione dello sguardo. Ed è esattamente lì che si colloca Alfredo Cossu. Non come attore che interpreta Emanuele, ma come corpo che attraversa quella trasformazione. La sua è una presenza che non cerca mai di imporsi. Non forza il personaggio, non lo giudica. Lo abita. E lo fa partendo da una consapevolezza precisa: Emanuele non è definito dal reato, ma da ciò che non ha mai avuto: tempo, stimoli, possibilità. Quando Alfredo Cossu parla, torna sempre su quel punto: la noia. Non come assenza di occupazione, ma come condizione mentale. Come sospensione. Come vuoto che non viene riempito da nulla che possa davvero restare. Nel film, il teatro entra proprio lì, in quello spazio. E non salva nel senso retorico del termine. Non redime, non risolve. Apre. Emanuele, attraverso il teatro, non diventa “qualcun altro”. Diventa, per la prima volta, qualcuno. E questo è il passaggio più sottile e più potente del film. Alfredo Cossu lo racconta con una lucidità che sorprende per età e per percorso. Non indulge mai nel mito dell’attore, né in quello del successo. Parla piuttosto di paura, di attesa, di incertezza. Sa che un film non basta. Sa che il sistema non garantisce nulla. Sa anche, però, che esiste una differenza profonda tra ambizione e ossessione: la prima costruisce, la seconda consuma. Nel suo racconto, il teatro non è solo uno strumento artistico. È un allenamento alla presenza. Una forma di disciplina emotiva. Forse è qui che si incontrano davvero il suo passato sportivo e il lavoro attoriale: nella necessità di restare dentro, di non scappare, di attraversare. La salita, allora, non è solo quella del titolo. Non è la carriera, non è il successo, non è il riconoscimento. È qualcosa di più lento e meno visibile. È il momento in cui, anche dentro uno spazio chiuso, qualcuno smette di sopravvivere e comincia, finalmente, a scegliere. E Alfredo Cossu, in questo passaggio, non interpreta: testimonia.

Chi è Emanuele per lei?

“Emanuele è, prima di tutto, un ragazzo che non ha mai avuto la possibilità di mettersi in gioco. È una percezione che ho avuto fin dall’inizio, ancora prima di lavorare concretamente sul personaggio con Massimiliano Gallo. Già dalla prima lettura degli stralci per il provino, emergeva chiaramente questo aspetto. All’inizio avevo meno elementi rispetto alla sceneggiatura completa, ma il tratto distintivo era evidente: un giovane a cui non è mai stata data una vera occasione. A differenza sua, nella vita quotidiana cerco sempre di mettermi alla prova. Emanuele, invece, non ha soltanto poche opportunità, ma anche una scarsa spinta interiore, una mancanza di iniziativa che deriva dal suo vissuto”.

Se potesse parlargli oggi, quale suggerimento gli darebbe?

“Gli direi di non fermarsi. Di continuare a cercare nuove esperienze, ad aprirsi, a non restare intrappolato nella monotonia. Una monotonia che, in parte, appartiene a tutti, perché la quotidianità è fatta anche di questo, ma che non deve diventare un limite. Quando ho iniziato a lavorare sul personaggio, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a qualcuno con pochissimi strumenti e stimoli, quasi neutro. Non è un giudizio, ma una constatazione. Questa condizione mi suscitava una forte empatia, a tratti persino tenerezza. La parte più interessante è stata proprio questa: interpretare qualcuno che non solo conosce poco il mondo, ma non ha nemmeno sviluppato il desiderio di scoprirlo, perché nessuno gliene ha dato l’occasione. Non a caso, qualcosa cambia con l’arrivo di Beatrice e soprattutto di Eduardo. Da lì nasce una curiosità nuova: il desiderio di capire, di avvicinarsi al teatro, alla poesia, alla possibilità di esprimersi. Immaginando che la sua storia da qualche parte continui, mi auguro che non smetta mai di mettersi in gioco”.

Il mettersi in gioco la riguarda da vicino. Lei è passato dalla pallanuoto alla recitazione: quando è nato questo interesse?

