Fabio Esposito, intervista al conduttore di Food Network: “Iginio Massari il più spiazzante”
Dal 19 dicembre torna Foodcast. Tra tv, cucina e ambizione, il conduttore Fabio Esposito racconta il lato più vero di sé e dei suoi ospiti
Fabio Esposito è abituato a portare sulle spalle molte cose: un cognome, un’azienda, un microfono, ma anche e, forse, soprattutto un’urgenza interiore che non lo lascia mai fermo. Lo capisci subito da come parla: non sgomita, non urla, ma ogni parola che dice ha il peso e il passo di chi ha sempre qualcosa da dimostrare. A se stesso, prima ancora che al mondo. Si definisce “scugnizzo per bene”, un’etichetta che lui ha trasformato in dichiarazione d’identità. Dentro c’è la sua Napoli, l’energia della strada, la fame di chi non vuole mai restare fermo allo stesso punto. Ma c’è anche una cifra morale precisa: mai pestare i piedi a nessuno, mai vincere a scapito degli altri. Il carisma ce l’ha nel sangue, l’ha coltivato prima da imprenditore nel mondo della moda, poi da volto televisivo. Ma non ha mai smesso di sentirsi un outsider. Forse è anche questo a tenerlo affamato. Esposito ha attraversato mondi molto diversi – le passerelle, il food, l’intrattenimento, l’editoria – senza mai perdere la sua direzione. La sua storia è fatta di tanti successi, ma anche di passaggi delicati: il dolore per la perdita del padre, il peso delle aspettative, l’equilibrio sempre sottile tra ambizione e vita privata. E oggi, mentre torna su Food Network con la nuova stagione di Foodcast (dal 19 dicembre ogni venerdì alle 23:00), ha ben chiaro cosa vuole: “Non mi interessa essere un personaggio. Voglio solo fare il conduttore. E farlo bene”. In questo podcast televisivo, Esposito incontra e intervista alcuni dei volti più amati del canale, ma non si ferma alle ricette. Foodcast va più a fondo: entra nelle storie personali, negli errori, nelle emozioni. Come fa lui in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, dove parla a cuore aperto di famiglia, paternità, coraggio e di quella continua necessità di rincorrere se stesso.
Come sono stati selezionati gli ospiti di questa edizione di Foodcast?
“L’idea di Foodcast nasce proprio dalla natura della rete, che è in continua evoluzione. È una realtà viva, dinamica, fatta di volti che si trasformano in personaggi, in storie da raccontare. E proprio da qui parte la selezione degli ospiti: vogliamo raccontare anche la loro evoluzione, non solo quello che mostrano davanti ai fornelli o attraverso le loro ricette. In questa edizione abbiamo deciso di coinvolgere alcuni volti che, per motivi di tempi o incastri, non erano riusciti a partecipare alla prima stagione o che semplicemente non avevamo ancora convocato. È stato un recupero naturale, e lo stesso accadrà anche nella terza edizione. Quest’anno c’è un’unica eccezione, un outsider voluto e cercato: Francesco Cicchella. È il primo passo verso l’apertura a volti esterni alla rete. Per il resto, tutti i protagonisti fanno parte del nostro mondo: Iginio Massari, David Fiordigiglio, Davide Nanni, Paride Vitale, Assunta Pacifico. Persone che magari conosciamo per le loro ricette, ma che vogliamo scoprire sotto un’altra luce, nella loro quotidianità, nei sentimenti. C’è anche spazio per momenti delicati, intimi. Vogliamo andare oltre l’apparenza e capire davvero chi sono”.
Secondo lei, che qualità deve avere un ospite per sorprenderla durante un’intervista?
“Io non sono un giornalista, non ho mai voluto esserlo. Cerco solo di fare il conduttore al meglio delle mie possibilità. Ho sempre avuto come riferimento i grandi conduttori degli anni ’90 e 2000, e ciò che mi porto da loro è questa ricerca dell’empatia. Non m’interessa la notizia in sé. Quello che voglio ottenere è che l’ospite si senta a suo agio, che trovi uno spazio sicuro in cui potersi raccontare. Perché è solo in quel momento che si apre davvero. Se chi hai davanti si sente accolto, si sbottona e ti dona molto. Non vado a caccia di segreti: non mi interessano. Mi interessa che raccontino qualcosa di autentico, un episodio, un’emozione, un momento che hanno voglia di condividere con il pubblico. Se lo fanno, diventa anche nostro. Io seguo quello che loro vogliono raccontare, non quello che io voglio sapere”.
