Antonella Morea, da Casa Surace a La salita: “Dentro resto una ragazza di vent'anni”
Tra dolore, teatro e memoria, l’attrice racconta la sua vita, i suoi personaggi e la libertà trovata sul palco
Antonella Morea parla come recita: senza difese, senza costruzioni, senza la preoccupazione di dover apparire diversa da quello che è. Nelle sue parole convivono il rigore e l’istinto, la leggerezza e il dolore, la timidezza e il carattere di chi ha attraversato il teatro per cinquant’anni senza mai sentirsi davvero arrivata. Raccontandosi in questa intervista per Virgilio Notizie, passa con naturalezza dai ricordi di Gatta Cenerentola ai successi inattesi di Casa Surace, dalle grandi lezioni ricevute da Roberto De Simone al film La salita di Massimiliano Gallo, al cinema dal 9 aprile, e al rapporto con il pubblico, che ancora oggi continua a sorprenderla. Eppure, sotto ogni ricordo, resta sempre la stessa domanda: chi è davvero Antonella Morea, lontano dalla scena? La risposta è quella di una donna che ha scelto il teatro come forma di vita prima ancora che come mestiere. Una donna che non ha mai inseguito il successo, ma che dal successo è stata raggiunta. Che ha rinunciato a costruire una famiglia propria per dedicarsi completamente all’arte, ma che ha saputo ritrovare negli affetti, nella memoria e nei personaggi interpretati un modo per restare sempre viva. Nelle sue parole c’è anche il dolore più profondo, quello per la perdita della sorella Delia, che ancora oggi continua ad accompagnarla in ogni gesto e in ogni lavoro. C’è la paura di non essere all’altezza, che non l’ha mai abbandonata, e insieme la consapevolezza che proprio quella fragilità sia diventata la sua forza più grande. Antonella Morea non parla mai di carriera come di una scalata. Per lei il teatro è stato un luogo in cui potersi perdere, nascondere, ritrovare. Un posto in cui dare voce a tutto quello che nella vita reale restava in silenzio. Forse è per questo che il pubblico continua a riconoscersi in lei: perché dietro ogni personaggio, dietro ogni battuta, si intravede sempre una persona vera, capace di trasformare la propria storia in qualcosa che appartiene anche agli altri.
Chi è la signora Pagano per Antonella Morea?
“La signora Pagano è una donna mite ma con dentro sé qualcosa di molto profondo e un passato forte alle spalle, quasi rimosso, che però non viene raccontato: Massimiliano non ha voluto renderlo esplicito, non gli interessava ai fini della storia soffermarsi sul crimine che ha commesso. Per me è stata un’esperienza nuova: sono arrivata alla soglia dei settant’anni e ormai mi vengono affidati ruoli di donne più anziane e più complesse quando dentro sono ancora un vulcano. Ho quindi dovuto rallentare per entrare in questa storia con grande calma e delicatezza”.
Perché lei che donna è oggi?
“Non sono cresciuta mentalmente, ma in senso positivo: mi sento ancora la ragazza di vent’anni. Conosco il mondo del teatro e dell’arte, ho lavorato con De Simone, e ancora oggi mi sorprendo quando le persone mi fermano per strada. Ormai sono conosciuta come la mamma di Casa Surace, ma resto una persona che vuole continuare a esplorare il proprio mestiere. Ho dedicato la mia vita al lavoro che ho scelto: è il mio punto fermo. Ho una famiglia e dei nipoti meravigliosi, ma non ho costruito una famiglia mia perché ho scelto di dedicarmi completamente a questo percorso. Continuo a stupirmi di tutto, anche delle persone che non cambiano. Mi chiedo sempre come sia possibile (ride, ndr)”.
Ha festeggiato da poco i 50 anni di carriera nel mondo della recitazione. Che bilancio ha tratto?
“Mi è stata data una vita meravigliosa. Da un lato molto bella, dall’altro un po’ complicata, perché sono un animale domestico, una persona da casa e da pantofole. Stare sempre fuori, fare e disfare continuamente, è qualcosa che ancora oggi mi sconvolge. Non so costruire una famiglia, però questo mestiere mi ha dato la possibilità di essere tantissime persone, tanti personaggi, e di scoprire me stessa attraverso le donne che ho interpretato. Poi c’è stato l’incontro con grandi autori e grandi registi, che purtroppo oggi non ci sono più o non si vedono più. Ho avuto la fortuna di conoscere le persone migliori di quel periodo del teatro. Essere nata in quella stagione teatrale è stato fondamentale per me”.
