Intervista a Luc Merenda, l'attore cult italiano amato anche da Quentin Tarantino: "La morte non mi fa paura"

L’attore cult del cinema italiano si racconta: “Non ho inseguito il successo. Ho scelto il silenzio, e sono rimasto vero"

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Luc Merenda non ha mai recitato per compiacere. Né il pubblico, né se stesso. In un’epoca in cui gli attori si fabbricavano divi a colpi di copertine e cronaca rosa, lui rifiutava i ruoli fotocopia, ignorava i riflettori, e restava in silenzio. Un silenzio pieno, testardo, coerente, ironico. Come il suo sguardo. Modello per caso, sex symbol senza volerlo, star dei polizieschi anni Settanta, Luc Merenda ha attraversato il cinema italiano con il corpo, la rabbia e un’etica solitaria. Oggi, a più di trent’anni dal suo ultimo set, non ha rimpianti né pose da leggenda. Guarda le sue vecchie foto e dice: “Sì, ero bello. Ma allora non lo sapevo. Non mi interessava”. In questa lunga intervista esclusiva per Virgilio Notizie, dopo oltre vent’anni di silenzio con la stampa, Luc Merenda non torna indietro per farsi raccontare, ma per dire come si può attraversare un’epoca senza farsene consumare. Il cinema, la fatica, il corpo che cambia, il tempo che resta. E quella frase che chiude tutto, semplice come una verità che non ha bisogno di scena: “Ho fatto il mio. E questo basta”. Il 9 dicembre sarà a Porretta Terme, ospite del Festival del Cinema, per l’angolo I mestieri del cinema che lo vede protagonista. Ma il vero film è questa intervista.

Dalla Francia, giovanissimo, partì per gli Stati Uniti. Cercava il cosiddetto “sogno americano”, anche se magari non sapeva bene in cosa consistesse. Quando ha capito che il cinema poteva rappresentare qualcosa di diverso, qualcosa che il lavoro ai tavoli di un bar o le fotografie come modello non potevano offrirle?

Per essere preciso, quando partii per l’America io non pensavo affatto al cinema. Lavoravo già da tre o quattro anni nella pubblicità e me la cavavo bene. Mi sembrava naturale, quasi logico, voler proseguire con un master sulla recitazione negli Stati Uniti. C’era questa idea – e per certi versi era vera – che se studiavi in America, poi le grandi agenzie e aziende americane in Europa ti prendevano più facilmente. Dicevano: ‘Ha una mentalità europea ma anche una formazione americana’, un’accoppiata che funzionava. Così partii. Con un visto turistico, pochi soldi in tasca e tanta incoscienza. Un po’ all’avventura, come si faceva a quell’età”.

E poi cosa avvenne?

“Mi scontrai subito con la realtà: l’università costava 9.000 dollari. E io quei soldi non li avevo. Così cominciai a lavorare, ovunque mi capitasse. Portavo i cani a spasso, facevo il barista, il cameriere negli snack bar. Ero pronto a tutto. Poi trovai lavoro in un posto particolare: un ristorante sulla First Street, all’altezza della 69ª. Era un locale molto frequentato da attori, modelli, artisti. Un posto anche molto noto, e come cameriere si guadagnava bene, più della media. Io ero andato lì proprio per quello, per guadagnare di più. Un giorno una cliente mi guardò e mi disse: ‘Ma perché non fai il fotomodello?’. E io, quasi per difendermi, risposi: ‘Non mi sembra un mestiere molto virile’. Lei scoppiò a ridere: ‘A 65 dollari l’ora diventa virilissimo’. E così, in quel momento, mi sono detto: ‘Beh, perché no?’. Feci delle foto e le portai a un’agenzia. Mi dissero che potevo lavorare, ma servivano i documenti. Io, senza pensarci troppo, dissi che non c’era problema, che lo zio, un uomo molto influente, mi avrebbe sistemato tutto. In realtà non gli avevo neanche parlato, non volevo chiedere nulla a nessuno. Avevo il desiderio dentro di voler fare da solo”.

