Intervista a Matteo Macchioni, il tenore ex concorrente di Amici ricorda Peppe Vessicchio: "M'ha scoperto lui"
Dall'infanzia da outsider ai teatri del mondo, passando per Amici: il tenore racconta chi è, prima ancora di cantare
Non è facile trovare qualcuno che parli della paura senza vergogna: Matteo Macchioni lo fa. Ne parla con lucidità e ironia, come si fa con le cose che si sono abitate per davvero. Nell’arco di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie emerge con forza una verità: Macchioni è prima di tutto un uomo che si interroga, che accetta le fragilità, che non si affida al consenso ma alla coerenza. “Chi si rialza meglio, vince”, dice, e sembra il riassunto non solo del suo percorso, ma della sua idea di arte. Nel dialogo si alternano momenti leggeri e scosse emotive. Dalle radici familiari all’impatto della perdita, dal talento alla disciplina, fino a un’intimità che non cerca l’effetto ma la verità. Il palco per lui è un terreno sacro, ma non mistificato. Lì cerca l’irraggiungibile, “quel punto in cui superi la paura e arrivi dove non arriva nessuno”. Un approccio che tiene insieme la tecnica e il cuore, la dedizione e la memoria, e che trova piena espressione nel suo ultimo lavoro discografico: dieci tracce tra inediti, crossover, orchestrazioni sinfoniche e testi profondamente autobiografici, in cui l’artista affronta temi come l’amore, la perdita, le radici e il senso del tempo. A pochi giorni dai Christmas Recitals 2025, tre concerti speciali a ingresso gratuito in programma il 3 dicembre a Milano, il 10 dicembre a Genova e il 12 dicembre a Torino, Macchioni si racconta in una delle sue versioni più sincere. Nessuna maschera. Solo pensiero, voce e consapevolezza. Perché prima ancora di essere un tenore riconosciuto nei teatri di tutto il mondo, è un artigiano emotivo: costruisce con le note ciò che altri non riescono nemmeno a dire.
Che cos’è per lei il Natale oggi dal punto di vista artistico?
“Il Natale, per me, ha due significati paralleli: uno professionale, l’altro profondamente umano. Dal punto di vista artistico è sicuramente un periodo molto intenso, pieno di lavoro, perché aumentano i concerti e le esibizioni dal vivo. È un momento in cui la musica si moltiplica, si sente nell’aria, e per chi come me fa questo mestiere, è un periodo di grande attività. Anzi, in un certo senso per me è sempre Natale, perché il mio calendario è pieno tutto l’anno. Però c’è qualcosa nel periodo natalizio che rende ancora più naturale e potente la condivisione musicale. Non è solo questione di dover lavorare, ma proprio di volerlo fare: mi viene spontaneo portare musica nei luoghi che lo meritano, in questo periodo così carico di significato. Con il mio team, infatti, da 5-6 anni – anche prima del Covid – abbiamo scelto di creare programmi concertistici legati al Natale, portandoli in spazi suggestivi come cattedrali o teatri. Non ci concentriamo solo sulla dimensione religiosa, ma anche su quella artistica: il repertorio natalizio è ricchissimo, e spesso non viene proposto dal vivo. Il pubblico tende a ridurlo a un sottofondo – un disco di Bublé messo lì accanto all’albero – mentre noi preferiamo renderlo vivo, presente, toccante”.
E da quello umano?
“Sul piano personale, invece, il Natale per me è legato all’infanzia, ai ricordi, ai profumi e ai colori che ho dentro da sempre. Se lo si è vissuto bene da bambini, ti resta come qualcosa di magico, che torna ogni anno. È anche un momento di famiglia, che cerco di vivere il più possibile, anche se inevitabilmente il lavoro entra nella quotidianità. Però il significato profondo resta: condivisione, intimità, radici”.
Quando canta Silent Night o Adeste Fideles, qual è il primo ricordo che le affiora alla mente?