Quale lato di sé ha scoperto attraverso la recitazione che mai avrebbe pensato appartenerle?
“Ogni tanto sono una persona polemica, anche se all’apparenza sembro mite e gioiosa. Ma non solo. Ho interpretato, per esempio, una donna di una cattiveria sconvolgente, e mi piaceva molto spingere su quel lato. Ero talmente cattiva che, quando passavo tra la gente, ricevevo gli insulti peggiori. Forse si tira fuori qualcosa che si ha dentro, sicuramente, ma che il super io tende continuamente a reprimere. Nel teatro tutto è permesso, ed è bellissimo. Mi sono confrontata anche con personaggi fragili, molto lontani dal mio fisico. La possibilità di attraversare caratteri così diversi è molto bella, secondo me. Inoltre, ero, e forse sono ancora, una persona molto timida. Il teatro mi ha dato la possibilità di aprirmi al mondo: è stata una forma di libertà”.
Ph: Anna Camerlingo / US Film: Zaccaria Communication
Lei inizia a vent’anni a recitare ma l’arte nella sua famiglia è sempre stata presente, a partire da Renato Carosone, cugino di sua madre. Quando è arrivata in lei la consapevolezza di essere un’attrice?
“Questa è una bella domanda, perché non volevo né cantare né recitare. Mi ci sono trovata per caso. La consapevolezza, però, è arrivata solo da poco tempo. Sembra strano, no? (ride, ndr). Sì, perché sono sempre molto umile e molto critica nei miei confronti, quindi non credo mai di essere all’altezza. Penso sempre di aver fatto male. Poi però incontro persone che vengono in camerino, che mi fermano per strada, che mi dicono parole bellissime. E allora mi chiedo se non sia arrivato il momento di crederci davvero. Continuo a stupirmi, come le dicevo. Per questo la risposta del pubblico, che mi arriva continuamente, mi dà consapevolezza. Da un lato sono molto severa con me stessa, perché non mi voglio ascoltare e penso sempre di non essere abbastanza; dall’altro ricevo una risposta straordinaria”.
Però, questa sensazione di non sentirsi all’altezza va un po’ messa da parte.
“Lo so. Però i precedenti sono illustri. Carosone è un gigante dell’arte. Anche mia nonna, che non era famosa, ai suoi tempi era un fenomeno: cantava nei teatri e, a undici anni, aveva già un enorme successo. Da bambina, mi sono sempre tenuta un po’ in disparte, sempre schiva, e non ho mai voluto raccontare a nessuno le mie aspirazioni. Fu mio zio, non mia madre, a insistere perché andassi a casa sua, ed è stato lui a scoprirmi. Altrimenti forse sarei andata avanti da sola, perché credo nella meritocrazia: ci si arriva più tardi, ma ci si arriva comunque”.
Quando è arrivato per lei il riconoscimento del merito?
“La meritocrazia è arrivata quasi subito, stranamente, e non volevo crederci. Ho cominciato a vent’anni con Gatta Cenerentola e avevo l’ultimo ruolo disponibile, l’unico che lui non aveva ancora assegnato. Lo trovò in me. De Simone non scriveva un copione, almeno per Gatta Cenerentola: portava dei foglietti giorno per giorno e, giorno dopo giorno, mi affidava questa piccola parte, che poi si sviluppò. Rimaneva comunque l’ultimo ruolo. Sono diventata un mito grazie a questa storia. Come si fa a diventare un mito con l’ultimo ruolo? È questo che ancora mi sconvolge. Ancora oggi le persone mi dicono che sono ‘quella di Gatta Cenerentola’. Evidentemente ho lasciato un segno. De Simone trovò davvero una materia vergine, perché non avevo mai fatto nulla: avevo soltanto cantato. Mi ha plasmata, nel senso più bello del termine. Mi ha insegnato il senso della bellezza, il modo di interpretare, di entrare nelle situazioni con sentimento ed emozione. Dire una battuta è semplice, la si può dire in mille modi; trasmettere un’emozione è un’altra cosa. Prima la vivo sulla mia pelle, poi spero che arrivi agli altri. Quando sento un brivido, capisco che ci sto riuscendo”.
