Demetra Bellina al cinema con "VAS", il film sul fenomeno degli hikikomori: l'intervista all'attrice
L'intervista all’attrice Demetra Bellina, protagonsta al cinema con "VAS", film sul fenomeno degli hikikomori
Demetra Bellina non si nasconde dietro frasi fatte. Attrice, musicista, pittrice, creativa per natura, ha scelto di vivere l’arte come immersione totale nelle proprie emozioni, anche quelle scomode. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, ci racconta di sé senza sconti, a partire da VAS, il film diretto da Gianmaria Fiorillo in uscita nelle sale il 20 novembre. Un progetto particolare, girato senza che gli attori si vedessero mai in faccia, costruito su device, assenze e intimità interiori. Interpreta Camilla, una giovane donna che trova rifugio nella propria casa, ma anche nella propria solitudine. E, forse proprio per questo, VAS si trasforma in uno specchio: dei tempi che viviamo, dei dolori che portiamo e di quel bisogno urgente di sentirsi ascoltati dagli altri ma prima ancora da se stessi. In questo dialogo che è diventato confessione, Demetra Bellina racconta cosa ha imparato a forza di attese, perché non crede nella competizione e dove sta cercando, oggi, le sue radici.
Il film VAS ha un titolo particolare, legato a un concetto medico: la scala di misurazione del dolore. Cosa ha pensato quando ha ricevuto la proposta o la sceneggiatura?
“Mi è piaciuto molto subito, anche perché il personaggio non è uno stereotipo. Con storie del genere è facile cadere nei cliché, ma Camilla è molto stratificata, ben sfaccettata già in scrittura. C’erano tanti elementi che potevo analizzare e approfondire”.
Può farci un esempio?
“Ad esempio, il modo in cui Camilla si percepisce rispetto agli altri. È un aspetto molto interessante e attuale. Non è il solito personaggio femminile costruito solo in funzione di quello maschile: Camilla si autodetermina, e questo mi ha colpito molto. Era un personaggio bello da recitare”.
Conosceva già il tema del film, in particolare il fenomeno degli hikikomori e l’isolamento sociale?
“Sì, un po’. Se ne parla da qualche anno. Un mio amico aveva anche realizzato un cortometraggio su questo tema. L’ho sempre trovato interessante. In particolare, mi ha colpito molto anche l’agorafobia, che è l’aspetto su cui mi sono concentrata per preparare il personaggio di Camilla”.
Camilla è una giovane agorafobica, chiusa nel suo appartamento e costretta a gestire il confine tra finzione e realtà. Lei che ha circa la sua età, ha trovato punti di contatto con il personaggio o lo ha sentito lontano da sé?
“Ci sono sicuramente diverse somiglianze. Lei però è molto più ossessionata dai social rispetto a me. Vive chiusa nel suo mondo e cerca di farsi conoscere più attraverso quello che pubblica online che nella vita reale. Io invece sono l’opposto: preferisco la realtà ai social, che trovo un po’ riduttivi. Certo, sono utili, ma non è la stessa cosa”.
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E per Camilla invece?
“Per lei quello è l’unico modo che ha in questo momento per esprimersi, per essere. È tutto lì”.
A proposito di social, lei cosa sceglie di condividere, e quanta libertà ha nel farlo come giovane attrice?
“Ho totale libertà, nessuno mi dice cosa mettere. Però non ho mai pubblicato molto, nemmeno prima, quando tutti postavano in continuazione. Io magari una volta al mese. Sono una pubblicatrice pigra, dovrei farlo di più forse, ma a volte mi scoccia, o mi vergogno, penso “questa cosa è troppo”, oppure “non dovrei”. Sono molto autocritica”.
VAS parla di dolore, paura, fobie… ma anche di tentativi di ricominciare. Quale dolore di Camilla ha sentito più suo?
“Quello del rifiuto. Non voglio fare spoiler, ma diciamo che nel finale lei fa un gesto molto grande per qualcuno, si mette in gioco, e questo qualcuno sembra non essere interessato. È un rifiuto dopo essersi mostrata per quello che è”.
Lei si è mai sentita rifiutata?
“Sì, certo. Temo sia normale. A volte però la sensazione non corrisponde alla realtà. È questo che rende difficili i rapporti umani: magari quello che viviamo come un rifiuto è in realtà un’affermazione dell’altro. Capirsi è complicato”.
Lei teme il giudizio degli altri? Anche considerando che, come attrice, è spesso esposta.
“No, per fortuna no. Altrimenti non potrei fare questo lavoro. Però mi dispiace quando il giudizio non corrisponde a quello che penso io di me stessa”.
