Garlasco, Roberta Bruzzone e i dubbi su Alberto Stasi nell'analisi della telefonata ai soccorsi

Garlasco, l'analisi di Roberta Bruzzone sulla telefonata fatta da Alberto Stasi ai soccorsi dopo la morte di Chiara Poggi

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Roberta Bruzzone, ospite nella trasmissione di Rete 4 Quarto Grado, ha analizzato attentamente la telefonata fatta da Alberto Stasi ai soccorsi subito dopo l’uccisione a Garlasco di Chiara Poggi. La criminologa sostiene che Stasi abbia avuto un atteggiamento strano e non compatibile con quello di una persona innocente che ha appena scoperto che la sua fidanzata è stata ammazzata.

Garlasco, Roberta Bruzzone passa ai ‘raggi X’ la telefonata di Alberto Stasi

“Premetto che sto applicando dei parametri che fanno parte di uno studio americano che ha esaminato migliaia di chiamate al sistema di emergenza 911 e ha estrapolato, attraverso una valutazione empirica, una serie di indicatori”, ha premesso Bruzzone nell’esaminare la telefonata di Stasi ai soccorsi.

“Diciamo che questa telefonata – ha aggiunto la criminologa -, a mio modo di vedere, rappresenta una finestra psicologica su Alberto Stasi. Emerge un distacco notevole ed è una situazione che non si concilia con l’urgenza che normalmente travolge un soggetto che vede la fidanzata morente a terra e che deve rapidamente attivare i soccorsi“.

Chiara Poggi e la villetta di GarlascoANSA
Chiara Poggi

Bruzzone ha proseguito dicendo che “questo primo distacco piuttosto significativo”, secondo lo studio americano, “si concilia maggiormente con chi non è concentrato sul soccorso, ma sull’elaborare una narrazione che in qualche modo lo distanzi dall’evento. Quindi un primo indicatore che potrebbe esserci è un comportamento menzognero alla base di questa richiesta di soccorso”.

Sempre secondo l’esperta, il tono di Stasi nella chiamata “è estremamente piatto, quasi notariale”. Lui “risponde solo a sollecitazioni dell’operatore e non si ravvisa minimamente una condizione di paura o di stress. Non è disorientato e soprattutto non esprime nessuna reale realistica preoccupazione per Chiara”.

Per Bruzzone, un uomo, anche giovane, che trova la propria fidanzata a terra morente “non direbbe mai “una persona”, non direbbe mai “forse viva”, non direbbe mai “forse l’hanno uccisa”. Ciò è qualcosa che veramente è insuperabile. Normalmente ci saremmo attesi una frase “la mia fidanzata è a terra, aiutatemi, c’è sangue dappertutto”. Cioè frasi di questo tipo”.

E ancora: “Lui no. Parla di una persona ed è già un primo distanziamento estremamente significativo. Poi ci sono delle indicazioni che lui dà che sono manifestamente incongrue. Chiara non è sdraiata per terra in casa; è sulle scale e chiunque di noi l’avesse vista lì, l’avrebbe descritta in fondo alle scale”.

Bruzzone: “Stasi non aveva una reale urgenza di avvertire i soccorsi”

Secondo lo studio americano consultato da Bruzzone, “il fatto di dare delle indicazioni neutre, da cui non si ravvisa una certa gravità, serve proprio per abbassare l’impatto della violenza percepita. E anche questo è un passaggio che troviamo nei soggetti che sono stati protagonisti di quella violenza, non in coloro che la segnalano”.

“Se l’ambulanza fosse arrivata tempestivamente – ha ragionato sempre la criminologa – lì non c’era nessuno. La casa non poteva essere individuata in maniera precisa da parte degli operatori e questo avrebbe comunque comportato un ulteriore dispendio di tempo. Probabilmente perché non c’era nessuna reale urgenza. Questa è una telefonata costruita su una serie di indicazioni che lui possiede per una sola e abbastanza banale ragione, lui ha messo Chiara in quella condizione”.

“Stasi – ha proseguito Bruzzone – dà indicazioni prima di vedere la foto che purtroppo gli è stata mostrata un po’ troppo prematuramente, a mio modo di vedere. C’è anche questo fatto di non riuscire neanche ad avvicinarsi alla vittima perché peraltro, per dove effettivamente è stata trovata, se lui davvero si fosse avvicinato giusto per poter osservare le condizioni del corpo, anche non interagendo direttamente con esso, sicuramente non avrebbe potuto dare un’indicazione così macroscopicamente sbagliata”.

Tutti i punti che non tornano nella chiamata di Stasi

L’esperta ha inoltre sottolineato che è rimasta colpita da quello che non c’è nella telefonata e che, a sua detta, dovrebbe esserci: “Non la chiama per nome, non grida, non si spaventa, non verifica la respirazione, non entra nel panico. Perché per un’azione di questo tipo, anche quelli più strutturati di noi, probabilmente sarebbero stati messi in seria difficoltà. Lui fa il contrario di quello che ci attenderemmo. Se ne va in macchina, si allontana rapidamente dal luogo del delitto e soprattutto chiama i soccorsi solo quando in caserma“.

“Sono azioni che non si possono conciliare con una reale urgenza – ha dichiarato ancora Bruzzone -. Non c’è nessun tipo di shock nel modo in cui comunica. Anzi è quasi infastidito a dover dare delle indicazioni precise E questa è una condizione che non si concilia con una condizione di shock”.

“Lo shock ti porta a dare delle indicazioni magari frammentarie e magari disorganizzate, a gridare e a piangere, a manifestare delle emozioni travolgenti. Lui non si è minimamente curato delle emozioni. Si è concentrato sulla narrazione, cioè su quello che deve dire: il meno possibile. “Sforzarsi di leggere questa telefonata in chiave favorevole a Stasi, in base a questi studi che hanno una validazione empirica, è un’impresa titanica perché non ci sono elementi a favore della sua genuinità”, ha concluso la criminologa.

garlasco-roberta-bruzzone-alberto-stasi Mediaset/ANSA