Arianna Di Claudio nella serie ‘L’invisibile’ su Messina Denaro: “Racconto l’intimità di chi vive nell’ombra”
In 'L’invisibile' è la compagna di Ram, agente del ROS nella caccia a Messina Denaro: un ruolo intenso, personale, necessario
Nella serie di Rai 1 L’invisibile, Arianna Di Claudio interpreta Benedetta, la compagna di Ram (l’agente del ROS interpretato da Leo Gassmann) in una storia ispirata alla lunga caccia a Matteo Messina Denaro. Un ruolo che potrebbe sembrare ‘di fianco’, e che invece si rivela centrale, soprattutto nella seconda serata, perché mostra il lato nascosto, fragile, umano di chi vive accanto a chi ogni giorno mette la propria vita al servizio dello Stato. Un punto di vista che non si racconta quasi mai. Ma è proprio in quella zona grigia fatta di emozioni trattenute, silenzi, paure e amore, che Arianna Di Claudio trova la sua forza. Cresciuta in provincia di Varese, tra la musica progressive che ascoltava suo padre e la determinazione concreta di sua madre, oggi Arianna Di Claudio vive a Roma e si muove con passo leggero ma deciso nel mondo del cinema. Ha studiato tanto, ha fatto la gavetta vera (tra ristoranti, provini e anni di danza e canto) e, quando parla del mestiere di attrice, non cerca frasi a effetto. Parla di libertà, di responsabilità, di precarietà. Parla della bellezza che si costruisce dentro, giorno dopo giorno. Ma con pragmatismo, come dice lei. In questa intervista in esclusiva per Virgilio Notizie non ci sono scoop da gossip né promozioni in senso stretto: c’è il ritratto autentico di Arianna Di Claudio, un’artista giovane ma già consapevole, che ha scelto di raccontare storie senza filtri, rifiutando la perfezione come obiettivo e abbracciando, invece, l’imperfezione come verità.
Quando ha ricevuto la proposta di interpretare Benedetta, qual è stato il primo pensiero?
“Mi è sembrata subito un’opportunità molto interessante, perché non si trattava soltanto di raccontare la vita di un’agente del ROS nel senso più ‘classico’ del termine (l’aspetto operativo, d’azione, investigativo). L’intento era invece esplorare la sua dimensione privata, più intima e sentimentale, e per me questo era del tutto nuovo. Era un ambito che conoscevo poco, che rappresentava un grande punto interrogativo. Proprio per questo mi ha affascinato: mostrare cosa vivono queste persone, che per certi versi percepisco come dei ‘supereroi’ (li ho conosciuti e alcuni si definiscono così), quando devono fare i conti con la loro parte più umana, emotiva. Quella che non si vede, ma che esiste”.
Il personaggio si ispira a una persona realmente esistente?
“Sì, è ispirato a una figura reale. Anche se non ho avuto modo di conoscerla personalmente, non era possibile. Nonostante questo, ho sentito una grande responsabilità. Quando si porta in scena qualcuno che è esistito davvero, il peso è diverso: non si tratta solo di creare qualcosa con la propria immaginazione, ma di restituire fedelmente una realtà concreta, e farlo con rispetto”.
In particolare, in una scena molto traumatica, dove è molto coinvolta emotivamente: com’è stato per lei girarla?
“Molto difficile. In quel periodo stavo vivendo un innamoramento autentico, quindi la scena ha toccato corde personali. Purtroppo, ho commesso quello che viene considerato un errore: ho iniziato a sovrapporre le mie emozioni a quelle del personaggio. Non saprei dire se mi sono commossa per quello che stava vivendo Benedetta o per ciò che stavo attraversando io. Probabilmente entrambe le cose. Inoltre, ho vissuto lutti importanti nella mia vita, o sono stata vicina a persone che li hanno affrontati. Forse, attraverso quella scena, ho rivissuto anche questo”.
Non è la prima volta che un suo personaggio trae ispirazione da una storia vera: era accaduto anche con la Roberta di Champagne.
“L’immaginazione è importante, certo, ma da sola non basta, soprattutto quando si tratta di storie vere. Penso, ad esempio, nel caso di Roberta, non avevo materiali diretti né video né audio ma solo qualche fotografia pubblicata su alcune riviste. Così ho raccolto testimonianze. Sono andata a Capri, prima delle riprese, e ho parlato con molte persone del posto per capire come la ricordavano, com’era il suo modo di parlare, di muoversi. Ho ricostruito tutto partendo da lì”.
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Per L’invisibile, ha girato in Sicilia. Per una ragazza del Nord, della provincia di Varese, com’è stato confrontarsi con realtà così forti del Sud, come la mafia?
