Garlasco, la perizia sul dna di Andrea Sempio: cosa significa "traccia genetica parziale ma familiare"
Il caso diventa sempre più intricato: si analizzano nuove “prove” e che alimentano l’interesse verso una possibile svolta, come spiega la psicologa e criminologa forense Cristina Brasi
Il profilo genetico trovato sulle unghie di Chiara Poggi è compatibile con la linea genetica maschile della famiglia di Andrea Sempio, ma non è stato possibile “addivenire a un esito di identificazione di un singolo soggetto”. Così è scritto nella perizia depositata nelle scorse ore, a cura della genetista Denise Albani e dei dattiloscopisti Domenico Marchigiani e Giovanni Di Censo, nominati dalla gip di Pavia, Daniela Garlaschelli, nell’ambito dell’incidente probatorio disposto sul nuovo filone di inchiesta. Il caso dell’omicidio della giovane, avvenuto a Garlasco 18 anni fa, si complica ulteriormente. L’intervista alla psicologa e criminologa forense Cristina Brasi.
Cosa dice la perizia sulle unghie di Chiara Poggi
La perizia, dunque, diventerà terreno di un nuovo scontro in aula, a partire dal prossimo 18 dicembre, perché riguarda le analisi sul Dna repertato sulle unghie della vittima. La genetista Denise Albani ha parlato di aplotipo “misti parziali”, sia per la quantità che le condizioni del materiale biologico: le analisi, quindi, non hanno portato a un risultato “certamente affidabile”.
Come chiarito ancora dall’esperta, non è possibile stabilire con “rigore scientifico” se gli aplotipi “provengano da fonti del DNA depositate sotto o sopra le unghie della vittima e, nell’ambito della stessa mano, da quale dito provengano, quali siano state le modalità di deposizione del materiale biologico originario, perché ciò si sia verificato (per contaminazione, per trasferimento avventizio diretto o mediato), quando sia avvenuta la deposizione del materiale biologico”.
Compatibilità su base familiare
Già in occasione dell’udienza del 26 settembre scorso, la perita aveva parlato di un “aplotipo parziale misto non consolidato”, cioè una traccia genetica parziale, mista (a un altro Dna maschile ancora più degradato), non identificativo, perché riconducibile a una linea familiare maschile. “Non potrò mai dire, e ci tengo a sottolinearlo, che quel profilo è di Tizio, perché è proprio concettualmente sbagliato essendo un aplotipo”.
L’unica deduzione possibile, come sottolineato da Albani, è “che si può andare a evidenziare un contesto familiare di appartenenza, ma sicuramente non va a individuare una singola persona”.
Mancano il “come”, il “quando” e il “perché”
Ora la perizia conferma che sulla base “delle attuali conoscenze sul tema in ambito internazionale non è possibile rispondere con metodi validati, dati solidi e rigore scientifico a domande quali ‘come’, ‘quando’ e ‘perché’ un determinato materiale biologico è stato depositato su una superficie”.
Indicazioni “di contaminazione ambientale, trasferimento per contatto diretto o trasferimento secondario mediato da un oggetto sono suggestive e tali restano se non inquadrate in un contesto informativo più ampio e senza la disponibilità di dati scientifici granitici”. Troppi, dunque, i punti non chiariti.
Gli altri punti dubbi
La perizia affronta anche altri aspetti: ad esempio, sugli “acetati” delle circa 60 impronte rinvenute sulla “scena del crimine” non è stato trovato sangue, né sono stati estrapolati profili genetici utili per comparazioni. Ad essere esaminati sono stati anche i reperti della “pattumiera” di casa Poggi: sono stati identificati solo i Dna di Chiara e di Alberto Stasi.
Nessun nuovo elemento, poi, dai “tamponi”, mentre sul “tappetino del bagno” è stato rilevato materiale genetico di Chiara Poggi e del padre.
