Claudia Tranchese, l'intervista all'attrice da Gomorra a La Preside: “La bellezza espone, ma non ho più paura”

In "La preside" è una docente empatica e forte. Qui racconta la scuola, la fragilità, e il coraggio di accettarsi davvero

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Ci sono persone che riescono a portarsi dietro tutto, anche quando non si vede: Claudia Tranchese è una di quelle. Lo intuisci dal modo in cui sceglie le parole, dalla calma con cui le lascia arrivare, dal pudore con cui parla di sé. Non c’è esibizione, mai. Ma c’è una presenza piena, che si fa sentire anche nei silenzi. Attrice sensibile, cresciuta tra danza, disciplina e una laurea in Sociologia, ha fatto della recitazione un rifugio e una forma di verità. “Mi ha aiutata a sopravvivere”, dice. Perché vivere sentendo tutto, sempre, non è semplice. E se non impari a proteggerti, rischi di perderti. Claudia Tranchese ha imparato a non chiudersi, ma a scegliere. A trasformare quella vulnerabilità in ascolto, quella fame di senso in presenza. In La preside, la nuova serie di Rai 1 con Luisa Ranieri, interpreta Carla Cozzolino, una giovane insegnante che torna nel quartiere dove è cresciuta per insegnare. Ma più che insegnare, Carla prova a restare. A esserci davvero, per i suoi studenti e per sé. La serie è ispirata alla storia vera di Eugenia Carfora, preside dell’Istituto superiore ‘Francesco Morano’ di Caivano, simbolo di una scuola che non si arrende. E il personaggio di Claudia Tranchese nasce proprio da quel mondo, da quei luoghi, da quella idea di educazione come atto radicale. Carla è dolce ma decisa, empatica ma solida. Non ha bisogno di alzare la voce per farsi rispettare. E nel suo modo di stare in aula – e nel mondo – c’è qualcosa che parla anche della donna che la interpreta. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Claudia Tranchese racconta il legame personale che la unisce al ruolo: il rapporto con la scuola, con i professori che lasciano il segno, con le emozioni che fanno paura ma vanno attraversate. Parla della bellezza, che oggi non vive più come qualcosa da temere. Parla della sorellanza, dentro e fuori dal set. E di quanto sia importante sentirsi visti, soprattutto quando si è fragili. Con una lucidità mai fredda e una dolcezza mai ingenua, ci accompagna dentro una riflessione più ampia su chi siamo, cosa scegliamo di mostrare, e quanto coraggio ci voglia, a volte, solo per dire: “sto male”.

Un aspetto che colpisce subito del suo personaggio, Carla Cozzolino, è la straordinaria dolcezza con cui viene presentata. È una professoressa che, dopo un’estate complessa sul piano personale, si ritrova in una posizione quasi da braccio destro della preside Eugenia. Cosa l’ha attratta di Carla?

“Prima di tutto, è la prima volta che interpreto una professoressa, e questo mi ha fatto davvero molto piacere. Mia madre è insegnante d’inglese, quindi ho avuto un modello vicino: ho vissuto attraverso di lei la vocazione all’insegnamento. Per lei la responsabilità verso i ragazzi viene prima di tutto: se ha promesso un compito in classe, lei lo fa. È cresciuta con questo senso profondo del dovere. Quindi, quando è arrivato il provino per Carla, mi sono emozionata subito. Avevo già visto il documentario di Domenico Iannacone, Che ci faccio qui?, su RaiPlay. In uno dei frammenti c’era la preside Eugenia Carfora che presentava una professoressa di matematica. Mi ha colpito tantissimo: questa donna era nata e cresciuta in quel quartiere, e nonostante ne conoscesse bene tutte le difficoltà, aveva scelto di restare. Quella compostezza, quella dedizione… mi avevano toccata profondamente. Mi sembrava una figura così forte, che sceglie di mettere la propria conoscenza del contesto a disposizione di un progetto educativo impegnativo. Quando ho ricevuto il provino, avevo già quel modello in mente. Ho cominciato subito a costruire il personaggio con grande istinto. Mi era chiaro che fosse una donna con un forte senso di autorevolezza, perché per fare una scelta così radicale – restare lì, in quel quartiere, e mettersi al servizio – devi essere una persona molto centrata, con certezze interiori solide. Mi piaceva l’idea di rappresentare una forma di autorità gentile. Una donna che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, che riesce ad avvicinarsi ai ragazzi con empatia. Anzi, con una gentilezza che è capace di farsi forza”.

