Intervista ad Anna Valle, dal rifiuto dei social e alla piaga delle foto intime create con l'AI: "Devastanti"
Nello spettacolo teatrale "Scandalo", Anna Valle interpreta Laura, scrittrice elegante e spudorata: un ruolo potente e complesso, l'intervista
C’è una calma elegante, quasi ipnotica, nel modo in cui Anna Valle sceglie le parole. Le pesa, le ascolta, le lascia respirare prima di pronunciarle. Poi, quando parla di Scandalo, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Ivan Cotroneo, quella calma si accende di luce. Le si legge addosso la passione, la gratitudine, ma anche la consapevolezza di chi sa di aver incontrato un testo che lascia il segno. Sul palco, accanto a Gianmarco Saurino, Anna Valle interpreta Laura, una scrittrice raffinata e spudorata, una donna che ha amato un uomo di trent’anni più grande, che non chiede scusa per ciò che è e per ciò che desidera. Una figura complessa, seducente e scomoda, che scava nelle pieghe dell’amore e dei pregiudizi, mettendo a nudo le contraddizioni di ognuno di noi. “È uno spettacolo che ti fa riflettere, che ti incita e ti spinge a porti domande che magari non ti saresti mai posto”, racconta l’attrice, con la dolce fermezza di chi ha imparato che le domande giuste valgono più di qualsiasi risposta. Per interpretarla ha dovuto mettersi in discussione, spogliarsi delle certezze, attraversare l’inquietudine. “Mi sono chiesta che cos’è davvero l’amore”, dice. “Sembra una domanda banale, ma non lo è affatto”. E in quella ricerca, Scandalo diventa molto più di una storia: diventa un luogo interiore, dove desiderio e libertà si sfiorano, si feriscono e si ricompongono. “Il teatro ha questa magia”, riflette l’attrice. “Ti costringe a guardarti dentro, a non nasconderti. Quando senti il respiro del pubblico che ti accompagna, capisci che la verità passa proprio da lì, da quella fragilità condivisa”. Con Scandalo, Anna Valle (che ritroveremo nella prossima stagione televisiva nella serie di Canale 5 Una nuova vita) non solo firma una delle prove più mature della sua carriera, ma conferma di essere un’artista capace di trasformare ogni ruolo in un viaggio emotivo, fatto di domande aperte, sguardi sinceri e coraggio silenzioso. Lo stesso che ha, accompagnata da sincera lucidità, nell’aprirsi in questa intervista in esclusiva per Virgilio Notizie.
Se dovesse descrivere Scandalo in una frase semplicissima per coloro che devono ancora venire a teatro a vederlo, cosa direbbe?
“È uno spettacolo che ti fa riflettere, che ti incita e ti spinge a porti delle domande che magari non ti saresti mai posto”
Laura, il personaggio che interpreta, ha posto prima di tutto a lei delle domande?
“È un personaggio distante dalla mia vita quotidiana: una scrittrice, un’intellettuale, una donna molto elegante, ma anche spudorata. Ha vissuto per trent’anni con un uomo di trent’anni più grande di lei. Quando ho letto per la prima volta il testo, mi è piaciuto immediatamente, ne ho percepito la forza, la potenza. L’ho capito in modo istintivo, però non è stato amore a prima vista. Non ho subito sentito quel trasporto totale che provo oggi per il personaggio. Laura è una donna forte, colta, a volte anche cinica, ma ha una spudoratezza che la rende estremamente affascinante. Per poterla restituire ho dovuto pormi delle domande che avevano più a che fare con lei come persona che con il testo in sé. Una delle prime domande che mi sono fatta è stata: che cos’è davvero l’amore? Può sembrare una domanda banale, quasi da adolescenti, ma in realtà è centrale, fondamentale. Laura, nel corso della pièce, propone una sua visione dell’amore: dice chiaramente che in ogni relazione c’è sempre una parte in cui si “usa” l’altro e si viene “usati”. E non lo dice in senso negativo. È un uso consapevole, che fa parte della dinamica amorosa. Lei sostiene che “usare” ed “essere usati” sono due verbi che hanno molto a che fare con l’amore. Naturalmente non parliamo dell’amore madre-figlio, che è di un’altra natura – anche se, a ben vedere, nemmeno quello ne è del tutto esente”.