Nello specifico, inoltre, sia sulla “cannuccia” di thè freddo che sul barattolo di yogurt è stato trovato Dna “parziale severamente degradato caratterizzato dalla presenza della componente allelica, ancorché parziale” di Stasi.
Tutti elementi che a breve torneranno in discussione nel dibattito in aula, mentre resta alta l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso.
L’intervista a Cristina Brasi
Nel caso Garlasco si torna, dunque, a parlare di impronte digitali e si riesaminano reperti del passato. È frequente che accada?
“Il riesame di reperti datati, spesso definiti cold cases (“casi freddi”), non è un evento eccezionale, ma una prassi investigativa standard e metodologicamente necessaria nei contesti giudiziari moderni. I casi diventano “freddi” quando le piste investigative si esauriscono o quando la tecnologia forense disponibile al momento del crimine non è sufficiente per identificare un colpevole. La frequenza con cui i reperti vengono riesaminati è direttamente proporzionale al progresso tecnologico”.
In che casi si possono riaprire dei fascicoli?
“Le unità specializzate hanno il mandato di utilizzare metodi investigativi moderni e nuove tecnologie scientifiche ogni volta che è possibile. Campioni che un tempo erano ritenuti inadatti all’analisi o che avevano prodotto risultati giudicati inconcludenti possono oggi, grazie a metodologie più sensibili, fornire profili utilizzabili. Il riesame può riguardare anche reperti tradizionali come le impronte latenti, dove i progressi hanno permesso di integrare l’analisi dattiloscopica con quella genetica”.
Come nel caso di Garlasco, infatti. Ma ad attirare interesse è la possibile svolta. Ci sono casi analoghi di ribaltamento del quadro probatorio a tanta distanza di tempo?
“L’emergere di nuove prove che mettono in discussione un quadro investigativo, o addirittura un verdetto definitivo, è un fenomeno ampiamente studiato in criminologia: si chiama, a livello internazionale Exonerations, ovvero lo scagionamento di persone erroneamente accusate o condannate per crimini. Il DNA, in particolare, è diventato il principale catalizzatore di questi ribaltamenti. Un esempio clamoroso arriva dagli Stati Uniti dove, tramite evidenza genetica, un uomo è stato collegato ad almeno 22 aggressioni sessuali e rapine a New York nel 1999. Oppure la svolta nelle indagini sui “Green River” killings nel 2001”.
Quindi il Dna potrebbe, in linea teorica, smascherare errori giudiziari?
“Sì, anche perché tra le principali fonti di condanne ingiuste ci sono l’identificazione errata da parte di testimoni oculari e, significativamente, l’uso di prove forensi non valide o fuorvianti. È il caso, per esempio, della comparazione di peli. Ma attenzione: lo scagionamento in molti casi (il 43% degli esoneri analizzati in uno studio) porta all’identificazione del vero autore del crimine. Inoltre, la risonanza mediatica e accademica di alcuni eventi, spesso amplificata da opere divulgative come la serie Netflix sul caso dei “Central Park Five” o il podcast “Serial” sul caso Adnan Syed che ha portato a un nuovo processo, spinge il sistema di giustizia penale a esaminare i potenziali casi di condanna ingiusta e ad adottare riforme”.
Come si bilancia la necessità di investigare e quella di tutelare la privacy?
“La criminologia e la sfera legale ne dibattono molto: è necessario prevenire la potenziale “molestia” o l’ingiustificata sorveglianza di persone che non hanno alcun ruolo nel reato. Dal punto di vista della disciplina e regolamentazione, invece, mancano standard operativi universali e chiare regolamentazioni legali. Nel caso Garlasco si parla di Ricerca Familiare, ma la letteratura raccomanda che sia limitata ai casi più gravi e richiede sempre un’autorizzazione giudiziaria esplicita per garantire la proporzionalità dell’intervento”.
Rimanendo al caso Garlasco, si parla di “traccia genetica parziale, ma familiare”: di cosa si tratta?