“È stato un impatto molto forte. Conoscevo bene la Sicilia, l’avevo visitata spesso e la amo profondamente, ma entrare in contatto diretto con il mondo della mafia è tutt’altra esperienza. Da dove vengo io, un piccolo paese del Nord, quel tipo di realtà non esiste, o comunque non è così evidente. Durante le riprese ho conosciuto membri del ROS che operano sul campo, anche in contesti molto delicati. Ci raccontavano come si infiltrano, non tanto nelle abitazioni, ma nei contesti sociali, nei gruppi. Usavano proprio il termine ‘infiltrarsi’ e parlavano di veri e propri villain, come li definivano: anch’io ora li descrivo con termini da film, ma le loro storie erano reali. È stato un tuffo in un mondo che conoscevo solo in modo teorico. Per prepararmi ho studiato molto. Sono una grande fan di Roberto Saviano, avevo letto tutto quello che potevo per affrontare il ruolo con il massimo rispetto e la massima preparazione”.
Quello dei ROS è un lavoro di dedizione e, se vogliamo, anche ossessione. A volte anche il suo lavoro di attrice può sfiorare l’ossessione. Come vive questo aspetto?
“L’ossessione mi spaventa un po’, a dire il vero. Ricordo un laboratorio in cui stavamo preparando Zio Vanja e interpretavo Yelena. Avevo lavorato su quel ruolo per tre o quattro mesi, in modo molto intenso. Dovevo immergermi in una Russia che non conoscevo, entrare nella mente di una donna molto distante da me. A un certo punto mi sono resa conto di essere entrata in un meccanismo strano, dal quale sono uscita solo grazie al palco e agli insegnanti. Ma in un altro momento della mia formazione, durante l’accademia di musical, i nostri insegnanti di danza ci ripetevano: ‘Dovete essere ossessionati, altrimenti non arriverete mai alla perfezione’. In quel periodo, ho vissuto una vera ossessione: il tip tap. Lo adoravo. Lo facevo ovunque: in metropolitana, per strada. Era un pensiero costante. Quella sì, è stata una vera ossessione, forse la più forte, anche perché ci veniva quasi richiesta. Ma è un’arma a doppio taglio”.
La parola “perfezione”, che effetto le fa? Conta nel suo percorso?
“Sinceramente? Non significa nulla per me. Proprio nulla. Non è nemmeno una parola che considero parte del mio vocabolario, almeno non nell’accezione in cui la intendono molti. Certo, in alcuni contesti può avere un senso, nella danza classica, per esempio, o in ambienti molto rigorosi. Ma per me, no. Sono cresciuta con un’educazione molto attenta all’immagine: rispetto del galateo, cura nell’apparire. Nei paesi funziona così: si impara presto che bisogna ‘stare bene agli occhi degli altri’, anche senza sapere bene perché. Poi mi sono trasferita a Roma ed è cambiato tutto”.
Com’è stato il passaggio dal paese alla capitale?
“Uno shock, ma anche una liberazione. Non avevo alcuna esperienza nel mondo dello spettacolo, non sapevo come muovermi o come rapportarmi a certe persone. All’inizio ero molto attenta: a come parlavo, a come mi vestivo, persino a come mi sedevo. Volevo fare buona impressione. Ma poi ho capito che quel controllo costante non solo era inutile, ma mi allontanava da me stessa. Quando ho iniziato a essere davvero aderente a chi sono, è cambiato tutto: stavo meglio, e riuscivo a entrare in connessione con gli altri. Oggi mi definirei felicemente… perfettamente imperfetta”.
Che bambina era?
“Sono cresciuta in un paese in provincia di Varese. Ero una bambina che sognava di ballare, ma vivevo in un contesto con pochi stimoli. Non c’erano scuole importanti, né vere opportunità. Però, in un certo senso, sono stata fortunata, anche se non è una parola che uso spesso o che amo”.
In che senso?
“Per quanto riguarda la mia famiglia, ho avuto davvero una grande fortuna. I miei genitori hanno un gusto musicale fortissimo. In particolare, mio padre. Sono cresciuta in una casa dove si ascoltava di tutto: progressive rock, jazz… c’era sempre musica, e sempre di qualità. Quindi, anche se il paese offriva poco a parte la natura, io avevo quel rifugio, quel mondo parallelo. Non ho mai fatto sport, non mi interessavano: sempre e solo musica.
Papà Costantino e mamma Silvia le lasciavano libertà di seguire le sue passioni?
“Sempre. Mi hanno lasciata completamente libera. Potevo persino disegnare sui muri di casa. Non c’erano limiti al modo in cui potevo esprimermi. E questo, secondo me, è stato fondamentale. Non ero una bambina timida, anzi. Ero molto determinata in quello che sentivo e provavo. Proprio perché avevo lo spazio per esplorare, per capire cosa mi facesse stare bene, e seguirlo senza paura.