Lei si è data una risposta a questa domanda sull’amore?
“In realtà non c’è una sola risposta. Ne ho trovate tante, e sono tutte valide, ognuna assoluta a modo suo. Ma nessuna è definitiva. Anche il testo stesso non offre una risposta rassicurante. Anzi, fa il contrario: ti spinge ad uscire dal teatro con domande aperte, senza certezze. È proprio questa ambiguità che mi ha conquistata. Il testo ti lascia addosso un senso di inquietudine sana, perché ti fa riflettere. E questo per me è lo scopo fondamentale dell’arte, e del teatro in particolare”.
L’arte, del resto, deve farci porre domande più che dare risposte…
“Assolutamente sì. L’arte serve proprio a questo. Se non ci stimola a riflettere, se non apre nuovi interrogativi, allora che senso ha? E le domande che ti fa porre uno spettacolo come Scandalo non sono mai statiche: cambiano nel tempo, assumono nuove forme. Magari tra qualche anno, rivedendolo o rileggendolo, mi farò altre domande ancora. È come aprire un vaso di Pandora: pensi di aver trovato una risposta e invece spunta una nuova domanda. Questo accade anche nella vita quotidiana, quando ci chiediamo chi siamo diventati rispetto a chi eravamo. Non finisce mai”.
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Questa dimensione di profondità si è creata anche fuori dal palco, con la compagnia?
“Sì, molto. Si è creata una sintonia meravigliosa, non solo tra colleghi uomini e donne, ma anche e forse soprattutto tra le donne della compagnia. Siamo in cinque o sei, tra attrici (con me in scena ci sono anche Orsetta De’Rossi e Matilde Pcella), assistente alla regia e sarta. Spesso ci ritroviamo a prenderci un caffè, e da lì partono conversazioni splendide, piene di scambi, riflessioni, risate. Sono persone belle, vere. Anche con Ivan Cotroneo, il regista, il rapporto è fortissimo. Ci segue tantissimo, non ci ha mai lasciati soli. È sempre lì, va e viene, ci guarda, ci incoraggia, si emoziona con noi. Ama davvero quello che fa, in modo sincero e coinvolgente. Per me, che sono alla prima esperienza teatrale di questa portata, è una fortuna. Ne avevo fatte altre, certo, anche belle, ma questa è diversa. Questa è importante”.
Il personaggio di Laura è molto lontano dalle figure femminili che le abbiamo visto interpretare finora. Le ha fatto paura?
“No, non mi ha spaventato. Al contrario, mi ha affascinato tantissimo. Io avevo voglia di interpretare un ruolo completamente diverso. Non che mi fossi stancata dei personaggi passati, per carità: ognuno ha avuto le sue sfumature, anche se spesso si trattava di figure positive. L’ultimo che mi viene in mente è Anna Reali, nella serie di Canale 5 Le onde del passato. Una donna che ha subito una grande violenza e che prende delle decisioni discutibili, come nascondere un cadavere, pur non essendo colpevole dell’omicidio. Però erano sempre scelte giustificate, comprensibili. Laura invece no. Laura fa scelte forti, che si possono condividere o meno, ma che sono nette, prese nella sua forza, nella sua solitudine, nella sua fragilità. È una donna che non chiede scusa per quello che è. E per un’attrice, interpretare una donna così è una meraviglia. Ivan l’ha capito subito, sin da quando ci siamo conosciuti: io ho bisogno di sperimentare, di buttarmi, di rischiare. E questa è stata una sfida accolta da entrambi, con fiducia reciproca”.
