Intervista a Edoardo Purgatori, il figlio di Andrea a teatro: "La verità arriva quando smetti di difenderti"

Tra paura, desiderio, paternità e perdita, l'attore Edoardo Purgatori racconta cosa Brokeback Mountain ha smosso dentro di lui: l'intervista

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Ci sono attori che, quando parlano di un personaggio, sembrano restare a distanza: Edoardo Purgatori no. Con lui la soglia si assottiglia subito: ciò che riguarda Ennis, il protagonista dello spettacolo Brokeback Mountain con Filippo Contri e Malika Ayane, al Teatro Carcano di Milano dal 10 al 14 dicembre, finisce per toccare anche l’uomo che lo interpreta. E non per un bisogno di confessione, ma perché Edoardo Purgatori ha un modo di stare nel mondo che parte dall’ascolto. Ascolta le sue paure, il corpo che cambia, il tempo che gli sfugge, la memoria di un padre perso troppo presto, i figli che gli hanno ribaltato lo sguardo, e quel senso di vulnerabilità che non smette di tornare. Nato e cresciuto in una famiglia cosmopolita, formatosi tra Roma e l’Oxford School of Drama, Purgatori ha attraversato cinema, teatro e televisione con la calma di chi non rincorre un’identità, ma la costruisce mentre la vive. È un attore che lavora in profondità, spesso su ruoli che parlano di margini, ferite, desideri trattenuti. Non cerca l’effetto, cerca la verità. E questa verità, per lui, passa anche attraverso i personaggi che più faticano ad aprirsi. Ennis ne è l’esempio più radicale: un uomo che ama e si sottrae, che desidera e soffoca, che vive come se ogni emozione fosse un rischio. Nel raccontarlo, Edoardo Purgatori finisce per interrogare se stesso. Cosa protegge ancora? Da cosa si difende? E cosa succede quando, dopo anni di lavoro e disciplina, l’istinto comincia a chiedere spazio? In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, il confine tra personaggio e uomo diventa un luogo di passaggio. Si parla di paura e di intimità, di paternità e di perdita (come quella del padre, il giornalista Andrea Purgatori), di come il tempo cambi forma quando smetti di guardarlo come una corsa. Si parla di desiderio, non come impulso ma come orientamento: un modo per restare vivi, per cercare connessione, per riconoscersi vulnerabili senza sentirsi deboli. E, mentre Edoardo Purgatori racconta, emerge un ritratto sincero: quello di un attore che non ha paura di mostrarsi nelle sue oscillazioni, convinto che proprio lì, nei movimenti impercettibili tra forza e fragilità, si trovi la parte più umana di ogni storia. Anche della sua.

Una domanda che forse è la più ovvia, ma anche la più naturale quando si parla di uno spettacolo come Brokeback Mountain: che cosa le ha permesso di scoprire di se stesso interpretare un personaggio come Ennis, che reprime così tanto?

“Ennis è un personaggio estremamente ermetico: nella versione teatrale che stiamo portando in scena, la sua chiusura si percepisce molto chiaramente. Quando lavoro su un ruolo parto sempre da una distinzione. Da una parte c’è ciò che mi risuona, che mi è affine. Dall’altra ciò che è distante da me e che devo esplorare. Ma penso anche che dentro ognuno di noi ci sia il potenziale per vivere – o interpretare – quasi qualsiasi cosa. Alcune emozioni, alcune esperienze ci vengono più naturali, altre richiedono uno sforzo maggiore, ma il seme c’è. Nel caso di Ennis, quello che per me rappresenta il cuore del personaggio è l’amore spropositato che prova per Jack, un amore enorme, ma vissuto con una paura ancora più grande. Una paura che nasce da un trauma molto profondo, che ha a che fare con la figura del padre e con il terrore di essere scoperto, di essere ucciso per ciò che è. Un terrore che in quegli anni era reale: potevi essere ammazzato per una relazione omosessuale”.

Si è ispirato alla versione cinematografica di Ang Lee oppure è partito da zero costruendo il suo Ennis?

