Intervista a Matteo Santorum di L’appartamento: “Per il bambino che ero, per l’uomo che voglio diventare”
L'attore racconta corpo, dolore e identità tra scena e vita: “Essere veri, oggi, è quasi un atto rivoluzionario”
C’è un certo pudore nelle parole di Matteo Santorum, ma non è timidezza. È la delicatezza di chi ha imparato che mostrarsi davvero non significa esporsi, ma prendersi cura. Lo si capisce da come si muove in scena, ma anche da come parla: con lentezza, precisione, senza mai nascondere le crepe. Quelle stesse crepe che, nei suoi personaggi, diventano struttura. Nella serie L’appartamento – Sold Out (su RaiPlay e prossimamente su Rai 2), è Lorenzo: un ragazzo in fuga da una casa che non lo ha mai accolto, che tenta di inventarsene una tutta sua in una periferia che non fa sconti. Sul palco, in In casa con Claude 2.0 (dal 4 al 7 dicembre al Teatro Belli di Roma), è Yves: giovane prostituto, sfinito, interrogato per ore in una stanza senza orologio. Due vite inventate, ma vive. Due maschere che somigliano fin troppo alla pelle. Matteo Santorum non interpreta, attraversa. Usa il corpo come mappa, il dolore come materiale. E non recita mai per compiacere. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, in attesa di rivederlo nella seconda stagione della serie di Rai 1 Libera, racconta cosa significa sentirsi “di troppo”, imparare a bastarsi, sbagliare concezione dell’amore, autosabotarsi, cercare una casa non fuori ma dentro. E come si impara, piano, a restare umani anche quando tutto intorno sembra chiederti di essere altro.
In casa con Claude, diretto da Giuseppe Bucci e liberamente tratto dal testo di René Daniel Dubois, e L’appartamento – Sold out: entrambe le opere la vedono interpretare personaggi che si muovono in contesti di conflitto o marginalità, pur con toni differenti. Come si prepara emotivamente ad affrontare ruoli così intensi?
“Sono due ruoli che, pur partendo da esperienze molto diverse, si confrontano entrambi con un’idea di conflitto profondo. La cosa interessante è che in qualche modo rappresentano due estremi. Lorenzo, il personaggio de L’appartamento, ha già attraversato un percorso di accettazione rispetto alla propria identità: parlo della sua sessualità, certo, ma anche di un’identità personale più ampia. Non ha più bisogno di definirsi, ha già fatto quel passo in avanti che lo porta a dire ‘io sono questo’. Ed è a Centocelle per trovare qualcosa che sia ancora più suo, che non somigli per nulla a quello che il padre, figura ingombrante, voleva da lui. Yves, invece, è un personaggio ancora immerso nel conflitto. Non lo ha risolto, forse non lo ha nemmeno compreso del tutto. È un corpo, una mente, un’anima ancora dentro la tempesta. Per entrare in questi personaggi, parto da me. Parto da qualcosa di autentico che mi riguarda. Io credo che tutti noi, come esseri umani, viviamo quotidianamente un conflitto interiore. C’è sempre una frizione, anche quando cerchiamo l’armonia. E quella frizione, se ascoltata, può diventare un punto di accesso molto potente per interpretare ruoli così. Cerco di non partire mai da un giudizio esterno, né da una ricostruzione fredda. Provo piuttosto a trovare dentro di me quella ferita, quel bisogno, quel desiderio che può suonare nella stessa tonalità del personaggio. Nel caso di Lorenzo e Yves, mi sono accorto che entrambi condividono un’esperienza profonda di non essere stati visti e accettati. Non solo dalla società, ma soprattutto dalle persone a loro più vicine. E questo, per me, è un territorio molto familiare. Quando trovo quel punto di contatto, quelle ‘coordinate comuni’, posso suonare quelle corde emotive in me e metterle a disposizione del personaggio”.
Il conflitto come esperienza umana continua. Qual è, il conflitto interiore che ha fatto più fatica ad accettare nella sua vita?
