Ivan Cattaneo, l'intervista al cantante dal coming out in famiglia alle aggressioni, fino ai testi censurati

Dalla “zebra a pois” a “Titanic-Orkestra”, l'artista si racconta: "Mi sono sempre buttato, senza filtri, giudizi o freni. Anche quando faceva male"

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Ivan Cattaneo non è mai stato un artista facile da incasellare. Non lo è stato nei primi anni Settanta, quando sperimentava fra poesia visiva, suoni elettronici e pittura. Non lo è stato negli Ottanta, mentre vestiva abiti sgargianti e cantava revival con un’ironia destabilizzante, diventando icona pop e queer senza chiederlo a nessuno. E non lo è oggi, a 50 anni dal suo esordio discografico, mentre torna con un progetto che è molto più di un disco: DUE.I è un autoritratto totale, un’opera espansa che attraversa musica, scrittura, arte visiva e memoria personale. “Non ho mai avuto paracadute. Mi sono buttato in tutto, senza freni inibitori, senza filtri, e spesso senza difese”, racconta in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Ed è proprio da lì, da quella nudità emotiva, che nasce la struttura bifronte di DUE.I. Da una parte c’è Titanic-Orkestra, un concept album narrativo e struggente, dove ventiquattro personaggi immaginari, passeggeri del transatlantico, prendono voce in altrettante canzoni inedite. Le loro storie si intrecciano in una dimensione musicale e poetica, amplificata da un DVD di videoarte in cui ogni brano prende forma visiva attraverso i tableau-mouvants firmati dallo stesso Cattaneo. Dall’altra parte c’è Un mammifero che canta, che non è solo il titolo della seconda sezione ma una dichiarazione di identità. Un animale che sente, che crea, che ricorda. Qui Ivan Cattaneo si racconta attraverso aforismi, fiabe surreali, testi autobiografici, quadri e fotografie, componendo un mosaico sincero e sfuggente, dove l’ironia convive con la vulnerabilità. Completano l’opera altri due CD: uno con 19 brani storici riarrangiati e ricantati, tra cui Polisex e Male Bello, l’altro con le reinterpretazioni dei suoi successi revival, da Una bambolina che fa no no no a La zebra a pois. Ma prima ancora dell’opera, c’è l’uomo. In questa conversazione raccolta senza fretta, Ivan Cattaneo parla di tutto con lucidità e dolcezza: la solitudine, il corpo che cambia, l’arte come terapia, la morte, la madre, la spiritualità, la fame d’amore e il rifiuto di avere una famiglia. Racconta di aver amato poco e male, di essere stato amato con difficoltà, di aver imparato a bastarsi. E soprattutto racconta che la sua unica fedeltà da sempre è verso la creazione: un modo di esistere più che di esprimersi. Non c’è nostalgia in quello che dice, e non c’è rassegnazione. Solo una sana ironia e una consapevolezza profonda, che arriva con la maturità di chi ha attraversato le stagioni del successo, dell’oblio, della rinascita. E che oggi sceglie di mostrarsi per intero, senza voler piacere a tutti, ma desiderando lasciare un segno. “Ah, Palermo… che bella. Bellissima città”, esordisce così Ivan Cattaneo quando chiede di dove sia io. “Avevo un fan accanito proprio di lì, si chiamava Enzo Privitello. È morto, purtroppo. Me lo ricordo perché tra tutti i miei fan era l’unico con un biglietto da visita su cui c’era scritto: ‘Enzo Privitello – Professione: Cattaneo Folle’. Io lo guardavo e pensavo: ma che razza di professione è?”.

In realtà coglieva un punto fondamentale, anche rispetto a quello che ci diremo oggi. Era uno che non aveva paura di manifestare il suo amore per lei, senza nascondersi.

“Sì, era meraviglioso. Un vero personaggio, una persona splendida. Una volta, mi venne a prendere all’aeroporto di Palermo perché voleva portarmi in un paesino dell’entroterra. Non ricordo quale, ma la cosa buffa è che ci siamo ritrovati dispersi nella campagna, con la sua macchina che fumava da tutte le parti. Io dovevo andare a fare una serata… e lui, candidamente, mi confessò che la macchina non era nemmeno sua: l’aveva presa in prestito da uno zio. Situazioni incredibili. Ma era davvero una persona speciale”.