Ma il visto prima o poi sarebbe scaduto…

“Accadde che uno dei miei primi servizi fotografici uscì su After Dark, una rivista considerata gay. E nel frattempo feci domanda per ottenere la Green Card. Ero sicuro che me l’avrebbero data, perché non stavo “rubando” il lavoro a un americano: se sei europeo e fai il modello, non togli il posto a nessuno, no? (ride, ndr). E invece mi rifiutarono la richiesta. Per ottenere la carta verde dovevi dimostrare che facevi davvero quel mestiere anche nel tuo paese d’origine. Ma io, da quando avevo cinque anni, non avevo più scattato una foto. L’unica che avevo mi faceva così schifo che avevo detto: basta, mai più. Quindi non avevo materiale da mostrare. E così sono dovuto tornare in Francia, solo per recuperare dei documenti e trovare un’agenzia che potesse ‘ufficializzarmi’”.

E nel frattempo, però, iniziavano ad arrivare chiamate dal mondo del cinema?

“Sì, esatto. Mentre ero in quell’agenzia, i responsabili del casting venivano spesso da me a dirmi: ‘Ti ha cercato Tizio, ti ha chiamato Caio’. Erano chiamate per fare cinema. Ma io non ci pensavo minimamente. Avevo in testa solo l’idea di tornare negli Stati Uniti, prendere il master, rimettere insieme i soldi. E comunque, chi chiamava non lo richiamavo. Per me era solo rumore di fondo, all’epoca”.

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Lei era consapevole della sua bellezza, almeno?

“No, assolutamente no. Non avevo alcuna coscienza di quel tipo. Se l’avessi avuta, forse avrei conservato qualche foto d’infanzia, no? E invece niente. A cinque anni vidi una mia foto e dissi: ‘Non mi piace. Mai più foto’. Non ero consapevole di nulla, se non di certi comportamenti che mi davano fastidio negli altri. Ma non avevano nulla a che vedere con me. Sono cresciuto in una famiglia stupenda, che mi ha educato al rispetto verso me stesso e verso gli altri. Ma non mi sono mai sentito ‘bello’. E la consapevolezza di quel lato estetico, se è arrivata, è arrivata solo adesso, col senno di poi”.

Solo adesso se ne rende conto?

“Sì. Ho fatto 50 film e non ho conservato neanche una foto. Non ero lì a contemplarmi, ero totalmente immerso nei personaggi. Solo ora, quando vedo certe immagini, penso: ‘Ma ero davvero così?’. E adesso che me ne rendo conto… non serve più a niente”.

Non si butti giù però…

“Non è buttarsi giù, è essere realisti. Uno nasce come nasce, non ha meriti per quello. Però vedevo tanti ‘bei ragazzi’ che si atteggiavano, che mangiavano in modo diverso, camminavano in modo diverso, scopavano in modo diverso… e per me erano solo degli stronzi con la puzza sotto il naso. Io non volevo far parte di quel teatrino, anche se poi, lo ammetto, ora guardo quelle foto e dico: ‘stupido, sì’.

Ma chissà quante persone ha fatto innamorare.

“Eppure, glielo giuro, non mi sono mai sentito così. Mai. Nemmeno sul set. Ho percepito gelosie, sì, ma non devi per forza essere bello per attirarle. La vera bellezza che sentivo di avere era dentro. E se posso dire di essere stato bello, è solo in quel senso”.

Se oggi dovesse descriversi con una serie di aggettivi, cosa direbbe? Si conceda un peccato di vanità: “Luc Merenda è…”

“Mah… per definirti davvero devi passare un sacco di tempo a farti le seghe mentali. E io quel tipo di ginnastica non l’ho mai praticata. Ho fatto tanti sport, ma quello no”.

Se il fotomodello non avesse funzionato, se l’università non fosse stata possibile, se il cinema non fosse arrivato… aveva un piano B?