“Sicuramente quello legato all’accettazione di me stesso. È un conflitto profondo, che ha radici lontane e che tuttora porto in terapia. Perché spesso facciamo un errore molto comune: mettiamo le nostre ferite sugli altri, riversiamo le nostre aspettative su chi ci sta intorno nella speranza che siano loro a risolverle. Quando invece quei conflitti nascono dentro, sono movimenti interni che solo noi possiamo affrontare. Ecco, per me il punto centrale è stato questo: sentirmi abbastanza. Abbastanza per chi? Per cosa? È una domanda che mi ha tormentato per anni. Viviamo in una società che impone standard altissimi (estetici, lavorativi, emotivi) e il problema è che a volte finiamo per fare nostri quegli standard, li interiorizziamo come se fossero l’unica via. E questo ci distrugge. Io per tanto tempo ho cercato l’approvazione all’esterno, e quando la ottenevo, magari anche in maniera positiva, non mi bastava mai, perché dentro non ero ancora in pace. Solo nel momento in cui ho cominciato ad accettarmi davvero, con tutto quello che sono, con la mia storia, con i miei limiti e le mie potenzialità, ho iniziato a vedere un cambiamento anche nel modo in cui gli altri mi guardavano. È un processo lungo, non è una linea retta. Ci si ricade spesso. Ma oggi posso dire che quel conflitto è risolto al 70%, ed è già tanto. La verità è che imparare ad accettarsi è una lotta continua, ma è anche il gesto più rivoluzionario che possiamo fare per noi stessi”.
Che ruolo hanno giocato per lei le etichette? L’hanno aiutata o sono state un limite?
“Le etichette hanno un ruolo complesso. Da un lato sono servite, e servono ancora oggi. Storicamente hanno avuto una funzione fondamentale, soprattutto per rivendicare spazi, diritti, identità. Penso per esempio all’etichetta ‘omosessuale’, che è stata ed è ancora uno strumento per affermarsi in una società che ti cancella. Però allo stesso tempo le etichette tracciano dei confini, e quei confini possono diventare gabbie. Noi siamo molto più di una definizione. Le parole, a volte, sono terribilmente limitanti. Siamo esseri in continuo divenire, ci trasformiamo, cambiamo. E trovo pericoloso pensare che basti una parola per descrivere tutto quello che siamo. È anche una questione di controllo sociale: è più facile incasellare qualcuno se puoi dargli un nome, metterlo in una categoria. Ma se sei in movimento, se non ti fai definire, allora diventi meno gestibile, più libero, e questo può spaventare. Per questo cerco di non aggrapparmi troppo a nessuna etichetta. Mi interessa di più restare aperto, fluido, in ascolto di ciò che cambia in me. Credo che la vera ricchezza sia proprio lì: nella possibilità di essere più cose, di non dover per forza scegliere un’identità fissa per sentirsi reali”.
Yves e Lorenzo: c’è un filo che li unisce nonostante le evidenti differenze?
“Il filo che li unisce è la figura paterna. In entrambi i casi, l’assenza o il conflitto col padre segna profondamente la loro traiettoria. Yves ha perso entrambi i genitori da giovane. Lorenzo, invece, ha un padre presente ma profondamente violento psicologicamente ma anche fisicamente. È cresciuto in un ambiente borghese, agiato, ma privo di affetto, dove la sua identità è stata rifiutata con forza. E questa è una cosa che ho scoperto da poco, ma che mi ha colpito moltissimo: nei primi anni di vita, si forma davvero chi siamo. Non solo a livello caratteriale, ma anche fisico. La prima infanzia ci plasma, sia nell’anima che nel corpo. Tutto quello che respiriamo, che riceviamo dagli altri, diventa struttura. E se non ricevi amore, se non vieni riconosciuto, quello lascia un segno che ti porti dietro a lungo. Quello che mi affascina è come questi due personaggi, segnati entrambi da un trauma legato alla mancanza di amore, reagiscano in modi opposti. Yves si rifugia nell’oscurità, fa scelte autodistruttive, si lascia inghiottire dalla propria ferita. Lorenzo, invece, reagisce con una forma di resistenza: trasforma il dolore in lotta. I suoi video, la sua presenza, il modo in cui rivendica il proprio corpo, la propria sessualità, diventano strumenti per incidere sulla realtà. Per fare politica nel senso più alto, cioè per dire: ‘Io esisto, e ho diritto di esistere così come sono’”.
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Quanto ha inciso, nel suo percorso personale, la figura paterna? È stata un riferimento, un ostacolo, o entrambe le cose?