Lo spettacolo mostra anche un ribaltamento dei ruoli: Laura è una donna che gioca con gli uomini. Perché secondo lei è ancora difficile da accettare nella nostra società?
“Perché il desiderio sessuale femminile, ancora oggi, spaventa. Mette a disagio. È come se fosse qualcosa di cui non si può parlare apertamente. Anche se è un desiderio normale, lecito. Quello maschile, invece, è considerato naturale, quasi scontato. Laura lo dice esplicitamente in scena: il desiderio femminile crea imbarazzo, anche quando non è trasgressivo. C’è ancora questo tabù che ci portiamo dietro, questa idea che la donna debba trattenersi, mentre l’uomo può esprimersi liberamente. È una differenza che resiste, anche oggi”.
Molti hanno notato somiglianze tra Scandalo e la serie Netflix Inganno. Ha visto quel lavoro? Si è lasciata influenzare?
“No, non l’ho visto. Ho scelto consapevolmente di non guardarlo proprio per non farmi influenzare. Magari lo vedrò in un secondo momento. Ma da quello che so, è un progetto diverso, affrontato in modo differente. Qui il punto di vista è un altro. Ho preferito seguire la visione di Ivan e lasciarmi guidare dall’istinto, da quello che sentivo io nel corpo, nella voce, nel respiro di Laura. Mi sembrava il modo più onesto per affrontare questo lavoro”.
Scandalo tocca anche il tema degli abusi di potere e dei pregiudizi. Come si è difesa, nel tempo, da questi meccanismi, anche solo verbali?
“Non saprei dire se non li ho subiti o se non li ho ascoltati. Forse un po’ entrambe le cose. Ma devo dire che nella mia carriera non ne ho vissuti molti. Probabilmente perché ho sempre avuto una certa solidità interiore, e anche perché mi circondo di persone che mi danno equilibrio. Spesso mi chiedono: “Come fai ad avere questa consapevolezza di te?”. Io credo che dipenda da chi ti sta intorno. Le critiche costruttive, dette in faccia, le accetto e ci lavoro sopra. Ma se arrivano da persone sconosciute, in modo gratuito o anonimo, per me non valgono niente. Non le prendo nemmeno in considerazione. Mi difendo così: selezionando quello che vale la pena ascoltare, e lasciando fuori tutto il resto. Questo mi protegge”.
Avere una propria stabilità. Come ci è arrivata? È sempre stata così strutturata o ci è voluto tempo, lavoro interiore?
“Sicuramente sono una persona che riflette molto su se stessa e su ciò che la circonda. È un processo continuo, che non finisce mai. Probabilmente questa inclinazione l’ho sempre avuta, ed è forse il motivo per cui mi sono avvicinata a questo mestiere: la recitazione ti costringe a scavare dentro, a guardarti davvero. È un lavoro che ti porta a esplorare lati di te che non conoscevi, punti di vista nuovi. Quindi sì, credo ci fosse già una base, una sorta di incipit di solidità dentro di me, ma il lavoro mi ha aiutato a svilupparla, non a perderla. E poi, certamente, ho avuto dei punti di riferimento importanti: la mia famiglia d’origine, i miei genitori, mio fratello, mia sorella. Ma anche la mia famiglia attuale, quella che mi sono costruita, e alcune amicizie significative. Sono persone con cui discuto, mi confronto, condivido cose molto profonde. Non so se ho scelto io queste persone o se le ho semplicemente incontrate: nella vita non è mai così netta la differenza tra ciò che ti capita e ciò che scegli. A volte sono entrambe le cose”.
Qual è stata la scoperta più sorprendente, col senno di poi, che questo lavoro le ha permesso di fare su di lei?