Ecco, la parola giusta per me è proprio “gentilezza”. “Empatia” è un termine che tutto significa ma che nulla vuol dire.

“È vero, ma qui non l’ho usata a caso. Credo che si tratti davvero di empatia: lei sa chi ha di fronte, conosce le difficoltà dei suoi studenti. Sa bene quanto coraggio serva a quei ragazzi solo per entrare in aula e sedersi tra i banchi. Quando mi hanno presentato il personaggio in sede di provino, mi hanno detto chiaramente: ‘Lei quel quartiere l’ha vissuto da bambina’. E proprio per questo sceglie di restare. Le confesso che, quando ho letto il provino, mi sembrava tutto troppo vicino a me. Mi sono detta: ‘No dai, non può essere… Ti prego, deve essere mio questo ruolo’”.

Nella serie La preside, la scuola è rappresentata come un luogo di speranza, di riscatto. Un posto in cui è ancora possibile salvare una vita. È d’accordo con questa visione?

“Mentre faceva la domanda, mi è venuta in mente un’immagine: le mie scuole medie. Le ho frequentate nel quartiere 219, a Napoli, una zona costruita dopo il terremoto secondo la legge 219. Sono palazzine periferiche dove furono dislocate tantissime famiglie. In quella scuola le classi erano molto eterogenee. C’erano ragazzi con background familiari molto diversi, alcuni anche molto difficili. Mi colpiva quanto ognuno reagisse in modo diverso agli stessi stimoli. Questo ancora oggi mi emoziona: mi ricorda proprio la figura della preside della serie. Mi inteneriva vedere come i ragazzi che venivano da contesti complicati reagivano spesso con aggressività oppure scappavano, cioè non si presentavano proprio a scuola. Crescendo, ho capito che queste sono reazioni tipiche quando ci si sente in pericolo: o attacchi o fuggi. Per alcuni di loro, anche solo confrontarsi con emozioni o domande come ‘come stai?’ poteva rappresentare qualcosa di spaventoso, di sconosciuto. E ciò che non conosciamo ci spaventa. Per questo oggi capisco quanto la scuola possa essere un luogo delicatissimo, dove personalità fragili e in formazione cercano protezione… oppure scappano se si sentono minacciate. Ed è per questo che penso serva un corpo docente capace di essere autorevole, sì, ma con gentilezza. Qualcuno che non ti faccia sentire inferiore, ma ti faccia desiderare di stare lì, di sentirti all’altezza, come tutti gli altri”.

La risposta che mi ha appena dato mi colpisce perché mostra insieme tre lati di lei: l’attrice, la ragazza che ha vissuto la scuola in prima persona, e la sociologa che per percorso accademico lei è.

“Sì, è vero. Alla fine, questi piani si mescolano dentro di me. Anche se a volte si tende a parlare della scuola con parole molto astratte o teoriche, io ne ho vissuto il valore concreto, sulla pelle, nella mia storia personale”.

claudia trancheseUS Amendola Comunicazione/Zebaki

Che tipo di studentessa è stata?

“Ho sempre avuto una grande fedeltà verso ciò che mi piaceva davvero. Crescendo con la danza – che ho praticato per anni – ho interiorizzato un senso del dovere molto forte. La danza mi ha insegnato una disciplina ferrea: ci sono cose che vanno fatte, punto. Anche quando ti bruciano i muscoli, anche quando non ti piacciono. E questa mentalità me la sono portata anche a scuola. Le materie che non amavo, le studiavo comunque, giusto il necessario per arrivare alla sufficienza e poter andare avanti. Ma quelle che mi appassionavano… le affrontavo con entusiasmo, con amore. Le studiavo come si mangia qualcosa che si adora. Le vivevo con fame”.