Partiamo da DUE.I. Ha scritto “Io sono vivo per morire”. Ha paura della morte o della vita non vissuta?

“Guardi, è una frase che in fondo vale per tutti. Siamo tutti vivi per morire. È così che funziona. Nasciamo solo per quello. La domanda, ironia a parte, è interessante. Della morte in sé no, non ho paura, perché quando arriverà lei, io non ci sarò più e, quindi, non sarà più un mio problema. Quello che invece mi fa più paura è il prima, tutto ciò che può precederla: il dolore, le avversità. E se mi capitasse di morire lucido, allora sì, potrei avere il rimpianto di non aver fatto abbastanza. Di non aver vissuto tutto quello che avrei voluto. Questo sì, è qualcosa che mi fa riflettere. Anche nei romanzi spesso si racconta di persone che, sul letto di morte, si rammaricano di non aver vissuto davvero. Però, in tutta onestà, io penso di aver vissuto. Non mi sono fatto mancare niente. Ho cercato di essere sincero, prima con me stesso e poi col pubblico. Da quel punto di vista, credo di non avere grossi rimpianti. Magari oggi, negli ultimi tempi, un po’ di accidia sì. Mi piace stare in casa, mi piace restare nel mio spazio. La zona di comfort ha preso un po’ il sopravvento. Forse dovrei rischiare di più, vivere meno protetto. Però è andata così”.

Perché secondo lei ha preso il sopravvento questa “accidia”, come la chiama lei?

“Perché sono vecchio (ride, ndr)! Le racconto una cosa che mi ha fatto ridere e pensare: una notte mi sono svegliato alle quattro, come tutti gli anziani che dormono poco, e ho acceso la televisione. Papa Leone XIV compiva gli anni… e ho scoperto che ha due anni meno di me! Sono rimasto scioccato. Non sono più riuscito a dormire”.

Cos’è che l’ha scioccata di più? Il fatto che avrebbe potuto diventare anche lei Papa?

“No, il fatto che fosse più giovane di me! Perché il Papa, nell’immaginario, è sempre il ‘grande vecchio’, no? E invece… così giovane! Però in effetti, alle elementari, una volta ci chiesero ‘Cosa vuoi fare da grande?’, e io scrissi: il Papa”.

ivan cattaneo

Le piaceva la figura spirituale, la bontà che rappresenta?

“Ma no! Mi affascinavano i vestiti lunghi, le corone, le tiare… tutte quelle cose lì. Penso fosse per quello”.

Continuo a citarla: “Siamo una goccia nel mare”. Ha mai desiderato davvero sparire del tutto? Perché, se ci pensa, le gocce del mare si annullano una con l’altra.

“Certo. Ma è proprio questo il senso dell’esistenza umana, della nostra vita. Quando qualcuno mi dice ‘Dopo la morte rivedrai i tuoi cari, ritroverai le persone amate…’, io penso che non sia così. Nessuno sa cosa ci sia dopo. Neanche i più grandi mistici, che spesso sembrano solo inventarsi spiegazioni. Nessuno è mai tornato a raccontarcelo. Personalmente, immagino che dopo la morte ci sarà un’unica grande anima. Il mio romanzo, Titanic-Orkestra, finisce dicendo: ‘L’equivoco è che siamo otto miliardi di corpi, ma un’anima sola’. Ecco, per me è questo: siamo gocce che tornano all’oceano. L’essenza spirituale della vita sta lì. Nella fusione, non nella separazione”.

Risposta molto bella, ma la domanda era anche un’altra: lei ha mai sentito davvero il desiderio di sparire?

“Sì, tutti i giorni. Ma proprio tutti i giorni. Dico sempre che per vivere bene bisognerebbe immaginarsi già morti. I morti sono tranquilli: hanno già superato tutto. Quando qualcuno mi dice ‘Io voglio una vita tranquilla, sicura’, io rispondo: ‘Va bene, vai al cimitero. Sotterrati’. Più sicuro di così… C’è un modo anche filosofico per pensarsi già morti: vuol dire staccarsi dagli affanni della vita, guardare tutto con un certo distacco. È un modo un po’ metafisico di vedere le cose, assurdo se vuole, ma può aiutare”.