E come vive un “no” dopo un provino o un self tape?
“Ormai non mi fa più né caldo né freddo. All’inizio ci rimanevo male, ma adesso ho capito che non è mai personale. A parte rari casi, spesso non sai semplicemente cosa stanno cercando. Vale anche per le relazioni: magari non corrispondi a ciò che l’altro cerca, anche se tu stai cercando proprio lui”.
Cosa le ha permesso di scoprire il mestiere di attrice sulla Demetra donna, che ancora non conosceva?
“Forse… la pazienza. Non l’ho mai avuta, ma in questi anni l’ho imparata, mio malgrado”.
Intende dire che ha imparato a gestire i vuoti tra un lavoro e l’altro?
“Sì, ma anche nei momenti in cui giri scene molto intense, emotivamente potenti. Devi stare col tuo dolore, abitarlo, quasi godertelo”.
L’arte l’aiuta a superare il dolore?
“Non so se lo superi, ma ti permette di viverlo al 100%. Ed è il primo passo per andare oltre. Almeno, per me. Senza l’arte, non saprei proprio come fare. Mi chiedo sempre come ci riescano gli altri. Mi incuriosisce”.
Ognuno ha il suo metodo… c’è chi, ad esempio, tiene il cane in braccio.
“Io, invece, trovo utile anche pulire casa. È il mio antistress”.
Come riesci a conciliare tutte le sue anime? Attrice, cantante, musicista, pittrice…
“È ancora gestibile. Chiaro, quando avrò un successo interplanetario sarà più complicato. Ma per ora riesco a fare tutto”.
Cos’è per lei il successo?
“Quando fai una cosa bella per te e diventa bella anche per gli altri. Per me è questo. È l’unico tipo di successo che ha senso. Sto ancora costruendo, il mio raggio d’azione è piccolo. Non sono ancora soddisfatta al 100%, ma ci arriverò”.
Essendo molto giovane, come vive la competizione?
“Ho scelto di non viverla. Per me ha senso solo se è sana. Se vedo qualcuno bravo, penso: “Cavolo, mi piace come fa le cose, voglio imparare anch’io”. È uno stimolo, non una gara. L’arte è personale, non si può mettere in competizione”.
Cosa consideri una mancanza di rispetto nel tuo lavoro?
“Odio quando mi chiamano col nome del personaggio invece che col mio. Mi dà fastidio”.
Come si difende dagli abusi di potere, anche quelli non fisici ma psicologici?
“Non lo so ancora bene. Ne parlavo proprio ieri con degli amici. Quando qualcuno si comporta male, la mia prima reazione è: “non lo calcolo più”. Forse non è sano, forse sì. Idealmente gli direi che sta sbagliando, ma se continua, lo escludo. Mettere confini sani è fondamentale: se una cosa non va, bisogna dirlo subito. E se l’altro insiste, si agisce di conseguenza”.
Ha sempre trovato persone giuste nel suo percorso?
“No, ci ho messo tempo. Alcune cose sono andate bene da subito – come la mia agenzia, con persone valide che mi hanno tutelata – ma sul piano personale è stato più difficile”.
Le è mai capitato di lavorare con qualcuno che si comportasse come “quello che sa tutto lui”?
“Io cerco di ascoltare tutti, senza pregiudizi. Magari uno ha davvero molto da dire, o forse no. Cerco di distinguere ciò che uno è da ciò che dice. A volte chi fa così ha solo bisogno di essere ascoltato”.
Lei si è sentita ascoltata?
“No. Anzi, le interviste mi mettono a disagio perché mi sembra di monopolizzare la conversazione. Anche se so che è il mio spazio, mi imbarazza. Potrei dire che mi ascolto da sola”.
Qual è la cosa più importante che si è detta e che le ha cambiato la vita?
“Che abbiamo più potere su noi stessi di quanto pensiamo. Se ti dici “ce la faccio, ne esco”, e ti ascolti davvero mentre lo dici, cambia tutto”.
E c’è qualcosa che non ha ascoltato?
“No, mi fido di ciò che penso e di ciò che sento”.
La casa, per Camilla e per gli altri personaggi del film VAS, è un rifugio. E per Demetra, qual è il rifugio?
“I miei pensieri. Ritrovarmi a pensare mi aiuta a ridare senso a ciò che accade. Ma è vero che i pensieri possono anche diventare gabbie. Serve equilibrio”.
È stato semplice girare un film come VAS senza avere contatto diretto con gli altri attori?