“È nato molto presto, durante l’infanzia. Posso dire di essere cresciuto a contatto con il teatro. Questa è la mia prima esperienza cinematografica importante da protagonista, ma l’incontro con la recitazione risale a quando ero bambino. Ricordo di aver assistito alle prove di uno spettacolo scritto da mio padre, che ha sempre lavorato con attori professionisti. Entrai in teatro quando era ancora chiuso, completamente buio. Quando si accesero le luci, percepii quello che chiamo ‘l’odore del teatro chiuso’. È difficile da descrivere: una combinazione tra profumo e polvere, qualcosa di leggermente stantio ma allo stesso tempo estremamente affascinante. In quel momento ho sentito una forte appartenenza, come se quello fosse il mio posto. C’erano anche altre sensazioni, come l’odore del legno del palco. Sono percezioni che si comprendono davvero solo vivendo quell’ambiente. Per qualcuno potrebbero risultare sgradevoli, ma per me sono state immediate e familiari. Da lì ho capito che volevo intraprendere questa strada”.

In che modo l’esperienza nella pallanuoto ha influenzato il suo approccio al lavoro, anche sul set?

“In modo decisivo. Ho iniziato con il nuoto a sette anni e, già a nove, mi allenavo con ragazzi più grandi, con maggiore esperienza e abituati alle competizioni. All’inizio ci si sente spaesati, è inevitabile. Però quella situazione mi ha insegnato subito a mettermi alla prova, a non pormi limiti, ad affrontare anche le difficoltà. A un certo punto ho lasciato il nuoto: la dimensione della corsia iniziava a starmi stretta. Quando ho scoperto la pallanuoto, l’amore è stato immediato: mi ha coinvolto fin da subito. Lì ho compreso davvero il valore dello sport di squadra, fatto di confronto, sostegno reciproco e responsabilità condivisa. Questa esperienza si riflette molto anche sul set, soprattutto in un progetto come La salita, dove si è creata una forte coesione tra noi. Non eravamo semplicemente colleghi: si è formato un gruppo autentico, e questo ha inciso molto anche sul lavoro in scena. Essere capitano mi ha formato profondamente. Col tempo ho scoperto una certa predisposizione alla guida del gruppo, anche se inizialmente non ne ero consapevole. Non è una qualità che mi attribuisco da solo: mi è stata riconosciuta dagli altri, anche oggi, nel lavoro teatrale. Quando mi hanno scelto come capitano avevo diciassette anni, e lo sono rimasto fino ai ventuno. La mia prima reazione è stata di sorpresa: non capivo il motivo di quella scelta. La risposta che mi è stata data è stata molto semplice: ‘Perché ti abbiamo scelto noi’. In quel momento ho capito che gli altri vedevano in me caratteristiche che non avevo ancora pienamente riconosciuto. Questo mi ha reso più consapevole e mi ha aiutato a svilupparle. Per me il capitano non è solo chi guida in campo, ma anche fuori. Il gruppo si costruisce soprattutto nei momenti condivisi lontano dall’attività sportiva: stare insieme, parlare, creare legami. È lì che nasce davvero una squadra. Lo stesso principio vale sul set. Durante La salita abbiamo condiviso molto anche fuori dal lavoro, e questo ha creato una sintonia naturale davanti alla macchina da presa. Quell’intesa esiste ancora oggi: stiamo continuando a lavorare insieme anche a teatro, ed è un legame tutt’altro che scontato”.

Alfredo CossuPh: Anna Camerlingo / US Film: Zaccaria Communication

Perché ha lasciato la pallanuoto?

“Ho dovuto lasciare la pallanuoto agonistica perché sarebbe diventata una professione, e volevo dedicarmi alla recitazione. Tuttavia, quell’impostazione mentale è rimasta: non mi fermo alla vittoria appena conseguita ma penso già all’incontro successivo”.

Oggi riesce a vivere maggiormente il presente?

“Sì, ma è un equilibrio che ho raggiunto con il tempo. In passato facevo fatica: anche nello sport, dopo una vittoria, pensavo subito all’obiettivo successivo. Non riuscivo a godermi davvero il momento. Ora cerco di farlo. Anche rispetto al film: rivedendolo, noto aspetti migliorabili e altri più riusciti, ed è normale. Fa parte del mestiere. Allo stesso tempo, però, ho imparato a fermarmi e a riconoscere il valore di ciò che è stato fatto. Il film sta incontrando il favore del pubblico, ed è giusto concedersi di apprezzarlo. Oggi cerco di mantenere questo equilibrio: guardare avanti, senza perdere il presente”.

Ha capito fin da subito, entrando in teatro, che quella sarebbe stata la sua strada. È stato difficile farlo comprendere agli altri, in particolare agli addetti ai lavori?