“Nel film di Ang Lee, la complessità emerge grazie a un uso magistrale dei primi piani, soprattutto su Heath Ledger, ma anche su Jake Gyllenhaal. Ledger lavora tutto in sottrazione: dai movimenti della bocca al modo di parlare, tutto è trattenuto, represso, eppure potentissimo. C’è un mondo interiore enorme, pieno di sensibilità, che però lui deve reprimere immediatamente ogni volta che rischia di affiorare. Nel racconto originale di Annie Proulx, che ho letto e riletto, è descritto con chiarezza: vasto, sensibile, ma sempre represso: è come se non si potesse permettere nemmeno un istante di verità. Una delle cose che mi ha ispirato moltissimo durante il lavoro sul personaggio è una poesia di Charles Bukowski, L’uccellino azzurro. Racconta di quest’uccellino azzurro che vive nel petto del poeta e che vorrebbe uscire, ma lui gli dice che non può, che non deve farlo, perché nessuno lo deve vedere. Poi, però, confessa che di notte, quando nessuno lo guarda, lo lascia volare un po’. Ecco, io immagino che Ennis sia così. Quando è da solo, magari con gli animali o con Jack, può permettersi di lasciar uscire quell’uccellino. Ma solo allora”.

Si è riconosciuto di più nelle paure di Ennis o nell’istinto di proteggere chi ama, anche a costo di farsi male?

“In realtà, non credo che Ennis protegga davvero Jack. Al contrario: Jack è quello che più volte lo invita a viversi la relazione, ed Ennis risponde sempre no. E lo fa perché ha una paura troppo profonda, che nasce dal trauma che ha dentro, un blocco quasi viscerale. E da questo punto di vista, sì, quella paura di aprirsi all’altro essere umano, perché temi di essere ferito, rifiutato, abbandonato, è qualcosa che conosco molto bene. Nel mio caso forse non è identica, ma è sicuramente presente. È una dinamica che credo ci riguardi un po’ tutti, chi più chi meno. Io stesso ho vissuto e vivo la paura dell’abbandono. Ennis ha perso entrambi i genitori e, guarda caso, oggi anche io condivido con lui, almeno per metà, questo punto in comune: so cosa significa la paura di essere lasciati soli o la paura di soffrire. Ennis, però, è qualcuno che si infligge la sofferenza da solo. La vive, ma non se la permette. E, anche quando se la permette, dopo poco se la nega di nuovo: è quasi una forma di sadismo verso se stesso. E trovo ciò molto potente, perché diventa una gabbia esistenziale. C’è un momento in cui, paradossalmente, quando Jack muore, lui si rilassa. Perché capisce che nessuno potrà più scoprirlo. Solo allora si concede di vivere quel legame a modo suo, nel suo mondo interiore, costruendogli un altare, con dolore. Ma è un dolore che per lui diventa finalmente vivibile. È come se solo la morte rendesse tutto più sicuro, più gestibile”.

La paura di aprirsi, nel suo caso, è legata anche al giudizio altrui?

“Sì, certo. Io ho iniziato a fare l’attore perché ero molto timido. Mi piaceva una ragazza a scuola che faceva teatro e per colpirla ho deciso di provarci anch’io. Alla fine, lei mi ha dato il palo (ride, ndr), ma io mi sono innamorato del teatro: non poteva capitarmi niente di più bello. Quella timidezza di fondo, però, non è mai sparita del tutto. La paura del giudizio rimane sempre. Ogni volta che affronti un nuovo progetto, ti stai esponendo. Ti stai mettendo in gioco. Ma se non ti esponi, non puoi davvero scoprire niente di nuovo, né dentro né fuori di te. È un gioco continuo, un dialogo con se stessi in cui ti devi dire: ‘Ok, mi butto’. Perché il rischio contrario è rimanere fermi. Invece, solo aprendoti, anche con la paura, puoi trovare qualcosa che valga la pena vivere. E con l’età ho imparato anche a cambiare prospettiva: oggi non è più solo il timore del giudizio degli altri, ma è anche una domanda che mi faccio: ‘Quello che sto cercando di raccontare è autentico?’. Non deve essere una verità assoluta, basta che sia una verità mia, vissuta. Solo così posso salire su un palco, stare davanti a una macchina da presa e offrire qualcosa di vero a chi mi guarda”.

edoardo purgatoriVirgilio Notizie

Brokeback Mountain parla anche di desiderio.  Come lo definirebbe, oggi, Edoardo Purgatori?

