Andrea Maggi dalla cattedra alla tv, l'intervista al professore di Il Collegio: "A scuola non servono eroi"
Il professore de Il Collegio e volto di Splendida Cornice racconta il suo modo di stare in classe, il rapporto con la televisione e l’idea di educazione che difende ogni giorno.
Con la sua voce pacata e il suo sguardo fermo, Andrea Maggi è diventato un punto di riferimento dentro e fuori dalla scuola. Ma il successo non gli ha cambiato la direzione. E in lui c’è qualcosa che tiene insieme mondi diversi: la scuola e la televisione, la provincia e il prime time, la fermezza e la gentilezza. Lo ascolti parlare e capisci subito perché tanti studenti, colleghi, genitori si fidano di lui. È uno che non si nasconde dietro frasi a effetto. Uno che ha imparato a stare, anche quando è difficile. Che ha fatto dell’onestà, verso gli altri e verso se stesso, la sua regola più solida: non cerca consensi, non rincorre mode educative. Lo abbiamo ritrovato ne Il Collegio 9, original di Rai Contenuti Digitali e Transmediali disponibile su RaiPlay e a gennaio su Rai 2, lo ritroviamo a Splendida Cornice, ogni giovedì sera su Rai 3, e lo leggiamo nei suoi libri. Ma il vero Andrea Maggi è quello che ogni mattina entra in aula, si siede alla cattedra e apre un dialogo. Con rigore, ironia e un’idea chiara in testa: l’educazione è un atto di responsabilità, non di spettacolo. In questa intervista in esclusiva per Virgilio Notizie, racconta il suo modo di vivere la scuola, il valore dell’ascolto, le critiche, le paure, gli errori. Ma soprattutto la scelta, mai scontata, di esserci.
Lei si iscrive inizialmente a Ingegneria, ma poi cambia completamente strada e passa a Lettere e Filosofia. Cosa ha portato a questa svolta?
“È successo tutto in un momento molto preciso. Ero a lezione di Analisi 1 e la docente, spiegando un teorema, raccontò la vicenda del matematico che lo aveva formulato: Evariste Galois. Un ragazzo straordinariamente intelligente, morto giovanissimo in duello per difendere l’onore di una donna. Quella storia mi affascinò al punto da farmi realizzare una cosa fondamentale: io ero molto più attratto dalle storie che dalle formule. In quel momento ho capito quale fosse davvero la mia strada, e non era quella dell’ingegneria. Il giorno stesso andai in segreteria e cambiai facoltà. Mi iscrissi a Lettere, e posso dire senza esitazioni che è stata la scelta più felice della mia vita”.
Una scelta molto netta. Ma non c’era stato qualcuno, durante il suo percorso, che l’aveva aiutata a scoprire questa sua vocazione?
“Sì, ci sono state diverse persone. A partire dalla mia maestra delle elementari, che aveva notato in me una naturale predisposizione all’ascolto e alla scrittura. Ma io, da bambino, non ero pronto ad ascoltare certi segnali. Poi, al liceo, ho avuto un professore di italiano e latino con una cultura impressionante. Non mi regalava mai voti alti, e forse avevo ancora molto da imparare, ma fu per me una figura di riferimento: una persona che stimolava la mia curiosità e mi spingeva a migliorare. All’università, infine, ho incontrato un professore di storia della lingua latina che un giorno, con grande chiarezza, mi disse: ‘Tu sei fatto per raccontare storie, per scrivere’. È stato il primo a dirmelo apertamente, senza mezzi termini. Purtroppo, è scomparso poco tempo dopo, ma sono grato che abbia fatto in tempo a mettermi di fronte a quella verità”.
Se dovesse immaginare la sua vita come un romanzo, a quale genere apparterrebbe?
“Direi senza dubbio al genere surreale. Vivo una vita doppia: da una parte c’è la quotidianità concreta, fatta di scuola, famiglia, affetti. Dall’altra, quella parallela della televisione, Il Collegio e Splendida Cornice, che è ancora oggi una dimensione che mi sembra quasi irreale. Sono due mondi che convivono, ma che a volte fatico anch’io a conciliare nella mia testa”.
Com’è arrivato Il Collegio nella sua vita?