“Forse proprio quella stabilità di cui parlavamo. Da ragazzina, intorno ai 15-16 anni, non mi sentivo affatto solida. È vero, è un’età di passaggio, in cui nessuno è veramente consapevole, ma io mi percepivo come molto insicura. Questo lavoro, invece, mi ha fatto scoprire che dentro di me esiste un filo che mi tiene ancorata, anche nei momenti in cui mi sento in balia del vento. È come se avessi una parte di me che vola, che si lascia trasportare, che si perde anche volentieri, ma allo stesso tempo so che c’è qualcosa che mi tiene legata a terra. Non è una stabilità rigida, ma è abbastanza forte da impedirmi di perdere completamente il controllo. Mi perdo, sì, e un po’ mi piace anche farlo. Ma poi ritorno”.
È proprio da adolescente ha calcato per la prima volta le scene di un teatro. Il suo debutto è stato con Lisistrata…
“Avevo circa 14 anni e mezzo. È stata una cosa completamente inconsapevole. All’epoca non avevo idea di cosa significasse davvero stare su un palcoscenico. Era uno spettacolo amatoriale organizzato dal mio liceo classico in Sicilia, e l’abbiamo portato al teatro greco di Siracusa, che è una cornice meravigliosa. A volermi in scena è stata la mia professoressa di greco. Lei ha visto qualcosa in me che io, in quel momento, non vedevo affatto. Mi scelse per interpretare Mirrine, un personaggio bellissimo. Ne parlavamo proprio qualche giorno fa, in scena con le mie colleghe. Lisistrata, se ci pensiamo, è un testo modernissimo. Racconta di donne che decidono di non fare più l’amore con i loro uomini fino a quando non smettono di fare la guerra. Fa ridere, ma è anche un punto centrale, simbolico: il potere femminile, l’autodeterminazione. È incredibile quanto quel testo, scritto secoli prima di Cristo, sia ancora attuale”.
Ricorda cosa ha provato a salire sul palco la prima volta?
“Paura. Tantissima. All’inizio ero terrorizzata. Ma non solo allora: anche per molti anni dopo ho avuto paura del giudizio degli altri. Non era tanto la critica in sé a spaventarmi, ma la paura di deludere. Magari qualcuno ti aveva apprezzato per un certo ruolo, e tu temevi che, facendo qualcosa di diverso, potesse rimanerci male. Era una paura sottile, ma sempre presente. Con il tempo ho imparato a gestirla. Non posso dire che sia sparita, ma oggi la combatto cercando di fare sempre un passo in più. Non per stupire, ma per cercare qualcosa che sento appartenermi, anche se all’apparenza non sembra nelle mie corde. E se sento che quella cosa mi appartiene, voglio provarci, anche a costo che non piaccia a tutti”.
È anche per questo che non ha mai voluto avere un profilo social?
“I social sono una cosa diversa. Il punto non è solo la paura del giudizio. Nei social si entra nel personale. E a me non piace condividere la mia vita privata con persone che non conosco, soprattutto perché nella mia vita privata ci sono anche altre persone, che non hanno scelto di essere sotto i riflettori. Quindi è una questione anche di rispetto verso di loro. Poi c’è anche il problema dell’anonimato. Sui social, chiunque si sente in diritto di dire qualsiasi cosa, spesso anche cattiverie gratuite, nascondendosi dietro un nickname. Non è una cosa che mi appartiene. Ho avuto anche esperienze spiacevoli: tempo fa è stato creato un profilo fake con il mio nome. Abbiamo dovuto lottare per farlo chiudere, con la polizia postale e i carabinieri. È stato difficile, e non è neanche detto che sia finita lì, perché poi ne aprono un altro. È una storia infinita”.
In questi giorni si è parlato molto del caso delle immagini pornografiche generate con l’intelligenza artificiale, una piaga che ha colpito anche molte sue colleghe. Cosa pensa di questa vicenda così inquietante?