“Il desiderio? Bella domanda. No, davvero, non me l’aspettavo. Mi costringe a fermarmi un attimo a pensarci: non è che tutti i giorni dici te ne chiedi il significato. Però, è una parola potentissima con una bellissima etimologia dal latino, ‘allontanarsi dalle stelle’. E io credo che, quando si fa arte, in fondo, si cerca proprio quello: connettersi a qualcosa di più grande, più puro, più universale. Per me desiderare è cercare qualcosa che ti trascende, che va oltre te stesso. Qualcosa che ha a che fare con la bellezza, con l’amore, con l’essere umano nella sua essenza più profonda. È ciò a cui aspiro quando sono in scena, ma anche nella mia vita privata, con le persone che amo. Il desiderio è quella forza che ti spinge a cercare l’autenticità, la connessione”.

E da padre, i suoi desideri di oggi le hanno permesso di capire quali erano, in fondo, i suoi desideri di figlio?

“Sicuramente. Quando diventi padre, inevitabilmente torni al figlio che sei stato. E nel mio caso, all’inizio, ho fatto l’errore più comune che si possa fare: ho cercato di non essere il padre che non avevo. Ma è una trappola. Perché diventi una copia, una reazione, non un individuo. Le mancanze che ho sentito da figlio (quelle di tutti: più attenzioni, più tempo, sentirsi amati per come si è) mi hanno portato dapprima a cercare di colmare quei vuoti nei miei figli. Poi ho capito che non si tratta di sostituire quel padre che mancava, ma di scoprire il padre che io posso essere, con i miei figli. Non quello che immaginavo di dover diventare, ma quello che scopro di essere ogni giorno, vivendo il rapporto con loro. E non è qualcosa che posso definire oggi con chiarezza: è in divenire, muta, cresce. Non mi sento nemmeno nella posizione di dare consigli ad altri genitori, perché ogni storia è diversa, ogni figlio è diverso. Mi è capitato proprio oggi, con un tassista che mi ha portato in teatro, di risentire una frase bellissima da una canzone di Jarabe de Palo: ‘Tutto dipende da che punto guardi il mondo’. È vero. Se ti metti nei panni dell’altro, se cambi prospettiva, la realtà si trasforma. E questo vale anche nel rapporto tra genitore e figlio. C’è un libro che amo molto, Il buio oltre la siepe di Harper Lee, in cui la protagonista, Scout, si mette per un attimo nei panni di qualcuno che fino a poco prima temeva. E da quel punto di vista, tutto quello che ha vissuto assume un significato diverso. Credo che diventare genitore sia proprio questo: imparare a guardare attraverso altri occhi, a iniziare da quelli dei tuoi figli”.

Ricorda il primo pensiero che ha avuto quando è nato il suo primo figlio, Leonardo?

“Sì. È stato: ‘Ma com’è possibile che una creatura così bella sia stata fatta da me e da mia moglie?’. È qualcosa di indescrivibile. Ti mette davanti a un miracolo, letteralmente. Perché nove mesi prima quella creatura non esisteva. E invece adesso è lì, è reale. Non c’è niente di più forte, più concreto, e allo stesso tempo più misterioso. E sì, la sensazione si è ripetuta quando è nato Pietro. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata rendermi conto che la mia capacità di amare non era limitata. Non è che con l’arrivo del secondo figlio ‘sottrai’ amore al primo. È come se il cuore si espandesse: cresce e hai ancora più amore da dare. E allora mi sono chiesto: ma quanto amore abbiamo davvero, noi esseri umani? A volte siamo tirchi, ci risparmiamo… e invece, quando si tratta di amare, ce n’è sempre di più”.

Brokeback Mountain è anche una storia di tempo che passa, di anni che scorrono. Che rapporto ha lei, oggi, con il tempo?

“Lo scorrere del tempo ancora oggi mi fa paura. Quando ero più giovane, sui vent’anni, vivevo il tempo come una corsa. Lo rincorrevo. Avevo obiettivi, sogni, ambizioni – tutto molto chiaro nella mia testa – e usavo il tempo come unità di misura per capire ‘a che punto ero’. Era una tabella di marcia costante. Una rincorsa. Poi sono intercorse alcune circostanze, tra cui la nascita dei miei figli, certo, ma soprattutto la malattia di mio padre, che hanno cambiato completamente la mia percezione del tempo. Ricordo ancora le parole di uno psicologo in quel periodo: ‘Il tempo è un’invenzione nostra, serve per dare un senso alle giornate, ma è relativo. Ciò che puoi unicamente fare è scegliere come dilatarlo’. Da allora ho capito che il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo. E che non lo voglio sprecare. Voglio passarlo con le persone che amo, facendo quello che amo. Ovvio, ci sono giorni frenetici, caotici. Ma anche lì cerco di ritagliarmi momenti per centrarmi, magari con un po’ di meditazione. Altri giorni invece sono più calmo, più presente, e allora riesco a sentirmi davvero connesso a me stesso e agli altri. È tutto lì: nel come scegli di vivere il tuo tempo. Non nel quanto ne hai”.