“Con lui ho avuto un rapporto complicato, doloroso. È stato un padre molto diverso da me per cultura, per carattere, per storia personale. Un uomo cresciuto in un contesto rigido, in un piccolo paese dove certe forme di espressione erano viste come stranezze da correggere, non come possibilità da accogliere. E quindi ha fatto quello che, probabilmente, sapeva fare. Ho avuto un’infanzia difficile che ha inciso profondamente sul mio modo di stare al mondo: non giustifico quello che è stato ma cerco di comprendere. E, proprio perché ho capito quanto quelle esperienze mi abbiano segnato, ho iniziato un percorso per osservarle con più lucidità, meno rabbia e più compassione. La cosa che mi ha colpito, con il tempo, è stata rendermi conto che forse, proprio perché non ho ricevuto da lui quello che desideravo, è l’uomo che ho amato di più. In modo paradossale, certo. Ma mi sono accorto che molti dei miei successi, molte delle mie battaglie, erano anche tentativi inconsci di ottenere il suo sguardo, la sua approvazione. Eppure, oggi mi rendo conto che non posso aspettarmi da lui qualcosa che non può darmi, almeno non nel modo che speravo. C’è una frase che mi ripeto spesso: ‘Togli il giudizio e osserva’. Quando riesco a farlo – non sempre, ma sempre più spesso – capisco che anche lui ha la sua storia, le sue ferite. E che probabilmente, con gli strumenti che aveva, ha fatto il massimo. Da lì parte una forma diversa di accettazione: quella che non aspetta più un gesto da fuori, ma che prende atto della realtà e cerca di costruire qualcosa di nuovo”.
Sia Lorenzo sia Yves cercano un loro spazio. È stato più difficile per lei conquistare un proprio spazio fisico o uno interiore?
“Quello interiore. Ma non mi sento sicuro, e secondo me è giusto così. Perché la sicurezza totale, in fondo, è un’illusione. Chi si sente troppo sicuro forse ha smesso di interrogarsi. La consapevolezza invece ti permette di stare dentro le cose con più presenza, anche quando fanno male, anche quando sono scomode. Ti dà gli strumenti per non fuggire, per restare, per trasformare. Oggi so chi sono, so da dove vengo, so cosa porto con me. Ho chiari i miei limiti, e questo mi permette di affrontare anche le mie battaglie personali, artistiche e sociali con più onestà. Non sempre con sicurezza, ma con verità. È diverso. E forse è proprio questo che mi dà la forza di continuare a fare quello che faccio: portare avanti storie che hanno un’urgenza, un significato, qualcosa che va oltre me”.
Nel suo lavoro, le è mai capitato di sentire il peso degli stereotipi o delle aspettative che le venivano proiettate addosso, sia come attore che come persona?
“Assolutamente sì. È qualcosa con cui faccio i conti costantemente. Il mondo in cui mi muovo è pieno di aspettative, a volte sottili, a volte molto esplicite. Ci sono le aspettative del pubblico, certo, ma anche quelle dei registi, dei colleghi, dei produttori. E poi ci sono le nostre: quelle che ci portiamo dietro da una vita, e che spesso sono le più ingombranti. Quando lavori in questo ambito, diventa facile perdere il contatto con il motivo per cui fai quello che fai. Io lo vedo soprattutto ora che sto provando un nuovo testo da un paio di mesi. Mi accorgo della differenza tra il momento in cui creo qualcosa per rispondere a un’aspettativa e quello in cui invece seguo una mia verità. Quando inseguo un riconoscimento, un applauso, non sto davvero creando: sto cercando di colmare un vuoto mio, personale, che non può essere colmato da fuori. È una trappola. L’unico modo per uscirne è rivendicare il proprio spazio con dignità. Dire a se stessi: ‘Questo è il mio posto. Ho il diritto di esserci. Anche se non corrispondo a un modello. Anche se non piaccio a tutti’. Solo in quel momento esisti davvero. Solo quando ti dai tu il permesso di occupare lo spazio, cominci a far vibrare qualcosa che può arrivare anche agli altri. Altrimenti sei solo alla ricerca di conferme, e quella è una strada senza fine”.
C’è un’aspettativa che ha lasciato davvero indietro, che sente di essersi scrollato di dosso?