E che effetto le fa vivere tutte quelle emozioni sulla sua pelle?
“Spesso mi fa paura. Perché quando si attraversano momenti difficili nella vita e si riesce a trasferirli in personaggi che li richiedono, si rivive qualcosa che fa male. E questo spaventa. Per fortuna c’è quella scintilla che è il teatro, cioè la trasformazione. Si finisce per pensare che quella persona non si è più, che appartiene a qualcun altro. È una giustificazione necessaria, altrimenti non si va avanti. Resto però molto affezionata a tutti i miei personaggi. Non mi si può ad esempio chiedere quale sa il mio il mio spettacolo preferito: come si fa a scegliere? Ognuno ha una sua peculiarità. Per ciascuno c’è qualcosa di speciale: un incontro, un rapporto con il regista, con l’autore. Ognuno è unico”.
Che cosa crede l’abbia resa l’attrice che è oggi? Lo studio, il talento, la formazione?
“Nello studio non sono mai stata molto rigorosa. Sono una persona istintiva, ma con una parte razionale. Ho cominciato sul campo e sul campo ho imparato. Nelle scuole credo fino a un certo punto, perché possono aiutarti a comprendere la materia, ma quello che devi fare davvero passa attraverso l’esperienza diretta. Se non lavori, se non ti confronti con tanti registi, certe dinamiche non puoi capirle. Conta, dunque, un po’ tutto, ma l’esperienza sul campo è quella che prediligo. Deve però essere sempre accompagnata dall’incontro con i maestri. Tutti possono insegnarti qualcosa, anche un giovane. Poco tempo fa mi sono affidata a un ragazzo, Emanuele D’Errico, a cui avevo fatto lezione al Teatro Mercadante di Napoli. Ha scritto uno spettacolo su di me, o meglio sulle donne della Sanità, come Winnie di Giorni felici. Era uno spettacolo fantastico, che spero di riprendere presto, e si intitola Felicissima jurnata. Parlo continuamente, proprio come Winnie, e ogni parola riguarda una vita difficile, quasi inutile, che però il personaggio ama in ogni suo aspetto pur di non morire. Ne parla per sopravvivere. Mi sono affidata a questo ragazzo, perché avrebbe potuto tranquillamente lasciarmi fare, pensando che sapessi già tutto. Invece è una persona molto precisa. Mi ha dato indicazioni, abbiamo rimesso in piedi l’intero spettacolo, lavorando sui periodi, sulle punteggiature, riprendendo tutto in un altro modo. Abbiamo fatto un vero lavoro di studio e il risultato è stato fantastico: ho avuto anche una nomination al Premio UBU. Quindi, è stato davvero bravissimo. Lui stesso diceva di non riuscire a credere che mi fossi affidata a lui e che gli avessi chiesto come fare. Ma era naturale: lo aveva scritto lui, quindi sapeva perfettamente che cosa volesse. Bisogna consegnarsi. Molti attori non si consegnano e finiscono per essere sempre se stessi, anche nei personaggi. Io sono del parere che invece bisogna affidarsi completamente al ruolo: lo faccio sempre e mi trovo bene”.
C’è qualcosa che ha scelto di non assimilare dagli incontri o da cui ha preferito stare lontana?
“No, perché chi mi ha diretta ha sempre capito chi fossi e quali fossero le mie possibilità. Mi sono fidata moltissimo. Soprattutto di De Simone. Di lui mi sono fidata tantissimo e aveva sempre ragione. Anche di Patroni Griffi mi sono fidata molto. Certo, se c’è qualcosa che non mi convince lo dico, altrimenti sarei un pezzo di marmo. Però mi fido abbastanza. Quasi mai c’è stato bisogno di opporsi”.
De Simone, Patroni Griffi… Spesso i registi di cinema vengono ricordati molto più facilmente di quelli di teatro. Perché, secondo lei, c’è questa trascuratezza nei confronti del teatro?
