Eduardo Scarpetta al cinema con VAS, film sugli hikikomori: “Stare chiusi fa paura, per uscirne serve aiuto”
L'intervista a Eduardo Scarpetta, al cinema con "VAS", il film di Gianmaria Fiorillo, dal 20 novembre: interpreta Matteo, un giovane che vive isolato dal mondo
Eduardo Scarpetta ha 32 anni e una carriera che corre veloce. Dopo il David di Donatello come miglior attore non protagonista per Qui rido io e ruoli intensi in serie come Storia della mia famiglia, L’amica geniale e La legge di Lidia Poët, oggi torna al cinema con VAS, il nuovo film di Gianmaria Fiorillo. Il protagonista di VAS si chiama Matteo. È un hikikomori. Vive chiuso in casa, iperconnesso ma solo, dipendente da pornografia, incapace di affrontare l’esterno. E la scelta registica è estrema: gli attori non si incontrano mai, recitano separati, isolati anche fisicamente. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Scarpetta (raggiunto sul set di The Resurrection of Christ di Mel Gibson, dove interpreta San Paolo) parla di tutto: della fatica di stare al mondo, del bisogno di chiedere aiuto, di psicologi nelle scuole, di social tossici, di come restare attori senza diventare personaggi. Sempre con una lucidità rara e una voglia di lavorare che non si ferma mai.
Quando le è arrivata la sceneggiatura di VAS, qual è stata la sua prima reazione?
“Mi è arrivata sei anni fa. Ricordo che, quando mi parlarono per la prima volta del fenomeno degli hikikomori, pensai fosse un manga giapponese, tipo Death Note o L’attacco dei giganti. Non sapevo nulla, davvero. Poi ho scoperto un universo completamente diverso, e mi ha colpito profondamente. Quello che mi interessava fin da subito era la possibilità di affrontare il tema della sovraesposizione, del mondo dei social. Mi sembrava un argomento importante da raccontare, perché è qualcosa che viviamo tutti, ogni giorno. Ma più di tutto mi colpì il modo scelto dal film per raccontarlo: non era mai scontato, era intelligente, coinvolgente. E questo mi ha spinto a voler far parte del progetto”.
Il film ha una struttura particolare: voi attori recitate in spazi diversi, spesso senza contatto diretto. Com’è stato per lei affrontare una sfida del genere?
“È stato molto difficile, e anche piuttosto strano. Io recitavo davanti a un computer che registrava la mia faccia, e parlavo guardando me stesso sullo schermo. Demetra Bellina era nella stessa stanza, ma fuori campo, accovacciata in un angolo. La vedevo solo con la coda dell’occhio. Non solo mancava l’interazione, ma c’era quasi una sensazione di isolamento, come se parlassi da solo. Era tutto innaturale, quasi surreale. Ma proprio questa modalità, così scomoda, ci ha costretti a lavorare con grande precisione”.
Come si supera l’assenza di un contatto diretto, di uno scambio vero sul set?
“Con una conoscenza assoluta del testo. Dovevamo sapere esattamente cosa dire, come dirlo, quali erano le pause, i silenzi, le intenzioni. Non c’era spazio per l’improvvisazione, perché ogni battuta doveva combaciare perfettamente anche nel montaggio, quando sarebbe stato messo insieme il controcampo dell’altro. Doveva essere tutto calcolato e condiviso con Demetra e con il regista. Abbiamo lavorato molto insieme, prima, proprio per questo. Ma alla fine, nonostante tutta la preparazione, c’era comunque una parte di rischio: fino al montaggio non potevamo sapere davvero se avrebbe funzionato. È stato un salto nel vuoto”.
Demetra Bellina ha raccontato che avete fatto molte prove.
“Sì, assolutamente. Ci siamo incontrati diverse volte. Ogni battuta, ogni sfumatura, ogni scelta doveva essere chiarissima. Dovevamo avere lo stesso codice, lo stesso linguaggio. In un progetto così preciso e vincolato, non puoi permetterti neanche un’improvvisazione minima. Le prove sono state essenziali”.
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In un mondo in cui spesso è “buona la prima”, che valore ha per lei la prova?
“Per me è fondamentale. La prova ti permette di costruire qualcosa di profondo, di credibile, di tridimensionale. Solo se conosci perfettamente quello che devi fare, puoi arrivare davanti alla macchina da presa e far sembrare che tutto accada per la prima volta. Certo, c’è anche chi preferisce non provare, per mantenere una certa freschezza, ma io vengo dal teatro. Ho bisogno di mille prove per poter essere libero. Più conosco, più posso rischiare, più posso viverlo davvero. È una libertà che si conquista”.