“È una cosa tremenda. Ne parliamo da tempo, anche tra colleghi e colleghe. È una situazione che va assolutamente regolamentata, disciplinata. Non si può accettare che una tecnologia venga utilizzata per creare contenuti falsi, offensivi, violenti, e che tutto questo avvenga nel totale anonimato, senza conseguenze. Chi viene coinvolto in queste situazioni si trova completamente esposto, senza strumenti per difendersi. E non parlo solo dell’aspetto pubblico. Ci sono ripercussioni devastanti nella sfera privata. Pensiamo a un figlio che vede una foto falsa della madre. Come si fa a spiegare che è stata generata con un algoritmo? Come si protegge quel ragazzo da tutto il disagio, la vergogna, l’imbarazzo? E come si protegge una madre da quello sguardo? È qualcosa che lascia un segno.
Non si tratta solo di difendere l’immagine pubblica. Si tratta di difendere la dignità, la verità, e anche le persone care che ti stanno vicino. Tutto ciò non può più rimanere fuori controllo”.
Cosa ha provato la prima volta che è salita sul palco con Scandalo e ha sentito l’applauso del pubblico? Cosa arriva, da lì sopra, da quel gesto così semplice?
“È una sensazione potentissima. Io vengo da tanti anni di lavoro sui set, dove l’energia c’è, certo, perché sei circondata da persone che stanno lavorando con te, per te, sulla stessa scena. C’è condivisione, c’è tensione emotiva. Ma il teatro è un’altra cosa. Il pubblico è lì, non sa cosa vedrà esattamente, non conosce nei dettagli la storia. È lì per sentire, per reagire, per vivere. E quello che ti arriva, quando respira con te, quando reagisce istintivamente a quello che accade in scena, è qualcosa che ti attraversa. Quel respiro tra attore e spettatore è scambio puro, è adrenalina, è commozione. In alcuni momenti dimentichi persino che ci sono lì, seduti davanti a te. Sei immersa nella scena, magari una scena intensa, e all’improvviso arriva un applauso, o un sussurro, e ti sveglia, ti investe come un’onda. È una droga, davvero. Capisco perfettamente perché tanti colleghi mi dicevano: “Quando fai teatro, poi non ne puoi più fare a meno”. Perché quella connessione lì è unica”.
Ma il pubblico non è sempre uguale. Che succede quando è “freddo”? Quando non reagisce come ci si aspetta?
“Succede, certo. Ogni città ha un’energia diversa, un suo modo di ascoltare. Noi abbiamo fatto circa 15 repliche finora. Il debutto a Spoleto è stato bellissimo, molto intenso. Poi siamo andati a Modena, e lì il pubblico era diverso: attento, sì, ma reagiva in punti diversi, rideva in momenti inaspettati, avvertiva la tensione in modo differente. Per noi attori, questo significa riscoprire ogni sera lo spettacolo, anche solo in una sfumatura. Perché noi il testo lo conosciamo, lo abbiamo dentro, ma ogni replica è nuova. Ogni pubblico ti cambia qualcosa: una battuta, un silenzio, una pausa. E allora ti adatti, aggiusti, trattieni, amplifichi. È un lavoro sottile ma continuo. Ivan, quando è in sala, si mette in fondo, ascolta tutto, percepisce le reazioni. E questo continuo ascolto è fondamentale. Dopo un po’ di repliche, trovi quei punti stabili che non si toccano più, ma tutto il resto resta in movimento, si affina. È un lavoro che si fa insieme, attori e pubblico, ogni sera. L’ascolto e la presenza fanno la differenza. Sono stata molto fortunata in questo spettacolo. I due produttori, Gianpiero Mirra e Daniela De Rosa, sono sempre presenti. Mi hanno spiegato che non è una cosa scontata, ma loro ci sono, per tutti noi attori e anche per Ivan: non sono solo coraggiosi, sono attenti, affettuosi, premurosi. E questa presenza è naturale, non forzata. Ci fanno sentire seguiti, accompagnati”.