“Non ancora del tutto. O meglio: alcune le ho riconosciute, le ho affrontate, ma non è detto che siano scomparse. Quelle più profonde, quelle che si sono radicate nella mia infanzia, nei miei primi anni, sono le più difficili da scardinare. Posso dirle che ho fatto un lavoro enorme su di me, che continuo a fare terapia, che cerco ogni giorno di ascoltarmi con più onestà. Ma sentirmi totalmente libero da certe aspettative? No. Sarebbe scorretto dirlo. La verità è che ci sono giorni in cui mi sento più leggero, e altri in cui ricado in meccanismi che pensavo di aver superato. Però la consapevolezza fa la differenza. Perché anche quando cadi, se sei consapevole, sai che stai cadendo. E puoi rialzarti. Forse non ci libereremo mai del tutto dalle nostre insicurezze, ma possiamo imparare a conviverci con più gentilezza. E in fondo, se fossimo davvero ‘risolti’, se fossimo totalmente sicuri, forse non avremmo più quella spinta a cercare, a creare, a raccontare. Quindi, forse, anche le nostre insicurezze hanno un senso. Forse ci servono”.
Secondo lei, oggi persiste ancora una specie di “interrogatorio sociale” nei confronti degli attori che interpretano personaggi omosessuali?
“Sì, purtroppo sì. Ogni volta che un attore interpreta un ruolo omosessuale, scatta subito la domanda: ‘Ma lo è anche nella vita?’. Ed è una cosa che mi fa sorridere, perché rivela il bisogno che abbiamo di collocare sempre tutto, anche le persone. Di sapere ‘chi sei’, come se fosse rilevante ai fini della storia. Quando accetto un ruolo del genere, è perché quella storia mi tocca, perché quella battaglia mi appartiene. Il mio privato non ha nulla a che fare con il mio impegno pubblico. E non per segretezza o per paura, ma per rispetto. Verso me stesso, verso chi mi è vicino e anche verso la battaglia stessa. Se non sentissi quel ruolo come vero, non sarei capace di farlo vibrare. Non potrei farlo mio”.
Quasi a una caccia alle streghe, verrebbe da pensare…
“Una specie di caccia alle streghe moderna, dove chi esce fuori da una norma deve subito essere spiegato, etichettato, incasellato. Ma siamo esseri in divenire. Cambiamo ogni giorno. Oggi sono una cosa, domani magari un’altra. Ma quello che mi importa è che le storie che racconto siano oneste e abbiano un impatto. Per questo ho deciso di collaborare con Amnesty International: per portare avanti temi che riguardano i diritti umani, l’inclusione, la dignità delle persone. Temi che dovrebbero essere scontati, e invece siamo ancora qui a doverli spiegare. E li affronterò soprattutto nelle scuole, davanti a una platea che può sentirmi generazionalmente più vicino”.
I personaggi che interpreta sono spesso attraversati da grandi tensioni emotive. Come fa, nel concreto, a proteggersi da tutta questa intensità?
“È una domanda che mi pongono spesso, ma la risposta può sorprendere: non mi proteggo. Non nel senso classico del termine, almeno. Non creo una barriera tra me e il personaggio, non mi difendo dall’impatto emotivo che può avere su di me. Al contrario, cerco di essere attraversato, di lasciarmi ferire, se serve. Perché per me quel processo è parte del lavoro, ma anche parte del mio percorso personale. Ogni volta che interpreto un personaggio, in qualche modo rivivo o ripercorro una fase della mia vita. Lo uso come occasione per esplorarmi, per guardarmi dentro con più onestà. È un atto catartico, a volte anche doloroso, ma mi permette di trasformare qualcosa. E non è un discorso teorico: io lo sento davvero, anche fisicamente. Quando un personaggio mi attraversa, lascia dei segni, mi stanca, mi svuota, ma allo stesso tempo mi purifica. È un modo per accogliere le mie fragilità, per conoscerle meglio, per non averne paura. Non sto lì, insomma, con le braccia conserte. Entro. Mi sporco. Lascio che il personaggio dica qualcosa anche a me. Ed è da quel dialogo, spesso silenzioso ma potentissimo, che nasce la possibilità di restituire al pubblico qualcosa che sia autentico. Se non mi tocca, non può toccare nemmeno chi mi guarda”.