Le è mai successo che un ospite si sia aperto troppo e che, in fase di montaggio, abbiate deciso di tagliare qualcosa perché troppo personale?
“Quasi mai. Succede piuttosto che, dopo l’intervista, qualcuno mi chiami per dirmi: ‘Sai, magari togli quella parte… perché poi quello è anche un mio amico’. Questo capita quando faccio qualche domanda un po’ ‘cattivella’, tipo ‘Chi preferisci tra X e Y?’. Loro rispondono con spontaneità, si lasciano andare, e poi ci ripensano. Ma in generale, no: non mi hanno mai chiesto di tagliare qualcosa di troppo intimo, né mi è mai stato fatto notare che una domanda fosse fuori luogo. E questo mi fa capire che il clima che creo funziona. È un’intervista, non un’interrogazione”.
Qual è stata finora l’intervista che l’ha spiazzata di più?
“Nella prima edizione, senza dubbio quella con Luca Pappagallo. Me lo aspettavo più tranquillo, più sornione, invece è stato tosto, diretto, perfino austero in certi momenti. Nella seconda stagione, invece, l’intervista che mi ha davvero colpito è stata quella con Iginio Massari. Una persona lucidissima, con una mente brillante nonostante l’età. I suoi racconti sono incredibili, ti fanno capire quante cose abbia vissuto, quanta esperienza si porti dietro. Mi ha sorpreso completamente: pensavo di trovarmi davanti una figura più pacata, invece è un fuoco”.
US Valentina Facchinetti
Lei ha appena definito Cicchella un outsider. Ma in fondo anche Fabio Esposito è un outsider, no?
“Sì, lo sono eccome. Ho detto che Cicchella è un outsider perché non fa parte della rete, è l’unico ospite “fuori famiglia”. Ma nel mio caso, il termine ha un significato più profondo. Vengo da 23 anni di esperienza nel mondo della moda, dove ho dimostrato di saper fare impresa e di essere un imprenditore capace. Lì ho costruito il mio nome. Nel mondo della televisione ci sono da 6-7 anni, ma è solo da un paio che mi ci sto dedicando con serietà, metodo, studio. E studio tanto, ogni giorno. Dico sempre che per diventare medico o avvocato servono anni di studio e un titolo, per fare il conduttore no: non c’è una scuola, non c’è un diploma. Ti ci butti, ti giochi le tue carte. C’è chi canta, chi recita, chi sa fare show… io porto empatia e carisma, qualità che ho sviluppato nel mondo dell’impresa, non in quello dello spettacolo. Sono sempre stato un leader carismatico. Sì, sono un outsider. E so che me lo porto addosso. Ma ho anche tanta voglia di togliermi questa etichetta. Quando? Non lo so. Dove arriverò? Nemmeno questo lo so. Ma ogni giorno mi miglioro, perché sono convinto che il talento, da solo, non basta. Serve l’opportunità giusta. E se non arriva quella, puoi restare fermo anche con tutto il talento del mondo”.
Se dovesse scegliere, direbbe che la spinge più l’ambizione o il desiderio di dimostrare qualcosa a se stesso?
“Di base, io sono un ambizioso. Lo sono sempre stato. Ma la verità è che io devo soddisfare una persona difficilissima: me stesso. Fabio è il mio giudice più duro. Ed è complicato. Mi dispiace per chi mi sta vicino – mia moglie, i miei figli, i collaboratori – ma il mio motore più grande è questo. Soddisfare me stesso è una delle cose più difficili al mondo”.
Questa voglia di dimostrare qualcosa a se stesso, questa ambizione, nasce da qualcosa del suo passato o è sempre stata parte di lei?