In che modo la perdita di suo padre l’ha cambiata?

“Mi ha cambiato in tanti modi. Innanzitutto, mi ha fatto comprendere che le cose finiscono. Che hanno una durata. E che quindi vanno vissute per quello che sono, nel momento in cui accadono. Spesso tendiamo a rimandare, a dare per scontato. Invece no. Tutto ha un tempo e, quando finisce, finisce. Il dolore, però, non ti annienta. O almeno, non deve. A me ha fatto scoprire che si può andare avanti. Non con rabbia, non con risentimento verso il mondo per quello che ti ha tolto. Ma chiedendoti: ‘E ora che ci faccio con tutto questo dolore?’. Per fortuna, faccio un lavoro che mi permette di trasformarlo in qualcosa. In arte, in emozione, in condivisione. E questa trasformazione è preziosa, per me e – spero – anche per gli altri”.

L’arte come terapia?

“Più che terapia, la vedo come una forma di riconnessione. Il dolore, le ferite, ma anche le cose belle che viviamo, ci rendono più umani. Più empatici. E l’arte, quando è vera, quando nasce da lì, ha una bellezza e una necessità che sono impagabili. Oggi ogni volta che salgo su un palco, io penso a mio padre. E in un certo senso lo porto con me. Come porto con me i miei nonni, le persone che non ci sono più. Sono lì. Sempre”.

Ennis è un personaggio molto complesso anche sul piano fisico. La storia con Jack parte da un incontro quasi animalesco…

“Sono due ragazzi in tempesta ormonale, due pischelli in pieno istinto. Quello che verrà è un amore profondo, spirituale ma lì, all’inizio, è tutto fisico, carnale, travolgente. È anche questo il bello di Brokeback Mountain: si parte da un’energia primordiale e si arriva a un legame di anime, a una solitudine condivisa, a qualcosa di altissimo e struggente. E ogni sera in scena puoi esplorare tutto lo spettro, dal desiderio alla tenerezza, dalla repressione alla violenza. È un viaggio umano incredibile, che ti permette di fare qualcosa di diverso ogni volta”.

Che rapporto ha lei oggi con la solitudine?

“Prima mi faceva paura, oggi mi piace. La solitudine, se è una scelta, è uno spazio sacro. Ti permette di ascoltarti. E io, in questo momento della mia vita, dove tutto è molto frenetico (due figli, tournée, lavoro continuo), mi ascolto poco. Però, quando riesco a farlo, mi rigenera. Mi piace andare al cinema o fare passeggiate da solo. Anche alle cinque del mattino, quando so che i bambini si sveglieranno alle sei e mezza. Quella è la mia ora per me. Vado al parco, mi faccio una corsetta. Mi serve per ripulirmi, per non portarmi addosso un carico che poi pesa anche nelle relazioni. Ecco, la solitudine scelta è meravigliosa. L’isolamento no. Quello è un’altra cosa. Lì non ci sei per te stesso, sei separato dal mondo. Ma, se riesci a ritagliarti uno spazio per stare con te stesso, ti riconnetti alle cose importanti. E anche con chi ami stai meglio”.

Lei è eterosessuale ma ha interpretato spesso personaggi omosessuali. Cosa la spinge verso certi ruoli?

“Sì, è una scelta mia ma dettata da un problema dell’industria in generale. Va detto con chiarezza: se fossi stato in Germania, in Inghilterra o negli Stati Uniti, non avrei avuto la stessa difficoltà a trovare ruoli di spessore tra i trenta e i quarant’anni. In Italia, in una fascia d’età come la mia, sei in una terra di mezzo: non sei più il ragazzo ma non sei ancora il padre. E ciò spesso si riflette in un vuoto di ruoli credibili. Io, poi, ho anche una caratteristica fisica e vocale particolare: ho una voce molto profonda da quando ho dodici anni e, anche quando avevo vent’anni, avevo già una certa presenza che non mi ha sempre aiutato, perché cozzava con i ruoli che venivano offerti ai giovani attori. A tal proposito, mi viene in mente quello che ha raccontato recentemente Pierfrancesco Favino. Anche lui per anni si è sentito dire ‘sei bravo’ ma i ruoli veri sono arrivati solo quando tutto – faccia, voce, anima – si è allineato. Ed è qualcosa che sento vicino anch’io: è come se Favino fosse un po’ il mio spirito guida da questo punto di vista”.

