Gabriele Careddu protagonista di Hype, chi è l'attore che interpreta Marco: "Anche io mi sentivo invisibile"

L'intervista a Gabriele Careddu, protagonista della serie Hype tra l’insicurezza, il corpo come armatura e il sogno di rappresentare chi non ha voce

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Olbia, Roma, Milano: Gabriele Careddu ha fatto la valigia per inseguire un sogno che sembrava troppo grande da pronunciare, fare l’attore. Dopo un debutto sorprendente nel film Pare parecchio Parigi di Leonardo Pieraccioni (era il giovane amante di Chiara Francini), oggi veste i panni di Marco in Hype, la serie di RaiPlay firmata da Fabio Mollo e Domenico Croce. Un ruolo intenso, pieno di sfumature, che lo ha portato a confrontarsi con lutti improvvisi, desideri non detti, una relazione queer delicata e la fame di riscatto. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Gabriele Careddu si racconta senza filtri: dall’insicurezza che lo ha accompagnato da ragazzo al bisogno di rappresentare chi si sente escluso, passando per allenamenti, giudizi, rabbia e sogni. E un legame fortissimo con la sua terra, la Sardegna, che vorrebbe riportare al centro della scena.

Nella serie Hype interpreta Marco, un personaggio che definire solo “leale e gentile” sarebbe riduttivo. Porta con sé anche molto dolore. Come si è avvicinato a lui?

“Mi ci sono avvicinato in modo molto personale, seguendo quello che sono io. Sono cresciuto come una persona introversa, piena di insicurezze. Lo sono ancora oggi, anche se negli anni ci ho lavorato tanto. Studiare recitazione è stato fondamentale, non solo per diventare attore, ma per conoscermi meglio, accettarmi. Marco l’ho approcciato con delicatezza, perché è un personaggio che ha una sensibilità particolare. Affronta tematiche importanti, come quella queer, ma lo fa senza esplicitarle, senza bisogno di definizioni. La sua sessualità non è mai messa in discussione, non è mai un problema: è semplicemente parte di lui. Quello che davvero lo muove è la passione per la musica. E io ho fatto questo passaggio: al posto della musica, ho messo la recitazione. Così Marco è diventato una versione di me, ma con un talento diverso. Questo mi ha aiutato a sentirlo molto vicino”.

Quand’è nata la sua passione per la recitazione?

“Non c’è stato un momento preciso. Sono cresciuto in una famiglia con una forte cultura cinematografica e musicale. Mio padre mi ha trasmesso tanto: film, musica, videogiochi, cose nerd. Però da piccolo non pensavo minimamente di fare l’attore, volevo fare lo skater. Poi, dopo il diploma, ho attraversato un periodo difficile, non sapevo cosa fare. Sono andato a studiare in Irlanda e lì ho cominciato a mettere a fuoco il desiderio di recitare. Ma mi vergognavo a dirlo. Vengo da Olbia, una città dove ci si conosce tutti, e dire “voglio fare l’attore” sembrava una cosa arrogante, fuori luogo. Ma non era così. Era solo una passione che mi stava bruciando dentro. A 18-19 anni l’ho detto ai miei genitori. Mio padre inizialmente era scettico, ma poi mi ha supportato. Anche mia madre mi è stata vicina. E così è iniziato tutto”.

A Roma è arrivato da solo. Come è stato?

È stato rivoluzionario. Un passaggio totale, che mi ha formato in tutto. I primi anni sono stati belli ma anche molto difficili. Ho inizialmente frequentato una scuola di cinema che si è rivelata non alle mie aspettative. Ho deciso allora di lasciare, di ripartire da capo e di cercare altro più vicino alle mie idee. E dopo un po’ di tempo sono entrato alla Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté”. Quello è stato il vero punto di svolta. Lì ho incontrato persone che mi hanno fatto crescere, come attore e come persona”.

Marco inizia un percorso interiore molto forte dopo la morte di Luca, che per lui rappresenta quasi tutto il suo mondo. Come ha lavorato su quel tipo di dolore?

“Non ho voluto attingere a esperienze personali. Non volevo usarle per rendere vera quella sofferenza. Ho cercato di rimanere fedele al vissuto di Marco, a quello che lui avrebbe sentito. Già dal primo provino avevo capito che quella perdita sarebbe stata devastante per lui. Con i registi, Fabio Mollo e Domenico Croce, abbiamo parlato tanto di quello switch emotivo: dopo un trauma del genere o ti spegni, o trovi una forza nuova. Marco trova una fiamma, un dolore che lo cambia. Perde tutto in un colpo: l’amico, l’amore, il punto di riferimento. E proprio da quella voragine inizia a emergere qualcosa di nuovo, un’identità più consapevole”.

gabriele careddu hype

Da quel momento Marco inizia anche una relazione con Giacomo. Come ha lavorato con Luka Zunic?