“Sicuramente qualcosa legato all’arte. Già nella pubblicità lavoravo accanto al cinema, con i film pubblicitari. Poi, in effetti, sono diventato co-direttore in un’agenzia pubblicitaria a Bruxelles. Magari sarebbe stata quella la mia strada. Ma non mi sono mai fissato su un obiettivo preciso. Ho sempre seguito l’istinto, fatto quello che sentivo nel momento in cui lo sentivo. Sono partito per New York con 300 dollari in tasca. Se mi fossi posto troppi problemi, sarei rimasto dov’ero ad aspettare di avere la ‘situazione ideale’. Se oggi mi chiedesse cosa vorrei fare, le direi: stare davanti al mare, tra le rocce e la vegetazione. Guardare l’acqua all’orizzonte. Sentire la musica, leggere, respirare. Perché tanto, prima o poi, si smette di respirare. Quindi meglio farlo con gioia finché si può”.

Ha paura della morte?

“No, la morte in sé non mi fa paura. Quello che temo è arrivarci portandomi dietro una gran confusione. Credo che ognuno debba avere dei sentimenti, dei pensieri. Ma poi, quando vedo le religioni – cattolici, musulmani, ebrei – che invece di unirci ci dividono e ci portano alla guerra… mi chiedo: ma che senso ha? Siamo tutti uguali. Gialli, verdi, rosa: siamo noi. Umani”.

E, quindi, se proprio deve dirlo: che cosa avrebbe fatto Luc Merenda, se non fosse arrivato il cinema?

“Probabilmente sarei rimasto nella pubblicità. Era un mondo che conoscevo, ci stavo già dentro. Però so anche che, come in tutte le cose, dopo un po’ mi sarei rotto le scatole e avrei cercato altro. Io non ho mai avuto un piano di successo, non volevo ‘sfondare’ in un settore specifico. Facevo quello che sentivo, quando lo sentivo. Ho preso un volo per gli Stati Uniti con poco appresso. E se mi fossi messo a farmi troppe domande, sarei rimasto a casa”.

Eppure, anche se non lo prevedeva, il successo è arrivato. E anche in modo forte, quasi travolgente. L’ha mai spaventata?

“No. Non mi faceva paura. Semmai ero io a fare paura al successo, nel senso che non l’ho mai inseguito. Se mi avesse spaventato, non sarei mai arrivato a fare 50 film senza tenermi nemmeno una foto. Capisce cosa voglio dire? La cosa bella del successo, se lo sai usare, è che ti dà la possibilità di scegliere. Almeno per un po’. Ma io a un certo punto mi sono reso conto che non potevo più continuare a fare solo film di poliziotti. Iniziavo a ripetermi. E, se sei un attore vero, un giorno sei il poliziotto, un giorno il gangster, un giorno un padre disperato. Se invece sei sempre lo stesso… non è più successo, è una gabbia”.

Ha iniziato quindi a rifiutare i film di genere poliziesco?

“Sì, li ho rifiutati. E chiaramente questo ha avuto un prezzo: quando dici no a quello che funziona, perdi colpi. Però sentivo il bisogno di fare altro. Ho fatto due western, il primo dei quali molto bello. Ho girato Le monache di Sant’Arcangelo, un film sull’Inquisizione: interpretavo un cardinale, il cast era incredibile… Ma anche Caccia spietata ai rapitori, dove non ero né poliziotto né criminale: ero un padre, e mio figlio veniva ucciso. Quel film mi colpì molto, perché ho una figlia, e mentre lo giravo mi dicevo: ‘Potrebbe succedere anche a me’”.

È stato difficile per lei passare da una posizione da “star” a momenti in cui le proposte non arrivavano più?

“Molto. Fa male. Ti chiedi: ‘Come? Ho dimostrato di poter fare altro, ho fatto film diversi, ho cambiato registro… e adesso niente?’. Non è facile, lo ammetto. Dopo quel periodo sono tornato in Francia. Non è stato un ritorno felice: Parigi mi rattristava. Il sud della Francia mi piaceva di più, perché assomiglia già all’Italia. Ma la città… no, Parigi non fa per me. In Francia ho girato tre film per la televisione, con tre registi diversi. Erano quasi dei film veri: un’ora e mezza ciascuno. Quei lavori mi portarono a un feuilleton di 26 puntate dove il mio personaggio si candidava alle elezioni e veniva eletto. Ma la tv è un’altra cosa. Il cinema non ti chiama se fai televisione. Quella distinzione esiste, inutile negarlo”.

