Daniele Cartocci al cinema con "40 secondi", il film sull'omicidio di Willy Monteiro Duarte: l'intervista

Daniele Cartocci racconta la sua esperienza nel film "40 secondi" che ricostruisce l'omicidio di Willy Monteiro Duarte: l'intervista all'attore romano

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Daniele Cartocci arriva all’intervista in esclusiva per Virgilio Notizie con un’energia gentile, quasi sorpresa. Prima ancora di parlare di cinema, la conversazione sfiora i ricordi, compreso Accattaroma, quel film indipendente dove il suo volto era già rimasto impresso in chi l’aveva apprezzato. Per lui è un tassello lontano, uno di quei lavori che pochi hanno visto ma che segnano comunque un passaggio. Oggi è diverso: più consapevole, più radicato, più vicino a ciò che sente essere davvero il suo mestiere. Nel raccontarsi, non nasconde nulla. Dalla scelta forzata di studiare economia agli attacchi di panico, dalla fuga verso la recitazione al bisogno di trovare un equilibrio che ancora rincorre. È un attore che non finge solidità, ma la costruisce. E proprio questa autenticità lo accompagna verso 40 secondi, il film che ripercorre la notte in cui Willy Monteiro Duarte perse la vita: un progetto che per Daniele Cartocci non è solo lavoro, ma necessità, senso, responsabilità. Interpreta Christian, uno dei ragazzi che innescano la catena degli eventi. Un ruolo complesso, che Cartocci ha affrontato con rispetto, studio e consapevolezza del contesto culturale che il film porta in superficie.

In 40 secondi interpreta Christian, un personaggio particolare, una delle scintille che avvia la catena degli eventi. Ma prima di arrivare al personaggio: quando ha ricevuto la sceneggiatura, scritta con quella struttura così particolare, cosa ha pensato?

“Il mio approccio è stato diverso dal solito, perché ho iniziato come “spalla”, cioè colui che dà le battute a chi fa il provino. All’inizio non sapevo nemmeno che sarei stato nel cast. Ho dovuto leggere e imparare parti diverse. Il primo impatto è stato che era scritta benissimo. Non retorica, semplice ma incisiva. Poi, lavorandoci con gli altri, alcune battute sono cambiate. Ma la qualità della scrittura era evidente. E poi gli sceneggiatori erano Vincenzo Alfieri e Giuseppe Stasi: per me due fenomeni”.

Quando ha scoperto che da “spalla” era stato scelto realmente come attore del cast?

“È stato emozionante. Il callback era arrivato quasi un mese dopo: avevo quasi dimenticato il provino. Vado allo studio di Vincenzo per il callback, e prima di andare via lui mi dice: “Ma te l’ha detto il tuo agente che sei preso nel cast?”. Io rispondo di no. Mi sono paralizzato dalla felicità. C’erano la casting director Federica Baglioni e Marco Matteo Donat-Cattin. Sono rimasto senza parole”.

Lei è un giovane attore. Come si vive l’attesa di una chiamata per un ruolo? È snervante oppure fa parte di quelli che dicono “se arriva bene, se no pazienza”?

“Appartengo seconda categoria, ma in modo ancora più radicale. Quando faccio un provino il giorno dopo lo dimentico proprio. Se no non vivrei. È un meccanismo di difesa”.

L’avvocato del diavolo le chiede: perché scegliere un mestiere in cui deve mettere in atto meccanismi di difesa?

“A istinto le dico: è una necessità. A 15-16 anni volevo fare l’attore, ma i miei genitori mi hanno indirizzato altrove: conoscendo bene certe dinamiche, volevano evitarmi un lavoro precario. Ho studiato economia e ho iniziato a lavorare nella consulenza. Dopo pochissimo ho avuto attacchi di panico al pensiero di farlo per tutta la vita. Mi sono iscritto a una scuola di recitazione e da lì è ripartito tutto”.

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Cosa le ha dato la recitazione che l’ha aiutata a superare o almeno gestire gli attacchi di panico?

“Una via di fuga dal mondo che non volevo affrontare. Una distrazione. Un pensiero positivo”.

40 secondi racconta una delle storie più tragiche della cronaca italiana. Lei si è fatto un’idea di cosa sia davvero accaduto quella notte e di cosa sia passato nelle menti dei ragazzi coinvolti?

“Sì. Ho recuperato tutto il materiale di repertorio: interviste, servizi di Un giorno in pretura, il libro di Federica Angeli che ho letto due volte, podcast con testimonianze degli amici di Willy. Nel film la storia è descritta bene: una serie di coincidenze negative che hanno portato alla morte di Willy. Non casuali, perché i fratelli Bianchi l’hanno ucciso, ma negative nel senso che Willy poteva non esserci, poteva non andare verso l’amico a chiedere “che è successo?”, gli altri potevano non fare catcalling. Una sequenza che nasce da un contesto culturale e sociale”.

Anche Christian vive in quel contesto. Quanto ha condiviso del personaggio e quanto invece ha scelto di non abbracciare?

“Il rapporto che Christian ha con Willy e gli amici è sano, quello sì. Il rapporto con Michelle assolutamente no. Da persona, non da attore, mi sento lontanissimo da come lui la tratta”.

A me sembra che questi ragazzi, pur sempre in gruppo, siano in realtà profondamente soli. Lei ha paura della solitudine?

“Ho un rapporto strano con la solitudine. Quando sono solo sto bene, ho bisogno dei miei spazi. Ma serve anche avere relazioni. Quindi sì, forse ho un po’ di paura della solitudine. Dipende dall’equilibrio”.