Però, mi permetta, non c’è anche il rischio che questa immersione totale faccia sì che l’attore, per usare un’espressione comune, si innamori del proprio dolore? Sturm und drang?
“È un rischio reale. E credo che nel nostro ambiente, noi attori lo sappiamo bene: abbiamo una certa inclinazione a stare nel dolore, a crogiolarci un po’. A volte, lo ammetto, ci piace anche troppo. Ma il punto è capire perché lo facciamo. E soprattutto, per chi lo facciamo. Se quella sofferenza diventa una forma di narcisismo, di compiacimento estetico, allora no, non serve a nulla. Diventa solo una performance fine a se stessa. Ma se quella sofferenza viene attraversata con l’intento di portare qualcosa fuori da sé, di restituire qualcosa agli altri, allora sì, può avere senso. Perché a quel punto non è più solo il mio dolore, è qualcosa di condivisibile, di universale. È un atto di generosità, non di ego. E questo, secondo me, è il nodo fondamentale: la direzione in cui va il tuo lavoro. Se sei lì per ricevere applausi, per sentirti bravo, per convincerti che vali, allora stai cercando un surrogato. Ma se invece stai lì per fare spazio, per farti canale, per permettere a una storia di passare attraverso di te e arrivare a qualcun altro… allora cambia tutto. È lì che il dolore diventa utile, necessario, a volte persino salvifico. Ma solo se lo lasci andare, se non te lo tieni stretto”.
In L’appartamento la molla della storia è una casa. Cos’è per lei “casa”? Un luogo fisico o uno spazio mentale?
“Per me, casa è un luogo che ho costruito con lentezza, quasi in punta di piedi. Oggi è una casa reale, fisica, quella che ho a Roma da sei anni. L’ho messa in piedi insieme a mio fratello, che per me è una figura fondamentale, l’amore più grande della mia vita. Ora lui vive in America, ma quella casa è rimasta, ed è diventata per me un rifugio, una base, una radice. Ma non è solo una questione di pareti, di mobili. È qualcosa di più sottile. La casa, per me, è quel luogo in cui posso togliere la maschera. Dove posso essere pienamente me stesso, anche nella mia imperfezione. È lo spazio in cui posso piangere, stare in silenzio, sorridere senza motivo. Dove non devo dimostrare niente a nessuno. E anche nell’arredamento, sì, c’è qualcosa che parla di me: mi piace che le cose abbiano un’anima, che raccontino. Mi piace che ci sia armonia, bellezza, calore. È la mia “cuccia”, come la chiamo io. Un posto in cui il corpo si rilassa e il cuore si sente al sicuro. Dove posso rientrare dopo una giornata difficile e sentire che, almeno lì, nulla è in discussione. Dove tutto può fermarsi per un attimo. E per me, che vivo spesso in apnea, sotto pressione, sempre proiettato verso l’esterno, questo è un lusso immenso. È uno spazio dove posso respirare con il mio ritmo, senza dover correre per forza”.
Se dovesse rappresentare la sua “casa interiore” con un solo oggetto, quale sceglierebbe?
“Una candela. Senza dubbio. Una candela accesa, ogni sera. Ne ho tantissime in casa. È quasi un rituale, un piccolo gesto che però per me ha un significato profondo. Quella luce fioca, calda, discreta, è come una presenza silenziosa che mi accompagna. Mi calma. Mi protegge. E ce n’è una in particolare, benedetta, che mi ha regalato mia madre: è quella che tengo vicino al letto, e che accendo nei momenti in cui ho più bisogno di centrarmi. Il fuoco, in fondo, è uno dei simboli più antichi dell’essere umano. Nella Grecia antica, il focolare era sacro, non si spegneva mai. E per me la candela ha esattamente quella funzione: tenere vivo qualcosa dentro, anche quando fuori è tutto buio. È un atto di cura, verso me stesso. Quando la accendo, il respiro cambia. Il corpo rallenta. Mi ricordo che esisto. Che posso fermarmi. È una forma di spiritualità laica, se vogliamo. Ma è anche un modo per non dimenticare il mio centro. E forse, in un mondo che ci spinge sempre fuori da noi, questo è il modo più semplice e potente che ho trovato per restare”.
E il corpo? In teatro, ma anche nella vita, che posto ha per lei?