“Sono canzoni legate a ricordi fortissimi, soprattutto a momenti d’infanzia. Il più vivido è quello del presepe artigianale che mia nonna aveva in casa. Un piccolo capolavoro con un carillon incorporato: bastava girare la manovella e partiva la melodia di Astro del ciel, mentre i Re Magi giravano in tondo. Quel carillon lo ricordo fin da quando ho memoria. C’erano Silent Night, Astro del Ciel, oppure Stille Nacht, a seconda della lingua con cui lo si cantava, ma per me erano la stessa cosa: un suono che raccontava un’emozione. Adeste Fideles, invece, è un canto che mi accompagna da quando ero bambino. Lo sentivo ogni volta che andavo in chiesa con la famiglia il giorno di Natale. È una carola medievale, antichissima, che non ha un autore certo. Il testo latino, ‘Venite adoremus’, è una vera e propria invocazione. Quello che mi affascina è come questo brano riesca ancora oggi a evocare una forza spirituale quasi arcaica. Nei miei concerti la propongo con un quartetto d’archi che suona su sequenze orchestrali e con l’aggiunta del coro: il risultato è solenne, avvolgente, emozionante. C’è qualcosa di imponente, quasi sacro’.
Come viene scelta la scaletta di questi concerti? Ha sempre tutto chiaro fin dall’inizio oppure si modifica in corso d’opera?
“La scaletta cambia ogni anno, non è mai fissa. Quest’anno, ad esempio, ci sono molti brani tratti dal mio nuovo disco. Non tutti sono natalizi, ma questa volta ho voluto dare anche uno spazio alla dimensione discografica, che magari negli altri anni non c’era. È un equilibrio che cerchiamo di raggiungere di volta in volta. Anche i brani natalizi stessi non sono sempre gli stessi: a volte in studio nascono idee nuove, oppure davanti a uno spartito emerge qualcosa di inedito. Un esempio è il medley tra Last Christmas e Happy Xmas (War is Over) che abbiamo creato quest’anno. Due brani popolarissimi ma anche molto diversi: li abbiamo fusi in un unico arrangiamento, costruito apposta. Ci piace sperimentare, ma sempre mantenendo un filo conduttore che sia emotivamente forte. Quello che cerchiamo è un impatto immediato sul pubblico, qualcosa che emozioni noi e arrivi dritto al cuore degli spettatori”.

In scaletta compaiono anche Imagine e Nessun dorma: apparentemente distanti, ma c’è qualcosa che li accomuna?
“Sì, li unisce l’amore. Imagine parla di fratellanza, di pace, di unione tra i popoli: è un inno alla speranza. In Nessun dorma, invece, si racconta di un amore che deve sciogliere il gelo nel cuore di Turandot. Due canzoni diversissime per origine e stile, ma con lo stesso tema sottotraccia: l’amore come forza che trasforma. La differenza sta anche nel modo in cui li eseguo: in Imagine suono il pianoforte accompagnato da un quartetto d’archi, in una versione molto intima. Nessun dorma invece è un’aria lirica, con orchestra sinfonica, grande potenza vocale, un climax drammatico. Ma entrambe mi parlano dello stesso motore universale, che è l’amore”.
Qual è il brano del suo ultimo album che sente più legato alla sua sfera personale?
“Senza dubbio Quel grande albero. È il pezzo più autobiografico dell’intero disco e lo abbiamo inserito anche nella scaletta del concerto. Parla della mia terra, Sassuolo, della mia infanzia. Il video, girato dopo una nevicata tra le colline del mio paese, rende perfettamente l’atmosfera che avevo in mente mentre scrivevo la canzone. È un brano pieno di memoria, di immagini e sentimenti che mi appartengono. Quello è il pezzo in cui mi sento davvero nudo, perché parla del mio passato, delle mie radici, e di ciò che mi ha formato come persona e artista”.
Che bambino era quel Matteo che cresceva a Sassuolo?