Riflessione interessante…

“Ma è la verità. Se guardiamo alle storie scritte in Italia per uomini della mia fascia d’età, quelle che offrono conflitti veri, profondità, umanità, sono pochissime. E, quelle che ci sono spesso riguardano personaggi omosessuali. Non che ci sia nulla di male (il mio impegno sociale è evidente) ma è sintomatico del buco di narrazione. E, poi, parliamoci chiaro: in Italia lavorano sempre più o meno gli stessi attori. Solo ogni tanto può succedere che un regista si innamori di un volto nuovo, come è successo con Filippo Scotti e Paolo Sorrentino, o con Matteo Garrone che ha scelto Edoardo Pesce per Dogman. Ma quanti sono? Uno su un milione?”.

In questi anni ha comunque lavorato con grandi registi: Woody Allen, Placido, Ozpetek, Virzì, Mainetti… Quando è stato il momento in cui ha capito: “Ce l’ho fatta. Sono un attore”?

“Io penso che l’identità dell’attore non venga da fuori; la si ha dentro. E, se la si cerca negli altri (nel grande regista che ti sceglie, nella produzione importante), ci si sta raccontando una bugia. Ho sempre avuto lo stesso approccio, la stessa dedizione e la stessa cura: dallo spettacolino mattutino nelle scuole al grande set. Non ho mai detto: ‘Quando sarò preso da un regista famoso, allora sarò un attore’. No. È come nello sport. Io ho fatto pugilato per anni. Se fai sparring in palestra, ti alleni per il match. Quando poi sali sul ring, sei pronto. Non puoi pensare di improvvisare solo perché sei davanti al pubblico. L’identità di attore si costruisce così: giorno per giorno, progetto per progetto. Poi, certo, ci sono momenti che ti confermano qualcosa. Quando ho girato La dea fortuna con Ozpetek mi sono ritrovato al fianco di Stefano Accorsi, Jasmine Trinca, Edoardo Leo, Pia Lanciotti, e io stavo lì, mi guardavo intorno e pensavo: ‘Ok, ci sto. Faccio parte di questa storia’. Ma perché ero pronto, avevo fatto quel lavoro interiore da anni’.

Se oggi un ragazzino le chiedesse qual è la differenza tra recitare bene e “in verità”, cosa gli risponderebbe?

“Gli direi di guardare come fanno i bambini quando giocano: sono coinvolti anima, corpo, testa, tutto, al cento per cento in quello che stanno facendo. Se dico ai miei figli ‘adesso giochiamo al lupo’ e io faccio il lupo e loro devono nascondersi perché sono i porcellini, loro sono sicuri al cento per cento che da quella parte sta arrivando il pericolo. Poi certo, ci sono gli stili, ci sono le scritture, i registi, ci stanno tanti modi. Ma dire ‘cerca di essere vero e naturale’ è troppo banale, è come dire a un pittore: ‘Dipingi questo quadro con questi colori’, ma senza metterci niente di tuo. La grande differenza, secondo me, è tutta lì: in quanto tu, usando la tua immaginazione, riesci a metterti davvero in quella storia, a esserci presente non solo con la testa ma con l’anima, con il cuore. E ti fai toccare da tutto”.

