Cashmere cucito da schiavi nei lager tessili di Milano: botte, clandestini e dormitori nei sotterranei
Azienda di alta moda di Milano sotto amministrazione giudiziaria per sfruttamento lavorativo e caporalato: deferiti titolari e sospese attività.
E’ di 2 titolari deferiti all’Autorità Giudiziaria, 21 lavoratori identificati e oltre 240.000 euro tra ammende e sanzioni il bilancio di un’operazione condotta dai Carabinieri del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Milano contro il sfruttamento lavorativo nel settore dell’alta moda. Un decreto di amministrazione giudiziaria è stato emesso dal Tribunale di Milano su richiesta della Procura, dopo che sono state riscontrate gravi irregolarità nella filiera produttiva di una nota azienda del comparto. L’intervento è stato motivato dall’incapacità dell’azienda di prevenire e contrastare fenomeni di sfruttamento e caporalato nei processi di produzione.
Le indagini e la fonte della notizia
Come indicato dal portale ufficiale dei Carabinieri, l’operazione ha preso avvio a seguito di una denuncia presentata da un lavoratore di origine cinese nel maggio 2025. L’uomo aveva segnalato episodi di sfruttamento e lesioni subite dal proprio datore di lavoro, anch’egli cittadino cinese, dopo aver richiesto il pagamento di stipendi arretrati. L’aggressione aveva causato lesioni giudicate guaribili in 45 giorni. Da questa segnalazione sono partiti controlli approfonditi sulle modalità di produzione, confezionamento e commercializzazione dei capi di abbigliamento commissionati dall’azienda di alta moda.
La filiera produttiva sotto la lente: subappalti e opifici cinesi
L’inchiesta ha permesso di ricostruire una complessa catena di subappalti. L’azienda committente, attiva nel settore dell’alta moda, si occupava esclusivamente della prototipazione dei capi – tra cui giacche in cashmere – affidando la produzione su larga scala a una società priva di reali capacità produttive. Questa, a sua volta, esternalizzava il lavoro a un’altra azienda, che per ridurre i costi ricorreva a opifici gestiti da cittadini cinesi. Il sistema, secondo gli investigatori, era finalizzato ad abbattere i costi di produzione attraverso il ricorso sistematico a manodopera irregolare e clandestina, in condizioni di sfruttamento.
Condizioni di lavoro: irregolarità e violazioni
Durante le verifiche presso alcuni opifici nel territorio milanese, i Carabinieri hanno identificato 21 lavoratori, di cui 10 occupati in nero – tutti di etnia cinese – e 7 risultati anche clandestini sul territorio nazionale. Nei laboratori di produzione effettiva sono emerse condizioni di sfruttamento: pagamenti inferiori ai minimi contrattuali, orari di lavoro non conformi, ambienti insalubri e gravi violazioni in materia di sicurezza, come l’omessa sorveglianza sanitaria e la mancata formazione dei dipendenti. Inoltre, la manodopera veniva ospitata in dormitori abusivi, privi dei requisiti igienico-sanitari minimi.
Il ruolo delle società cartiere e la fatturazione fittizia
L’indagine ha portato alla luce anche l’esistenza di una società “cartiera”, costituita ad hoc senza dipendenti, che si occupava esclusivamente di emettere fatture per operazioni inesistenti. Questo meccanismo aveva lo scopo di schermare la produzione effettiva, svolta in regime di sfruttamento, e di rendere più difficile l’individuazione delle responsabilità lungo la filiera. La ditta subappaltatrice è stata così coinvolta anche per il reato di fatturazione per operazioni inesistenti.
Provvedimenti e sanzioni: sospensione delle attività e deferimenti
A seguito degli accertamenti, sono stati deferiti all’Autorità Giudiziaria 2 cittadini cinesi, titolari di altrettante aziende, per caporalato e altri reati. Uno dei due, già querelato dal lavoratore sfruttato, è stato arrestato in flagranza di reato. Sono stati inoltre segnalati 7 lavoratori non in regola con la permanenza e il soggiorno in Italia, e 2 titolari italiani dell’azienda sub-affidataria per violazioni delle norme sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Per 2 opifici cinesi è stata disposta la sospensione dell’attività a causa delle gravi violazioni riscontrate.
Ammende e sanzioni amministrative
Le irregolarità accertate hanno comportato l’irrogazione di ammende per un totale di 181.482,79 euro e sanzioni amministrative pari a 59.750,00 euro. Questi provvedimenti si aggiungono alla sospensione delle attività per gli opifici coinvolti, a testimonianza della gravità delle violazioni riscontrate dagli inquirenti.
Un fenomeno diffuso nella moda milanese
Il caso si inserisce in una più ampia attività di controllo che, nei mesi precedenti, ha già visto l’adozione di analoghi provvedimenti nei confronti di altre aziende del settore dell’alta moda. Le indagini dei Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del Gruppo per la Tutela del Lavoro di Milano hanno evidenziato come il ricorso a subappalti e manodopera irregolare rappresenti una pratica diffusa, finalizzata alla massimizzazione dei profitti a scapito dei diritti dei lavoratori e della legalità.
La posizione della giustizia e le garanzie per gli indagati
Va sottolineato che il procedimento penale per caporalato si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le responsabilità degli indagati saranno definitivamente accertate solo in caso di sentenza irrevocabile di condanna, nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento.
Impatto e prospettive future
L’operazione condotta a Milano rappresenta un segnale forte nella lotta al sfruttamento lavorativo e al caporalato nel settore della moda. Le forze dell’ordine hanno ribadito l’importanza di controlli sistematici e di una maggiore attenzione da parte delle aziende committenti nella selezione dei fornitori e nel rispetto delle normative vigenti. Solo così sarà possibile garantire condizioni di lavoro dignitose e tutelare i diritti dei lavoratori, contrastando efficacemente le pratiche illegali che ancora oggi caratterizzano alcune filiere produttive.
IPA
Il presente articolo è stato redatto con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale e con una successiva verifica e valutazione umana.