Fame e amore, quindi?

“Esatto. Fame vera. Ero capace di prendere nove in filosofia e quattro in matematica, tutto nella stessa pagella. Convivevano queste due parti di me: una piena di entusiasmo, l’altra totalmente impreparata. Ma era sempre una scelta consapevole: ciò che amavo, lo studiavo con passione”.

C’è stato un momento in cui è riuscita a liberarsi da questo senso del dovere?

“Sì, c’è stato un anno al liceo. Intorno ai 16 anni, ho vissuto il mio momento di ribellione. Presi dei debiti in latino, greco e matematica. Non li meritavo tutti, ma avevo bisogno di liberarmi, di concedermi un po’ di caos. Forse fu anche una questione d’orgoglio, ma oggi lo guardo con tenerezza: avevo bisogno di quel periodo. Anche se sapevo che avrei potuto evitarli, quei debiti mi sono serviti. Anzi, li rifarei”.

Forse è una reazione naturale, un’esplosione che ci serve per cercare noi stessi.

“È quel momento in cui senti il bisogno di staccarti da tutto ciò che ti è stato dato come schema. Sentivo proprio l’urgenza di non adeguarmi. Anche in modo ingenuo, ma necessario. E non sono mancati gli scontri con i professori. Il mio quattro in matematica, ad esempio, non era legato a una bocciatura accademica. Avevo fatto copiare un compito a una compagna. Il professore mi chiese a chi l’avessi passato e io decisi di non dirlo. Ne nacque un diverbio, e mi venne dato un quattro, poi tolto. Anche quello era un atto di ribellione, a modo mio. Mi sembrava giusto proteggere chi aveva copiato. Non potevo fare altrimenti”.

Anche a me è successo qualcosa di simile. Mi ricordo un tema d’italiano in cui presi ingiustamente quattro per ragioni che esulavano dal contenuto, lo ricordo ancora oggi.

“La capisco. Anche per me l’italiano era importante, ma paradossalmente non avevo un voto alto. La mia professoressa diceva che scrivevo tutto ‘troppo poetico’. Per me era naturale, spontaneo. Non capivo perché lei vedesse questa mia attitudine come un limite, invece di incoraggiarmi. Ai colloqui diceva a mia madre: ‘Signora, va bene, però Claudia ha questo problema… per lei è tutto poesia’. E questo, invece di farmi desistere, mi spingeva ancora di più a scrivere come mi veniva. Non ho mai capito davvero perché lo considerasse un difetto, ma forse non mi è mai importato. Ho continuato a scrivere seguendo la mia voce”.

Sempre a proposito di insegnanti, quali sono quelli che, nel suo percorso di studentessa, danzatrice o attrice, le hanno lasciato un segno profondo?

“Se posso sceglierne uno, le parlo di un professore del liceo che per fortuna esiste ancora: Don Ginetto. Era il nostro professore di religione, ma era anche laureato in psicologia. Quando entrava in classe, era chiaro che tutto voleva fare tranne che riempirci la testa di nozioni senza prima sapere come stavamo. Ci chiedeva sinceramente come stavamo, e da lì partiva tutto il resto. Parlava di psicologia e finivamo sempre per esplorare temi che ci scuotevano dentro. Mi colpiva per la delicatezza con cui faceva crollare le nostre certezze. Non lo faceva con arroganza, ma con una gentilezza rara. Ci faceva vedere le cose da un altro punto di vista, senza imporci nulla. E poi mi faceva sentire vista. E credo che per un adolescente sentirsi visto sia tutto. Forse è un bisogno universale, dell’essere umano, ma in quella fase della vita in cui tutto è in movimento e confusione, avere qualcuno che ti guarda davvero e ti dice ‘Va tutto bene, è normale’ è una presenza rassicurante”.

“Come stai?”: se la pone ancora oggi come domanda?