Scandalo parla anche di seduzione. Cosa significa per lei la parola “seduzione”?
“È una domanda bellissima, e non così semplice come sembra. Per me la seduzione è un piacere, ma non inteso solo come desiderio fisico o attrazione. È un piacere che parte da dentro, da un sentire prima ancora che da un voler piacere a qualcun altro. Per sedurre, secondo me, devi sentirti tu stessa sedotta da qualcosa che ti attraversa, che ti anima. È da lì che parte la vera seduzione, quella autentica. Nel caso di Laura, il personaggio che interpreto, la seduzione è sicuramente un gioco consapevole. Ma non è una seduzione scontata o fine a sé stessa. È una seduzione stratificata, che ha tante sfumature: a volte è spontanea, altre volte è studiata. Ma in ogni caso, non è mai gratuita. Ecco, la seduzione per me ha molto a che fare con l’autenticità del sentire, con la voglia di comunicare qualcosa, con il lasciarsi andare a una vibrazione che attraversa le persone”.
Secondo lei, Scandalo potrebbe diventare un film? Ha pensato a questa possibilità?
“Beh, sarebbe bellissimo. Ivan ne avrebbe tutte le capacità, ovviamente. Conoscendo il suo percorso e quello che ha già fatto tra cinema e televisione, sarebbe interessante vedere cosa potrebbe tirar fuori anche da questa storia in un altro linguaggio. Ma non è qualcosa di cui abbiamo parlato, almeno non in modo concreto. Per ora siamo molto dentro al teatro, a questo qui e ora che è così intenso. Ma certo, l’idea ha fascino”.
Una domanda che probabilmente le avranno già fatto tante volte: quanto le pesa sentirsi chiedere ancora oggi se la bellezza è stata un ostacolo o un vantaggio?
“No, non mi pesa affatto. È una domanda che ha senso, anche se viene ripetuta spesso. Perché la bellezza, nella vita, non solo in quella di un’attrice, ha un peso. Nel mio caso, avendo cominciato con un concorso come Miss Italia, ovviamente ha avuto un ruolo. Mi ha dato visibilità, ha aperto delle porte. Ma la bellezza non è tutto. Deve nutrirsi di altro, altrimenti resta solo superficie. Per me la bellezza vera è fatta anche di armonia, fascino, profondità. E ogni età rivela una forma diversa di bellezza. Nel tempo ho cercato di dare alla richiesta “esterna” di bellezza anche un contenuto, qualcosa che avesse senso per me. Ho cercato e continuo a cercare altro, anche se so bene che la bellezza è stata e resta un elemento importante. Sul palco, ad esempio, mi capita spesso che il pubblico ci dica, a me e a Gianmarco Saurino, che “stiamo bene insieme”, che “siamo belli da vedere insieme”. Questo conta. Non è una cosa superficiale: l’armonia tra due persone in scena crea qualcosa che il pubblico percepisce”.
Quando ha capito che il suo essere scelta non dipendeva più solo dall’essere stata Miss Italia, ma dal suo valore come attrice?
“È successo abbastanza presto, già con il primo ruolo davvero importante: Commesse. Quello è stato un passaggio fondamentale per me. Avevo fatto altri provini prima, come tutti. Alcuni andati bene, altri meno. A volte perché magari non ero pronta, altre perché qualcuno si fermava all’etichetta “Miss Italia” e non andava oltre. Ma con Commesse è stato diverso: ho capito che quel personaggio mi avrebbe dato qualcosa, che sarebbe stato un punto di svolta. E anche lo sguardo di chi mi aveva scelta non era uno sguardo verso una ragazza carina, ma verso qualcuno che poteva interpretare davvero quel ruolo. Lì è iniziata la mia consapevolezza. Ho capito che questo mestiere mi piaceva, che volevo farlo seriamente, che volevo crescere artisticamente”.
