Intervista a Galatéa Bellugi: "Non inseguo il successo, sogno solo di continuare a fare questo mestiere"
L’attrice italo-danese, protagonista del nuovo film di Paolo Virzì "Cinque secondi", si racconta in un’intervista sulla paura, le radici e la sorellanza tra attrici
Ha una voce gentile, una presenza riservata ma intensa, e una filmografia in continua espansione tra Francia e Italia. Galatéa Bellugi, classe 1997, è oggi una delle attrici più luminose del panorama europeo. L’abbiamo raggiunta a Parigi per parlare di Cinque secondi, nuovo film di Paolo Virzì che la vede protagonista accanto a Valerio Mastandrea, e ne è venuta fuori una conversazione senza fretta, fatta di riflessioni, dubbi, radici, paure, ma anche di ironia e lucidità. Galatéa Bellugi non rincorre etichette, non si sente una diva, non cerca l’America. Vuole solo continuare a fare il suo lavoro. Con rigore, libertà, curiosità. E lo dimostra ogni volta che appare sullo schermo ma anche in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Da Gloria! a Amanda, da La Condition a L’engloutie, il suo talento parla molte lingue, ma resta sempre fedele a se stesso. Proprio come lei.
Lei ha da poco girato due film italiani, Cinque secondi e Tre ciotole. A prima vista la domanda potrebbe sembrare semplice: cosa le hanno lasciato questi due personaggi? Le hanno fatto scoprire qualcosa di sé che ancora non conosceva?
“Per me, più ancora del personaggio in sé, è l’esperienza sul set a lasciare qualcosa. Il modo in cui si lavora, il confronto con i registi e con gli altri attori. Lavorare con Isabel Coixet e Paolo Virzì, per esempio, ma anche recitare accanto ad attori come Alba Rohrwacher, Valerio Mastandrea o Elio Germano: sono esperienze molto forti che ti insegnano tanto, ti formano. Sono incontri che ti porti dietro. Poi certo, anche interpretare un ruolo che non è francese, come quello nel film di Paolo, è stato molto bello. È stata una possibilità nuova per me, una sfida che ho accolto con piacere”.
Nel film di Virzì lei interpreta una ragazza italiana. Essendo per metà italiana e per metà danese, è stata un’occasione per riconnettersi con le sue radici?
“Sì, sicuramente. Anche se il film è ambientato in Toscana, in realtà non lo abbiamo girato lì: le riprese sono state fatte nella campagna di Maccarese, che è diversa. Però per me la Toscana ha un significato personale: ci ho passato molte estati da bambina. I miei vicini lì, per esempio, fanno vino e olio, e per prepararmi al film sono andata a trovarli, per capire meglio come si fa il vino. Era una cosa che non conoscevo, quindi è stato bello impararla. Fa parte di una cultura produttiva che sento vicina: più che solo toscana, direi proprio italiana. E forse anche un po’ francese, in fondo: ci sono punti di contatto”.
In Cinque secondi, Matilde è un altro ruolo in cui lei è madre o in attesa di un figlio. È già capitato in altri film: secondo lei perché i registi la immaginano spesso in ruoli materni?
“A dire il vero, Cinque secondi e La Condition, in uscita in Francia, sono i primi film in cui ho proprio “partorito” sullo schermo. Non credo che mi scelgano pensando a me come madre. I film erano già scritti prima che venissi scelta, quindi non penso sia qualcosa di legato alla mia immagine. Però è divertente che stia accadendo più spesso. In ogni caso, Matilde è un personaggio che ho amato molto. È molto diversa da me, sia per come appare, sia per come si relaziona agli altri. Ha un’energia e una modalità di comunicare che non mi appartengono, ma proprio per questo è stato stimolante interpretarla”.
Matilde, vista da fuori, sembra più impulsiva, diretta. Galatéa, invece, appare più pacata, riflessiva. Chi delle due avrebbe vita più facile?