“Mi fa sorridere pensarci. Ero un outsider, senza dubbio. Apparentemente ero molto buono, educato, tranquillo. Ma dentro avevo un’anima rock. Appena potevo, andavo ad ascoltare i dischi dei Toto, degli Iron Maiden, e passavo le ore a suonare la batteria acustica. Sentivo di avere una spinta diversa dagli altri bambini, una specie di chiamata interiore, anche se ancora non sapevo darle un nome. Forse già allora sapevo che la musica sarebbe stata il mio linguaggio”.
Si sente ancora oggi outisider?
“Mi sentivo decisamente un outsider da bambino. Oggi, però, mi sento abbastanza realizzato. Quindi sì, outsider lo sono ancora in parte, ma anche appagato da quello che faccio. Mi sento meno outsider di quando ero un bambino o un adolescente, anche se un po’ resta. E va bene così”.
Lei ha scelto un percorso coraggioso e lo sta portando avanti in modo solido, senza farsi distrarre. In un mondo in cui tutti inseguono quello che va di moda, è rimasto fedele a se stesso. Non hai mai avuto la tentazione di farsi distrarre da altre sirene? Qualcuno negli anni ha provato a portarla altrove?
“Le voci intorno ci sono sempre state: ‘fai questo’, ‘non fare quest’altro’, ‘questa cosa sì, quella no’. Ma ho sempre cercato di fare le mie scelte in autonomia, pagando anche il prezzo quando serviva. Ho sempre voluto seguire la mia testa”.
Le rubo il titolo di un suo brano: cos’è per lei “Irraggiungibile”?
“È quello che voglio raggiungere quando sono sul palco. C’è un misto tra paura e determinazione che genera un’energia, e da quella energia nasce la performance. Quando superi la paura, vorresti arrivare dove non arriva nessuno”.
Come capisce che sa tua performance è arrivata davvero al pubblico?
“Sono un po’ egoista in questo: devo star bene io. Se io sto bene, fino a ora è sempre stato così, il pubblico sta bene. L’applauso è solo una conseguenza. Arriva se c’è stata un’emozione. Il mio obiettivo è trovare quella chiave, viverla, e goderne”.
Uno dei temi del suo nuovo disco è la memoria. Cosa significa per lei?
“La memoria è la base di tutto quello che faccio. Tutti i miei concerti e spettacoli sono fatti a memoria. Deve entrarti dentro, cementarsi. È una cosa che contrasta molto con i tempi che viviamo, dove tutto è veloce, superficiale. Per interpretare un ruolo devi farlo tuo, completamente. E quando lo è, resta tuo per sempre, a meno che non arrivi una malattia. Oltre a questo, per me la memoria è anche radici. Spesso metto le mie radici nelle canzoni. La memoria ti aiuta a ricordare da dove vieni, a non ripetere gli errori. È fondamentale”.
Che rapporto ha con l’errore?
“Lo considero un’opportunità. Se non sbagli, non impari. Se non cadi, non ti rialzi. Nella vita nessuno resta sempre in piedi. Chi vince, per me, è chi si rialza meglio e non si piange addosso”.
Quante volte è caduto? E qual è la prima cosa che ha fatto per rialzarsi?
“Tante, tante, tante. Ma la cosa più importante per rialzarmi è guardare avanti. Non crocifiggermi per l’errore, ma prenderlo come spunto per migliorare”.
In un mondo che punta sempre al risultato, si è mai sentito un perdente?
“Mai davvero. Di riflesso magari sì, ma non è mai riuscito a farmi male. Ho una regola: non considero chi mi loda più di quanto consideri chi mi critica. Cerco di stare sulla mia strada. Le energie ridondanti le elimino. Non mi faccio abbindolare da un complimento né abbattere da una critica. Fanno parte del gioco. Conta cosa penso io di me stesso, non cosa pensano gli altri”.