Commesse fu un successo enorme. Era la fine degli anni ’90, quando certi numeri in tv erano ancora impressionanti. Cosa ha significato per lei quel successo improvviso?
“Fu un impatto forte, ma strano allo stesso tempo. Mi ritrovai all’improvviso sulle copertine, a fare interviste… ma forse non ero ancora del tutto consapevole di quello che stava succedendo. Ero molto giovane, e l’attenzione era tutta su quello che avrei potuto fare dopo, sul percorso che dovevo costruire. Mi sono sempre divertita anche nel fare le foto, le interviste, ma la mia testa era già lì, a studiare, a prepararmi per ciò che veniva dopo. Non sono mai stata una persona da gossip o da copertine scandalistiche. Ho sempre tenuto un profilo abbastanza riservato. E quindi quel successo, per quanto travolgente, non l’ho vissuto come una “botta” vera e propria, ma come qualcosa che è arrivato gradualmente. Invece, se c’è stato un momento in cui ho sentito davvero un’esplosione improvvisa, quello è stato quando ho vinto Miss Italia. Lì sì che è cambiato tutto da un giorno all’altro”.
Ricorda quella sera? Era il 2 settembre 1995…
“Esattamente. Me lo ricordo bene, anche perché era il compleanno di mio fratello. Quella sera lì è cambiato tutto. La finale di Miss Italia fu seguita da qualcosa come 11 milioni di telespettatori. Il giorno dopo le persone mi riconoscevano per strada. È stata una popolarità immediata, fortissima. Ma in quel momento non avevo ancora fatto nulla di mio, niente che potessi sentire come frutto del mio lavoro. E questa è la differenza. Oggi, quando qualcuno mi ferma per strada e mi dice “mi è piaciuto lo spettacolo”, oppure “mi ha emozionato il tuo personaggio”, allora sì, quello è un riconoscimento che sento mio, perché arriva per qualcosa che ho fatto, in cui ho messo me stessa”.
Col tempo ha costruito una carriera molto solida, fatta di tante serie tv. Ma c’è mai stata una fiction che, col senno di poi, non rifarebbe? Non voglio sapere il titolo, solo se c’è stato qualche rimpianto.
“Forse sì. Magari non tanto perché fosse un progetto sbagliato, ma perché oggi lo affronterei in modo diverso, con un’altra consapevolezza. Ce ne sono un paio che, riguardandole col senno di poi, mi dico: “Avrei potuto fare di più”, o “non mi ha insegnato così tanto quanto speravo”. Ma non sono necessariamente quelle in cui avevo un ruolo secondario. A volte anche un piccolo ruolo può lasciarti molto. Io tendo a non rinnegare nulla. Ogni esperienza, anche quelle meno riuscite, fanno parte del mio percorso. Forse ho più rimpianti per le occasioni che ho lasciato andare, per paura o perché in quel momento avevo altre priorità. Soprattutto all’inizio, magari avrei potuto osare di più, accettare sfide più grandi, buttarmi. Ma anche quello fa parte della crescita”.
Si è mai chiesta perché il cinema non l’ha cercata?
“Me lo sono chiesta, sì. In realtà il motivo principale è che facendo tante serie televisive, sono impegnata per gran parte dell’anno. Quindi, anche quando mi sono arrivate delle richieste (direttamente, senza dover fare provini), alla fine per un motivo o per un altro non si incastravano con i miei impegni. Questo mi è dispiaciuto molto, perché magari non si trattava di ruoli enormi, ma erano ruoli molto belli, artisticamente stimolanti. Ricordo in particolare due occasioni che mi sono dispiaciute davvero tanto: in un caso avevo appena avuto mia figlia e quindi c’erano altre priorità; nell’altro, ero in un momento in cui psicologicamente sentivo il bisogno di fermarmi, e infatti mi sono presa una pausa. Quando prendo una decisione del genere, cerco di rispettarla, anche se poi, col senno di poi, mi rendo conto che in quell’occasione più che una perdita lavorativa, ho perso un’opportunità artistica, un’occasione per imparare qualcosa di nuovo”.