E dopo?

“Ho fatto altri due film televisivi. Erano lavori buoni, ma il cinema vero mi chiamava poco. Le uniche proposte vere mi arrivarono da due registi fuori dai canoni: Claude Lelouch, che se ne fregava delle regole, e l’altro era Henri Verneuil. Loro iniziavano una sequenza con la pioggia, continuavano con la neve e finivano col sole: non gliene fregava nulla della perfezione estetica, dell’acconciatura perfetta per l’attrice… volevano la verità. Erano veri cineasti. Ma purtroppo non ho potuto lavorare con loro: non ero libero”.

Ed è lì che ha deciso di lasciare tutto?

“Sì. A un certo punto ho lasciato tutto. E sono diventato antiquario”.

Perché proprio l’antiquariato? Cosa l’ha attratta?

“L’occasione è arrivata quasi da sola. Avevo conosciuto una signora che lo faceva già, si occupava di arte asiatica. Io inizialmente mi affiancai a lei. Poi cominciai a importare paramenti, sculture, bronzi dal Giappone. Dopo venne l’Africa: sono cresciuto lì, dai due ai quattordici anni. Il mio primo paese è stato il Marocco. Roma mi ricordava proprio quei colori, quella luce calda. Quando ho visto Castel Sant’Angelo per la prima volta, mi sono detto: ‘C**zo, non si può fare più bello di così’. E sono tornato. Due o tre anni dopo, ci sono tornato davvero. Lì ho girato Sole rosso, con tutte le star internazionali. E lì ti rendi conto che le vere star, quelle con la ‘S’ maiuscola, hanno un potere immenso. Ti scelgono, ti aprono porte. Ed è dopo quel film che è partito tutto: western, film d’azione, Milano trema, La polizia accusa, La città gioca d’azzardo… il treno era lanciato”.

Negli anni d’oro, anche economicamente, immagino si guadagnasse bene. Che rapporto aveva col denaro, lei che aveva lasciato l’America perché non poteva permettersi il master universitario?

“Guardi, io il denaro l’ho sempre vissuto in modo particolare. Non ho mai sopportato quelli che si approfittano della fama per pretendere cifre assurde. Li ho sempre trovati disgustosi. È una forma di ricatto e, se accetti quel meccanismo, vuol dire che il sistema è marcio. Io no, non ho mai chiesto cifre folli. Anzi, a confronto con altri attori della mia epoca, prendevo meno di tutti. Per esempio, Milano trema lo feci per dieci milioni di lire. Non mi sembrava chissà che, onestamente. E quando avrei potuto davvero chiedere di più, avevo già deciso che non volevo più fare film polizieschi. Quindi non ho mai sfruttato il momento buono”.

Nn era il denaro a motivarla. Ma ammetterà che è importante, no?

“Certo che è importante. Ma più importante è sentirsi bene con se stessi. È ovvio che se stai crepando di fame ci pensi, ma dieci milioni, ai tempi, non ti facevano crepare. E poi, anche quando potevo prendere soldi veri, mi è capitato di dire di no. Mi avevano proposto di incidere un disco quando in Francia ero in tv con un feuilleton che paralizzava il Paese ogni venerdì sera. Ma io dissi no. Avrei potuto incassare qualcosa di serio… e invece rifiutai. Perché non volevo trasformarmi in una caricatura di me stesso”.

Si dice che fosse uno di quelli che aiutava gli altri del settore. È vero?