“Secondo me, l’equilibrio starebbe nel mezzo. Avere qualcosa di Matilde e qualcosa di me sarebbe l’ideale. Credo che la vera risorsa sia la capacità di adattarsi alle situazioni, di trovare il proprio spazio, restando fedeli a se stessi. In questo senso, il mio lavoro mi ha aiutata molto: interpretare personaggi significa proprio entrare nella vita di qualcun altro, cercare di viverla davvero. Quindi sì, credo che adattarsi sia fondamentale”.

Lei si è adattata molte volte nella sua vita?
“Ci provo, anche se non è sempre facile. L’importante per me è non dimenticare mai chi si è. Però il mio mestiere comporta anche questo: lasciarsi trasformare, senza perdersi. Provo a fare questo ogni volta che entro in un nuovo ruolo”.
C’è mai stato un personaggio che l’ha “tradita”? Intendo dire: un ruolo in cui ha dovuto fare qualcosa che lei, nella vita, non avrebbe mai fatto.
“C’è un film che uscirà in Francia il 24 dicembre, L’engloutie, presentato al Festival di Cannes, che per me è stato molto importante proprio per questo. Il personaggio è molto interessante perché ha un forte desiderio di fare le cose nel modo giusto, ma finisce per sbagliare. E trovo che questo lo renda umano, vero. Anche Matilde, in Cinque secondi, commette errori. Magari non sono sbagli evidenti per tutti, ma secondo me è bellissimo interpretare personaggi che non sono perfetti, che sbagliano. È quello che li rende più vicini alla realtà”.
È chiaro che in questo momento della sua carriera lei è molto richiesta. Lasci che usi il termine “diva” nel senso buono: attrice di qualità, molto presente, molto apprezzata. Lei però non sembra viverla in questo modo.
“Spero semplicemente che possano continuare ad arrivare opportunità belle. È vero, c’è anche una componente di fortuna in questo lavoro. Poi, certo, quella fortuna va anche coltivata, perché se arriva e tu non la coltivi, può andarsene. Ma io credo sia una combinazione di cose: devi avere la fortuna che ti capiti qualcosa, ma poi devi anche saperla usare. E poi ci sono tanti attori e attrici bravissimi. Non basta il talento. Ci vuole anche quel momento giusto”.
Quando ha avuto la sensazione che la fortuna fosse “arrivata”?
“Preferisco non pensarci. Un po’ per scaramanzia, forse. Non voglio illudermi che sia arrivata, voglio solo continuare a fare questo lavoro e sperare che le cose vadano avanti. Non si può controllare la fortuna, quindi cerco di non pensarci troppo”.
È superstiziosa? Non indosserebbe mai il viola, per esempio, a teatro?
“No, non così tanto! Ma non conoscevo neanche questa cosa del viola. È una superstizione tutta italiana, credo. In Francia, per esempio, si dice che non si possa indossare il verde in scena. Pare che un attore sia morto con addosso un vestito verde… o qualcosa del genere. Non ricordo bene, ma è una credenza abbastanza diffusa”.
Lei è indulgente con se stessa quando commette un errore, o tende a giudicarsi duramente?
“Faccio errori, certo. Come tutti. Però credo che rendersene conto sia già metà del lavoro. Il vero passo avanti arriva quando ti fermi, analizzi cosa è successo e da lì provi a cambiare. Non è facile. Io, per esempio, ho un carattere un po’ orgoglioso. A volte faccio fatica ad accettare che ho sbagliato, a dire “ok, ho sbagliato”. Lo so che non è positivo, anzi, secondo me l’orgoglio è una caratteristica brutta. Essere sicuri di sé è un conto, ma essere orgogliosi ti impedisce di riconoscere un errore, e questo non aiuta a crescere”.
Quindi è severa con se stessa, ma anche con gli altri che le somigliano da quel punto di vista?