“Ce l’ho sempre avuta dentro. Fin da ragazzino. A 13 anni organizzavo già serate di discoteca per i ragazzi del liceo, anche se io al liceo ancora non c’ero. A 14 facevo lo stesso. È sempre stata una spinta naturale: volevo farcela, volevo dimostrare che ero bravo. Ma non per essere meglio degli altri. Non ho mai avuto un approccio competitivo in quel senso. Io non mi misuro con gli altri, non vado in gara con nessuno. Anzi, mi piace guardare chi fa bene. Mi nutro di quelle persone. Sono un fan sfegatato di chi riesce nelle cose, in qualsiasi campo”.
E i suoi genitori come gestivano questa sua voglia di fare, così precoce?
“Non è stato semplice per loro. Ma ho avuto un papà straordinario. Non c’è più oggi, ma è stato l’uomo che ha saputo incanalare la mia energia. Quando ha capito che avevo questa spinta, mi ha preso e mi ha messo subito all’opera: ‘Vuoi fare? Allora vieni qui’. A 17 anni e mezzo, appena diplomato, mi ha catapultato nella sua azienda. E ha detto: ‘Vediamo cosa sai fare davvero’. Mia madre invece mi ha sempre sostenuto in tutto, con dolcezza e libertà. Diceva: ‘Se ti fa stare bene, fallo’. E così ho fatto. Per me l’arte non è solo scrivere o disegnare: è creare progetti, dare forma a idee. Io creo startup ogni due anni circa. Nel food, nell’immobiliare, nel retail. Ho una creatività trasversale, totale, a 360 gradi”.
Come si chiamano i suoi genitori?
“Mia mamma si chiama Luisa. Mio papà si chiamava Antonio. Due nomi che più napoletani non si può” (ride, ndr).
Oggi che è padre anche lei, riesce a comprendere meglio le scelte dei suoi genitori?
“Assolutamente sì. Questa è la domanda delle domande. Oggi ho un figlio che sta per compiere diciotto anni. E ogni volta mi ritrovo a chiedermi: ‘Ma come facevano, mia madre e mio padre?’. Quando ero ragazzo spesso contestavo quello che mi dicevano. Oggi invece li capisco in pieno. È incredibile come tutto si ribalti quando ti ritrovi dall’altra parte”.
E adesso è suo figlio a contestare lei?
“Eh, ovvio. È il naturale passaggio generazionale. Probabilmente mi contesta il fatto che io vada sempre di corsa, che viva a mille all’ora. I ragazzi di oggi sono parte di una società molto più lenta, tendono a nascondersi dietro a uno schermo, a un telefono. Io, invece, sono un padre giovane – ho 42 anni – e lui lo sa che, a breve, quando si affaccerà davvero al mondo dei grandi, dovrà confrontarsi con un papà che va veloce. E non sarà semplice starmi dietro”.
Lei ha sempre dimostrato grande determinazione. Possiamo dire che, finora, non ha mai davvero fallito in nulla. Ma qual è stata la scelta più fuori copione che ha fatto, quella che ha cambiato la sua vita?
“La cosa più folle che ho fatto nella mia vita è diventare padre. Non c’è niente che mi abbia cambiato di più. È stata la scelta più spiazzante, la più inaspettata, ma anche quella che mi ha reso l’uomo che sono oggi. Essere padre è una vera missione, richiede dedizione totale. I figli chiedono attenzione, amore, presenza. Io sono molto attento, molto presente, e lo vivo come un compito sacro. Mi emoziono a parlarne, perché per me essere papà è il centro di tutto”.
E in fondo, mi sembra di capire che fosse anche una delle cose che desiderava di più.
“Sì. Vengo dal Sud, e per noi la famiglia è tutto. Il mio primo nucleo familiare purtroppo non è andato come speravo: ho divorziato. Ma oggi abbiamo una famiglia allargata, in cui regnano rispetto e armonia. Ho un bellissimo rapporto con la mia ex moglie, con la mia attuale moglie, con tutti. Questo è un valore aggiunto che ho costruito fin dal primo giorno. E ne vado molto fiero”.
Ogni rapporto funziona se entrambe le parti imparano a sopportarsi. Cosa devono sopportare gli altri di lei, e cosa invece sopporta lei degli altri?