“In famiglia no. Mio padre, pur essendo avvocato, ha sempre scritto per il teatro e, quindi, ha una sensibilità artistica molto sviluppata. Mia madre mi ha sempre sostenuto: scherzando, mi definisce ‘un drogato d’arte’, ma è un modo per dire che crede profondamente in questo percorso. Con gli amici, soprattutto quelli legati allo sport, all’inizio è stato diverso. Anche quando venivano a vedermi a teatro, non era sempre chiaro cosa stessi costruendo. Le loro domande erano spesso pratiche: volevano capire se fosse davvero una strada concreta. La percezione è cambiata quando mi hanno visto nella serie Il Commissario Ricciardi: da quel momento è diventato più evidente che si trattava di un lavoro vero e proprio. Non è una critica nei loro confronti: è naturale, perché si vede solo il risultato finale, non il percorso che c’è dietro. Non si vedono le sveglie all’alba, le ore di studio, la preparazione. E anche spiegandolo, è difficile trasmetterlo fino in fondo. All’inizio questa distanza mi creava qualche frustrazione. Poi ho capito che è normale: si tratta semplicemente di ambiti diversi, con dinamiche che dall’esterno non sono immediatamente leggibili. Per quanto riguarda gli addetti ai lavori, ho sempre mantenuto un approccio diretto: presentarmi, lavorare e lasciare che siano i risultati a parlare. Non serve dichiararsi attore: se lo si è, saranno gli altri a riconoscerlo. Come ricordava Gigi Proietti, non si può piacere a tutti, ed è giusto così. Se qualcuno riconoscerà valore nel mio lavoro, ne sarò felice; se invece riterrà che il percorso non sia ancora compiuto, lo accetterò. L’obiettivo è continuare a lavorare, migliorare e crescere. Anche tra molti anni, se qualcuno dirà ‘quello è un attore’, sarà il riconoscimento più importante. Oggi sento di essere su una buona strada, con la consapevolezza che il percorso è ancora lungo”.

Se dovesse concedersi un pizzico di presunzione, perché secondo lei Massimiliano Gallo e la casting director Marita D’Elia hanno scelto proprio lei? Quali qualità hanno riconosciuto in Alfredo?

“Posso rispondere in due modi: uno più diretto e uno più prudente. Nel primo caso, credo che la scelta non riguardi solo me, ma tutti noi ragazzi. Probabilmente ognuno aveva una certa predisposizione teatrale, necessaria per questo progetto. L’idea era trovare interpreti capaci di sostenere quei personaggi anche su un palcoscenico, non soltanto davanti alla macchina da presa. Questa dimensione si percepisce anche nel film: non solo nei contenuti, ma nel ritmo e nella costruzione delle scene. Massimiliano lavorava molto su questo aspetto già in fase di lettura, usando anche indicazioni quasi musicali, come lo schiocco delle dita, per guidare il tempo della scena. Per chi ha familiarità con il teatro, è un metodo naturale, persino stimolante. In una prospettiva più misurata, penso di essere riuscito a restituire fin da subito la poetica del personaggio di Emanuele. È un detenuto lontano dallo stereotipo: il mio aspetto, con tratti che possono apparire ‘innocenti’, crea un contrasto che rende il personaggio più credibile. Massimiliano e il produttore mi raccontarono che, durante la preparazione del film a Nisida, avevano incontrato ragazzi che non corrispondevano affatto all’immagine tipica del detenuto. Credo di rappresentare proprio quella realtà che volevano raccontare”.

Nel suo percorso, dal nuoto alla pallanuoto fino alla recitazione, si nota un cambiamento anche sul piano emotivo. È stato un passaggio naturale o complesso?

“È stato naturale, ma non privo di difficoltà. La recitazione richiede una sensibilità diversa, soprattutto nel cinema, dove il controllo emotivo è fondamentale. Nello sport, in particolare in acqua, l’energia è immediata, spesso impulsiva. Sul set, invece, anche in momenti di stanchezza o tensione, è necessario mantenere lucidità. Questa capacità si sviluppa con il tempo. Tendo a essere una persona impulsiva, e lo ero ancora di più nello sport. Crescendo ho imparato a fermarmi, a respirare, a ripartire. A lasciare andare l’errore e ricominciare. Nella pallanuoto, un errore può compromettere la concentrazione. Con la recitazione ho rafforzato la capacità di restare presente: anche dopo più tentativi, occorre ritrovare ogni volta la stessa precisione. È una forma di disciplina diversa, ma altrettanto rigorosa”.

In questo senso, la recitazione per lei è più una forma di terapia o di catarsi?