È stato facile per lei lasciare la provincia e trasferirsi a Roma? Cosa ha vissuto nei primi tempi?
“I primi giorni sono stati durissimi. Piangevo spesso. Ero molto giovane e ho dovuto imparare tutto da sola. Dovevo farcela, anche se avevo un sogno forte a cui aggrapparmi. All’inizio ero anche arrabbiata con il mio paese, forse perché arrivavo a Roma con aspettative altissime. Avevo paura, uscivo molto, anche troppo, proprio per distrarmi e non pensarci. Non avevo una casa sicura, dovevo mantenermi da sola. Era tutto nuovo, e spaventoso”.
E poi?
“È cambiata la mia percezione. Dopo quattro mesi a Roma, sono tornata al paese e mi sono sentita arrabbiata. Tutto mi sembrava fermo, immobile. Non capivo come fosse possibile che nulla fosse cambiato, nemmeno nella mentalità delle persone. Ma oggi, a distanza di tempo, proprio quella staticità mi dà conforto. È diventata una certezza. So che nel mio paese tutto resta com’è. Al massimo cambia la posizione di un negozio. E questo mi rassicura. A Roma tutto corre, tutto cambia di continuo e non è certo che ritroverò sempre le stesse cose, reali o metaforiche che siano”.
Negli ultimi tempi, però, qualcosa nella sua vita è cambiato. Ha progetti importanti all’orizzonte, un film che uscirà al cinema, La casa in fiamme, un altro su piattaforma (Il ministero dell’amore) e una serie internazionale ancora top secret. C’è stato un momento in cui ha sentito che il sogno si stava concretizzando?
“Sì, c’è stato. Vivo a Roma da cinque anni. Per un po’ ho continuato a lavorare nei ristoranti, come avevo sempre fatto: sono cresciuta in un ristorante, con mio padre. A un certo punto, un mio datore di lavoro, Fabio, mi ha detto: ‘Arianna, se vuoi fare questo mestiere sul serio, devi iniziare a vederti in modo diverso. Lascia questo lavoro. Trova qualcosa più vicino al tuo ambito’. E il suo è stato un consiglio fondamentale: da quel momento è cambiato tutto”.
In che modo?
“Quando ho lasciato la ristorazione, sono arrivate opportunità che nemmeno immaginavo esistessero. Per esempio, ho lavorato a un progetto legato a una residenza artistica per filmmaker rifugiati. Facevo da coordinatrice. È stato un lavoro straordinario: non solo non sapevo che esistesse, ma mi ha anche aperto la mente. Poi è arrivato Gianni Chiffi, il mio agente…”.
Che cosa ha rappresentato per lei l’incontro con il suo agente?
“È stato un punto di svolta fondamentale. È la prima persona che mi ha dato fiducia: ‘Ok, io in te ci credo’. Dopo tre o quattro mesi che lavoravamo insieme, è arrivato il ruolo da protagonista. È successo tutto molto in fretta. Ma non mi sono montata la testa: rimango con i piedi per terra. Sono una persona pragmatica: mi concedo di sognare, ma senza mai perdere contatto con la realtà. E questo atteggiamento mi ha aiutata. Quando poi le cose accadono davvero, sono pronta ad accoglierle”.
Quindi, più pragmatismo che speranza?
“Del tutto. Perché so che, qualsiasi cosa succeda, so reggermi in piedi. E ora che il lavoro sta andando bene, penso che tutte quelle ore passate a studiare, a faticare… siano valse la pena”.
Quanto è stato importante trovare l’agente giusto?
“Moltissimo. Prima di Gianni ho avuto altri agenti, ho iniziato addirittura con il management di Elio e le Storie Tese. Cesareo, in particolare, mi ricordava uno zio: era un rapporto quasi familiare. Ma con Gianni è diverso. Ti accompagna davvero: ti chiede come stai, come ti sei sentita dopo un provino, che direzione vuoi prendere. È presente, affettuoso, protettivo. E mi fido del suo gusto, delle sue scelte. Negli anni ha dimostrato di avere un occhio incredibile, lavora con artisti di grande livello. Mi sento seguita, e al sicuro”.
Ogni mestiere porta con sé delle paure. Ce n’è una che la preoccupa in particolare?
“Mi spaventa molto la precarietà. È una condizione comune a tanti, non solo nel nostro settore, ma qui è particolarmente evidente. Un giorno arriva un sì, il giorno dopo un no, o un ‘forse’. Ed è difficile, perché ho sempre lavorato tanto, anche prima di intraprendere questo percorso. Ho sempre avuto bisogno di certezze. Ma questa è una professione che non te ne offre. Ci si innamora di qualcosa che, per definizione, resta un’incognita. E so che questa sensazione non svanisce, nemmeno per chi lavora da trent’anni. Lo sento dire anche da attori affermati”.