“Sempre. Ho passato la vita ad aiutare la gente. Ma non l’ho mai fatto aspettandomi qualcosa in cambio. E meno male, perché non torna mai indietro niente. L’ascensore, come si dice, non risale. Anzi, a volte succede questo: aiuti qualcuno, gli presti dei soldi – o meglio, glieli dai, perché io non prestavo soldi. Se uno mi diceva: ‘Mi presti un milione?’, io rispondevo: ‘No, te lo do’. Ma senza aspettarmi la restituzione. Una volta uno mi chiese un milione perché doveva seppellire la nonna. Glieli diedi. Poi, un anno dopo, lo stesso tipo mi disse: ‘Sai, c’è mia nonna…’. E io: ‘Ma è morta l’anno scorso’. Capisce il livello? Poi li incontri per strada e cambiano marciapiede. La riconoscenza è così rara che quando qualcuno si sente in debito con te… si vergogna”.

Le è mai capitato di pentirsi per aver rifiutato un ruolo, magari uno che poi è andato a Tomas Milian?

“No, mai. Non mi sono mai pentito. C’era un film con Carlos Monzon (Il conto è chiuso, ndr), dove inizialmente dovevamo essere coprotagonisti. Mi hanno, però, retrocesso al ruolo di antagonista. Lì per la prima volta ho usato il mio ‘peso’, diciamo così. E ho detto: ‘Scusate, eravamo d’accordo per una cifra come coprotagonista. Ora mi volete come antagonista? Il doppio’. E ho voluto che la sceneggiatura venisse riscritta da un mio amico, Alberto Silvestri, un uomo con le palle e con cuore. Il personaggio che ho interpretato era tremendo. Orribile. Tutto quello che detesto. L’ho fatto con il sorriso, proprio per accentuare il disgusto. E la gente alla fine mi diceva: ‘Ma Luc, non è possibile! Non fare più personaggi così!’. Io rispondevo: ‘Grazie. Vuol dire che ho recitato bene’. Ma no, mai avuto rimpianti per i film che ho rifiutato. Neanche se mi avessero offerto 500 milioni. Non puoi prendere decisioni di vita solo per soldi, altrimenti sei come la maggioranza della m**da che c’è là fuori”.

In tutta la sua carriera, non ha mai fatto qualcosa di cui si sia vergognato?

“No. Io vorrei poter morire senza aver fatto una porcheria, davvero. Non credo di aver mai fatto uno sgarbo gratuito a qualcuno. Magari sì, ho reagito male se qualcuno si è comportato da stronzo. Ma non andavo oltre. Una sberla, al massimo. Poi tornavo tranquillo. Non ho mai covato odio. E nella mia vita non ho mai fatto qualcosa di veramente meschino. Nemmeno a chi se lo sarebbe meritato”.

Ha mai percepito rivalità forte con altri attori in quegli anni?

“Non da parte mia. Mai avuto rivalità verso nessuno. Ma ho capito benissimo la rivalità che gli altri provavano verso di me. La percepivo nei loro comportamenti. Sai, ci sono attori che, quando vedono arrivare uno nuovo, lo considerano subito una minaccia. Ma, se uno si comportava da stronzo, io semplicemente non avevo voglia di giocare con lui. Sono stato anche escluso da alcuni film proprio per questo. Perché ero ‘troppo noto’, troppo visibile. Ho girato con Steve McQueen Le 24 ore di Le Mans. Avevo il terzo ruolo. Il regista, John Sturges, mi aveva detto: ‘Farò con te quello che ho fatto con Horst Buchholz nei Magnifici Sette’. Solo che poi Sturges si era stufato dei capricci di McQueen e lasciò la regia. E, alla fine, ogni volta che c’era una sequenza in cui dovevo recitare, le mie pagine sparivano”.

Lo ricordava anche prima. Agli inizi della sua carriera, fece un servizio fotografico per una rivista oggi considerata legata al mondo LGBTQIA+. Non temeva che quella scelta potesse farle male, etichettarla?