In scena si è messo anche fisicamente a nudo. Che relazione ha con il suo corpo e con il fatto di essere uomo? Perché, diciamolo, il corpo maschile è ancora molto più ‘delicato’ da mostrare rispetto a quello femminile…

“Lo vedo come un altro strumento che ho a disposizione per fare meglio il mio lavoro, cioè raccontare una storia, un personaggio. Non credo nel nudo come elemento shock. Non mi interessa. Anzi, mi annoia alquanto. In Brokeback Mountain, per esempio, copriamo i corpi con un velo e si vedono solo due sagome ma l’immaginazione dello spettatore in quel momento viaggia esattamente dove vuole andare, è completamente personale. Ci sono persone che si coprono gli occhi, come se stessero assistendo a qualcosa di troppo esplicito, ma in scena non si vede niente, solo ombre. E questa, per me, è la vera forza del teatro. Detto questo, il corpo è uno strumento e deve essere malleabile per qualunque tipo di racconto. Il tipo di fisicità che a me piace non è una fisicità estetica. Io ho sempre amato attori come Marlon Brando, Sean Penn, Javier Bardem, Benicio del Toro… tutti con un certo tipo di fisicità, anche dura o ruvida a prima vista, ma che dentro nascondeva una fragilità stratosferica”.

E anche Ennis è così…

“Esatto. Non è un palestrato, è uno che lavora nei campi tutto il giorno. Ha il fisico di un individuo che è attivo fisicamente, che fatica. Si atteggia a uomo tutto d’un pezzo quando in realtà è un agnellino dentro. Ecco, a me piacciono quei personaggi lì. Non mi convince, invece, ciò che va un po’ di moda adesso: il destrutturare completamente il maschio alfa. Nulla da togliere alla bravura di attori straordinari ma spesso interpretano personaggi ‘da maschio alfa’ seppur abbiano un’energia più ‘da maschi beta’. Non lo dico in senso negativo, però mancano di una certa… pericolosità. Che non vuol dire che debbano fare cose pericolose, rivelarsi violenti o essere tossici: è una questione di tensione interna. Il tipo di cinema che piace a me è quello in cui senti un certo spessore nel personaggio, un’energia che ti tiene sulle spine. Oggi assistiamo a una ‘doppia” crisi dell’identità maschile. Da una parte, c’è l’estremo del possesso, del controllo, che arriva anche a uccidere perché si crede di possedere qualcuno. Dall’altra parte, c’è quasi l’annientamento del ‘maschio’, come se il maschile fosse diventato qualcosa di brutto, da attenuare. A me non piace né l’uno né l’altro estremo. È nell’unione di sensibilità e ruvidezza che per me si gioca tutto”.

In senso psicologico, cosa la metterebbe a nudo sul palco?

“Eh… sinceramente non lo so. Non riesco a dire qualcosa di preciso. Su un palco si racconta una storia: sono io ma non sono io. Nessuno saprà mai quanto di me io sto mettendo in un personaggio quando lo recito: l’importante è che il pubblico creda a quello che sto raccontando e si lasci emozionare. Non credo ci sia qualcosa che mi metterebbe a nudo psicologicamente a tal punto di non farla. Magari se me lo avessero chiesto sette o otto anni fa, la risposta sarebbe stata differente. In uno degli ultimi lavori portati a teatro, che ripercorreva la storia della legge Basaglia, ho interpretato un personaggio che lavorava nel padiglione delle donne ‘agitate’, considerate tali solo perché erano lesbiche, adultere, ma non di certo ‘matte’: il dottor Pugni, praticava sulle pazienti pratiche terribili. In quel caso ci ho messo un po’ a capire da dove potesse venire la sua psicologia: quando ti cali in ruoli così neri, è tosto ma non impossibile. Forse, qualcosa che mi metterebbe in difficoltà seria sarebbe impersonale qualcuno che fa del male a un bambino, mi toccherebbe profondamente. La violenza gratuita contro i bambini o contro gli animali mi destabilizza”.

A proposito di medici, lei ha recitato in Un medico in famiglia.  Che ricordo ha di quel periodo?

“Bellissimo. Io andavo tutti i giorni a Cinecittà, lì dove si faceva il cinema. Poi sì, facevo televisione, ma comunque ho lavorato per sette mesi su un set con attori pazzeschi, con carriere incredibili. Ho imparato tanto. Per me è stato un momento molto fortunato e molto felice della mia vita. Anche perché era un periodo in cui non c’era molta altra scelta: è stata una bella scuola”.

Ovviamente, per questioni anagrafiche, oggi non potrebbe più interpretare il giovane Emiliano ma se ci fosse l’idea di mostrare come si è evoluto quel personaggio dopo vent’anni, che direbbe?