Lei ha 30 anni. Ha trovato il suo equilibrio?

“No. Non ancora. Sto bene mentalmente, ma dipende dagli ambiti della vita. In alcuni sì, in altri no. Fa parte della crescita”.

Il rapporto con se stessi passa anche dall’avere un corpo da mettere al servizio del proprio lavoro. È stato facile?

“Io sto facendo un per corso con la mia psicologa e sotto questo punto di vista sto trovando un equilibrio che prima avevo meno. E trovo che sia importante non nascondere il bisogno di aiuto: è giusto normalizzarlo”.

Ha scelto un lavoro che la mette sotto giudizio continuo. Come vive questo aspetto?

“Con la terapia il paradigma sta cambiando. Prima soffrivo molto del giudizio, ora meno. Questo lavoro crea una pressione sana, se la si vive nel modo giusto”.

In 40 secondi si ritrova accanto ad attori che hanno vinto David di Donatello e hanno grandi esperienze: come si tiene a vada l’ansia da prestazione?

“Non è facile da spiegare. Ma se uno ha fatto tanta gavetta, tanta scuola, workshop, studio, dopo un po’ trova una propria solidità. Due settimane prima di 40 secondi ero sul set di Nel tepore del ballo di Pupi Avati con Isabella Ferrari e Massimo Ghini. Questo mi ha dato tranquillità. Sul set poi guardavo e cercavo di rubare con gli occhi tutto: da Francesco Di Leva, da Francesco Gheghi, da Enrico Borello, da Beatrice Puccilli, ma anche da Luca Petrini che prima non era un attore. Ogni persona può darti qualcosa”.

Lei sembra predisposto a imparare dagli altri.

“Dipende dal carattere. Io mi ritengo umile. Se consideriamo la storia dell’umanità, siamo solo un puntino nell’universo. Non ha senso tirare fuori l’ego”.

Ha incontrato diversi maestri. Cosa ha scelto di conservare e cosa di dimenticare?

“Ho avuto tanti insegnanti diversi, senza continuità. Poi con Luca Angeletti, Claudio Castrogiovanni ed Ettore sì, un percorso più costante. Ho fatto un metodo mio. Mi porto dietro l’ascolto. E ricordo un consiglio di Paolo Genovese: ‘Non imparate subito le battute. Leggete, fate vostro il copione. Le battute arrivano dopo’. Lo faccio sempre. Cose da dimenticare non me ne vengono in mente”.

C’è qualcosa che il set insegna e che nessuna scuola potrà mai insegnare?

“Il rapporto con le persone: maestranze, elettricisti, operatori, produzione, runner. La gentilezza. Siamo tutti parte dello stesso progetto e dobbiamo andare nella stessa direzione. Le scuole lo dicono, ma sul set è realtà”.

Uno degli obiettivi di un attore potrebbe essere il successo. Che cos’è per lei il successo?

“Stare bene con se stessi. Questo film per me è stato uno scopo di vita, al di là del lavoro. Essendo una storia vera, che ha colpito la mia generazione, sentivo di dare voce a qualcosa di importante. Fare qualcosa che possa evitare un altro 6 settembre 2020. Questo per me è successo umano”.

Che valore dà ai follower e ai social come strumento di lavoro?

“I social sono ottimi se usati bene, pericolosi se usati male. I giovani vedono solo il bello delle vite altrui e rischiano di sentirsi inferiori. Non è così: tutti hanno problemi. Noi siamo attori, non influencer: sono due lavori diversi”.

Qual è il suo primo ricordo legato al cinema?

La nostra vita di Daniele Luchetti. Avevo 13-14 anni. La scena in cui Elio Germano canta Anima fragile al funerale della moglie mi fece venire i brividi. Lì ho percepito la potenza del cinema. Anche Che ne sarà di noi di Veronesi è stato importante. Anche se da piccolo volevo solo giocare a pallone. Anzi, quando mi portavano sui set in cui lavorava la mia famiglia (dal dopoguerra, i Cartocci si occupano di noleggio e trasporti cinematografici, ndr) scappavo. Associavo il cinema all’assenza di mio padre, che per seguire il suo lavoro viaggiava molto”.

Quanto pensa che il cinema possa educare oggi le nuove generazioni?

“Tantissimo. Famiglia, scuola, amici sono fondamentali, ma il cinema influenza. Io da piccolo ne sono stato molto influenzato. Il cinema ti pone domande, non ti offre risposte. Ti mette la pulce nell’orecchio”.

Cosa spera che imparino i ragazzi vedendo 40 secondi?

“Che per una sciocchezza possono accadere tragedie. Per un fischio a una ragazza. A volte è meglio lasciar perdere. Non significa che un’ingiustizia debba essere ignorata, ma bisogna capire i rischi reali. È successo anche a Palermo, in un caso recente. Spero che il film spinga a pensarci due volte prima di provocare o rispondere a una provocazione”.

La parola artista significa tutto e niente. Che cosa sogna un artista?

“Prima pensavo che l’obiettivo di un attore fosse “lasciare un segno”. Poi ho visto un’intervista di Mastroianni che diceva che gli attori non lasciano nulla di concreto, a differenza degli architetti. Questo mi ha fatto rivedere tutto. Io penso che l’attore sia un mix: creatività e disciplina. Un artista ma anche un soldato. Servono studio, preparazione, gavetta, tecnica. Poi la creatività prende il volo”.

Tra istinto e ragione, cosa segue Daniele Cartocci?

“Questa è la domanda della vita. A pelle direi l’istinto. Ma sono sempre in overthinking. Vorrei seguire l’istinto, ma finisco nella ragione”.

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