Scoprendo il fenomeno degli hikikomori, cosa l’ha colpita o spaventata di più?
“Io sono molto legato ai miei spazi, vivo da solo da anni e sono gelosissimo della mia solitudine. Però quello che mi fa paura è l’idea di non voler o non riuscire a uscire più di casa, quella chiusura estrema. Perché stare chiusi in casa significa anche chiudersi dentro. E, se stai solo con te stesso, senza mai aprirti, senza confronto, senza chiedere aiuto… qualcosa non va. Significa che c’è qualcosa da sistemare, da raddrizzare, da cambiare. Quella è la parte che mi inquieta davvero”.
Nella sua vita ha mai sentito il bisogno di chiedere aiuto?
“Sì, certo. A volte ho provato a combattere da solo, a pensare “mi basto, non ho bisogno di nessuno”. Ma poi ho ceduto, e ho chiesto aiuto. Nello specifico, sono andato da uno psicologo.
E posso dire con certezza che è stato fondamentale. Dopo ti senti meglio, più lucido, più sano. Ti rendi conto che l’aiuto dall’esterno può davvero fare la differenza”.
Quando nella sua vita ha provato disagio, qual è stata la sua prima reazione?
“L’aiuto, subito. All’inizio, come credo faccia chiunque, ho cercato di resistere, di convincermi che potevo farcela da solo, che non ne avevo bisogno. Ma poi ho ceduto e ho chiesto aiuto. E quando parlo di aiuto, intendo proprio l’aiuto di uno specialista. Lo dico chiaramente, perché so che per tante persone questa parola fa ancora paura. Ma è un passaggio fondamentale. Dopo averlo fatto, ti rendi conto che stai meglio, che sei più sano di prima. È stato così anche per me. Tra l’altro, proprio in questi mesi, parallelamente alla promozione del film, sto portando avanti una battaglia importante insieme all’associazione “Diritto a stare bene”. Vogliamo far approvare una legge per introdurre lo psicologo nelle scuole. Sarebbe la prima legge di iniziativa popolare mai approvata in Italia. Una conquista enorme”.
Perché?
“Perché in una classe di trenta studenti, magari venti cominciano a manifestare dei disagi, anche molto presto. E se anche solo cinque di loro trovano il coraggio di rivolgersi a qualcuno, forse li salvi. Perché se arrivi a vent’anni senza aver affrontato certi nodi, rischi di non recuperarli più. Quelle dinamiche si incrostano, diventano parte di te. È un po’ come educare un cane: se cominci da piccolo, è una spugna. Se provi a cambiare le sue abitudini a tre anni, è più complicato. Non è impossibile, ma il lavoro è triplo. Vale lo stesso per l’essere umano”.
Il suo personaggio, Matteo, è ossessionato dalla sessualità digitale. Lei che rapporto ha con questo aspetto del ruolo?
“Matteo è un satiriaco, cioè una persona che ha un impulso sessuale compulsivo, ingestibile. Nel film, a un certo punto, molla tutto – discorso, emozioni, contesto – e deve chiamare una ragazza per chiederle di spogliarsi. Non può resistere, ha bisogno di sfogarsi. Ma questa ossessione nasce da un disagio più profondo: Matteo non può invitare nessuno a casa, non può uscire, non può affrontare il mondo. È bloccato dentro la sua comfort zone, che diventa una prigione. E quindi tutto passa dallo schermo, anche la sessualità. È un comportamento deviato, che andrebbe capito, affrontato e, se possibile, rielaborato”.
A tal proposito, cosa ne pensa della legge che impone l’accesso tramite SPID ai siti pornografici per i maggiorenni?
“Onestamente, non mi trova d’accordo. Noi apparteniamo a una generazione che certe cose le ha scoperte lo stesso, anche senza internet. Quando proibisci qualcosa, spesso ottieni l’effetto opposto. Le persone iniziano a cercare di nascosto, a barare per ottenere quello che gli è stato vietato. Ti faccio un esempio personale: ai miei tempi c’erano programmi come eMule o i torrent. Una volta volevo scaricare American Pie… e mi ritrovo con un film hard di Eva Henger. All’inizio ci rimasi male, poi ho pensato: “Vabbè, magari torna utile!”. Succedeva davvero così, era normale”.