E nel suo percorso, negli anni, si è sentito più nichilista o più spirituale?

“Molto spirituale. E oggi, grazie all’età, ancora di più. Prima ero più disturbato, più distratto, diciamo così, da tutto ciò che la vita ti mette davanti: il sesso, le attrazioni, i desideri. Col tempo, queste cose perdono forza, si superano. E si capisce che erano solo abbagli. Perché sono sempre sogni irrealizzabili al cento per cento, e non ti danno mai la felicità”.

Mi sta dicendo che ha “appeso le scarpe al chiodo”?

“No, non le ho appese! Se succede qualcosa, ben venga. Non sono mica Amanda Lear, che ha detto di aver chiuso la boutique… No, la mia è aperta. Davanti… e dietro anche (ride, ndr)”!

Lei ha definito l’essere umano “una scimmia che ha fatto carriera”. Se pensa a se stesso, Ivan Cattaneo… che tipo di carriera ha fatto? Quella dell’uomo o quella dell’artista?

“Direi entrambe. Amo fare tutte e due le cose. Però oggi sento che l’artista si sta separando sempre di più dall’uomo. Vivo ormai quasi totalmente immerso nel mio mondo artistico, che mi nutre, al di là del successo o meno. E questa è la cosa più importante. Quanto all’uomo, sì, la definizione resta valida: l’uomo è una scimmia che ha fatto carriera… e che ha innescato una bomba che non sa più disinnescare: la civiltà, la tecnologia. È sempre più avanzata, sempre più sofisticata, ma per andare dove, esattamente? Le faccio un esempio: oggi ci sono macchine che guidano da sole. Ma non c’era già il cavallo? Anche quello ti portava dove volevi!”.

Beh, volendo potremmo dire che c’erano anche le zebre a pois, no?

“Sì, ma le zebre a pois sono difficili da cavalcare! La zebra non si lascia montare facilmente, è ovvio. Non si è mai visto un indigeno cavalcare una zebra. È difficilissimo. Ecco perché, ahimè, nessuno mi ha mai cavalcato (ride, ndr)!

Rivedere i propri cari dopo la morte. Ma lei… vuole davvero rivederli?

“No. E glielo dico proprio per questo: perché non li rivedrò. Perché, come dicevo, la goccia sarà tornata oceano. Saremo tutti parte di un’unica anima. Non ci sarà più separazione. E questa, secondo me, è la vera felicità: non esser più separati da niente e da nessuno. Oggi l’ego è il grande male dell’essere umano: ci separa da tutto, sempre. È proprio questo che ci frega. E alla fine è anche il senso della ricerca spirituale. Quando Battiato parlava di ‘un centro di gravità permanente’, secondo me si riferiva proprio a ciò, al trovare un modo per fondersi con l’umanità. Anche se, purtroppo, è un’umanità sempre più divisa. Altrimenti non ci sarebbero le guerre”.

Guardandosi indietro, ma anche pensando all’oggi, che ruolo ha avuto la solitudine nella sua vita sia dal punto di vista personale che creativo?

“Ha avuto un ruolo totale. Fondamentale. L’uomo può creare solo nella solitudine. Non si può creare nel caos, nella confusione, in mezzo a troppa gente. Certo, magari con gli altri si prendono accordi, si organizzano progetti… ma la vera creatività nasce quando si è soli. È solo lì che si può arrivare all’essenza.

Solitudine e bisogno d’amore vanno a braccetto. Lei quanta fame d’amore ha avuto?

“Sì, fame ne ho avuta. Ma con una consapevolezza. Ho capito che ero affamato, sì, ma erano tutti cibi indigesti. A un certo punto, meglio il digiuno”.

Ma nessuno, in tutta la sua vita, l’ha mai saziata davvero?

“No, nessuno. Tutti gli amanti, gli amori, le persone che ho avuto mi hanno deluso. E sicuramente io ho deluso loro. I rapporti sono sempre a doppio senso. Però non do la colpa a nessuno, nemmeno a me. È andata così. Forse sì, la prima colpa me la prendo io, ma è la vita”.