“Gli altri devono sopportare sicuramente la mia ambizione, che è tanta, e che spesso può risultare ingombrante. E, insieme a quella, la mia testardaggine. Perché l’ambizione, se non è accompagnata da una buona dose di testardaggine, non ti porta da nessuna parte. Invece, quello che io faccio più fatica a sopportare è quando ho a che fare con persone che credono che io non abbia capito qualcosa. Fare finta di non vedere, per me, è difficilissimo. Eppure, è una lezione che sto cercando di imparare: a volte è meglio lasciar correre, chiudere un occhio. Si vive con più leggerezza. Ma non è facile, soprattutto per uno come me”.
Un’altra espressione che usano spesso per descriversi è ‘scugnizzo per bene’. Cosa è rimasto dello ‘scugnizzo’ che era, e cosa invece la rende ‘per bene’?
“Tutto. Si nasce scugnizzi e si muore scugnizzi, è una questione di DNA. Ma il ‘per bene’ lo diventi. Io ho messo quell’aggettivo lì, apposta. È una contrapposizione voluta: ho preso l’energia dello scugnizzo e l’ho canalizzata, incanalata nell’ambizione, nel rispetto, nell’educazione. Ho cercato di mantenere la mia scaltrezza, ma sempre con eleganza. Sempre con un certo modo. Mai pestare i piedi a nessuno, mai prevaricare, mai ottenere qualcosa a discapito di un altro. Per questo oggi sono ancora uno scugnizzo, ma prima di tutto una persona per bene”.
Oggi lei ricopre moltissimi ruoli: conduttore, scrittore, CEO di un’azienda. Quando trova il tempo per se stesso? E che cosa fa quando finalmente ha tempo per Fabio?
“Ho imparato a far convivere Fabio in tutti questi ruoli. Non esiste un orario in cui smetto di essere me stesso perché, se sei imprenditore, lo sei sempre. Se hai carisma, lo porti con te ovunque. Quindi quello che faccio è cercare di infilare Fabio dentro ogni cosa. Ci sono attività che mi danno più piacere, altre meno, ma, nei momenti in cui sto bene, lì c’è Fabio. Ad esempio, quando registro Foodcast, che è il mio programma preferito tra tutti quelli che faccio, lì sto bene davvero. Durante quell’ora e mezza, due ore di intervista, sono felice. E quella è felicità anche per me”.
Se parliamo di felicità, per lei cos’è davvero?
“Le cose più semplici. Spiaggia, sole, mare. Quelle tre cose lì, per me, sono tutto. Non ho bisogno delle Maldive, eh. Mi sta benissimo anche una spiaggia sotto casa, a Posillipo. O in Puglia, in Calabria, ovunque. Basta che ci siano quei tre elementi, e io sto bene. Seduto al sole, al mare… quella per me è felicità”.
Quando è in azienda e guida il suo gruppo, quindi non sta facendo televisione, quali sono i valori che muovono il suo lavoro?
“Innanzitutto, la fiducia. Io ho piena fiducia nei miei collaboratori. E con la fiducia viene anche il rispetto. Poi c’è la gratitudine: condividere con loro non solo gli obiettivi, ma anche i risultati, anche a livello economico. Faccio in modo che sentano che quello che facciamo non è ‘mio’, è anche ‘loro’. Do sempre l’idea – e non è solo un’idea, è un fatto – che ci sarà qualcosa di nuovo da costruire, da raggiungere. E che ci arriveremo insieme”.
E secondo lei loro la percepiscono così?
“Sì, assolutamente. So che mi stimano. Non mi temono, e questo per me è importantissimo. Non voglio essere un capo che incute paura, voglio essere un leader che riceve stima”.
Nella vita, invece, si è sentito sempre ascoltato?
“No, non sempre. Ma credo che sia così per tutti. Nessuno viene ascoltato fino in fondo. Puoi urlare quanto vuoi, essere alto, grosso, carismatico… ma c’è sempre qualcuno che non ti ascolta. E va bene così. Ti ascolta solo chi ha davvero voglia di farlo”.
C’è un momento della sua vita in cui ha sentito davvero forte la mancanza di ascolto?
