Cecchini Sarajevo, "pacchetti" venduti a 5 italiani per sparare ai civili, bimbi compresi: il tariffario choc
La magistratura milanese ha aperto un'inchiesta per trovare gli italiani che nel 1994 andavano a Sarajevo pagando per sparare ai civili
La procura di Milano ha aperto un’inchiesta per identificare i cosiddetti “cecchini turistici“, cittadini italiani che, tra il 1992 e il 1994, durante l’assedio di Sarajevo, compravano dall’esercito serbo la possibilità di appostarsi sulle colline della città e sparare ai civili bosniaci. Nel tariffario anche un prezzo più alto per poter uccidere bambini.
- Cosa erano i "safari della morte" di Sarajevo
- L'intervento del Sismi e l'inchiesta della procura di Milano
- Le voci tra stampa e civili durante l'assedio
- Le reazioni delle istituzioni
Cosa erano i “safari della morte” di Sarajevo
Secondo quanto rivelato alla procura di Milano dallo scrittore Ezio Gavazzeni, tra il 1992 e il 1994 diversi italiani avrebbero pagato l’esercito serbo-jugoslavo per appostarsi sulle colline che sovrastano Sarajevo e uccidere militari e civili con fucili da cecchino.
Accadeva durante l’assedio della città, durante la guerra nei Balcani seguita alla disgregazione della Jugoslavia. Gli italiani si recavano a Trieste dove una compagnia aerea serba li portava a Belgrado. Da qui venivano trasportati in elicottero fino a Sarajevo.
Dalle conversazioni di Gavazzeni con un ex membro dei servizi segreti bosniaci sarebbe emerso anche un tariffario. Sparare ai civili adulti era gratis. I militari costavano l’equivalente di 60.000 euro odierni a testa. I bambini 100.000.
L’intervento del Sismi e l’inchiesta della procura di Milano
Nel 1994 il servizio segreto militare italiano, che ai tempi si chiamava Sismi, sarebbe intervenuto ponendo fine al “Safari” bloccando i “cecchini del weekend”, ma la magistratura non fu avvisata.
A seguito delle rivelazioni di Gavazzeni, la procura di Milano ha ora aperto un’indagine per omicidio volontario aggravato dai motivi abbietti e dalla crudeltà.
I magistrati hanno acquisito documenti della Corte penale internazionale e avrebbero individuato 5 italiani responsabili, provenienti da Torino, Milano e Trieste.
Le voci tra stampa e civili durante l’assedio
Già nel 2014 il libro I bastardi di Sarajevo aveva esposto i “Safari umani” nella capitale bosniaca durante l’assedio. Nel 2022 poi un documentario sloveno, Sarajevo Safari, aveva riportato la questione all’attenzione dell’opinione pubblica, con interviste ai testimoni.
Il regista del documentario, Miran Zupanic, ai tempi confermò all’Ansa:
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I cecchini erano stranieri, venivano da tutta Europa. C’erano anche italiani, pagavano ai checkpoint gestiti dai paramilitari serbi sia in Croazia sia in Bosnia per poi passare un fine settimana a sparare sui civili.
Anche il giornalista triestino Fausto Biloslavo ha ricordato che, tra i giornalisti, circolava la voce che tra i cecchini di Sarajevo ci fossero stranieri paganti. Intervistato a Mattino Cinque, ha dichiarato:
I cecchini dalle colline delle postazioni serbe ci sparavano addosso. Circolava la voce che ci fossero dei pazzi, dei criminali di guerra che pagavano per sparare sulla gente di Sarajevo.
Le reazioni delle istituzioni
Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha commentato la vicenda, che riguarda in particolare la città di Trieste, come punto di partenza dei cecchini, dicendo:
Aspettiamo tutte le verifiche del caso, ma che qualcuno paghi per divertirsi ad ammazzare è qualcosa di inumano, che nemmeno nei film dell’orrore ci si può immaginare.
L’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic ha ricordato di aver già presentato un esposto alla magistratura locale contro le persone già identificate coinvolte nell’organizzazione dei “safari”.
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