Quindi, tutto quello che potrebbe dire un hater le scivola addosso?
“Sì, non me ne frega niente”.
Che rapporto ha con i social?
“Buono, proprio per questo. Li prendo come un gioco. Per me sono come un pallone da calcio o un Game Boy. È tutto virtuale, quindi ha poco significato, sia in positivo che in negativo. Certo, c’è gente che scrive cose brutte, ma non mi influenzano. Il problema è che oggi molta gente soffre o gode in base a quello che legge, e non va bene. I like e i dislike non definiscono chi sei. Se mi fossi basato sui follower, avrei già cambiato mestiere. E poi magari vedi qualcuno con due milioni di follower che però non riesce a vivere di quello che fa. È tutto molto effimero… Se ti rubano la pagina: cosa ti resta? Neanche più la tua identità.
Quando si parla di memoria, viene naturale anche parlare di perdita. Che rapporto ha con la perdita?
“Per me è qualcosa di fortissimo, viscerale. L’unica cosa che davvero mi fa paura è la morte, mia o di chi amo. Ho perso persone importanti, e quelle che erano legate a me da un affetto profondo restano nei ricordi… ma quando ritornano fanno male, perché non ci sono più.
Quando quel dolore ritorna, a cosa si aggrappa per superarlo?
“A volte basta una lacrima. Uno sfogo. Poi si guarda avanti, come detto anche prima, e basta”.
A proposito di persone che non ci sono più… nel brano Oltreoceano racconta la storia di suo bisnonno. Cosa le ha lasciato quella vicenda?
“Ho provato una grande gioia nello scoprirla, anche perché era una storia avvolta nella nebbia. Sono stati gli americani a farmela conoscere: non molti anni fa hanno mandato, un po’ a caso, delle mail ai parenti degli emigranti, comunicando che quella persona era passata da Ellis Island e lì aveva fatto la quarantena… C’era anche il nome del mio bisnonno, da dove era partito, quanti anni aveva, e chi era la persona negli Stati Uniti che garantiva per lui. Perché per passare serviva qualcuno che ti garantisse. Da lì ho indagato. Mio nonno, che oggi non c’è più, era ancora vivo e mi ha raccontato tutta la storia. Ma c’erano anche dei documenti a confermarla. Ho deciso quindi di metterla in una canzone affinché non si perdesse più”.
Che cosa rappresentano per lei oggi gli Stati Uniti?
“Ci sono stato qualche volta per lavoro, per fare audizioni… Ho visto New York.
Non li vedo come la “terra promessa”, alla Ramazzotti per capirci. Sono un Paese che offre tante opportunità, ma secondo me più si scollega dal nostro faro di civiltà, più mi fa paura. Mi spaventa molto il fatto che si possa girare armati, che qualcuno possa spararti per strada. È tutto troppo. Mi affascina, ma mi spaventa anche”.
Anche i Queen affascinano e spaventano, in senso buono. Il suo disco contiene un medley con due loro pezzi. Com’è nata l’idea?
“I Queen fanno parte della mia gioia musicale fin da piccolo. Negli anni ho avuto modo di interpretarli in chiave rock-sinfonica, con orchestra e rock band. Nel 2023 ho deciso di unire due pezzi molto diversi: One Vision e Bohemian Rhapsody. Li ho fusi in un medeley e li ho eseguiti dal vivo. Non è un remake da studio, ma una registrazione live”.
Conteneva un messaggio?
“Beh, Mercury era straordinario. Molti brani, a livello melodico, possono essere cantati con una voce tenorile, perché lui stesso lo era, come registro vocale. Amava l’opera, era un performer incredibile. C’è anche Who Wants to Live Forever, che canto dal vivo: per me è la sintesi perfetta tra potenza e orchestra sinfonica. Mi ha sempre affascinato”.
Tra immagine e potenza, cosa sceglie Matteo?