“Sì. C’è stato un momento in cui il mio più grande maestro – mio padre – non ha colto fino in fondo un lato di me. Lui si concentrava molto sulla mia vena professionale, stilistica, perché quella era la parte che portava risultati, che funzionava. Ma non ha ascoltato, o forse non ha voluto ascoltare, l’altra parte, quella più artistica, più creativa, che già allora spingeva per emergere. C’era tanto altro in me, e forse quello è mancato. Anche se so che lo faceva a fin di bene”.
Lei è riuscito a mettere insieme due mondi molto diversi: la moda e la cucina. Uno, per sua natura, è considerato “alto”; l’altro, più popolare. Come li fa dialogare?
“Dalla moda alla cucina porto senza dubbio il senso del colore, degli abbinamenti, dello stile. Oggi tutto è stile, tutto è moda. Anche mettere una tuta per uscire a cena, o andare a mangiare sushi, è una scelta di stile. Dalla cucina, invece, porto alla moda le tendenze. Oggi è cambiato tutto: il modo in cui ti vesti dipende anche da dove vai a mangiare. È diventato un ping-pong continuo. C’è un mash-up tra questi due mondi: moda e food si contaminano, si richiamano. Si influenzano a vicenda”.
Se fosse un piatto, che piatto sarebbe? E se fosse un capo d’abbigliamento?
“Come piatto, sicuramente una pizza Margherita. Semplice, ma buona. Piace quasi a tutti. Ha quella capacità di essere popolare e rassicurante, ma non banale. E, come abbigliamento, tutta la vita un tailleur. L’abito, che sia da uomo o da donna, è perfetto: lo puoi indossare in mille modi diversi. Col tacco, con le sneakers, con una camicia o con un top. È versatile, elegante e sempre adatto. E alla fine, se ci pensi, pizza Margherita e tailleur hanno qualcosa in comune: sono entrambi ‘prêt-à-porter’. E io sono così, pronto per ogni occasione”.
Lei, anni fa, ha partecipato a un programma televisivo, Temptation Island Vip, insieme alla sua attuale moglie, allora fidanzata. Era un format che non aveva nulla a che fare con la cucina. Cosa l’aveva spinta a farlo? Ambizione o voglia di mettersi in gioco?
“Era uno dei miei primi passi nel mondo della tv. C’era la possibilità di partecipare a un programma – che poi, tra l’altro, non è stato più ripetuto perché la versione ‘vip’ è stata sospesa – ma per me era un’occasione per farmi conoscere un po’ di più, dare visibilità al mio profilo. Andammo per gioco, e da lì poi ci siamo sposati, abbiamo costruito la nostra vita, lontano dai riflettori. È stata un’esperienza bella, leggera. Il gruppo Fascino lavora bene, Maria De Filippi e tutti i suoi collaboratori sono molto professionali. La ricordo con piacere, senza alcun preconcetto sui reality. Mi sono trovato bene, anche perché eravamo al mare, sotto il sole… praticamente la mia vita ideale”.
C’è stato un momento, nel suo percorso così vario, in cui si è detto ‘Bravo Fabio, ce l’hai fatta’?
“No, non è ancora successo. Non ho mai avuto quel momento. E non è per falsa modestia. È che la mia ambizione non me lo permette. Lo dicevo anche prima: se un giorno dovessi dirmi ‘ce l’ho fatta’, smetterei. Mi ritirerei. Finché ho qualcosa da inseguire, continuo a correre”.
Cosa potrebbe davvero ferirla?
“Qualcosa che riguarda la mia famiglia. Quello è il mio punto più sensibile. Oppure sapere che qualcuno a cui tengo non sta bene, soprattutto per questioni di salute. Quelle sono le cose che mi fanno davvero male. Tutto ruota sempre attorno agli affetti”.
Come ha vissuto la scomparsa di suo padre?