“Il teatro è un prodotto di nicchia. Non tutti lo conoscono. Lo frequentano soprattutto le persone affezionate e appassionate, e resta comunque un ambiente ristretto, non si sa bene perché. Oggi, quando si apre il sipario, in platea ci sono soprattutto persone anziane. I giovani vengono quando i prezzi sono accessibili e quando hanno un interesse autentico. Altrimenti, purtroppo, ci sono le fiction, alcune belle e altre del tutto evitabili, che da questo punto di vista ci penalizzano molto. Intercorre la stessa differenza che c’è tra La salita e prodotti come Gomorra o Mare Fuori, di cui non ho mai visto neppure una puntata. Anche nel film di Massimiliano Gallo si parla di carcere e di persone che hanno sbagliato, ma senza quell’orgoglio dell’errore che si vede altrove. È completamente diverso”.
Nel film di Gallo, c’è poi quella parola bellissima che declina il teatro: speranza.
“Speranza terapeutica, direi. E poi posso dirle una cosa? Quel periodo raccontato, io l’ho vissuto davvero. Non ho mai lavorato direttamente con Eduardo, ma con Luca De Filippo sì. Negli anni Ottanta Eduardo e De Simone erano molto vicini, perché Eduardo è stato colui che ha scoperto la Nuova Compagnia di Canto Popolare e che ha dato impulso a Gatta Cenerentola e ad altri progetti. Eduardo ci reclutò tutti per fare spettacoli a Nisida e al carcere Filangieri. All’epoca c’era il direttore Sommella, che era davvero una persona illuminata. Andavamo a fare spettacolo lì, parlavamo con i ragazzi e loro erano molto interessati. Alla fine del film, c’è anche quella frase bellissima di Eduardo: bisogna mettere i ragazzi nelle condizioni di staccarsi da certi ambienti e di tornare a inseguire i sogni. Purtroppo, chi cresce in quartieri difficili riceve spesso un tipo di insegnamento sbagliato per cui, se nessuno ti accompagna verso la bellezza, resti intrappolato nel male. Eduardo ebbe un’intuizione straordinaria. Mise in piedi persino una sorta di carrozzone itinerante: andavamo nei quartieri della 167 di Secondigliano, a Casoria e in altri luoghi, aprivamo questo carrozzone e cantavamo per strada. E la gente cantava con noi. Ho fatto tante esperienze in contesti definiti difficili, come Nisida. Ho portato in scena perfino Aspettando Godot ma era bellissimo anche il laboratorio di scenotecnica. Chi ti offre una possibilità del genere? All’epoca c’era la giunta Valenzi, che per una città come Napoli è stata davvero illuminata. Sono stati anni meravigliosi”.
All’inizio del suo percorso, quanto era importante per lei la parola “ambizione”? E la parola “successo”?
“Sono due parole che non ho mai usato e a cui non ho mai pensato davvero. All’epoca non si inseguiva subito il successo facile. Si faceva come gli attori di una volta: si iniziava dalle parti secondarie, poi si arrivava piano piano a quella principale e magari si poteva anche tornare indietro, ricominciando da ruoli più piccoli. L’importante era lavorare, fare esperienza e dare il meglio. Poi, se fosse arrivato il successo, sarebbe stato meraviglioso. Ma non ho mai pensato al successo personale. Il successo di Gatta Cenerentola, per esempio, mi ha sconvolta, perché ero una ragazzina di vent’anni, anzi di diciannove quando ho cominciato. Quando sono arrivata a Spoleto e ho visto che il pubblico impazziva per quello spettacolo, non riuscivo a crederci: dopo La tammurriata delle lavandaie ci furono venti minuti di applausi. Ecco, quello era un successo davanti al quale restavo a bocca aperta. Mi chiedevo come fosse possibile che il pubblico reagisse in quel modo. Però ero già un po’ abituata al successo degli altri attori, perché mia madre, che mi ha sempre spinta verso il mondo dell’arte, mi portava a vedere ogni tipo di spettacolo, dai polpettoni ai grandi successi. Quando è toccato a me, sono rimasta sorpresa: non bisognava per forza essere un mostro sacro”.
E il successo incontrato in questi anni con Casa Surace?