“Sì, forse anche di più. Quando vedo negli altri quel tipo di orgoglio, mi irrita ancora di più perché mi ci riconosco. È come avere uno specchio davanti, e non sempre è piacevole”.
Torniamo a Cinque secondi. Cosa l’ha convinta ad accettare il progetto? Cos’è che l’ha colpita subito?
“Il personaggio di Matilde mi ha subito interessata. Era una sfida, e a me le sfide piacciono. Poi c’era Paolo Virzì, con cui desideravo lavorare da tempo, e Valerio Mastandrea, che stimo molto. Ma anche gli altri attori coinvolti erano persone con cui ho lavorato benissimo, si è creato un bel gruppo. E questo spirito collettivo si sente anche nel film. Inoltre, era una storia che mi ha commosso. Sono state tante le ragioni, ma quelle principali sono queste: il personaggio, il regista, il cast e la forza emotiva del racconto”.
Il film sta andando molto bene in Italia. Ha superato il milione e mezzo al botteghino, risultato per nulla scontato. Secondo lei, cos’è che ha toccato il pubblico?
“Penso che sia la storia in sé, ma soprattutto il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea. La sua vicenda familiare ha una forza emotiva enorme. È qualcosa che commuove, che lascia il segno. E poi il titolo stesso, Cinque secondi, porta con sé una riflessione profonda. All’inizio, quando ho letto la sceneggiatura, mi chiedevo da dove arrivasse quella scelta, cosa significasse. Ma è stato solo vedendo il film finito che quella riflessione si è aperta davvero per me. È come se si fosse ampliata, come se mi avesse colpito molto più forte di quanto avessi previsto”.
In quel film c’è anche il senso del tempo, della famiglia, dell’amicizia, del sostegno reciproco. Concetti che attraversano tutta la storia. Ha sentito anche lei questa centralità dell’aiuto?
“Sì, assolutamente. Ricordo che Valerio, parlando con una giornalista durante le interviste promozionali, diceva una cosa molto vera: in questo film, tutti aiutano qualcuno, ma nessuno vuole veramente farsi aiutare. E io trovo che sia un’osservazione bellissima. Rende il film umano, profondo. Mostra come spesso ci sia più facilità nel dare supporto agli altri, piuttosto che nell’accettarlo per se stessi”.
US Simona Pellino
Lei è una persona che accetta facilmente l’aiuto degli altri o fa fatica, come i personaggi del film?
“Credo che l’aiuto sia meraviglioso, dipende molto da come arriva e dal perché. Non riesco a pensare a un momento preciso della mia vita in cui ho sentito di averne avuto bisogno in modo evidente. Però posso dire che ho un legame molto forte con mia sorella (attrice anche lei, ndr), ci aiutiamo a vicenda. Più che un aiuto “da fuori”, è un legame, un sostegno reciproco che ci accompagna da sempre. È qualcosa che mi dà forza”.
Anche nel film, il personaggio di Matilde crede molto nel gruppo, nell’unione tra persone. Questo senso di collettività le appartiene?
“Sì, mi piace molto. Matilde è dentro a questo movimento collettivo, dove crede davvero che stare insieme possa portare a qualcosa di buono. E questa idea mi tocca molto. Credere nel gruppo, nel fatto che assieme si possano fare cose belle, è qualcosa che condivido. Avere fiducia nell’unione, nella cooperazione, è potente”.
Lei proviene da una famiglia immersa nel mondo dell’arte: è cresciuta a pane e teatro.
“Sì, esatto. Mio padre fa teatro, quindi è stato quello il mondo in cui sono cresciuta. Poi certo, anche mia madre, costumista, è un’artista a modo suo. Quindi sì, sono cresciuta in un ambiente dove l’arte era presente, naturale, parte della quotidianità”.
Che valore ha per lei l’arte? Che significato assume nella sua vita?