“Sì, era proprio giusto così per la storia. Giravamo nelle nostre stanze, non ci vedevamo. Sentivamo solo le voci. Questo ha rafforzato la sensazione di solitudine e filtro tra i personaggi. Non avere contatto visivo, non leggere il linguaggio del corpo… rendeva tutto più vero. Come nelle videochiamate: vedi la faccia, ma manca il corpo, manca l’interazione piena. Alla fine, guardando il film, penso sia stata una scelta davvero azzeccata”.
Qual è un gesto che, durante una conversazione, la farebbe arrabbiare?
“Uno che non ti ascolta. A quel punto me ne andrei”.
VAS vuole sensibilizzare, non solo i giovani ma anche gli adulti. Quanto è importante che il cinema oggi racconti il disagio?
“Tantissimo. Il cinema deve raccontare la contemporaneità. E invece questa cosa si sta un po’ perdendo, non so perché. Anche il mio film precedente, Non credo in niente, parla di oggi. Mi piacciono i film che trattano temi attuali, anche se ambientati in altri tempi. Devono avere qualcosa da dire al presente”.
Come dicono i teorici, “guardare al passato, parlare al presente”… anche se suona un po’ vuoto come concetto, tipo “empatia” o “resilienza”.
(ride, ndr) “Le emozioni sono troppo complesse per metterle in etichette. Se chiamarla “resilienza” aiuta qualcuno, va bene. Ma bisogna stare attenti a non diventarne schiavi, come il Candido di Voltaire che si racconta sempre che tutto andrà meglio. Bisogna ascoltare come ci si sente davvero, non incasellare tutto prima ancora che succeda”.
Cos’è che la fa soffrire di più?
“La sofferenza degli altri. Quando vedo qualcuno star male, sto proprio male anch’io”.
Riesce a riconoscere quando raggiungi la sua soglia del dolore?
“No, non lo so. E se ci arrivassi, poi che succede? Esplodo? Mi piacerebbe sapere cosa fare se mai ci arrivassi. Per il dolore fisico, invece, ho una soglia bassissima”.
Quindi se un gattino la graffia urla?
(sorride, ndr) “No, se mi graffia il mio gatto sono contenta! Vuol dire che c’è un rapporto. La sto accarezzando proprio adesso”.
Quella carezza al gatto, cosa rappresenta per lei? È un modo per uscire dall’imbarazzo dell’intervista o è puro affetto?
“È solo che è seduta qui vicino a me. È la mia compagnia in casa”.
Si sta bene anche solo con un gatto?
“Benissimo”.
Lei arriva nella capitale da Udine. Come ha fatto a difendersi da una città come Roma?
“Lavorando. Quando lavori, tante cose passano in secondo piano: il lavoro occupa uno dei primi posti delle mie priorità”.
E le altre quali sono?
“La famiglia, i sentimenti… e soprattutto la mia creatività, la mia libertà personale. Quella forse viene prima di tutto”.
Che significa, per lei, libertà personale?
“Significa che ogni giorno, quando mi sveglio, sono contenta di fare quello che sto facendo”.
E creatività?
“È difficile da spiegare a parole. È una sensazione fisica. Tipo scosse elettriche. Se mi viene un’idea, la sento nel corpo e devo realizzarla. È proprio una spinta fisica”.
Quale tra le sue creazioni le ha dato più soddisfazione?
“Tante. A poco a poco sto trovando il modo di realizzare tutto ciò che mi viene in mente. Poi monetizzare è un altro discorso, ma dal punto di vista artistico sono molto contenta del mio percorso”.
Monetizzare le idee è un altro discorso. Ma la sua famiglia, che rapporto ha con il suo lavoro? Sono appassionati di cinema?
“Sì, tantissimo. Mio papà era musicista, mia nonna è pittrice. Mia madre è sempre stata contenta della mia scelta. Mio padre purtroppo non c’è più da un po’, ma tutti sono sempre stati felici del mio percorso. Sono la prima della famiglia ad aver scelto di fare dell’arte un lavoro, anche se tutti sono molto artistici”.
La precarietà del suo mestiere li preoccupa?
“Certo. Preoccupa anche me. È normale”.
Se il lavoro è precario… oggi dove trova le sue radici?
“Le sto cercando”.
In VAS recita con Eduardo Scarpetta. Come si è trovata?
“Con Eduardo mi sono trovata davvero molto bene. È molto easy e molto dedicato. Gli piace fare le prove, e anche a me. Di solito mi dicono che sono secchiona, ma con lui ci siamo capiti”.
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