Pensa che la sua immagine televisiva abbia pesato?
“Può essere. Credo che il fatto di essere un volto molto televisivo, popolare, per chi lavora nel cinema, almeno qualche anno fa, potesse rappresentare un problema. Forse temevano che un nome troppo legato alla tv potesse condizionare il pubblico nella scelta di andare a vedere un film. Oggi questa distanza tra cinema e tv forse si è assottigliata, ma all’epoca poteva essere una questione. Erano anche gli anni in cui avrei potuto fare cinema di un certo tipo, d’autore, e forse proprio in quel momento essere così identificata con la tv non ha aiutato”.
Apprezzabile la sua lucidità…
“Io credo che sia giusto guardarsi dentro, fare delle analisi anche critiche, ma sempre in modo costruttivo. Non ha senso dare colpe agli altri, è più utile cercare di capire se stessi, il proprio percorso, dove magari si poteva fare diversamente. Non è per giudicarsi, ma per crescere”.
Domanda dal pubblico: ci sarà una nuova stagione di Lea?
“Lea è un progetto a cui sono molto affezionata. Abbiamo formato un gruppo bellissimo, con attrici come Daniela Morozzi, Manuela Ventura, che conoscevo già da Questo nostro amore, un progetto che amo, e altre colleghe straordinarie. C’è anche Giorgio Pasotti, con cui mi sono trovata benissimo. Abbiamo creato una bella sinergia, e ci siamo affezionati l’uno all’altro, artisticamente e umanamente. Però, ad oggi, non sappiamo ancora se ci sarà una terza stagione. Le decisioni dipendono anche dalle reti, dalle produzioni, da nuovi progetti che arrivano. Insomma, si passa oltre. Ma so che molte persone continuano a chiedermelo, e questo fa piacere. La forza di Lea stava proprio nel gruppo di donne che raccontava. Non erano medici, erano infermiere, e questo cambia tutto. C’è già tanto racconto dei medici in tv, e sono racconti bellissimi, ma in Lea c’era qualcosa di diverso: la quotidianità, i momenti nei camerini, le dinamiche tra donne che si cambiano prima di entrare in reparto. Era un tipo di intimità e di complicità che ha creato un legame anche con il pubblico maschile, non solo con quello femminile. È stato bello vedere quanto piacere suscitava”.
C’è un consiglio ricevuto che le è rimasto nel tempo?
“Sì, un consiglio importante me lo diede Leo Gullotta ai tempi di Cuore. Passavamo molto tempo insieme, anche fuori dal set. A volte cenavamo insieme e lui mi aiutava anche a ripetere le battute. Ricordo che mi disse: “Non avere paura di non essere sempre giusta”. Io ero molto attenta a fare tutto nel modo corretto, a non uscire dai binari, e lui invece mi ha fatto capire che a volte si può anche sbagliare, e che quell’errore magari non è davvero un errore. È stato un consiglio profondo, che non ho metabolizzato subito, ma che negli anni ha messo radici. Un altro consiglio prezioso me lo ha dato Ivan Cotroneo, quando abbiamo girato La compagnia del cigno. Mi disse: “Fidati del tuo istinto. Se senti di fare qualcosa, anche a livello recitativo, seguila”. Magari poi il regista aggiusta, ma se viene da un impulso sincero, difficilmente sarà qualcosa di sbagliato. Da allora, lo tengo a mente”.
Le prossime tappe di Scandalo: Urbino, 20 novembre al Raffaello Sanzio; Siena, dal 21 al 23 novembre ai De Rinnovati; Bologna, dal 28 al 30 al Celebrazioni; Fasano, 2 dicembre al Kennedy; Lecce, 3 dicembre all’Apollo.
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