“Forse nessuna delle due. Mi piace pensare al mio lavoro come qualcosa di artigianale: costruire e metterlo a disposizione degli altri, attraverso le onde sonore. Ci sono entrambe, ma nessuna deve prendere il sopravvento”.
Ha cominciato ad Amici di Maria De Filippi. All’epoca, il talent metteva addosso un’etichetta: ne ha mai sentito il peso?
“Io ho vissuto il talent in modo molto naïf. Non ero un cantante lirico, ero uno studente. L’ho vissuto senza aspettative, davvero. Poi tutto il resto è venuto dopo. Mi scoprì il maestro Peppe Vessicchio… apro una parentesi: è stato un grande dolore sapere della sua scomparsa. Gli ero molto affezionato. In questi concerti di Natale farò anche un omaggio: un brano che lui aveva arrangiato per me proprio ai tempi di Amici. ”.
All’epoca si arrivava senza sapere cosa aspettarsi. Oggi sembra tutto più costruito. È cambiato qualcosa secondo lei?
“Io mi sono fatto dopo. Non saprei dire com’è oggi, perché seguo poco la tv. Quello che posso dire è che quell’esperienza per me è stata molto arricchente. Ho imparato cose che mi sono servite negli anni successivi”.
Da lì è poi passato allo studio lirico. Quello è stato un punto di svolta?
“Sì. Ero un giovane pianista laureato in conservatorio. La voce l’ho costruita nel tempo.
Credo che la chiave positiva sia stata proprio quella: non avere tutto già precostituito, ma costruire piano piano, strada facendo”.
Il maestro Vessicchio: c’è qualcosa che le ha detto e che si porti ancora dietro?
“Sì. Una volta mi disse: ‘Matteo, non ti preoccupare di sbagliare. Qui siamo in una scuola, quindi si può anche sbagliare’. Mi colpì molto, detto da lui che era un perfezionista. È stato un grande insegnamento. L’ho ricordato anche prima: l’importante è rialzarsi. Sono stato fortunato, forse. Ho avuto tanti esempi positivi che mi hanno aiutato a crescere. Questa è stata una di quelle situazioni”.
Che ruolo ha avuto, invece, Caterina Caselli, che l’ha scelta agli inizi?
“La ricordo con tanto affetto. Ogni tanto le scrivo, le racconto cosa sto facendo o luoghi dove siamo stati insieme. Per esempio, l’anno scorso ho cantato la Tosca all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Abbiamo inciso un disco per la Deutsche Grammophon. Le ho ricordato che ai tempi di Amici, con il maestro Vessicchio, eravamo andati proprio in quella sala, a farci ascoltare da Bruno Cagli, che allora dirigeva l’Accademia… Ci scambiamo ancora gli auguri di Natale. Anche se ho lavorato con lei solo per un paio d’anni, ho sempre avuto grande affetto e stima nei suoi confronti”.
Lei ha cantato in alcuni dei più grandi teatri nel mondo. Ce n’è uno dove sente di aver lasciato un pezzo di lei?
“Il luogo che mi ha colpito di più è l’Arena di Verona, anche se non è un teatro al chiuso, ma all’aperto. L’impatto di 13.000 persone disposte in modo ellittico in un anfiteatro romano, con te lì sul palco… è una botta pazzesca. Ci sono stato nel 2024, ci tornerò anche l’anno prossimo. Ogni volta che faccio una nuova produzione in quel posto, c’è sempre qualcosa di forte. È difficile da spiegare. È qualcosa che devi vivere. Non so com’è nei live pop, perché io ci vado come cantante d’opera. E lì il palco non invade la platea. Ti trovi davanti a un muro umano”.
Ha interpretato ruoli molto diversi nei teatri più importanti. Ce n’è qualcuno che sente più suo?