“Sì, soprattutto negli ultimi tempi me la pongo con più coraggio. Ho imparato a depotenziare un po’ il senso del dovere che mi ha sempre accompagnata, e oggi riesco a rispondermi in modo più onesto. Credo di aver accettato una parte vulnerabile di me che prima mi spaventava. Dire ‘sto male’ prima mi gettava nel panico, mi faceva sentire fuori controllo. Ora invece riconoscerlo significa semplicemente prendere atto di come sto in quel momento. I sentimenti sono transitori, siamo in un flusso continuo. Se oggi sto male, va bene così. Magari domani andrà meglio. E, se non domani, dopodomani. Dirsi la verità è un atto di coraggio, non più una debolezza”.

È anche un modo per ascoltarsi, no? Così come i ragazzi hanno bisogno di essere visti, anche noi adulti abbiamo bisogno di ascoltarci. Se non lo fanno gli altri, almeno dovremmo farlo noi.

“Mi sarebbe piaciuto che, oltre a Don Ginetto, ci fosse stato qualcun altro nel mio percorso che ci aiutasse a prendere confidenza con quello che sentivamo. Qualcuno che ci insegnasse a dare un nome alle emozioni. Quella che oggi chiamiamo educazione emotiva o sentimentale. Sarebbe stato bello sentirsi dire che ciò che provavamo era normale. Perché sentirlo dai genitori, da adolescenti, è diverso. Certe cose, quando arrivano da qualcuno al di fuori della famiglia, assumono un peso diverso. Ti senti meno giudicato, più libero. In un contesto neutro come la scuola, se un insegnante ti dice che sei legittimato a provare certe emozioni, quella diventa un’esperienza costruttiva. Ti forma”.

Se certe emozioni ci vengono raccontate in casa, rischiamo di vederle come una visione unilaterale. Ma se emergono in classe, accanto a venti coetanei, si apre un confronto. Si attiva il dialogo.

“Sì, perché lì vedi anche come gli altri reagiscono. Ti ci specchi. Non sei più solo nella tua emozione. E anche quel contesto, la scuola, è meno condizionato del sistema familiare. È uno spazio diverso. Serve”.

Oggi, che è adulta, quale sentimento la rende più vulnerabile?

“Direi la bellezza. Sono molto vulnerabile di fronte alla bellezza, in tutte le sue forme: nelle cose, nelle persone, nei sentimenti. Quando mi trovo davanti a qualcosa che mi colpisce profondamente, divento fragile. Lo sento. Mi succede quando sono completamente aperta, senza difese. Parlavo proprio di questo con delle amiche: quando qualcosa mi piace tanto, sento che il mio potere si abbassa. È come se mi spogliassi di tutto, ed è lì che mi sento più esposta. Quando ero più giovane, mostrarmi fragile, soprattutto davanti a qualcuno che mi piaceva, mi sembrava un errore. Avevo paura che, se l’altro se ne fosse accorto, mi avrebbe vista meno forte, meno interessante. Mi difendevo, mi nascondevo dietro mille barriere. Oggi invece dire che qualcosa mi piace, riconoscere l’effetto che quella bellezza ha su di me, mi fa sentire molto più forte. È un atto di presenza. Mostrare la propria emozione, oggi, per me, è un gesto di coraggio”.

Questa consapevolezza arriva anche grazie alla recitazione?

“In parte sì. Il mio lavoro contribuisce, perché lo vivo con grande coinvolgimento emotivo. Ma è anche il frutto di un percorso personale molto profondo. Faccio psicoterapia da anni. Ed è stato un viaggio importante, che mi ha aiutata a conoscermi davvero. Quando entri in certi territori con lucidità e disponibilità emotiva, inizi a vederti in modo più chiaro”.

La bellezza la rende vulnerabile. Ma solo quella che vede negli altri o anche la sua?

“Grazie per questa domanda. Anche se le confesso che è quella che mi mette più in difficoltà. Sto lavorando molto su questo tema. E non ho una risposta definitiva, perché è una relazione in costruzione, quella con la mia bellezza. Ci sono cose che mi riconosco e di cui sono orgogliosa: abilità, capacità che ho affinato nel tempo. Se invece parliamo di bellezza esteriore, le dico che se domani mi chiedessero di interpretare un personaggio che richiede una trasformazione radicale, ne sarei felice. Amo perdermi nei personaggi. Amo diventare qualcun altro. Non mi interessa essere ‘bella’ davanti alla macchina da presa. Lì mi affido totalmente a chi si prende cura del mio aspetto: trucco, parrucco, costumi”.