“Questo mi sorprende davvero. Dopo cinquant’anni di teatro, oggi sono conosciuta come la mamma di Casa Surace. Le persone si fanno i video con me. Anche mentre stavo parlando con lei, qualcuno mi ha fatto una foto. È sconvolgente. A Palermo sa quanta gente mi ha fermata? Non me l’aspettavo. Adesso stiamo facendo anche spettacoli in giro con Casa Surace. È una formula leggera, perché facciamo una sorta di riunione di condominio con il pubblico e interagiamo con loro. C’è una quantità di persone impressionante che viene a vederci e che si complimenta. E questo continua a sorprendermi molto”.
Qual è il complimento più bello che ha ricevuto?
“Più di una persona mi ha detto che, durante le chemioterapie, guardava me e che riuscivo a distrarla e a farla ridere. Mi sono commossa profondamente, perché allora vuol dire che il mio mestiere è importante, che posso davvero portare un sorriso a chi ne ha bisogno. Spesso mi sono chiesta a che cosa servissi, quale fosse la mia missione nella vita. Se è questa, allora è una missione bellissima. Incontro tantissime persone per strada che mi raccontano esperienze simili. Una ragazza a Milano, con la parrucca, mi fermò baciandomi e stringendomi le mani come se fossi una figura sacra. È stato sconvolgente. Gatta Cenerentola continua ancora oggi a essere un successo, perché la gente continua a fermarmi. Magari mi riconoscono per Casa Surace, ma poi mi parlano anche di Gatta. Ed è bellissimo, perché sono passati cinquant’anni. E io continuo davvero a sorprendermi. Non è una posa, non è falsa modestia. Mi sorprendo sempre ma è bello che sia così: vuol dire che ho ancora voglia di fare, che non sono arrivata da nessuna parte e che ho ancora molto davanti. Ogni volta provo una paura terribile e ogni volta mi chiedo perché, visto che l’ho già fatto tante volte. Facevo l’insegnante come avrebbe voluto mio padre: era più semplice, non avevo tutte queste preoccupazioni. Invece ogni volta ricomincio da capo. Però va bene così, è bellissimo. Mio padre mi suggeriva di farmi al massimo un piccolo gruppo musicale, così avrei potuto esprimere il mio hobby. Ma quale hobby? (ride, ndr)”.
Prima diceva che il complimento più bello arriva dalle persone che, nella difficoltà o nel dolore, trovano sollievo grazie a quello che fa. Ma in quale suo dolore personale ha sentito qualcosa che poi le ha permesso di parlare agli altri?
“Ho avuto molti dolori. L’ultimo è stato il più forte: la perdita di mia sorella Delia durante il Covid, nel 2020. Mi sono chiusa in casa per quattro mesi. Non volevo più fare niente. Massimiliano Gallo, che per me è come un fratello perché siamo cresciuti insieme, mi ha riportata alla luce facendomi fare Il silenzio grande con lui, con la regia di Gassmann. Poi ho dovuto lasciare, perché quei quattro mesi di immobilità mi avevano causato problemi alla schiena e alla sciatica, che purtroppo mi sono rimasti. Però lui mi ha sbloccata e gliene sarò grata per tutta la vita. Sono riuscita ad attraversare quel dolore senza lasciarlo marcire dentro di me. L’ho tenuto vivo, non l’ho abbandonato. Mia sorella è sempre con me. Mi accompagna in tutto quello che faccio. Dopo la sua morte mi sono capitate tante cose, tanti segni importanti. Tra questi c’è stato anche Casa Surace, con tutto il successo che ha portato. Oppure ruoli particolari, come quello della statuetta delle anime purganti in una famosa chiesa di Napoli: mi sono ritrovata a recitare in mezzo ai morti, quasi per destino. All’inizio stavo malissimo, ma oggi sento che lei è sempre accanto a me. E Massimiliano mi ha davvero aiutata a ripartire. Altrimenti non so se avrei continuato”.
In che cosa lei e sua sorella siete simili?