“È, per il sistema investigativo, un’indicazione strategica di altissimo livello. Non fornisce la risposta finale, ma innesca una nuova e delicata fase investigativa. Il suo valore non è nella certezza genetica, ma nella sua capacità di orientare il processo investigativo, a condizione che tale orientamento sia gestito con la massima cautela procedurale e nel rispetto dei diritti dei terzi coinvolti”.
Nonostante la condanna di Andrea Stasi, Sempio risulta indagato. Cosa potrebbe accadere se la sua posizione di aggravasse, da un punto di vista psicologico per la famiglia di Chiara Poggi?
“Una condanna definitiva, sebbene non possa eliminare il dolore della perdita, fornisce una cruciale chiusura giudiziaria o cognitive closure. Questo stabilisce una “verità legale” che consente loro di iniziare, seppur con difficoltà, il processo di adattamento e lutto. Quando il quadro investigativo viene ribaltato o messo in discussione, come nel caso di indagini su un nuovo sospettato, questa chiusura viene brutalmente distrutta. La riapertura del caso non è un semplice atto burocratico; è psicologicamente equivalente a riattivare il trauma acuto originale”.
È come vivere il dramma una seconda volta?
“Sì, la famiglia della vittima è esposta a un fenomeno noto come ri-vittimizzazione secondaria. La messa in discussione del verdetto li costringe a rivivere emotivamente l’incertezza, il dolore e la paura connessi al crimine. L’esposizione ripetuta a stress violenti, anche se mediati dal sistema legale, è correlata a un rischio elevato di sviluppare o aggravare disturbi mentali come il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), ansia e depressione. Quando un’indagine su un nuovo individuo si aggrava, la famiglia della vittima o della persona precedentemente condannata si trova ad affrontare la prospettiva di due esiti traumatici che minacciano la stabilità emotiva faticosamente raggiunta. Il primo, e forse il più lacerante, è la validazione dell’errore del sistema giudiziario, che porta alla consapevolezza agghiacciante che il sistema legale potrebbe aver condannato la persona sbagliata. Non solo si realizzerebbe l’ingiustizia subita dall’innocente, ma si confermerebbe che, per tutto il tempo trascorso dalla sentenza iniziale, il vero responsabile era libero di agire. Il secondo aspetto è la perpetuazione del conflitto, che significa un traumatico ritorno all’incertezza”.
E per Andrea Stasi, già condannato in via definitiva?
“In questo caso, pur non alterando immediatamente il suo status legale, introduce un elemento di profonda destabilizzazione psicologica. La vita in prigione è caratterizzata da stressor cronici intrinseci noti come le “pene dell’incarcerazione”, che includono l’isolamento dai legami sociali, la perdita di controllo personale, l’ambiente austero e lo stigma, che possono rappresentare una forma di stress traumatico, acuto e persistente. La notizia di una nuova indagine o di una pista alternativa agisce come un potente amplificatore. La letteratura evidenzia che l’esperienza di una condanna ingiusta, o il sospetto di essa, può generare un trauma psicologico complesso, caratterizzato da depressione e sintomi di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD), che va oltre il comune impatto della detenzione.
Perché, a livello emotivo, il caso è così seguito?
“Perché alimenta una suspense continua. Sebbene la conoscenza di un verdetto (la condanna) tenda a ridurre l’arousal (eccitazione). I media, soprattutto in un ambiente di rapida diffusione delle notizie, possono focalizzare l’attenzione su aspetti specifici, influenzando la percezione pubblica sulla criminalità, sul sistema giudiziario e sui singoli attori. La riapertura dei cold case è legata a 4 meccanismi criminologici distinti, tutti interconnessi: la chiusura cognitiva (Need for Cognitive Closure), che porta a cercare di eliminare una incertezza, ma che invece con i cold case rimane aperta; la Ri-Vittimizzazione Secondaria e l’idea della fallibilità istituzionale, già viste; infine, agisce come catalizzatore il progresso tecnologico che permette di rianalizzare continuamente le prove. Tutti questi elementi si trovano anche nel caso Garlasco”.
ANSA