Ha scelto un percorso che l’ha messa a confronto costante con il corpo. Prima la danza, dove era padrona dello strumento corpo. Ora la recitazione, dove il corpo è sempre strumento, ma spesso al servizio della visione di altri. Ha dovuto fare uno switch, da padrona a ospite del suo corpo.

“Ed è una delle cose che amo di più di questo lavoro. Nella danza il corpo era tutto: strumento, linguaggio, limite e possibilità. Era sotto il mio controllo. Nel mio lavoro da attrice, invece, il corpo diventa la casa di qualcun altro: mi metto a servizio. Quando interpreto un personaggio, non mi interessa uscire bene o male nelle immagini. Quello che mi importa è ‘funzionare’. La bellezza per me non è come appaio, ma quanto il mio corpo riesce a rendere vero un personaggio. Se potessi eliminare il confronto continuo tra me e i personaggi che interpreto, lo farei senza esitare. Se potessi essere vista solo attraverso i miei ruoli, sarei felicissima. Non so se diventerò mai una di quelle attrici molto attente alla propria immagine pubblica. So che dovrei esserlo di più, me lo dicono anche: fa parte del mestiere. Ma quello che amo è perdermi dentro le storie. E quando lo faccio, Claudia – com’è nella vita – sparisce. E io sono felice così”.

Sparire dentro un personaggio può essere un atto potente dal punto di vista attoriale, ma anche una scelta molto forte sul piano personale: ci si annulla completamente. È qualcosa che l’attrae perché lo desidera o è solo la sua idea di recitazione?

“Ha più a che fare con la mia idea di recitazione. Però se mi chiede, nel privato, che rapporto ho con il mio aspetto, allora sì, probabilmente anche lì c’è qualcosa. Credo che il mio percorso di consapevolezza e accettazione della mia bellezza non sia ancora concluso. È un lavoro in corso”.

In una sua vecchia intervista, diceva che recitare per lei è uno strumento di sopravvivenza e scoperta. Nessuno però le ha mai chiesto davvero: sopravvivenza a cosa?

“‘Sopravvivenza’ è una parola che confermo, anche oggi. Da bambina ero molto sensibile, avevo – come direbbe Marco D’Amore, che me lo disse una volta sul set di Gomorra – i nervi scoperti. Mi disse: ‘Quelli come noi recitano anche nella vita. Vivono a nervi scoperti’. E io mi ci sono riconosciuta subito. Sentivo tutto. Troppo. E vivere così, con questa intensità, è faticoso. E allora, senza saperlo, ho trovato nella recitazione un modo per veicolare tutte quelle emozioni: le ho incanalate. Recitare mi ha aiutato a dare un senso a quello che sentivo, a usarlo per raccontare altre storie. E sì, è un modo per sopravvivere. Perché sentire tutto, sempre, può travolgerti. Serve imparare a proteggersi, ma quella protezione non la impari subito: arriva da adulta. Oggi so farlo meglio, ma non mi viene ancora naturale. Devo ricordarmi, a volte, che quello che sento non mi appartiene. Che posso anche non assorbirlo”.

E cosa ha scoperto di sé attraverso il suo lavoro?

“La recitazione mi permette di vivere emozioni che nella vita reale affronterei con più difficoltà. Sul set mi concedo cose che nella vita vera mi spaventano. È un posto privilegiato, davvero. Ti consente di frequentare emozioni in sicurezza, anche se non ti stanno accadendo davvero. Le provi, le attraversi, ma poi chiudi la porta, torni a casa tua, nel tuo letto, nella tua vita. Anche se in quel momento ti sembrava tutto reale, sai che non è tuo. E io lì riscopro Claudia ogni volta”.

La sua sensibilità è una dote che emerge prepotentemente quando le si parla. Qual è il prezzo più alto che le ha fatto pagare?