“No. Proprio no. Non me ne fregava niente. Il fotografo era simpatico. E poi le foto non erano neanche spinte, non erano erotiche. C’era una scattata a Central Park, dove ero a torso nudo, con le bretelle e i pantaloni. In un’altra facevo una faccia buffa, tipo ‘Do you want some?’, e sotto ci avevo fatto mettere proprio quella scritta. E in un’altra sorridevo, con sotto ‘Do you like it?’. Ma niente di volgare. Poi ho posato anche per Playboy, con Claudio Masenza, un fotografo straordinario. Una volta ero nudo su una roccia con l’acqua che scorreva… ma non si vedeva niente. Il soggetto della foto era il riflesso, non il corpo. Certo, se fai una cosa oscena, se fai pornografia, allora no. Quelle cose non mi appartengono. Ma io non ho mai avuto paura del giudizio, né allora né oggi. Le differenze esistono solo per i complessati. Chi ha paura di non essere accettato dagli altri, finisce per giudicare. Se uno è omosessuale, lo è, e basta. Non cambia nulla. Il problema è quando uno si droga: perché si rovina da solo, ma poi rovina anche chi gli sta intorno”.

Negli anni ’70 i ritmi sul set erano forsennati. Scene d’azione fisiche, estenuanti… Lei ha mai raccontato quanto fosse difficile girarle?

“Mai, perché non ho mai fatto vere interviste fino al 2000, forse anche prima. Dal 1982, quando ho lasciato il cinema, non ho più parlato con nessuno. O, comunque, raramente. Anche quando mi beccavano – tipo al Jackie O’ a Roma, tre volte in dodici o tredici anni – cercavano sempre di fotografarmi, ma io non volevo. Ero con la mia ragazza, che non era un’attrice, e avevo chiesto solo un po’ di privacy. Una volta, quando il Corriere mi ha rotto le scatole, ho fatto volare l’apparecchio fotografico. Poi, certo, avevo torto: lì ci andavano tutti per farsi fotografare. Io ero l’unico che ci andava per stare in pace (ride, ndr)”.

Ma com’era girare quelle scene d’azione? Era complicato?

“Per me no. Io ero preparato. Ho girato con gente bravissima, tipo Rémy Julienne, il più famoso stuntman francese. E in Italia avevo i migliori. Mi allenavo, mi divertivo. Finita una sequenza, ero già pronto per farne un’altra. Non era solo eseguire, era anche interpretare. Era puro piacere, con quella gente. Un gioco tecnico, fatto però con grande serietà”.

Andava d’accordo con i registi? E con gli altri attori?

“Con i registi sì, quasi sempre. Se uno non mi fosse piaciuto, semplicemente non avrei girato con lui. A volte, purtroppo, ho avuto conferme negative anche da chi pensavo fosse valido. Con gli attori, un po’ meno. Non tutti, eh. Ma c’erano quelli che volevano brillare più di te, che si facevano fotografare ogni settimana con una nuova ragazza. A me quella roba non è mai interessata. Io stavo sul set per lavorare, non per fare scena”.

Oggi si parla tantissimo di quel cinema. La riscoperta del poliziottesco, le retrospettive… La sorprende tutto questo affetto postumo?

“No. Non mi faccio seghe mentali su questa cosa. Non ho mai cercato di costruirmi un culto attorno. Mi è piaciuto farlo, quel cinema. Poi, quando ho voluto cambiare, non me lo hanno permesso. Io amo il cinema in generale, la gente che lo fa: scrittori, registi, alcuni produttori, certi attori. Però non volevo essere solo ‘l’attore dei film poliziotteschi’. Mi sarebbe piaciuto spaziare”.

Tra gli attori con cui ha lavorato, chi ricorda con più stima?

“Tognazzi. Enorme. Un grande uomo, un grande artista. Paolo Villaggio era geniale: uno che, con la sua cultura, ha saputo creare un personaggio come Fantozzi – così debole, così tragico – che solo un genio poteva inventare. Gigi Proietti? Bravissimo. Gabriel Ferzetti, straordinario. Enrico Maria Salerno in La città gioca d’azzardo, uno spettacolo. Orsini, che a 80 anni ancora recita due ore da solo sul palco. Corrado Pani era bravo anche se aveva quella mania di essere sempre fotografato con una donna diversa ogni settimana. Ma come attore, niente da dire. E poi Mel Ferrer, Richard Conte, Lee J. Cobb… Ho lavorato con tanti americani. Con James Mason è l’unico con cui ho avuto un problema”.