“Io e Luka siamo diversissimi, ma ci siamo trovati bene proprio per questo. Non ci siamo messi lì a parlarne troppo, non abbiamo costruito una teoria sul rapporto tra i personaggi. Ci siamo lasciati guidare dall’istinto. Un po’ come succede nella serie: il loro è un amore che nasce dalla carne, dagli sguardi, da una vicinanza emotiva, più che da un ragionamento. Prima di ogni scena ci prendevamo del tempo per noi due, anche solo uno sguardo, un momento di silenzio. Quel piccolo rituale ci aiutava a entrare nella connessione giusta. Inoltre, lavorare con un intimacy coordinator è stato fondamentale: ci ha permesso di sentirci protetti, rispettati, e di lavorare con serenità”.

Temeva che la gente potesse confondere attore e personaggio?

“All’inizio ci ho pensato, sì. È una paura che può venire, soprattutto quando interpreti un personaggio così sensibile, che vive un amore omosessuale. Ma poi mi sono detto: chi se ne frega. Faccio l’attore, questo è il mio lavoro. E devo farlo con sincerità. Sono contento di aver affrontato questo mondo, di averlo conosciuto meglio. Ho già fatto un corto queer, e ora ne farò un altro. Sento di avere una sensibilità che mi permette di avvicinarmi a queste storie con rispetto. E se qualcuno confonde me con il personaggio, pazienza. Non mi interessa più, è un problema di chi guarda e non il mio”.

Il corpo ha un ruolo centrale nella serie. Che rapporto ha con il suo?

“Mi alleno cinque volte a settimana. Non per una questione estetica, non per essere “bello”, ma per stare bene. Il corpo è il nostro strumento di lavoro, e come attore devo conoscerlo, ascoltarlo. L’allenamento mi ha aiutato tanto anche mentalmente. Ho iniziato da ragazzino, dopo un episodio che mi ha segnato: qualcuno mi prese in giro per le gambe troppo magre. Da lì ho iniziato ad allenarmi. È stato un modo per reagire, per trasformare l’insicurezza in forza. Non per diventare un altro, ma per conoscermi meglio”.

Soffre il giudizio?

“Sì. Lo soffro tanto. Faccio mille pensieri: “Piacerà quello che ho fatto?”, “Come verrà recepito?”. Sono molto autocritico, a volte anche troppo. Mi faccio mille domande, mi metto in discussione. Ma ho imparato anche ad accettare i no, le sconfitte. Fanno parte del mestiere. A volte mi abbatto per un paio di giorni, poi torno a galla. Fa parte del processo”.

In Hype interpreta un rapper. Come si è trovato con questo mondo?

“Io vengo da un’altra cultura musicale. Sono cresciuto con il rock, con il metal, con lo skate. Però ho sempre avuto rispetto per il rap. Quando ho saputo che avrei dovuto interpretare un rapper, ero gasato. Ho lavorato con una vocal coach, ho studiato la voce, i movimenti. È stato bellissimo. La musica è una forma d’arte potentissima, ti espone, ti mette a nudo. Anche da attore mi sono sentito così”.

Che ne pensa delle critiche al rap e alla trap come musica “diseducativa”?

“Capisco le critiche, soprattutto da chi ha figli piccoli o adolescenti. Ho due sorelle minori e sento quello che ascoltano. Alcuni testi sono duri, volgari, superficiali. Però non tutta la musica urban è così. Ci sono artisti come Ernia che scrivono testi profondi, che fanno pensare. Purtroppo, spesso chi ha più successo è quello che urla di più, non chi ha davvero qualcosa da dire. Questo è il vero problema”.

C’è qualcosa che oggi la fa arrabbiare più di tutto?

L’intelligenza artificiale. Mi incuriosisce molto, ma mi spaventa anche. Soprattutto quando viene usata male: per creare contenuti falsi, per diffondere disinformazione. Sui social a volte è difficile distinguere il vero dal falso. E i più giovani ma anche i meno formati ci cascano. Questo può fare molti danni”.

La canzone centrale di Hype si chiama Buco Nero. Qual è il suo?

“Ce l’ho anch’io, certo. Ma preferisco tenerlo per me”.

Ha mai detto a se stesso: “Bravo Gabriele”?

Sì, poche volte ma buone. Non lo dico quando prendo un ruolo, ma quando affronto bene una situazione difficile. Quando riesco a gestire qualcosa che prima mi avrebbe bloccato. In quei momenti mi dico: bravo, hai fatto un passo avanti”.

Che legame ha con la sua terra d’origine?

Fortissimo. Mi porto dentro la mia terra ogni giorno. Vorrei rappresentarla, portarla in alto. In Sardegna ci sono tanti artisti validi che non hanno le stesse opportunità. Da quando è uscita la serie, mi hanno scritto in tanti per chiedermi: “Come hai fatto?”. Vorrei essere un esempio, dire loro che è possibile. Ho anche proposto un festival a Olbia, per dare spazio agli emergenti. Spero di riuscirci, sarebbe un sogno”.

gabriele-careddu ANDREA NEGRONI