“Il corpo è centrale, è il mio primo strumento, ma è anche molto di più. È il luogo in cui tutte le mie emozioni passano, si traducono, si esprimono. Spesso si pensa che recitare (soprattutto davanti a una camera) significhi usare solo il viso, le parole. Ma per me – e credo per ogni attore che lavora in profondità – è il corpo che racconta la verità. Anche quando sto zitto, il corpo parla. A volte dice molto di più di quello che dico io. Io ho tanta energia dentro, e senza il corpo non saprei dove metterla. Quando lavoro su un personaggio come Yves, per esempio, che è interrogato da oltre ventiquattro ore, sfinito, svuotato, il mio corpo inizia a tremare. Non lo decido. Succede. Una gamba che trema, un movimento involontario: sono segnali che arrivano da dentro, non li posso controllare. Eppure, sono veri, e diventano parte della scena. È in quei dettagli che succede qualcosa. È lì che il pubblico sente che non stai fingendo. Per me il corpo è casa, ma anche memoria, fragilità, forza. Lo ascolto molto. Gli do spazio. E cerco di non forzarlo mai. Perché se il corpo si chiude, se si difende, allora anche l’emozione si spegne”.
Ha un suo gesto fisico ricorrente, qualcosa che fa spesso e che la rappresenta?
“Mi tocco spesso i capelli. È un gesto che mi accompagna da sempre. Me li arriccio, li sistemo, li accarezzo. A volte è una coccola, altre volte è un modo per placare l’ansia, per calmarmi. È un gesto piccolo, ma molto significativo. E nasce da lontano. Quando ero bambino avevo i capelli lunghi, mia madre li teneva così e io ci ero molto legato. Ma a scuola erano motivo di presa in giro. Mi dicevano che sembravo una femmina, che non ero normale. E quelle parole, quegli sguardi, si sono sedimentati dentro. Oggi, anche se li porto corti, c’è ancora una parte di me che torna lì, ogni volta che mi tocco i capelli. È come se cercassi un contatto con quel bambino, con quel passato. A Londra, quando per un periodo ho vissuto lì, era diventata quasi un’ossessione. Ora lo faccio meno, ma è ancora presente. Fa parte di me. È una traccia visibile di una fragilità che sto imparando ad accogliere”.
Yves ruota attorno a un asse emotivo molto delicato: il bisogno d’amore, che a volte sfocia in forme di autodistruzione. È qualcosa che conosce anche nella sua vita?
“Sì, assolutamente. È una dinamica che conosco molto bene, fin troppo. È una tensione costante, che ho vissuto e che vivo ancora in certi momenti. Penso che quando desideriamo tanto l’amore (e parlo di un amore autentico, profondo, non solo relazionale ma anche umano) rischiamo di cadere nell’errore di crederci indegni di riceverlo. È una specie di paradosso: lo desideriamo con tutte le forze, ma appena lo intravediamo, iniziamo a convincerci che non sia per noi. E allora ci sabotiamo. Lo roviniamo. Oppure lo scegliamo sbagliato, perché pensiamo di non meritarne uno giusto. Yves rappresenta proprio l’estremo di questa dinamica. Lui si lascia risucchiare dalla sua ferita, dalla sua disperazione, e arriva a un gesto definitivo. Io, per fortuna, non ho mai compiuto quel gesto, ma posso dire di aver sfiorato quella sensazione. Non è facile da raccontare, ma ci sono stati momenti in cui ho sentito una stanchezza enorme, un peso così grande da rendermi difficile anche solo stare in piedi. E in quei momenti ti chiedi se riuscirai mai a sentirti abbastanza per essere amato, visto, tenuto. Ho vissuto relazioni in cui, senza accorgermene, cercavo nell’altro una risposta ai miei vuoti. Volevo che fosse lui o lei a salvarmi, a darmi un’identità. Ma non funziona così. E quando quella persona va via, crolla tutto. Perché ti accorgi che avevi costruito il tuo equilibrio su qualcosa che non dipendeva da te. È un meccanismo pericoloso, che porta all’autodistruzione non solo nei gesti eclatanti, ma anche nelle piccole scelte quotidiane: accettare troppo, non porre limiti, annullarsi. Sto cercando di imparare a riconoscere questi meccanismi, e soprattutto a capire che il primo amore, quello veramente necessario, è quello che diamo a noi stessi”..