“Bella domanda. Devo pensarci un attimo. Beh, sono stata fortunata: i miei genitori facevano mestieri che mi hanno permesso di entrare a contatto con il mondo artistico sin da piccola. Sono una grande amante del cinema: vado sempre al cinema, per me è una passione prima ancora che un mestiere. Ma credo che la parola “arte” sia molto ampia, troppo forse. Ognuno ha la sua: c’è chi ama il rap, chi l’arte contemporanea, chi l’opera. Ognuno trova la sua forma. Per me è il cinema. Prima di tutto, come spettatrice. È da lì che parte tutto”.
In questi anni ha interpretato molti ruoli diversi. E ha ricevuto anche due nomination ai César. Questo tipo di riconoscimento la emoziona o le mette pressione?
“No, è una gioia. È qualcosa che ti fa dire “che bello!”, ti sorprende in modo positivo. Una delle cose che mi ha più commosso, ad esempio, è stato quando, dopo l’ultima candidatura, ho ricevuto uno sguardo di intesa da chi il premio lo ha vinto, Adèle Exarchopoulos, un’attrice che stimo tantissimo. Sono rimasta senza parole: non solo perché veniva da una collega, ma perché era uno sguardo complice, sincero, sentito. Quando qualcuno che ammiri profondamente ti riconosce qualcosa, è ancora più forte. Non è questione di competizione. È un gesto umano, che mi ha toccata molto”.
Ha citato prima L’engloutie, film girato a 2000 metri d’altezza. Le piace la sensazione di pericolo? Le piace il freddo?
“Tantissimo. Anche se, a dire il vero, non ci avevo pensato davvero prima di arrivare lì. Una volta arrivata in quota mi sono detta: “Ah, ok, qui non si respira proprio come in pianura”. Avevo sottovalutato quanto potesse essere faticoso a livello fisico. La regista ce lo aveva detto in anticipo: “Guardate che farà freddo”. E io, facendo leva sulle origini danesi di mia madre, ho risposto: “Tranquilla, sono una vichinga!”. Poi però sono bastati cinque metri a piedi per farmi cambiare idea. Mi sono resa conto che, per una ragazza abituata alla città come me, la differenza era grande. Ma è stata comunque una bella esperienza”.
Tutti i film in cui ha recitato hanno ricevuto il plauso della critica. Ma lei legge le recensioni? Si interessa a ciò che scrive la stampa?
“No, non le leggo. O, meglio, mi interessa sapere cosa pensa la gente, ma in modo più diretto. Dopo una prima, ad esempio, non capita spesso che qualcuno venga a dirti che il film è brutto. Quindi preferisco non andare a cercare attivamente le recensioni. Magari ne parliamo, durante la promozione, quando escono. Ma non vado a cercarle. Alla fine, il film è fatto. Non si può tornare indietro. Se a qualcuno non è piaciuto, mi dispiace, ovviamente, ma posso solo sperare che si capisca che ci abbiamo messo tutto l’impegno possibile”.
In passato ha recitato ne L’Apparizione, film che affrontava la fede con uno sguardo scrupoloso. Oggi, al centro dell’attenzione, c’è lei. Come vive l’esposizione mediatica? Le pesa?
“No, non mi succede così spesso come sembra. Non esageriamo. Certo, ci sono momenti in cui capita qualcosa che ti dà fastidio. Per esempio, una volta avevo fatto un’intervista e il titolo che hanno scelto non c’entrava proprio nulla con quello che avevo detto. Mi sono vergognata. Ancora oggi faccio fatica ad accettare che ci siano cose che escono dal mio controllo. A volte magari mi esprimo male, soprattutto in italiano, altre volte cambio idea con il tempo. Capita, è umano. Ma non è facile. Soprattutto quando, come adesso, sto ancora lavorando sul mio italiano: cerco le parole giuste, ma a volte mi sfuggono. E quando il messaggio viene travisato mi dispiace, anche se non è un dramma”.
Il titolo in questione l’ha fatta arrabbiare?