Che cosa accadde con James Mason?

“Era in La città sconvolta: Caccia spietata ai rapitori, un film dove il personaggio di mio figlio veniva ucciso. Il figlio del personaggio di Mason, invece, era stato rapito. Mio figlio cercava di aiutare l’amico e veniva ammazzato per ritorsione. Quando dovevo andare all’obitorio per riconoscerne il corpo, la scena mi prese sul serio. Mi venne da piangere davvero. E, quando James Mason arrivò, lo spinsi. Perché nella finzione era colpa sua: non aveva voluto pagare il riscatto. Io l’ho spinto davvero. Mi trattennero, ma lo avrei menato. Eppure, era un grande attore. Ma quella scena… era troppo vera per me”.

E la moglie nel film, se non sbaglio, era Valentina Cortese.

“Sì, splendida. Una grande signora. Con lei mi sono trovato benissimo”.

Tornando a un aspetto tecnico. Nei film lei veniva spesso doppiato. Che rapporto aveva con la voce italiana che le davano?

“Ma come vuole che suonasse la mia voce in un film in cui recitavo con un napoletano, un romano, un milanese? Era ovvio che serviva un doppiatore. Avevo questo accento misto, francese-italiano, che non aiutava. Ecco perché, in seguito, ho scelto solo film in cui potevo usare la mia voce: l’accento non era un problema”.

Guardando indietro, se potesse parlare al Luc ventenne, cosa gli direbbe?

“Gli direi di non avere paura. Di buttarsi. Di rischiare ancora di più. Anche se, in fondo, è quello che ho fatto. Ho lasciato tutto per andare in America con pochi soldi, senza un piano preciso. Quindi forse no, non cambierei niente. Anzi, le dirò di più: se potessi tornare indietro con quello che so oggi, vivrei tutto esattamente nello stesso modo. Ma ancora meglio. Con più libertà. Con ancora meno paure. Perché poi, quando arrivi a una certa età, capisci che certe cose andavano fatte. E se non le fai, te le porti dietro”.

Ha amato molto? Ha ricevuto amore?

“Ho amato tanto. E ho ricevuto tanto amore. Anche se a volte, l’ho capito troppo tardi. Perché quando sei giovane, pensi che certe persone ci saranno sempre. Che quella donna che ti guarda in un certo modo la troverai ancora. Ma non è così. Quella cosa lì è unica. E se non la sai riconoscere quando la vivi, poi non torna più”.

Le manca quella parte di vita?

“No. Oggi sto bene. Sono in pace. Non ho rimpianti veri. Ho vissuto, ho fatto errori, ma sono sempre stato onesto con me stesso. E poi ho scoperto che il tempo è il bene più prezioso che abbiamo. Adesso me lo prendo. Lo vivo. Non corro più dietro a niente. Respiro. Guardo. E mi godo ogni cosa”.

Cosa pensa del suo corpo oggi, rispetto a quando era un’icona di bellezza?

(ride, ndr) “Beh, il corpo cambia, è inevitabile. Ma sa cosa penso? Che il corpo di oggi è vero quanto quello di prima. Solo che adesso è più fragile. E questo ti insegna a trattarlo con rispetto. Prima lo usavo, lo spingevo al limite. Adesso lo ascolto. E, se mi dice ‘riposa’, io riposo”.

A proposito del documentario su di lei, Pretendo l’inferno, diretto da Eugenio Ercolani, cosa l’ha convinta a farlo?

“All’inizio non ero convinto, per niente. Pensavo: ‘Che senso ha? È roba vecchia, chi vuoi che se ne freghi?’. Ma poi ho capito che non era solo su di me. Era un modo per raccontare un’epoca, un cinema, un’Italia che non c’è più. E allora mi sono detto: va bene. Facciamolo. Ma dev’essere vero. Niente trucco. Niente nostalgia fasulla. Solo verità”.

E ha rivisto qualcuno, nel fare questo documentario?