“Direi catarsi. La recitazione non dovrebbe essere terapia. Il bagaglio personale è uno strumento, ma va usato in funzione del lavoro, non per risolvere questioni intime. Per quello esistono altri percorsi. È piuttosto un processo di trasformazione: si prende qualcosa di personale e lo si mette al servizio di un personaggio. Questa consapevolezza è maturata con lo studio, ma in parte nasce già dall’esperienza sportiva. Essere capitano, ad esempio, comportava una responsabilità: non era possibile perdere il controllo, perché il gruppo ne avrebbe risentito. All’inizio capitava, poi ho imparato a gestirmi e a trasmettere equilibrio agli altri. Con la recitazione, questa capacità si è consolidata”.

Ha scelto anche di studiare Cinema anche all’università. Perché questa decisione?

“All’inizio pensavo solo alla recitazione. Poi ho capito che era utile affiancare un percorso parallelo, purché restasse nello stesso ambito. Studiare Cinema mi permette di ampliare lo sguardo. Non è un’alternativa distante, ma un’estensione del mio lavoro. Questo percorso ha cambiato anche il modo di guardare i film. Prima li vivevo da spettatore, ora colgo aspetti tecnici: l’uso della luce, il montaggio, le inquadrature. Dettagli che contribuiscono in modo decisivo alla narrazione”.

E su cosa verte la tesi su cui sta lavorando?

“Sul metodo Strasberg. È un riferimento centrale nella recitazione contemporanea, spesso associato a Marlon Brando, anche se lui ha studiato con Stella Adler, che aveva un approccio diverso, più legato all’immaginazione. Brando ha comunque contribuito a rendere la recitazione più naturale, meno costruita rispetto al passato. Un esempio evidente è Un tram che si chiama Desiderio, dove il suo stile si distingue nettamente da quello più teatrale di Vivien Leigh”.

Stella Adler sosteneva che un attore deve avere la pelle di un rinoceronte e l’anima di una rosa. Si riconosce in questa affermazione?

“La pelle di rinoceronte” è ancora in costruzione. L’anima di una rosa, invece, la riconosco nella sensibilità. La rosa può sembrare un’immagine semplice, ma racchiude molto. Credo che un attore debba avere una sensibilità profonda, una disponibilità emotiva autentica, indipendentemente dai personaggi che interpreta”.

Le rose hanno anche le spine. È La salita può essere, per lei, una sorta di rosa selvatica: coincide con il suo primo ruolo cinematografico da protagonista. Avverte il peso di questa responsabilità?

“Sì, ma senza viverlo come un tarlo. Anche se ricopro il ruolo principale, non mi percepisco in quel modo. Sul set si è creato un gruppo molto unito, e considero tutti parte centrale del racconto. Il film parla di una dimensione collettiva, non individuale. È chiaro che il mio personaggio ha una funzione narrativa più evidente, ma non mi sento ‘il protagonista’ in senso assoluto. Una certa tensione esiste, soprattutto pensando al futuro. Non è automatico che un ruolo importante garantisca continuità. L’obiettivo è lavorare, crescere, avere nuove opportunità. La visibilità interessa relativamente. Se questo progetto porterà altri lavori, sarà il risultato più significativo. Per ora c’è tranquillità. Quando il film uscirà, probabilmente emergerà una forma di attesa, legata all’incertezza. Un amico, Emanuele Palumbo, anche lui attore, mi raccontava che, dopo Mixed by Erry, fu detto ai tre giovani protagonisti che non avrebbero lavorato subito, nonostante il successo. È una riflessione che mi è rimasta. Da un lato c’è il desiderio che il film venga accolto bene, dall’altro la consapevolezza che il percorso non è mai lineare. Cerco comunque di non anticipare troppo questi pensieri. Sarà il tempo a dare le risposte”.

Il corpo non è solo aspetto estetico ma anche strumento di lavoro. Nel passaggio dallo sport alla recitazione, com’è cambiato il suo rapporto con il corpo?

“Non è cambiato molto. L’attenzione al corpo è sempre stata parte della mia vita, non è nata con la recitazione. Provengo dallo sport agonistico e continuo ad allenarmi con regolarità. Per me non è una questione estetica, ma di benessere. Allenarmi mi fa stare bene, mi aiuta a mantenere equilibrio. Durante gli anni di attività agonistica avevo un’alimentazione più libera; oggi sono più attento, ma senza rigidità. È un rapporto naturale, non ossessivo. Non riesco a rinunciare al movimento: se non vado in palestra, corro, anche solo per un’ora. È una necessità personale. Nel lavoro, poi, il corpo resta centrale, soprattutto a teatro, dove servono resistenza, fiato e consapevolezza fisica”.