In questo film, come anche in passato, il suo corpo è parte integrante del personaggio. Che rapporto ha con la sua nudità?
“Sono molto tranquillo col mio corpo. Se la scena è motivata dalla storia, se ha un senso, per me va bene. Diverso è se mi sembra gratuita, fine a sé stessa. In quel caso, ne parlo con il regista: “Ma perché dobbiamo farla?”. Non ho problemi, ma voglio che ci sia una motivazione vera. Se la nudità o la scena di sesso è coerente col personaggio e con il racconto, non ho nessuna difficoltà”.
Come ha lavorato sull’intensità del dolore psicologico del suo personaggio senza lasciarsi travolgere?
“Io lavoro sempre a compartimenti stagni. Non porto mai il personaggio a casa, non mi lascio coinvolgere emotivamente al punto da confondere i due piani. Cerco di capire tutte le motivazioni del personaggio, parlo col regista, studio da solo. Ma finito il lavoro, finisce anche l’immedesimazione. Certo, magari torno a casa stanco, scarico, se ho girato una scena pesante. Però non me la porto dentro. Quello che mi rimane, piuttosto, sono le fisime da attore: “potevo farla meglio”, “potevo gestirla diversamente”. Ripenso a come sarebbe potuta venire. Ma sono pensieri tecnici, non emotivi”.
Ora che ha visto il film completo, pensa che abbia centrato il suo obiettivo?
“Sì, credo di sì. VAS è un urlo contro la sovraesposizione e l’isolamento che i social possono provocare. È un film che parla a chi si è chiuso, a chi vive dinamiche mentali difficili.
Spero che chi si riconosce in certi comportamenti trovi il coraggio di chiedere aiuto. Perché l’aiuto, in questi casi, può venire solo dall’esterno. Certo, nel film le situazioni sono estremizzate, parliamo di patologie vere. Ma ognuno di noi, in piccolo, può riconoscersi in alcune dinamiche. E iniziare a farsi delle domande”.
Lei condivide poco sui social della sua vita privata. Come mai questa scelta così netta?
“Perché il privato si chiama privato. È una linea che ho scelto di tracciare fin da subito. Non voglio che la gente sappia dove vado, con chi sto, cosa mangio, che cani ho. Non voglio creare quel tipo di confidenza che porta le persone a comportarsi come se ci conoscessimo davvero. Sai, capita che ti vedano per strada e ti mettano una mano sulla spalla con un “Oh grande!”. Ma io non ti conosco. Quindi preferisco tenere le cose separate: da una parte il mio lavoro, dall’altra la mia vita. Un attore non deve per forza diventare un personaggio pubblico nel senso da social o da reality. Penso a Daniel Day-Lewis: fa un film, vince un Oscar e scompare. Nessuno sa dove sia. E funziona. È un modello che stimo molto. Per me esiste una linea netta: una cosa è il mestiere, un’altra sono i fatti miei. Anche per una questione di rispetto e di distanza. Non vorrei mai che si confondesse chi sono io con ciò che interpreto. Oggi il confine tra attore, influencer, blogger è molto sfumato. Io ci tengo a mantenerlo saldo”.
Sa che da pochi giorni è obbligatoria l’iscrizione all’albo degli influencer per chi supera un certo numero di follower?
“No, non lo sapevo. Ma vedi? È esattamente quello che dicevo. Oggi basta avere 500.000 follower per essere considerato un influencer e finire in un albo. Non importa se sei un attore, un cantante, uno sportivo… è una questione di numeri. Una volta gli albi erano riservati a chi studiava anni: avvocati, medici, giornalisti. Oggi ti basta il seguito. È tutto molto confuso, e sinceramente fa anche un po’ rabbia. Perché dietro certi percorsi ci sono sacrifici veri. Oggi invece conta solo la visibilità”.
In Italia si tende ancora a etichettare gli attori. Se dovessero farlo con lei, che etichetta vorrebbe o non vorrebbe?
“Non vorrei nessuna etichetta. Io cerco di dimostrare di essere il più polivalente possibile. In questi anni ho avuto la fortuna di interpretare ruoli molto diversi. E credo che un attore debba saper fare più cose. Se sei bravissimo a fare una cosa sola, chiamiamola A, ma poi ti chiedono di fare B e non sai farla, diventa un problema. Ecco perché studio tanto: per avere strumenti diversi, per potermi adattare a ogni ruolo. Detto questo… se proprio mi chiedi di definirmi, io sono un attore comico. Lo scopriranno più avanti, magari sarà una sorpresa”.