“A volte ho dato meno importanza a ciò che sentivo io. Mi sono concentrata così tanto sugli altri da sminuire me stessa, le mie emozioni. Mi viene sempre tutto per immagini: è come trovarsi in un vicoletto pieno di gente, luci accese, vetrine, rumori. Ogni campanello ti richiama, attira la tua attenzione. E io li vedo tutti, li sento tutti. Ma se continuo a fermarmi a ogni stimolo esterno, perdo il mio cammino. Quindi cerco di abbassare il volume di ciò che sento attorno e alzare quello che riguarda me, altrimenti mi distraggo. Mi perdo. E mi allontano da me”.

Non dovrebbe allora provare a spegnere quelle lucine e guardare il suo riflesso nelle vetrine?

(sorride, ndr) “È difficilissimo. Soprattutto se conosci i vicoli e se le lucine sono belle… Devo fare un doppio sforzo: ignorare il richiamo e ricordarmi che quelle luci non sono tutto. Devo cercare il mio riflesso. E non è un compito facile. Ma ci sto lavorando. Alcuni giorni ci riesco, altri mi ritrovo alla fine del vicolo e mi dico: ‘Claudia, nemmeno oggi ce l’hai fatta’. Però sono diventata più tollerante con me stessa. So che non sparirà del tutto, e va bene così”.

A livello professionale, c’è stato un momento in cui si è riconosciuta il suo valore di attrice?

“Sì, ce l’ho. Pecco di presunzione, ma ce l’ho. Penso subito alla scena finale della quarta stagione di Gomorra, quando il mio personaggio, Grazia Levante, subisce l’attentato insieme ai suoi genitori e le viene puntata una pistola alla testa da Genny Savastano. È una scena fortissima. I suoi genitori vengono uccisi e lei si rifugia sotto una macchina. Quella era la mia prima esperienza davvero importante. Prima avevo fatto solo una piccola parte ne I Bastardi di Pizzofalcone, due scene. Con Gomorra è stato l’inizio vero. Ma io arrivavo da autodidatta, senza una scuola o un’accademia che mi avesse insegnato cosa fosse ‘giusto’ fare. Eppure, Cupellini, il regista, mi disse: ‘Mi fido. Vai, fammi vedere cosa proverebbe Grazia’. E lì ho perso davvero il contatto con me stessa. Non nel senso dell’attore che non riesce più a uscire dal personaggio. Semplicemente, sono riuscita a mettere da parte tutte le mie insicurezze e a concentrarmi solo su ciò che il personaggio stava vivendo. Non ero Claudia che affrontava una scena difficile: ero Grazia, totalmente immersa. E ogni volta che rivedo quella scena, mi emoziono. Penso: ‘Sono stata brava. Sono orgogliosa’”.

È stato difficile scrollarsi di dosso quel ruolo?

“Mi succede ancora oggi che la gente per strada mi riconosca quasi sempre per Gomorra. Ma è normale, non possiamo controllare l’immaginario delle persone. Sul piano professionale, però, non ho mai avuto quel problema. Non ho mai dovuto dimostrare di essere capace di fare altro, anche perché ho avuto la fortuna di interpretare subito dopo un personaggio completamente diverso in Generazione 56K. Quindi no, non mi sono mai sentita chiusa dentro quel ruolo”.

Torniamo al personaggio di Carla, nella serie con Luisa Ranieri. Il rapporto tra lei ed Eugenia è un bell’esempio di solidarietà femminile. Esiste davvero? È un falso mito quello di Eva contro Eva?

“Esiste eccome. Ma esiste tra donne che sanno ascoltare e che non hanno bisogno di affermarsi mettendo in ombra l’altra. Io ho tanti esempi. Molte delle mie amiche sono anche colleghe. Ci aiutiamo molto, nel lavoro e nella vita. Ci segnaliamo i provini a vicenda. E riesco a farlo con sincerità, perché ho fiducia nel nostro mestiere. So che se un regista ha in mente un certo personaggio, ha bisogno di una persona precisa. E se quella non sono io, non significa che non valgo: significa solo che non ero giusta per quel ruolo. Magari invece lo è una mia amica, e allora perché non proporla? Anche sul set de La preside ho avuto esperienze bellissime. Con Luisa Ranieri, ad esempio, abbiamo girato una delle nostre prime scene insieme: la camminata che si vede nella prima puntata, quasi all’inizio. Aveva alcune battute che, secondo copione, avrebbe dovuto dire lei. Ma mi ha guardato e mi ha detto: ‘Claudia, secondo me queste battute dovresti dirle tu. È il tuo momento, ti stai presentando. Non voglio interromperti’. Ecco, questo per me è un atto enorme di generosità. Succede quando entrambe le attrici sono davvero al servizio della storia. Non c’è arrivismo, non c’è competizione. Solo rispetto per il mestiere e per il racconto”.