Qual è, secondo lei, il confine tra ambizione e ossessione?

“È un confine sottile. Tutti hanno delle ossessioni, anche se non sempre lo ammettono. Il punto è non trasformarle nell’obiettivo finale. L’ossessione è impulsiva, immediata; l’ambizione, invece, è più lucida e costruita nel tempo. Cerco di affrontare il percorso un passo alla volta. Le conquiste più difficili sono anche quelle che restano di più. Se arriveranno riconoscimenti, bene, anche tra molti anni. Se non arriveranno, non sarà quello a definire il valore del percorso. L’obiettivo è costruire una carriera solida, ricca di esperienze. Come, per mirare in alto, nel caso di Toni Servillo, che ha raggiunto alcuni traguardi dopo molti anni. Lui è un esempio chiaro: ambizione e dedizione non coincidono con la ricerca immediata della visibilità. Oggi spesso si rincorre il consenso rapido, ma bisogna scegliere che direzione prendere. Per me conta il lavoro, non l’esposizione. A teatro, per esempio, preferisco un pubblico attento, anche silenzioso, piuttosto che reazioni superficiali. L’ascolto vero è più prezioso dell’applauso automatico”.

Qual è stato, recentemente, un gesto di tenerezza che si è concesso verso se stesso?

“Qualche giorno fa sono stato al Bosco di Capodimonte. Avevo un po’ di tempo libero e ho deciso di fermarmi. Mi sono sdraiato sull’erba, ho guardato il cielo, senza distrazioni. È stato un momento semplice, ma molto intenso. Non avevo un obiettivo preciso, stavo solo vivendo quell’istante. È un’abitudine che dovrei recuperare più spesso: concedersi tempo senza riempirlo a tutti i costi”.

La noia, come accennava in apertura, nel film è un nodo centrale…

“Sì, perché non riguarda solo il personaggio, ma una condizione reale. Emanuele vive una forma di immobilità: porta avanti le giornate senza una direzione, quasi per inerzia. Questa sensazione non è lontana da quella di molti contesti contemporanei, soprattutto in ambito carcerario. Il problema, a mio avviso, è la mancanza di attività realmente formative, capaci di avere un seguito anche dopo. Faccio un esempio: alcune attività tradizionali, pur avendo valore culturale, non offrono sbocchi concreti una volta usciti. Il punto non è solo occupare il tempo, ma costruire possibilità. Servirebbero percorsi più attuali, trasferibili all’esterno, che permettano una continuità reale. Altrimenti si resta bloccati in un ciclo che si ripete. Occorrerebbero attività che non siano solo riempitive: se non c’è una prospettiva, tutto si esaurisce nel presente. Esistono esempi diversi, come alcune esperienze lavorative avviate in istituti come Rebibbia o San Vittore, che hanno una dimensione più concreta e spendibile. Non sono perfette, ma vanno in quella direzione. Il punto centrale resta questo: senza strumenti adeguati, è difficile immaginare un cambiamento reale. Non so se sia un problema di fondi, servirebbero, o di altro”.

Ci sarebbe anche un tema culturale: spesso l’arte viene vista con diffidenza, perché stimola il pensiero.

“Ed è un aspetto importante da salvaguardare: la capacità di riflettere si sta riducendo. Anche nel sistema scolastico si privilegia spesso la risposta immediata rispetto all’elaborazione personale. Ma senza pensiero critico non si costruisce nulla. Vale per la società, e vale anche per il carcere: senza strumenti interiori, è difficile cambiare direzione. Senza stimoli reali, il rischio è ripetere gli stessi schemi. Durante la visita a Nisida ho percepito chiaramente questa dinamica: ci sono attività, ma spesso restano circoscritte. Aiutano nel presente, ma non costruiscono il futuro. E invece dovrebbe essere proprio quello l’obiettivo: il dopo. E La salita racconta anche questo: il valore dell’arte e la possibilità che qualcosa cambi, anche in contesti difficili. Ma serve qualcuno che accenda un processo, che introduca uno sguardo nuovo. Eduardo De Filippo, nel film, rappresenta proprio questo. Oggi, forse, manca una figura capace di avere lo stesso impatto”.

 

Alfredo Cossu Ph: Anna Camerlingo / US Film: Zaccaria Communication