“Sì. Ho rivisto alcuni amici. E mi ha fatto piacere. Ma mi ha fatto anche male. Perché alcuni non ci sono più. Altri sono invecchiati male, dentro. Non fuori. Perché fuori, si invecchia tutti. Ma dentro… lì si vede chi ha vissuto con dignità, e chi no”.

E oggi, cosa le resta?

“Mi resta quello che ho fatto. Mi resta la libertà. Mi resta la coscienza pulita. E non è poco. So di non aver mai finto, mai tradito me stesso. Non ho mai sgomitato per un posto in prima fila. Se mi chiamavano, andavo. Se non mi chiamavano, stavo a casa. Ho vissuto così. E va bene così”.

Ha mai pensato di tornare a recitare, magari in qualcosa di completamente diverso?

“Mi è stato chiesto più volte. Ma sa qual è il problema? Non mi interessa più fare qualcosa ‘tanto per’. Se domani arrivasse una storia vera, bella, scritta con amore… allora forse direi sì. Ma se devo recitare solo per far contenti i nostalgici, no grazie. Non ho bisogno di rivivere il passato: io sono già qui. Non mi interessa fare il vecchio nostalgico o l’ex poliziotto tornato in azione. Quella roba lì non fa per me. Piuttosto preferisco recitare il ruolo di un uomo solo, che sta davanti al mare e guarda le onde senza dire una parola. Magari non dice niente, ma dentro c’ha un mondo. Quello sì che mi interessa”.

Nella sua quotidianità, cosa le dà pace?

“La semplicità. Mi alzo, faccio colazione. Cammino. Leggo. Ascolto musica. Vedo cose belle. Guardo un documentario sulla natura. E quando posso, sto zitto. Il silenzio è un lusso che ho imparato ad amare tardi. Ma è una cosa preziosa. E poi… mi guardo attorno. Se vedo un fiore, mi fermo. Lo guardo per davvero. Perché magari è l’ultima volta che lo vedo. Nessuno te lo dice, ma ogni momento può essere l’ultimo. E allora tanto vale viverlo fino in fondo”.

Le manca il cinema? Inteso non come lavoro, ma come mondo.

“Mi manca il buon cinema. Mi mancano le persone vere che lo facevano. Mi manca quella passione che si sentiva anche nei tecnici, nei macchinisti, nei truccatori. Oggi c’è un’idea di cinema che è diventata business, immagine, posa. Ai miei tempi, magari eravamo meno perfetti, ma c’era il fuoco. Lo vedevi negli occhi della gente”.

Ama la musica. Cosa ascolta oggi?

“Di tutto. Classica, jazz, elettronica, musica tradizionale africana. La musica, se è vera, non ha etichette. Una melodia bella, un ritmo sincero… ti arrivano dentro, a prescindere da dove vengono”.

Che rapporto ha con la spiritualità?

“Non sono religioso in senso stretto. Ma credo in qualcosa. Forse in un’energia. In un equilibrio. In qualcosa che ci attraversa. Ma non credo a un Dio che punisce, che giudica, che divide. Quello è un Dio inventato dagli uomini, per controllare altri uomini. No. Io credo che esista qualcosa di più grande, ma anche più semplice. Qualcosa che non ha bisogno di templi, di guerre, né di regole scritte”.

Se potesse scrivere un messaggio per chi verrà dopo, per i giovani che si affacciano al mondo… cosa direbbe?

“Direi: ‘Siate liberi’. Non fatevi dire da nessuno chi siete o cosa dovete essere. Non inseguite l’approvazione, non fate le cose per piacere. Piacetevi voi. Guardatevi allo specchio e siate fieri di quello che vedete, anche se non è perfetto. La perfezione è noiosa. La verità, invece, è bellissima. E soprattutto: ascoltate. Non solo le parole, ma i silenzi. La natura. Il battito che avete dentro. È da lì che si parte”.

E a Luc Merenda, oggi, cosa direbbe?

Gli direi: ‘Hai fatto il tuo. A volte bene, a volte male, ma sempre con cuore’. E questo basta. Il resto… lo porterà via il vento. Ma quello che sei stato veramente, quello resta”.

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