“In maniera totalmente inattesa. Non ho mai cercato quell’esperienza: è arrivata lei da me. Un giorno ho ricevuto una mail in cui mi si chiedeva se fossi interessato a partecipare a un nuovo progetto di Rai 2. Pensavo fosse uno scherzo, tanto che non risposi nemmeno. Poi arrivò una seconda mail, più formale e dettagliata, e capii che era una proposta reale. Ancora oggi non so come siano arrivati al mio nome: forse attraverso i social, cercando tra profili di perfetti sconosciuti. Da lì è partito tutto. Ovviamente, all’inizio ho riflettuto molto sugli effetti che una simile esposizione mediatica avrebbe potuto avere, anche negativi: entrare nel mondo della tv poteva essere un’arma a doppio taglio. Invece si è costruito attorno a me un pubblico caloroso e fedele, fatto di giovani ma anche di adulti, che mi ha cambiato la vita. Oggi sono riconosciuto ovunque, ricevo tantissimi messaggi di stima e affetto, e questa cosa, per chi come me si nutre dell’energia degli altri, è straordinaria”.
US FRANCESCA PROCOPIO per Rai Contenuti Digitali e Transmediali
Secondo lei, cosa ha colpito le persone di Andrea Maggi?
“Credo la sincerità. Non ho mai fatto sconti a nessuno, perché a me, nella vita, non ne sono mai stati fatti. E questo approccio si riflette anche nel mio modo di insegnare: se uno studente dà il massimo, lo apprezzo profondamente, anche se magari il risultato non è perfetto. Credo che la mia schiettezza, il mio modo diretto e spontaneo di relazionarmi, piaccia proprio perché è autentico. Il professor Maggi del Collegio, quando deve sgridare lo fa, ma quando è il momento di ascoltare, ascolta. E lo fa davvero. Questo non è un ruolo, è il mio modo di essere, sempre”.
L’ascolto: quanto crede sia importante oggi nelle scuole italiane?
“È essenziale. Non solo nella scuola, ma nella nostra intera cultura. Ho scritto un libro incentrato su Socrate, e proprio lui ci insegna che non esiste dialogo senza ascolto. La filosofia socratica è il fondamento del nostro pensiero, della nostra civiltà. Eppure, oggi sembriamo dimenticarlo. Siamo immersi in un tempo in cui tutti vogliono parlare, ma pochi sono disposti ad ascoltare davvero. E questo vale anche e soprattutto nella scuola. Perché la scuola è un’istituzione costruita attorno ai giovani, ed è impossibile educare chi non si è prima ascoltato. Se non ascoltiamo i ragazzi, perdiamo il senso stesso del nostro lavoro”.
Si parla spesso della scuola come luogo di formazione, ma raramente si sente dire: “ascoltiamo i giovani”.
“Esattamente. Spesso i giovani vengono generalizzati, etichettati, specialmente quando emergono episodi di cronaca nera. Se un ragazzo compie un atto violento, si tende subito a dire: “I giovani sono così”. Ma non è vero. È una semplificazione pericolosa. I giovani sono un mondo ricco, variegato, complesso, un caleidoscopio. Se ci prendessimo il tempo per ascoltarli, scopriremmo le loro paure, le loro potenzialità, la loro bellezza. Invece preferiamo puntare il dito, perché è più facile. Ma tutta la rabbia e la violenza che esprimono non è che un riflesso delle nostre frustrazioni di adulti. È la nostra indifferenza a generare disagio”.
E lei, nella sua vita, si è sentito ascoltato?
“Sì, mi considero fortunato. Ho sempre trovato persone disposte ad ascoltarmi, e questo ha fatto la differenza. È qualcosa che porto dentro di me come un dono prezioso, e che cerco ogni giorno di restituire. Oggi, da adulto e da insegnante, sento la responsabilità di fare sentire ascoltati i miei studenti. Perché un ragazzo che si sente capito è già a metà strada”.
Parlando della scuola di tutti i giorni, ha mai percepito, in classe, che qualcosa non andava? Magari episodi legati al bullismo o a un disagio più profondo?
“È successo. Dopo vent’anni d’insegnamento impari a riconoscere certi segnali. Non servono confessioni esplicite: basta osservare. Un calo improvviso nei voti, un cambiamento fisico, una perdita di peso, un atteggiamento diverso: sono indizi che non vanno ignorati. La scuola, pur con tutti i suoi limiti, è ancora un luogo di osservazione privilegiata. E, contrariamente a quello che si pensa, ci sono tanti insegnanti, educatori e collaboratori scolastici che fanno un lavoro straordinario, spesso invisibile. Quando un disagio viene intercettato, si attivano delle procedure: si parla con le famiglie, con i colleghi, se necessario anche con le autorità. Serve sensibilità, ma anche presenza. Se entri in classe distratto, puoi perdere segnali fondamentali. Non credo, però, nell’insegnante empatico. “Empatia” è una parola che secondo me è stata abusata, un po’ come “resilienza”, e spogliata del suo significato. Io credo nell’insegnante comprensivo, nell’insegnante lucido, professionale. Uno che sa essere presente. Ma non uno che si commuove con lo studente, che piange con lo studente. Perché il ragazzo ha bisogno di un adulto che sia una roccia, una spalla forte. Non di uno che crolla con lui”.