Nella serie Netflix Storia della mia famiglia (di cui vedremo anche una seconda stagione), in parte, ha mostrato anche il suo lato comico.
“Ricordo una scena in particolare, con Massimiliano Caiazzo, nel garage. Io svenivo per terra. Doveva essere una scena seria, con un certo carico emotivo, ma il regista non dava mai lo stop. Così abbiamo continuato, e ci siamo ritrovati a improvvisare. Alla fine, è venuta fuori una scena divertente, inaspettata. È successo tutto lì, sul set, in presa diretta. Ed è la prova che, se conosci i limiti entro cui ti muovi, l’improvvisazione può essere una risorsa. Può arricchire la scena, darle un’energia nuova. Ma va saputa gestire”.
Studio: quanto è importante lo studio per un attore? E cosa resta oggi dell’Eduardo Scarpetta attore bambino?
“Lo studio è la base di tutto. È quello che ti fornisce gli strumenti per affrontare personaggi diversi, situazioni diverse, registri diversi. Ogni ruolo che interpreto mi fa crescere, mi pone nuove domande. Del me stesso di 9 anni è rimasta la voglia di lavorare, la voglia di non fermarmi mai. In questo mestiere non esiste un punto d’arrivo. Non è che sei il migliore perché c’è un dato tecnico a dirlo, come con un prodotto. Il nostro è un percorso continuo di crescita, di arricchimento. E il rischio è sempre dietro l’angolo: vieni trattato bene, vieni pagato, ricevi consensi… e potresti illuderti di essere arrivato. Invece no. L’unico modo per restare credibili è lavorare a testa bassa, con umiltà. E tenere lo sguardo sul prossimo obiettivo”.
Ma non è rischioso vivere con un obiettivo sempre davanti? Non può diventare una trappola di aspettative?
“Sì, può esserlo. Ma io quella pressione la rivolgo solo verso me stesso. Non la riverso sugli altri. Sul set sono maniacale: il telefono lo lascio al fonico, la testa è solo sul lavoro. Penso mille cose, a volte esagero, lo so. Sono fisime mie. Ma mi aiutano a crescere. Mi ha colpito molto un discorso di Matthew McConaughey agli Oscar. Raccontava che, da ragazzino, gli chiesero chi fosse il suo eroe, e lui rispose: “Io tra dieci anni”. Dieci anni dopo, gli fecero la stessa domanda e disse: “Non ci sono ancora arrivato. Il mio eroe è sempre me tra dieci anni”. Questa cosa me la porto dentro. Non raggiungi mai del tutto quello che vuoi essere. Ma continui a rincorrerlo”.
VAS, per tornare al film, sottolinea anche quanto l’online deformi la percezione non solo della propria identità ma anche quella degli altri.
“Oggi se non ti piace la tua vita, puoi creartene una online: sei più bello, mangi meglio, viaggi di più. È tutto perfetto… ma è finto. E questo è pericoloso. Quando incontri qualcuno, se ha cinque milioni di follower, pensi subito: “Deve essere importante”. Se invece non ha i social, ti chiedi: “Com’è possibile? Perché? Chi è?”. È assurdo, ma la realtà è questa. L’assenza di esposizione fa nascere diffidenza tanto quanto l’eccesso. E tutto questo crea confusione: chi sto incontrando davvero? Chi ho davanti? Ecco, credo che VAS ponga anche questa domanda”.
Identità: che bilancio fa oggi del suo percorso come attore?
“Mi sento fortunato. Ho avuto l’occasione di interpretare ruoli diversi, e cerco sempre di non restare incastrato in un solo tipo di personaggio. Ma non mi sento arrivato, per niente. Ogni nuovo progetto è una sfida, un’occasione per crescere. E, come dicevo prima, l’obiettivo non è mai un traguardo, ma il passo successivo”.
Cosa spera arrivi al pubblico dal film VAS?
“Spero che il film aiuti le persone a riconoscere certe dinamiche interiori, anche nelle loro forme più leggere. Che chi si sente chiuso, isolato, possa trovare in questa storia uno specchio. E magari il coraggio di chiedere aiuto. Perché l’aiuto, quello vero, può arrivare solo da fuori. Spero anche che il film stimoli un dialogo, che faccia riflettere. Che porti a guardarsi dentro, non con giudizio, ma con sincerità”.
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