Cavo Dragone parla della leva militare volontaria e svela cosa serve all'Italia per difendersi dalle minacce
L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, comandante Nato, invoca una leva militare volontaria con professionisti di alto profilo adeguatamente remunerati
La leva militare obbligatoria in Italia non tornerà, parola dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare Nato. C’è, però, spazio per una leva militare volontaria con personale in grado di fornire risposte operative di alto livello, rapide e coordinate con gli alleati internazionali. Ma, soprattutto, per l’ammiraglio le Forze Armate vanno svecchiate: servono innovazione tecnologica, aggiornamento continuo e razionalizzazione dei processi, fra le altre cose.
- La nuova leva militare in Italia secondo Cavo Dragone
- Guerra ibrida e cybersicurezza
- Il ruolo delle Forze Armate
- Chi è Giuseppe Cavo Dragone
La nuova leva militare in Italia secondo Cavo Dragone
La nuova leva militare in Italia, viene spiegato, dovrebbe prevedere percorsi volontari, brevi e con richiami periodici. Lo scopo sarebbe anche quello di creare riserve qualificate, da chiamare in servizio all’occorrenza.
L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone è oggi al centro del dibattito, e delle polemiche politiche, per le dichiarazioni rese al Financial Times, in cui ha parlato dell’ipotesi di cyber-attacchi preventivi contro la Russia.
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L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del comitato militare Nato
Polemiche su cui ha soffiato la Lega di Matteo Salvini, mentre Antonio Tajani di Forza Italia ha provato a spegnerle suggerendo di non soffermarsi sulla “traduzione in italiano”, ma su ciò che ha detto l’ammiraglio in “inglese”. Anche Guido Crosetto ha fatto il “pompiere”, sostenendo che Dragone è stato mal interpretato.
Dialogando con Il Foglio, l’alto ufficiale ha raccontato cosa serve all’Italia per svecchiare la Difesa.
Degli attacchi preventivi contro la Russia il generale non ha voluto parlare: con il quotidiano italiano si è soffermato a discutere sulla riforma della leva militare.
Per prima cosa – ha spiegato l’ammiraglio – l’Italia deve riscoprire capacità operativa e rapidità nelle risposte. Vanno poi incrementate la interoperabilità con gli alleati e la capacità di operare in sistemi complessi.
L’adeguamento tecnologico continuo è considerato basilare, così come il reclutamento di personale altamente specializzato, ben formato.
È definitivamente tramontata l’epoca del vecchio servizio di leva italiano, con giovanissimi soldati spesso svogliati e poco professionalizzati.
“Lavorare nella Difesa significa contribuire alla sicurezza collettiva, non solo ‘fare il militare'”, puntualizza l’Ammiraglio.
All’Italia, spiega l’ammiraglio, servono anche forze di riserva credibili e meccanismi che aumentino la resilienza del Paese.
Guerra ibrida e cybersicurezza
Un capitolo specifico meritano le minacce cyber, che sono in costante evoluzione e che fanno parte della guerra ibrida che la Russia sta muovendo all’Occidente ormai da anni.
Per Giuseppe Cavo Dragone servono investimenti in tecnologie, procedure, formazione, cooperazione pubblico-privato e cultura della sicurezza digitale. Qualcosa già si è mosso: a settembre è stato presentato il Ddl Minardo, volto a permettere all’Italia di poter competere con maggiore prontezza nel campo della cybersicurezza.
Il ruolo delle Forze Armate
Secondo l’ammiraglio è necessario attrarre nuove figure nella Difesa tramite percorsi di carriera più flessibili, maggiore scambio con il settore civile e formazione congiunta con università e industria.
Ma è anche importante saper comunicare la visione e il valore delle Forze Armate. “Serve comunicare meglio il senso di scopo”, dice l’ammiraglio.
Ma i soldati devono essere gratificati, anche sul piano economico perché ricoprono una posizione “rischiosa e fatta di grandi sacrifici. Questo deve essere coerentemente riconosciuto, anche in termini retributivi“.
Chi è Giuseppe Cavo Dragone
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