In media quanti studenti ha per classe?
“Siamo intorno ai 22-23 alunni per classe. Non esiste un numero perfetto. Di sicuro avere troppi studenti è un problema, perché ti impedisce di seguire davvero ciascuno. Se hai trenta ragazzi davanti, non riesci a contribuire alla crescita individuale di ognuno: diventi un distributore di compiti, non un educatore. Oggi, con i piani personalizzati, con i bisogni educativi speciali, seguire classi numerose è impossibile. Poi, è chiaro: se una classe è piccola, puoi lavorare meglio, ma dipende anche da come è composta. Come sempre, generalizzare è sbagliato”.
Le capita di mettere da parte il programma educativo per concentrarsi su ciò che accade nel mondo reale, magari su fatti di cronaca da discutere in classe?
“Succede spesso. Anzi, molto spesso sono i ragazzi stessi a chiedermi di affrontare certi argomenti. Mi è capitato di arrivare in classe e sentirmi dire: ‘Prof, ma perché in Palestina e Israele si combattono ancora?’, oppure ‘Perché russi e ucraini, che sono quasi fratelli, si fanno la guerra?’. Di fronte a queste domande non puoi voltarti dall’altra parte. Metto da parte la lezione di italiano e affrontiamo il tema, cercando di capire insieme. Il mio compito non è dare risposte univoche, ma offrire strumenti. L’obiettività è fondamentale. I ragazzi devono formarsi una loro opinione, è questo il senso dell’educazione democratica’.
Lei ha scelto di continuare a vivere e lavorare a Pordenone, la sua terra d’origine, nonostante il successo televisivo. Cosa la lega al Friuli-Venezia Giulia e quanto conta per lei l’attaccamento alle radici?
“Sono molto legato alla mia terra perché mi ha dato tantissimo. Mi ha regalato la bellezza del paesaggio, la natura, una certa tranquillità, e anche molte opportunità. Pur essendo una regione decentrata, è un territorio vivo, stimolante. Per chi vive al centro Italia, sembriamo quasi più vicini alla Cina che a Palermo! In realtà, per esempio, Trieste, dove ho studiato, è una capitale culturale mitteleuropea, una città che per numero di chilometri è più vicina a Kiev che a Palermo. Ed è in questo contesto multiculturale e multietnico che mi sono formato. Lo considero un privilegio e ne vado fiero. Amo viaggiare e conoscere nuovi ambienti, ma sento forte l’appartenenza a questa terra, che mi ha dato molto e a cui sto cercando di restituire qualcosa. Quando la mia città, Pordenone, si è candidata a Capitale della Cultura 2027, ho accettato con entusiasmo l’invito delle istituzioni a partecipare all’audizione al Ministero. Non ho fatto molto, se non portare la mia testimonianza, ma l’ho fatto con grande piacere. Questa è una terra poco conosciuta ma con tantissimo da offrire, e io ci credo davvero”.
È anche la terra dei suoi genitori. Che rapporto ha avuto con loro?
“Ho avuto e ho tuttora un rapporto splendido. Vengo da una famiglia serena, invidiabile, e mi sento molto privilegiato per questo. I miei genitori ci sono ancora e sì, si lamentano perché sono sempre in giro, mi vedono poco. Ma ci sentiamo spesso, il legame resta forte”.
Qual è stato il più grande insegnamento che le hanno trasmesso e che oggi lei cerca di trasmettere ai suoi figli?
“Sicuramente l’onestà. È stato l’insegnamento più prezioso che ho ricevuto da entrambi i miei genitori. E poi la caparbietà. Io mi ritengo una persona molto caparbia, e questa mia determinazione la devo al loro esempio. E naturalmente, l’amore. Senza l’amore non c’è niente: è il fondamento di tutto.
A proposito di amore, come vive sua moglie questa popolarità improvvisa, anche inaspettata, che l’ha resa un po’ un sex symbol?
“La prende con grande senso dell’umorismo. Ne ridiamo molto. Affrontiamo tutto con spirito sportivo. Lei partecipa alle mie scelte, alle mie decisioni. Anzi, molto spesso è lei a darmi i suggerimenti migliori. Le devo molto e non l’ho mai nascosto”.