“Quando si interpretano ruoli lirici, ti metti nei panni di qualcun altro: musicalmente dell’autore e a livello scenico della regia. Ogni volta è diverso. Due ruoli che mi hanno dato molta soddisfazione sono Almaviva ne Il Barbiere di Siviglia e Don Ramiro ne La Cenerentola. Almaviva è divertente, si traveste, cambia carattere. Ramiro è il principe: ha una grande aria piena di note acute, si prende un mega applauso… e canta anche un po’ meno (sorride, ndr)!
Se non avessi fatto il cantante, cosa avrebbe fatto?
“Sono anche un geometra, quindi probabilmente avrei fatto ingegneria edile. Mi piaceva molto la geologia e tutto ciò che riguarda le costruzioni”.
Come convivono due mondi così diversi: la razionalità della matematica e la creatività della musica?
“In realtà si somigliano. Dicevo prima che essere musicista, per me, è come essere un artigiano che costruisce qualcosa. Nella musica ci sono rapporti molto affini alla matematica, soprattutto negli incastri musicali. C’è un metodo, una progettualità, come nel disegno tecnico: si pensa, si progetta, si realizza. Quando componi, è uguale. Poi, sul palco, serve memoria, tecnica e istinto. La matematica lì serve a poco, ma tutto il resto è fondamentale”.
E il silenzio? Che valore ha per lei?
“Importantissimo. Nelle pause si condensa un’emotività incredibile. Un respiro fatto bene prima di una pausa può portare a un applauso più grande. Nella vita, vale lo stesso: a volte è meglio ascoltare che parlare”.
Si è sempre sentito ascoltato?
“Non sempre, ma va bene così. Nulla da recriminare”.
Come si costruisce una vita affettiva con la valigia sempre pronta per partire?
“Guardi, a inizio di questa intervista mi chiamava la mia ragazza. Mi ha chiamato otto volte, poi le ho scritto su WhatsApp che ero in intervista. Secondo lei, ha risposto con la faccina sorridente o arrabbiata? Con quella arrabbiata, ovviamente. È un esempio perfetto: conciliare le due cose è difficile, ma se c’è un sentimento autentico si superano le magagne quotidiane. Non mi vedo da solo. Ci so stare, ma non mi piacerebbe”.
D: Come si fa a far capire all’altro le esigenze di un lavoro così instabile e alternante?
“Tutto sta nella scelta del partner. Se lo scegli bene, capisce. Se ogni giorno devi spiegare chi sei e cosa fai, diventa complicato. La parola “scelta” magari è brutta, meglio dire “individuazione”. Trovare la persona giusta vuol dire anche essere capiti e fare lo stesso con l’altro. Ci vuole tanta pazienza ma, se c’è, si crea una grande energia.
Quanta disciplina serve per costruire un percorso solido?
“Tantissima. Oggi, più di prima. Negli anni ’80 o ’90, avere tecnica e dedizione bastava per fare qualcosa: ora non più. Serve il triplo dell’impegno, anche nella musica classica. Nella discografia pop ancora di più, perché lì incide molto anche la fortuna. Ma la fortuna ti dà la partenza, non la continuità. Molti salgono sul treno una volta nella vita, ma l’importante è che quel treno non si fermi”.
Come vive la competizione?
Come dicevo prima: più sono concentrato su me stesso e su quello che faccio, meglio va. Quando guardi troppo intorno a te, c’è sempre qualcuno che ti sorpassa. Non puoi stare davanti a tutti, né dietro a tutti. Ma puoi essere il numero uno nel tuo percorso, ottimizzando tutto ciò che hai. Salute, talento, dedizione: se metti tutto a fuoco, arrivano le soddisfazioni”.
E l’ambizione aiuta a mantenere il focus?
“Certo, un pizzico ci vuole. Ma non deve prendere il sopravvento. Chi è troppo ambizioso, se poi qualcosa va male, crolla. Un esempio concreto: la Ferrari. Ogni anno parte con grandi ambizioni… e poi non vince mai. Magari chi sta zitto vince di più. E lo dice un ferrarista sfegatato che soffre da più di 15 anni!”.
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