“Sì, era proprio fuori luogo. E probabilmente non è nemmeno colpa del giornalista, lo so. Però ti fa pensare: magari qualcuno legge solo il titolo e si fa un’idea sbagliata su di te o della verità. Ecco, questa cosa è difficile da accettare”.
Lei ha recitato in italiano, francese e inglese. Cambia qualcosa nel modo in cui vive un personaggio, a seconda della lingua?
“Sì, assolutamente. Per esempio, ho imparato l’italiano da mia nonna, che lo parla benissimo, ma il mio italiano è pieno di difetti: non è come quello che avrei imparato a scuola. In francese, ovviamente, ho più dimestichezza: conosco meglio le sfumature, riesco a essere più veloce, più ironica. Posso giocare con la lingua. In italiano, invece, parlo in modo più semplice, più diretto. È diverso. Anche nei rapporti cambia: con gli amici parli in un modo, con le persone di lavoro in un altro. E per me, in italiano, resta sempre una lingua “di famiglia” (ride, ndr)”.
Ha comunque un ottimo senso dell’umorismo anche in italiano.
“Meno male! Ma rispondere prontamente, fare battute, è diverso. In francese mi viene più naturale. In italiano ci metto troppo. Quando mi viene in mente la risposta, ormai il momento è già passato. La battuta è evaporata”.
Ha partecipato a festival italiani importanti come Cannes, Venezia e Roma. Secondo lei è diverso il modo in cui si vive lo “star system” tra Italia e Francia?
“Mah, non so se sia così diverso. Forse no. Dipende molto da come ognuno lo vive. Poi, ormai, ci sono tanti francesi che vengono a presentare film in Italia, e tanti italiani che vanno a Cannes, per esempio. È lo stesso mondo, alla fine. Ognuno lo affronta a modo suo”.
Oggi è una giovane donna che sta entrando in una fase di maturità, anche emotiva e intellettuale. C’è qualcosa della “Galatéa ragazzina” che teme di perdere col tempo?
“Non ci ho mai pensato davvero. Se devo dire la verità, più che preoccuparmi di cosa potrei perdere, penso a come fare per continuare a lavorare in questo mestiere. Mi piace troppo recitare, e quello che spero è semplicemente di poterlo continuare a fare. Non sono ancora nella fase del “cosa mi mancherà”. Penso più a “spero di andare avanti”, tutto qui”.
Ha mai rifiutato dei ruoli perché non la convincevano?
“Sì, è capitato. Anche se ora non riesco a pensare subito a un esempio preciso. Però sicuramente ci sono stati ruoli che non mi interessavano, magari per come era raccontata la storia o perché non mi ci sentivo coinvolta. In quei casi, se non me la sento, dico di no. È importante scegliere. E poi, va detto, anche a me è stato detto “no” molte volte, ai provini. Fa parte del lavoro”.
Come vive il “no”?
“Oggi, che ho la fortuna di lavorare, lo vivo molto meglio rispetto a prima. Ci sono sempre dei rifiuti che ti dispiacciono di più, dei ruoli che vorresti tantissimo fare e ti rimane un po’ l’amaro. Ma poi impari anche a lasciarli andare. A volte pensi: “Vabbè, non era per me”. Non è una cosa gradevole, certo. Non è bello quando speri tanto di fare qualcosa e ti dicono di no. Però adesso, avendo altri progetti, riesco a vivere quei momenti in modo più sereno. Prima magari ci restavo peggio!”.
A proposito: quando dice di avere “altri progetti”, intende altri progetti professionali o anche passioni parallele?
“Intendo progetti, sì. La fortuna di poter lavorare su cose diverse. Ma è vero che da piccola ho sempre cercato anche di costruirmi un piano B. Studiavo tanto, anche se volevo fare cinema. Mi impegnavo perché volevo essere sicura di potermela cavare, di avere un’alternativa, una base solida”.