Parlando di solidarietà femminile, spesso la si associa al concetto di sorellanza. Che rapporto ha con sua sorella Sissy?

“Prima di tutto, abbiamo avuto la fortuna di crescere in una famiglia con due genitori che ci hanno educato all’ascolto e alla condivisione. Questo ha creato tra noi sorelle un rapporto basato sul rispetto profondo. Siamo in tre: io sono la seconda. Non abbiamo mai avuto litigi tali da allontanarci, se non per qualche ora, per sbollire la rabbia, ma mai nulla di serio. Con Sissy, la maggiore, ho un rapporto di grande stima. La trovo coraggiosa. Ha cambiato percorso più volte: dopo la laurea in giurisprudenza ha scelto di inseguire la sua passione, come ho fatto anch’io. Creava gioielli per passione, per amici e per la mamma, e ha trasformato quel passatempo in un lavoro. Partendo da zero. Oggi fa imprenditoria femminile, che è un’impresa ancora più complessa quando non hai nessuno alle spalle. Il fatto che lei resista, che vada avanti, mi inorgoglisce. Dal punto di vista privato, siamo unite su tutto: dalla cosa più stupida alla paura più grande. Abbiamo un rapporto aperto, senza filtri. Non abbiamo paura di essere viste per quello che siamo, l’una dall’altra”.

E con l’altra sorella, Federica, quella più piccola?

“Anche con lei ho un rapporto bellissimo, che è maturato nel tempo. Mentre con Sissy sono la sorella minore, con Fede ho sempre avuto un atteggiamento più protettivo. Ma ora, da adulte, ci godiamo un rapporto molto più alla pari. Anche lei, come Sissy, ha avuto il coraggio di cambiare strada lavorativa e oggi, con molto orgoglio, la vedo splendere in una nuova trasformazione”.

Lei è nata in provincia di Napoli. Essere napoletana è stato più una fortuna o un limite?

“Il fatto di essere nata in provincia, non proprio a Napoli città, è stato sicuramente un limite. Ma è un limite che oggi ringrazio. Crescere in provincia mi ha insegnato la distanza tra me e ciò che desideravo. Mi ha fatto capire che niente arriva da solo: per ogni cosa dovevo faticare. È un’educazione al sacrificio che ho interiorizzato. È come la danza: devi costruire tutto da zero. Nel mio paese non c’era nemmeno un cinema: dovevo prendere il pullman o farmi accompagnare altrove. Anche per andare a scuola prendevo la Circumvesuviana ogni giorno. Tutto richiedeva una mia responsabilità personale. E alla fine, questo limite si è trasformato nella mia forza: in quel nulla, dovevi costruire tutto. E questo ti fa apprezzare ogni traguardo. Se non avessi creduto fortemente nel mio sogno, forse sarei ancora lì, immobile”.

Qual è il compromesso più grande che ha fatto con se stessa?

“Non so perché, ma mi viene in mente una parola: accettazione. Accettare chi sei non è una passeggiata. È stato difficile accettare che in certi momenti non fossi matura abbastanza per prendermi cura di me. Difficile accettare che non si nasce con gli strumenti emotivi pronti per affrontare tutto. Il compromesso più grande è stato proprio questo: accettare che non ero pronta, e imparare a vedermi per davvero, senza filtri. Guardarmi anche nella mia miseria, oltre che nella mia bellezza”.

claudia-tranchese Maddalena Petrosino / US Amendola Comunicazione