Francesca Albanese racconta le minacce di stupro alla figlia, "faremo ciò che han fatto alle donne israeliane"

La relatrice Onu per i diritti umani in Palestina racconta delle minacce di morte e di stupro alla figlia che riceve da tempo

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“Sono la prima funzionaria nella storia delle Nazioni Unite a subire un simile trattamento”. Così Francesca Albanese parla delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti nei suoi confronti per aver denunciato le violazioni dei diritti umani da parte di Israele e parlato di genocidio dei palestinesi. Per gli stessi motivi la relatrice speciale Onu sulla Palestina riceve minacce da quasi due anni, minacce di morte e di stupro anche alla figlia: “Le faremo quel che han fatto alle donne israeliane”.

Francesca Albanese e Israele

In una lunga intervista al Corriere della Sera, Francesca Albanese parla di Israele e Palestina, della guerra a Gaza e dei rapporti che ha redatto per conto delle Nazioni Unite.

Per quanto scritto in quelle relazioni, in cui accusa Israele di genocidio e apartheid nei confronti del popolo palestinese, la relatrice Onu per i diritti umani in Palestina è stata colpita da sanzioni da parte di Stati Uniti e Israele.

Francesca AlbaneseIPA
 Francesca Albanese

“Sono la prima funzionaria nella storia delle Nazioni Unite – dice – a subire un simile trattamento, che condivido con Putin, Khamenei e Maduro”.

“E che mi viene riservato perché collaboro con la Corte penale internazionale. La verità – spiega – è che ho denunciato le violazioni dei diritti umani compiute da Israele”.

Albanese e la sua famiglia non possono tornare negli Stati Uniti, “nell’appartamento dov’è nata mia figlia”, nonostante il marito lavori per la Banca Mondiale che ha sede a Washington: “C’è anche una persecuzione, affinché sia licenziato”.

Le minacce di morte e di stupro alla figlia

Per gli stessi motivi Francesca Albanese riceve da tempo delle minacce: la sua vita è stravolta, la pressione è “molto forte”.

I messaggi minatori, racconta la giurista, sono iniziati nel 2024, minacce di morte e di stupro anche verso la figlia: “Le faremo quel che han fatto alle donne israeliane”.

Da quelle minacce, spiega, “è partita l’esigenza d’avere protezione dove vivo, in Tunisia”.

Genocidio e apartheid

Sulla parola genocidio usata a proposito di Gaza, Francesca Albanese dice che “il problema è proprio la scelta delle parole che si usano”.

“Dopo tre anni in Palestina, sono andata via nauseata. Non riuscivo più a vivere in quel posto”, racconta.

“Ed è l’apartheid a spiegare oggi, dal punto di vista giuridico, quel mio sentimento d’allora: c’è un sistema strutturale di dominio da parte di un gruppo su un altro. E si sviluppa attraverso la commissione di atti disumani”.

Lo stesso, aggiunge, vale per il genocidio: “Non c’è tregua che possa interromperlo”. Albanese poi cita lo storico israeliano Raz Segal: “Questo è un caso di scuola di genocidio”.

Secondo la funzionaria Onu il problema non è usare parole “compromesse”, il problema “è di chi non guarda la realtà”.

Il dibattito in Italia

Francesca Albanese ha palato di dibattito “squallido” in Italia sulla questione Israele-Palestina.

“All’estero c’è meno ignoranza”, dice, mentre in Italia “è clamoroso quanto i media lascino parlare persone che non hanno nessuna competenza”.

“Al contraddittorio, si dovrebbe prediligere il dibattito: devono confrontarsi persone con idee diversissime, ma con una base di conoscenze”.

Albanese ricorda che fino a poco tempo fa in Italia non si parlava di Palestina: “Mi guardavano come un’extraterrestre, in un vuoto siderale”.

Ora dopo l’attacco terroristico di Hamas e l’offensiva militare di Israele a Gaza le cose sono cambiate.

“L’enormità di ciò che è successo è tale che non si può tornare indietro. S’è svegliata una coscienza, soprattutto fra i giovani”.

“Mi occupo di Palestina da 15 anni – racconta – e mai ho visto questo livello di maturità: sul genocidio in Ruanda o in Bosnia, non ci fu la stessa presa di coscienza”.

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