“Sinceramente? Non sento la necessità di tornare. Perché per me è stato un percorso strano, nel senso che io in quella serie ero sempre un po’ un ibrido: non ero così dentro la storia da essere uno dei protagonisti centrali, ma neanche così fuori. Si era creata un’alchimia particolare, anche col pubblico, che mi ha amato molto. E io sono stato molto grato. È stato anche il primo contatto con la popolarità: prima nessuno sapeva chi fossi, poi ogni tanto qualcuno mi fermava per strada. Capisco perfettamente chi, dopo dieci anni in una serie, ci si sente legato. Però da qui a dire: ‘Oddio, sono passati vent’anni, dobbiamo assolutamente rifarlo’… no. È una parentesi della mia vita che per me è chiusa, in senso positivo. Sono felice che esista dov’è. Non ho il desiderio di rimettere quei panni: non sento che ci sia qualcosa di ancora aperto. Detto questo, capisco chi è rimasto affezionato a quella storia. Quindi, se i fan sentono il bisogno di una chiusura, penso sia anche giusto dargliela ma senza Emiliano”.

Un medico in famiglia, come ha accennato, le ha permesso di assaggiare la popolarità, di essere riconosciuto. Che cos’è oggi per lei la popolarità?

“Che significa popolarità? Beh, forse che qualcuno ti possa riconoscere. Le faccio un esempio banalissimo: ero con i miei figli a Bologna, erano venuti a vedermi a teatro, quando a un certo punto sono stato riconosciuto da una persona che era venuta a vedere lo spettacolo. E mi ha offerto il caffè. Non perché volesse fare il brillante con ‘l’attore’, ma proprio con semplicità: ‘Mi avete emozionato’. Ecco, popolarità forse è questo. Gente che ti riconosce, che ti lega a un bel ricordo. Però… per me il vero punto non è quello: a me interessa di più il successo. E non inteso come fama. Per me successo oggi significa essere dove sono, poter raccontare la storia di un personaggio come quello che sto facendo ora: è molto più importante dell’essere popolare”.

Se pensa a quel ragazzo che, giovanissimo, partiva per studiare all’Oxford School of Drama e lo paragoni al sé di oggi (l’attore, il marito, il padre), cosa non avrebbe mai immaginato?

“Che non serve tutto questo sforzo per fare le cose fatte bene. Ma che, se segui il tuo cuore – e io l’ho seguito – le cose belle ti arrivano”.

Quanto sforzo c’è voluto?

“In realtà, per me non è mai stato un sacrificio. Il vero sacrificio è stare fermo nove mesi senza lavorare, cercando di non impazzire nel frattempo. Lo sforzo, semmai, è resistere proprio in quei momenti di pausa forzata. Sono Capricorno, uno di quelli che si rimbocca le maniche e lavora senza sosta… però a un certo punto capisci che, se esageri, finisci per farti del male: anche il lavoro può diventare un meccanismo di difesa. Certo, si può sempre migliorare, studiare, sperimentare. Ma dopo tanti anni scopri qual è il tuo modo. Il vero sforzo sta nel fidarsi dell’istinto, del cuore. Quando diventi un artigiano del mestiere, è lì che arriva il divertimento. All’inizio pensavo sempre: ‘Prima devo studiare e imparare, poi potrò fare’. Ero un castoro che costruisce senza sosta la sua diga. Poi magari quella diga diventa una cattedrale, la guardi e ti rendi conto che vuoi cambiarla mentre la stai ancora costruendo. Ed è in quel momento che capisci che devi lasciarti guidare molto di più dall’istinto. Lo stesso istinto che, in fondo, ti ha fatto incontrare i maestri giusti. Per questo, alla fine, non è lo sforzo la cosa davvero importante”.

È felice oggi, Edoardo? O, almeno, è sereno?

“Sì. Mi piace oscillare tra la tristezza e la felicità. Non cerco di attaccarmi troppo né ai momenti felici, né a quelli tristi. Me li godo entrambi, oscillando. Non cerco più uno stato fisso delle cose. Mi godo il fatto di oscillare”.

E con chi si godi le oscillazioni?

“Con la mia famiglia, nel bene e nel male. Con gli amici, ovviamente, e col lavoro. Però, la mia famiglia, prima di tutto. E anche con gli sconosciuti per strada, paradossalmente. Perché quando ti apri, non servono chissà quali discorsi. Ti fermi, fai due chiacchiere con qualcuno, e ti rendi conto che quella persona era proprio quella che dovevi incontrare quel giorno. Ci mandano degli angeli in giro, sotto forma di persone o cose che non immaginiamo. Ci credo davvero”.

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