Cecilia Sala rivela i terribili dettagli della prigionia in Iran: "Sono crollata alla gru delle impiccagioni"
Cecilia Sala ha rivelato dei dettagli agghiaccianti inediti relativi alla prigiona in Iran nel carcere di Evin
Cecilia Sala ha rivelato dei dettagli inediti relativi alla sua detenzione in Iran nella terribile prigione di Evin. La giornalista 30enne è stata arrestata il 19 dicembre 2024 in un albergo di Teheran. Si trovava nel Paese con un regolare visto giornalistico. Le autorità iraniane hanno giustificato l’azione affermando che Cecilia Sala era stata catturata “per aver violato le leggi della Repubblica islamica dell’Iran”. In realtà la giovane è stata fermata come rappresaglia della detenzione a Milano dell’ingegnere Mohammed Abedini Najafabadi. In seguito ai negoziati fra i governi, l’8 gennaio 2025 la giornalista è stata liberata.
- Cecilia Sala rivela i dettagli terribili della prigionia in Iran
- Come vengono trattati i detenuti nel carcere di Evin
- Il momento peggiore davanti alla gru delle impiccagioni: "Mi sono fatta sedare"
Cecilia Sala rivela i dettagli terribili della prigionia in Iran
Cecilia Sala ha descritto alcuni dettagli dei suoi giorni trascorsi in carcere nel libro ‘I figli dell’odio?’. Intervistata dal Corriere della Sera, ha raccontato che mentre si trovava in albergo dei militari iraniani sono entrati nella sua camera prendendole soldi, passaporto e telefonino. Poi l’hanno incappucciata e condotta in carcere.
Sul telefonino aveva molti contatti, anche quelli con i dissidenti. “Ma erano contatti protetti – ha rivelato -, che non sono riusciti a scoprire. In ogni caso, sapevo che l’unico modo per salvarmi era negare tutto. E non confessare nulla. Anche se non sapevo quanto sarei stata prigioniera — settimane? Mesi? Anni? —, e quanto avrei potuto resistere”.
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Poi l’ingresso a Evin. La giornalista romana ha narrato che immediatamente si capisce di essere in un luogo infernale: “Ti spogliano. Devi fare il solito squat nuda. Sul pavimento sotto il metal detector sono dipinte le bandiere americana e israeliana, che devi calpestare. Gli uomini vengono picchiati. Tutti, sistematicamente. Le celle per gli interrogatori sono chiuse e insonorizzate, ma a volte vengono aperte, e senti le grida dei torturati. Anche le donne a volte vengono bastonate. A me non è accaduto”.
Sala ha proseguito spiegando che sul muro della sua cella c’era una grande macchia di sangue versata dalla donna che l’aveva preceduta. Probabilmente si era fatta del male da sola, in preda alla disperazione, come molte altre detenute. Cecilia ha capito che cosa accade nel carcere quando è stata lasciata aperta la feritoia della sua cella e la feritoia di quella di fronte.
“Potevo non vedere ma sentire la mia compagna di prigionia – ha ricordato -. E la sentivo prendere la rincorsa, per quanto si possa fare in un loculo di due metri, e gettarsi con tutte le sue forze con la testa contro la porta blindata. Sperando di fracassarsi il cranio e morire“.
Nella cella non c’era nulla, nemmeno un materasso. Solo un secchio di acciaio per i bisogni, “in alternativa al cesso alla turca dove talora mi portava la guardia. Nient’altro, tranne la macchia di sangue”. Sala ha aggiunto che non le hanno lasciato niente dei suoi oggetti personali, nemmeno gli occhiali o le lenti a contatto.
Come vengono trattati i detenuti nel carcere di Evin
“Il tempo è iperdilatato – ha raccontato la 30enne sempre a proposito dei giorni vissuti in carcere in Iran -. Ti sembra sia passata un’ora, ma sono passati solo dieci minuti. Giorno e notte non esistono. La luce è sempre accesa, quindi non riesci a dormire. È tutto studiato per spezzarti e ottenere da te quello che vogliono. Una condizione predisposta per farti impazzire, per farti venire i pensieri peggiori, per indurti a dubitare di tutto e tutti. Non hai niente con cui distrarti. Puoi solo addentrarti nelle tue paure. Una tortura bianca“.
Sala ha raccontato che i suoi aguzzini volevano che confessasse di essere una spia, in quanto per un eventuale scambio di prigionieri una spia vale più di una giornalista. Lei, però, non ha ceduto. Sapeva che se avesse confessato, rischiava di aggravare la sua situazione.
“Io – ha spiegato – conoscevo la storia dell’iraniano di cittadinanza svedese che, indotto dopo due anni a confessare il falso, da otto anni è rinchiuso a Evin nel braccio della morte, ridotto a un fantasma. Certo, io ho dovuto resistere soltanto ventuno giorni. Se i tuoi sono bravi a liberarti, ce la fai. Per questo io sono stata fortunata. Ma se ti spezzano, e tu confessi, allora è finita”.
Ha sostenuto diversi interrogatori con uomini che parlavano in inglese e in italiano. “Sono molto bravi, dal loro punto di vista. Finti premi, finte speranze, affinché poi la batosta faccia più male. Ti illudono, e ti terrorizzano”, ha dichiarato.
Il momento peggiore davanti alla gru delle impiccagioni: “Mi sono fatta sedare”
Spazio poi al momento peggiore vissuto, quando cioè l’hanno fatta uscire dalla cella, bendata e incappucciata come sempre, aggrappata al bastone della guardia per non cadere. Una volta tolta la benda e il cappuccio si è trovata davanti a una gru. “È quello che facciamo alle spie”, le hanno detto, riferendosi alle impiccagioni.
“È una cosa che sappiamo tutti – ha continuato a riflettere la 30enne -, ma assicuro che vedere la gru delle impiccagioni lì, nel cortile del carcere, è stata durissima. Ho avuto una crisi di panico, e per una volta, anche se mi ero ripromessa di non farlo mai, ho accettato di essere sedata”.
Quando alla giornalista è stato chiesto se gli iraniani pensavano davvero che lei fosse una spia, è arrivata la seguente risposta: “Tutti i regimi deboli sono paranoici. Io sono stata presa come ostaggio. Ma questo posso dirlo ora. Allora non sapevo se mi avevano arrestato per qualcosa che avevo scritto — “pubblicità contro la repubblica islamica”, per questo arrestano i giornalisti iraniani —, o se davvero potessero pensare che fossi una spia. Una volta che ti hanno in pugno, vagliano tutte le ipotesi, e cercano di ottenere tutto quello che possono”.
Infine, Sala ha detto di essere grata a tutti coloro che hanno lavorato per la sua liberazione, tra cui “i servitori dello Stato che sono venuti prendermi a Teheran, e Meloni“.
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