“Io e mia sorella litigavamo, come tutte le sorelle. Però eravamo figlie della stessa madre, che ci ha educate entrambe. Lei era una scrittrice e nostra madre le faceva leggere qualsiasi libro. A me, invece, ha aperto il mondo della musica. Quello che ci accomunava era una grande educazione, un forte senso del dovere che ci aveva trasmesso nostro padre e un grandissimo affetto per la famiglia, per ciò che è stata e che continua a essere, anche se purtroppo molte persone non ci sono più: eravamo una famiglia molto numerosa. Avevamo in comune il senso del rispetto. Mia sorella era una persona di un’ingenuità coinvolgente, ma era anche una gran signora. Signorilità, educazione, senso del dovere e rispetto: sono questi gli aspetti che ci accomunavano di più. Inoltre, condividevamo anche la passione per il teatro e per la musica, perché da ragazza anche lei aveva fatto teatro”.
Quindi, è sempre con lei?
“Sempre con me. La nomino continuamente. Le ho fatto pubblicare anche l’ultimo libro, che purtroppo non aveva fatto in tempo a vedere stampato. Adesso ci sarà una serie di presentazioni e il ricavato verrà devoluto ai malati di fibrosi polmonare cistica, la malattia di cui soffriva. Il libro si intitola Una corsa verso il cielo. Parla di Shakespeare, di guerra e di anime buone capaci di salvare il mondo. È una sorta di fantasy. Lei amava moltissimo il fantasy, dopo aver visto Il Trono di Spade, e le piacevano molto il mondo degli elfi e quello dei druidi. Nel libro c’è tutto questo. Il regno di Oberon viene attaccato da Malveron, un personaggio inventato da lei, e così Oberon e i Titani non riescono più a combattere. Tre ragazzi vengono reclutati da una creatura misteriosa che viaggia su un aquilone, una sorta di messaggero alato, e vengono portati nel mondo de La tempesta e di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, dove c’è questa lotta tra Mab, Oberon e altri personaggi. Attraverso una serie di avventure, riusciranno a salvare il mondo dalla guerra. È molto bello. E lo aveva scritto in tempi non sospetti, quando ancora non esisteva la guerra in Ucraina. Anche per questo colpisce molto”.
Lo straordinario potere del sogno: oggi che cosa sogna, da artista?
“La salute, perché senza quella non si può andare avanti. E sogno un grande spettacolo con un grande regista. Soprattutto a teatro. Il cinema lo faccio, ma sempre in ruoli piccoli. Non c’è nessuno che scrive per una donna come me. Non esiste una Kathy Bates napoletana. Non so perché. Ci sono più ruoli per donne bellissime e noi finiamo per fare il contorno: questa è la verità. Lo faccio anche perché il mio mestiere mi diverte, ma non è lì che mi realizzo davvero. Preferisco il teatro: mi entusiasma di più perché è più vero. E io sono una donna che cerca la verità”.
E la mancanza di lavoro eventualmente le pesa?
“All’inizio un po’ la sentivo, poi ho imparato a inventarmi sempre qualcosa da fare. Ho concerti da organizzare, il Festival di Positano, ho sempre tanti progetti da mandare avanti. Dico sempre che non organizzo cene a casa ma organizzo il Festival di Positano. Inoltre, sono molto religiosa, frequento la chiesa dei francescani, e lì c’è sempre qualcosa da fare: incontri religiosi, momenti con le amiche, attività da condividere. Quello è uno dei punti fermi della mia vita: le persone che non fanno parte del mio lavoro, quelle che conosco in chiesa e con cui condivido il cibo, un’uscita, un momento insieme. E poi sono molto casalinga. Mi piace sempre di più stare a letto e guardare la televisione. Oggi ancora di più, perché l’età si fa sentire: settant’anni è un numero che impressiona”.
Che cosa guarda in televisione?
“Guardo tutti i programmi più leggeri possibili, perché la televisione mi tiene compagnia. Guardo L’Eredità, ma soprattutto Il paradiso delle signore. Non voglio perdermelo. Mi piace perché racconta il tempo della mia giovinezza, gli anni Sessanta. È una serie leggera. Non perché non si voglia pensare. Quando sento dire che si va a teatro per non pensare, non sono d’accordo: a teatro si va proprio per pensare e non per svagarsi. Mi piace Il paradiso delle signore perché ha quelle storie intriganti che ti lasciano sempre con una domanda in sospeso, come tutte le telenovele. Però è anche molto bello da vedere, con quei colori degli anni Sessanta che mi riportano all’infanzia e alla giovinezza. Forse per questo mi piace tanto”.