Oltre alla precarietà, c’è qualcos’altro che la mette in crisi?
“Ho una grande paura di non riuscire a restituire bene una storia. Quando il racconto è importante, magari anche delicato, se non riesco a portarlo sullo schermo con il rispetto e la profondità che merita, per me è un dolore vero. Anche se magari il pubblico non se ne accorge, io lo sento. Mi pesa. Non è solo una questione professionale, è anche una responsabilità etica. E questa è una battaglia che posso affrontare solo lavorando su me stessa. Diversamente dalla precarietà, che non dipende da me”.
La spaventa anche l’esposizione della vita privata? O il rischio di perdere libertà?
“Sì, è un aspetto che ho iniziato a vivere da poco, da quando sto con il mio compagno, anche lui sotto i riflettori: prima non ci pensavo ma adesso… capita di essere in un autogrill, fare un gesto spontaneo, e rendersi conto che qualcuno potrebbe scattare una foto. Ti senti osservata. Quest’estate eravamo in campeggio, in tenda, e una signora ci ha riconosciuti. Ha iniziato a chiederci dove alloggiavamo, se avevamo preso il bungalow e ogni tanto passava a ‘controllare’. Per me, che ho sempre vissuto la vacanza come uno spazio di totale libertà, è stato straniante. Ti accorgi che quella libertà comincia un po’ a sfumare e diventa tutto più condizionato”.
Lei che ha cominciato con la danza, che relazione ha oggi con il suo corpo e con la sua femminilità?
“Fino ai quattordici anni non mi percepivo affatto come ‘bella’. Ma il mondo dopo me l’ha fatto notare. E da quel frangente, fino ai diciannove, ho iniziato a concentrarmi molto sull’aspetto fisico. Ricordo che mia sorella mi diceva: ‘Ma perché stai sempre allo specchio?’. Poi, però, è successo qualcosa. Mi sono accorta che molte persone, soprattutto uomini, si relazionavano con me partendo solo da quello: la bellezza. Senza nemmeno provare a capire chi fossi. E a quel punto mi sono stancata. Ho deciso di concentrarmi su tutto il resto. Per me oggi la bellezza è un’altra cosa”.
Cioè?
“Per me la vera bellezza è interiore. È quello che porti dentro. Ho scelto di lavorare su chi sono, su chi voglio diventare. Voglio stare bene. E anche se non mi considero una persona particolarmente tormentata o intellettualoide, penso che l’esistenza sia già abbastanza complicata. Tanto vale viverla nel modo più sereno possibile. Oggi ho un rapporto sereno con me stessa proprio perché ho imparato a guardarmi dentro. E poi ho la fortuna di frequentare donne splendide, di tutte le età, che ogni giorno mi ricordano quanto la bellezza autentica sia quella che non si vede. Lo so, può sembrare una frase fatta. Ma è la verità”.
Qual è stata la donna più importante della sua vita?
“Ne ho tante, soprattutto artisticamente. Potrei dire Cher oppure Ornella Vanoni, Milva, tutte donne fortissime, ispiranti. Ma se parliamo della vita vera, allora la risposta non può essere che una sola: mia madre Silvia. È una donna straordinaria. Fa l’assessora alla cultura nel nostro paese. E lo fa in un territorio dove l’arte non è considerata una ‘risorsa economica’, motivo per cui viene spesso relegata in fondo alle priorità. Lei invece lotta: porta artisti, organizza eventi, vince bandi. È tenace, concreta, instancabile. Per anni non l’ho capita, perché è molto meno romantica di me. Ma oggi vedo quanto è forte. È come un’agente: non fa arte ‘poetica’, fa arte che funziona. E la rende accessibile.
È da sua madre che allora viene anche il suo pragmatismo?
“Sì, senza dubbio. Ma anche da mio padre. Solo che entrambi non sono persone che amano parlare molto. Quando mi perdo nei miei discorsi, nei miei slanci, mi riportano subito con i piedi per terra. Anche ora che il mio ingresso nel cinema è avvenuto con registi davvero importanti, a cui sono molto grata: Luca Vendruscolo, Giacomo Ciarrapico e Pif, con Giuseppe G. Stasi e Giancarlo Fontana, e con Cinzia TH Torrini. Ma anche con Michele Soavi per L’invisibile ho fatto un bellissimo percorso. Ho avuto la fortuna di essere introdotta in questo mondo da persone che sanno davvero fare cinema, e che sanno anche come farti sentire a tuo agio. Non è scontato, ed è giusto riconoscerlo”.
Ufficio stampa: La Palumbo Comunicazione