“In realtà non ho mai avuto il tempo di viverla davvero. È successo durante il Covid, in modo improvviso. Era ancora giovane. In quei giorni mi sono dovuto rimboccare le maniche subito. Avevo già molte responsabilità, ma c’erano anche le sue attività, che erano importanti. Nel giro di poche settimane sono diventato presidente dell’intero gruppo, a 36 o 37 anni. Non ho avuto modo di fermarmi. Lui è stato male per 20 giorni in ospedale, e già in quel periodo io avevo cominciato a fare tutto. Non ho potuto piangere davvero. Credo però di aver elaborato il lutto nel modo che lui si sarebbe aspettato: lavorando, dando il massimo. Mio padre era un grande imprenditore, e sapevo che per lui questo sarebbe stato il miglior modo per onorarne la memoria”.
Se le dessi in mano una padella e un microfono, cosa cucinerebbe per raccontarsi, e cosa racconterebbe?
“Probabilmente cucinerei un’omelette. È il primo piatto che ho imparato a fare da ragazzino. Racconterei come mi sono avvicinato alla cucina, perché l’ho fatto, chi me l’ha fatto scoprire. E parlerei di me: un ragazzo ambizioso, pieno di sogni nel cassetto. Anzi, col passare del tempo i sogni sono pure aumentati”.
E oggi qual è il sogno più grande?
“Quello di riuscire a fare il conduttore, e solo il conduttore. Non voglio fare il personaggio. A 12 anni già ero personaggio abbastanza, quindi ora non me ne importa nulla. Voglio esprimere ciò che ho dentro attraverso la conduzione. È questo il sogno. Poi, ovviamente, sogno anche una vita privata serena, vedere i miei figli realizzati. Quella è la base di tutto”.
E se uno dei suoi figli, un giorno, le dicesse di voler seguire le sue orme sia in azienda che in tv?
“Ne sarei felicissimo. Gli darei una mano, eccome. Non vedo perché no. Io faccio una vita bellissima, faccio ciò che mi piace. Sarebbe naturale consigliargliela”.
Se dovesse scrivere una frase sui muri per raccontare chi è Fabio Esposito, quale sarebbe?
“’Purtroppo per voi, ci sono’. È un po’ una provocazione, ma il senso è quello. È una frase da scugnizzo, lo so. Ma dice la verità: c’è sempre chi vuole prevaricare, chi vuole farti fuori. E io ci sono. Punto”.
Come tiene a bada la competizione?
“Con l’impegno. Studio, lavoro, cerco sempre di rinnovarmi. Non copio mai. Cerco sempre di fare qualcosa di nuovo, di mio”.
E come vive l’idea che qualcuno possa emularla?
“Non ho ancora una grande popolarità, e in un certo senso sono felice così. Ma, se qualcuno si ispira a me, mi fa piacere. Lo prendo come un complimento. Anch’io mi ispiro a chi fa bene. Bisogna sempre avere dei riferimenti positivi”.
Perché Coconuda ha funzionato, secondo lei?
“Ha funzionato e continua a funzionare perché si rivolge a un pubblico semplice, che ha voglia di vestire bene senza spendere cifre esagerate. Offriamo un prodotto italiano, accessibile, portabile tutti i giorni. La nostra è una moda concreta, non fa promesse che non può mantenere”.
Cosa pensa dei prezzi folli che si vedono in giro legati alla moda?
“Quei modelli sono destinati a morire. Lo dicono anche gli studi di settore. Oggi la gente non spende più negli oggetti, ma nelle esperienze. Il mercato sta cambiando direzione, e in fretta: cerca experience”.
Qual è stata l’experience più bella della sua vita?
“Per me l’esperienza più bella è ogni viaggio. Ma soprattutto il ritorno nei luoghi dove sono stato bene. Non c’è una sola esperienza. Ogni volta che viaggio, vivo qualcosa di significativo”.
E Napoli, cosa rappresenta per lei?
“Mamma. Casa. Semplice”.
Cosa non vorrebbe mai leggere sul suo conto?
“Che io abbia fatto qualcosa di brutto, un gesto scorretto. Sarebbe una bugia, e io odio le bugie sul mio conto. Nella vita si paga tutto, nel bene e nel male, ma le bugie no. Quelle non le sopporto”.
Ma, ogni tanto, qualche piccola bugia se la concede?
“Eh, certo. Faccio l’imprenditore… Qualche bugia bianca ogni tanto ci scappa. Ma mai qualcosa che faccia del male”.
US Valentina Facchinetti