C’è stato un momento recente in cui ha riconosciuto in modo chiaro un suo autosabotaggio?
“Sì, c’è stato, ed è anche molto recente. È successo in ambito personale, non professionale. È una storia ancora viva in me, per questo la affronto con delicatezza. C’era una persona a cui volevo davvero bene, con cui avevo costruito un legame profondo. E in quella relazione amicale mi sono completamente dimenticato di me. Ho dato tanto, troppo, senza mai mettere confini. Quando il rapporto è finito a causa dei limiti superati dall’altra persona, ho provato un dolore fortissimo. Ma non solo per la perdita dell’altro: il dolore più grande era rendermi conto che mi ero perso io. Che avevo smesso di proteggermi. E quello è stato un vero autosabotaggio. Non l’ha fatto l’altro, l’ho fatto io, con le mie scelte, con la mia paura”.
I personaggi di L’appartamento sono in cerca di seconde possibilità. Nella sua vita, le è mai stata data una seconda possibilità?
“Questa è una domanda che mi colpisce molto, perché ci ho riflettuto spesso: credo di aver dato molte seconde possibilità, forse più di quante ne abbia ricevute. E non lo dico con amarezza, ma con un certo senso di realtà. Ma, se penso alla mia vita più in generale, credo che la vera, grande seconda possibilità me l’abbia data proprio l’esistenza. La possibilità di cambiare scenario. Di uscire da un contesto in cui mi sentivo incastrato e trovare un’altra strada. Io vengo da una realtà come Riva del Garda, che ha tante complessità, ma che per me era un luogo troppo stretto, troppo distante da ciò che sentivo di essere. Da bambino avevo una sensibilità, un’energia, un modo di stare al mondo che lì non trovavano spazio. Mi sentivo fuori posto. Di troppo. E per anni ho pensato che il problema fossi io. La seconda possibilità è arrivata nel momento in cui la vita mi ha messo davanti una via d’uscita. Quando ho potuto scegliere, anche con fatica, un altro tipo di ambiente, di relazioni, di ascolto. Ho potuto iniziare a costruire chi volevo essere. E non lo dico con leggerezza: non è che si scappa dal dolore e tutto si sistema. Quel bambino resta dentro, con tutte le sue ferite. Però oggi posso dire che lo sto onorando. Che cerco ogni giorno di essere l’uomo che quel bambino avrebbe avuto bisogno di vedere. Il mio mantra, quello che mi accompagna davvero ogni giorno, è: ‘Per il bambino che ero e per l’uomo che voglio diventare’. È tutto lì. Ogni scelta, ogni passo, ogni caduta e ogni risalita. È un modo per riconciliarmi con ciò che sono stato e con ciò che spero ancora di poter essere”.
Non si è sentito adatto alla realtà in cui è cresciuto. Cosa intende esattamente?
“Non era una questione di colpa, né mia né di quella realtà. Non è che io fossi ‘sbagliato’ o che il contesto fosse ‘cattivo’. È che non eravamo compatibili. Non parlavamo la stessa lingua. E questa cosa, detta oggi, mi fa meno male, ma da ragazzino era una condanna. Mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, ma senza sapere che esistono anche altri mari. Ero pieno di domande, di curiosità, di sensibilità. Vedevo il mondo in modo diverso da chi avevo attorno. E invece di essere accolto, venivo spesso zittito, ridicolizzato, giudicato. Non perché le persone fossero cattive, ma perché non avevano gli strumenti per capire. E io, a un certo punto, ho smesso di chiedere. Ho iniziato a pensare che fosse meglio non disturbare. Che fosse più sicuro nascondersi. Poi, lentamente, ho iniziato a capire che il problema non era ‘essere troppo’. Era trovarsi nel posto ‘sbagliato’. E quando ho trovato un ambiente diverso, fatto di ascolto, di apertura, di accoglienza (prima nel teatro, poi nelle persone giuste) ho cominciato a respirare. Non è stato immediato, ci è voluto tempo. Ma oggi so che non devo più chiedere il permesso per essere come sono. Che il mio modo di stare al mondo ha un valore. E che se in certi luoghi non c’è spazio per me, posso costruirmelo altrove”.
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