Il suo “piano B” era diventare ambasciatrice. È ancora così?
“Non direi che fosse un sogno, ma sì, mi orientavo verso la diplomazia. Studiavo relazioni internazionali, che possono portare a diverse strade: ambasciatore, certo, ma anche giornalismo, ad esempio. Era un mondo che trovavo molto interessante. E lo trovo ancora”.
Da appassionata di politica estera: c’è qualcosa nello scenario internazionale di oggi che la preoccupa?
“Tantissimo. Quello che sta succedendo politicamente nel mondo fa davvero paura. A volte sembra che stiamo tornando indietro di cento anni. È inquietante. Ci sono guerre, tensioni, cambiamenti che ci dovrebbero far riflettere. E poi basta guardare chi dirige certi Paesi, senza fare nomi. Già quello dice tutto”.
Davanti a tutto quello che fa paura – nella politica, nel lavoro, nella vita – cosa fa per gestire l’ansia?
“Non ho una ricetta, se ce l’avessi probabilmente non proverei più paura (sorride, ndr). Credo che la paura sia qualcosa di molto personale, che cambia da persona a persona. Non esiste un consiglio valido per tutti, né un farmaco, né una soluzione definitiva. Ognuno ci convive a modo suo”.
Se le dico la parola “sogno”, qual è la prima cosa che le viene in mente?
“I sogni veri, quelli che si fanno di notte. Mi piacciono tantissimo, mi fanno riflettere. Di solito me li ricordo molto bene. Hanno un significato per me, mi lasciano pensieri, emozioni. Forse perché riesco ad entrarci in profondità. Mi capita spesso di svegliarmi e pensarci a lungo”.
Ha mai sognato di andare a lavorare oltreoceano, in America magari?
“No, non è un sogno che ho. Non sono contraria, ci mancherebbe, ma non è mai stato un mio obiettivo. Il mio sogno è semplicemente continuare a lavorare, fare bei film, progetti interessanti, con registi che mi stimolano. Già adesso ho avuto la fortuna di incontrarne alcuni così”.
Quindi per lei il sogno coincide con il continuare a fare questo mestiere. È questa la sua idea di successo?
“Sì, per me successo significa poter continuare a lavorare, più che essere famosa o riconosciuta. Il successo è un mezzo, non un fine. Se ti permette di scegliere progetti belli, allora va bene. Ma non inseguo la visibilità in sé”.
C’è un regista con cui sogna di lavorare?
“Sì, l’ho già detto in altre occasioni: mi piacerebbe moltissimo lavorare con Leos Carax”.
È un cinema molto impavido, coraggioso. Lei lo è altrettanto?
“Spero di sì. Mi piace il rischio creativo, mi piacciono i progetti fuori dagli schemi. Holy Motors è un film incredibile. È quello il tipo di coraggio che ammiro”.
C’è un progetto che finora le è rimasto nel cuore?
“Mi fa sempre piacere parlare delle esperienze che ho vissuto. Una cosa che tengo a ricordare è quanto sia stata significativa per me l’esperienza di Gloria!, soprattutto il senso di sorellanza che si è creato con le altre attrici. Margherita Vicario e le altre ragazze sono persone che stimo tanto, e con cui ho legato molto. Ancora oggi ci sentiamo”.
E, vedendo i suoi film, ormai abbiamo imparato a riconoscere una cosa: se c’è lei nel cast, quasi sempre vuol dire che il film sarà interessante.
“È un complimento enorme, grazie davvero. E mi fa piacere anche perché i ruoli che ho avuto in Italia sono stati molto diversi tra loro, e questo è importante per me. Il film di Paolo, quello di Margherita, Amanda con Carolina Cavalli… sono proposte differenti, e mi piace potermi muovere in direzioni diverse”.
È bello vedere che dopo tutto il successo è rimasta con i piedi per terra.
“Grazie: se un giorno dovesse vedere che non è più così… me lo dica!”.
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