Parlare della sua vita privata la mette un po’ in imbarazzo?
“Non è imbarazzo, è che cerco di tenerla privata. Oggi molti influencer o pseudo tali mettono in piazza ogni aspetto della loro vita, anche per soddisfare una certa curiosità morbosa dei follower. Ecco, io sono un bastian contrario: ‘questa cosa io non ve la do’. E ci tengo a preservare questo aspetto”.
Il successo che ha avuto, così com’è arrivato, ha rappresentato un’iniezione di autostima per l’Andrea uomo? Oppure l’autostima era tanta già prima?
“Da piccolo ero molto timido, molto insicuro. Guardavo gli altri e li vedevo come persone di successo. Ho sempre dovuto lavorare su di me. Ma poi, crescendo, ho imparato a credere in me stesso. Certo, ci sono ancora oggi momenti di sconforto, però cerco sempre di ricordarmi che dentro di noi abbiamo tutti gli strumenti per fare bene. Bisogna solo cercarli e trovarli. Come dice Socrate, abbiamo bisogno di un daimon, qualcuno che ci accenda la luce giusta. Sì, forse il successo ha amplificato qualcosa che in realtà c’era già”.
Ha mai temuto il giudizio altrui?
“A me importa molto di ciò che pensano gli altri. Ho sempre tenuto conto del giudizio altrui. Con il tempo ho imparato a distinguere le critiche costruttive da quelle gratuite. Le prime le accolgo con gratitudine, perché mi aiutano a crescere. Le altre, beh, a volte mi fanno incazzare. Ma anche quello non è necessariamente negativo: l’importante è imparare la lezione”.
C’è stata una critica che l’ha ferita particolarmente perché non corrispondeva alla realtà?
“Sì, ce ne sono state. Ricordo, ad esempio, che qualche genitore si è lamentato del fatto che io fossi andato in televisione, sostenendo che questo avrebbe tolto tempo e attenzione alla scuola. Ma è una cosa assolutamente falsa, e soprattutto non dimostrabile. Le prime volte mi ha ferito molto, perché veniva da genitori che, tra l’altro, non erano certo perfetti. Però poi capisci che alla base c’è spesso solo invidia”.
Già, l’invidia sociale. Una brutta bestia, no?
“Sì, e soprattutto è un’arma a doppio taglio. Chi invidia, alla fine, rischia di annegare nel proprio veleno. Io non posso far altro che augurargli buona salute! (ride, ndr)”.
A proposito di Splendida Cornice: è un programma che la diverte molto. Ma quanto è difficile, durante le registrazioni, trattenere le risate?
“Tantissimo! È una fatica enorme. Anche perché ho la fortuna di lavorare con persone straordinarie. Geppi Cucciari è una delle figure più stimolanti della nostra televisione e cultura. Poi ci sono Luca Bottura, Pietro Galeotti… nomi importanti che io seguivo già da ragazzo. I fatti della vita ci hanno portato a lavorare insieme in questa cornice che, più che splendida, è meravigliosa. Con Geppi c’è un rapporto ormai consolidato, c’è affetto vero. Anche quando magari ci “becchiamo” in puntata, tutto nasce dal gioco e dalla stima reciproca. A me piace molto scherzare su me stesso, e con lei questa cosa viene spontanea. Temo molto chi si prende troppo sul serio, ecco: i “professoroni” che non sanno ridere di sé un po’ mi fanno paura”.
A Splendida Cornice corregge gli errori grammaticali. Ma c’è un errore commesso, al di là della lingua, che rimpiange?
“Ma io ho sbagliato tantissimo nella vita: errare è umano. La scelta di iscrivermi a ingegneria è stato un errore, per esempio. Però è stato anche il modo in cui ho capito che quello non era il mio posto, che la mia direzione era un’altra. Ma non lo considero un rimpianto, perché quell’errore mi ha portato a fare la scelta giusta. Senza quello sbaglio non sarei dove sono ora. E poi ce ne sono stati altri. Però io credo molto nell’errore come occasione di crescita. Credo nell’errore utile. È fondamentale sbagliare. Chi non sbaglia è perché non ha fatto. E chi non ha fatto, non è cresciuto. Insegno ai miei studenti che ogni errore è un’opportunità. L’importante è non commettere sempre lo stesso. Ecco, forse l’unico errore che rimpiango davvero è quando non ho avuto il coraggio di fare qualcosa. Ma anche quello, poi, ti insegna qualcosa su te stesso. L’errore è un grande maestro, se sai ascoltarlo”.
US FRANCESCA PROCOPIO per Rai Contenuti Digitali e Transmediali