Ha mai desiderato costruire una famiglia?

“No. La famiglia non mi ha mai interessato. Per me è solo una scocciatura. Certo, l’amore vero può portare a fare sacrifici, a costruire. Ma vista da fuori, per me, è solo un’incombenza in più. I figli li devi crescere, mantenere… è bellissimo, ma per chi è innamorato dei propri figli. Io no. Non l’ho mai desiderato”

E la sua famiglia d’origine?

“Amo la mia famiglia d’origine. Ho amato profondamente mia madre e ho dei ricordi bellissimi della mia infanzia trascorso in un paese piccolissimo, che oggi ricordo quasi come una fiaba, come in Pane, amore e fantasia. Tanto che, a volte, quei ricordi sono diventati talmente ricordi da sembrarmi inventati. Come se non fossero mai esistiti davvero. Però sono stati anni felici”.

E suo padre?

“È morto molto giovane. Io avevo 12 anni. È stato uno shock enorme. La mia vita stava cambiando completamente. Mi ero appena iscritto al liceo artistico e l’anno dopo avrei fatto la prima. C’erano parenti come mia zia e mio zio che dicevano: ‘No, non può continuare, deve andare subito a lavorare’. Mia madre, invece, ha insistito. Ha visto in me questa attitudine a dipingere, a creare. Si è sacrificata e ha voluto che continuassi a studiare. La mia vita ha preso una direzione precisa grazie a lei. Altrimenti sarebbe diventata tutt’altro”.

Quell’età coincide anche con l’inizio delle domande sulla sua identità e del suo coming out in famiglia…

“Sì. E le dico una cosa che oggi fa sorridere, ma allora non esisteva nemmeno il termine ‘coming out’. Io ero innamorato di un ragazzo, più grande di me. Non avevo un modello con cui confrontarmi e non sapevo nemmeno come definire quello che vivevo. Avevo visto solo esempi sui giornali in cui, se eri omosessuale, dovevi diventare donna. Così andai da mia madre e le dissi: ‘Voglio diventare donna’. Lei rispose: ‘Parliamone un attimo’… Erano i primi anni Sessanta. Mi portarono in manicomio, allora si chiamava così. Ospedale psichiatrico. Mi fecero dormire per un mese. Senza farmi niente. Solo sedarmi. Io capii che la società non avrebbe potuto darmi nessun supporto. Allora dissi che ero guarito, che avevo avuto solo un momento di debolezza. E da quel momento non ne parlai più, fino al ritorno da Londra”.

Quel silenzio era una forma di sopravvivenza?

“Sì. Non negavo me stesso, semplicemente avevo capito che quella realtà non era pronta. Quando arrivai a Londra, invece, vidi persone come me, realizzate, di successo. Vidi che era possibile essere come me e farcela. Quello mi ha dato forza. Quando poi tornai in Italia, ero forte. E questa forza è stata anche utile agli altri, soprattutto a quelli che ancora non riuscivano a dirlo”.

Lei ha vissuto in pieno gli anni Ottanta, quindi anche il periodo di esplosione e paura legato all’HIV. Quando il virus arrivò, fu terrorizzato?

“Terrorizzato non basta. Ero proprio impaurito. Il mio migliore amico fu il primo caso conclamato di AIDS in Italia, anche se lui viveva in America. Si chiamava Leonardo. Era anche amico di Loredana Berté. Era il direttore di Fiorucci a New York ed è lui che ci ha fatto conoscere Madonna, Andy Warhol e tutta quella scena. Ma si è preso la malattia proprio lì, a New York. Poi è tornato in Italia, ma non c’erano cure, non c’era nulla: è stato uno dei dolori più forti. Io non avevo avuto rapporti con lui, era un amico, basta. Però ricordo la paura di non sapere neanche come si potesse trasmettere, ero stato a casa sua… Fu pesantissimo. Davvero pesante”.

In quel periodo lo stigma era violentissimo. Lei lo percepì?

“Sì. Certo, noi il sesso continuavamo a farlo, come tutti. Ma sono sempre stato bene, non ho avuto problemi. La prima vera volta in cui ho fatto gli esami fu quando partecipai a Music Farm, era il 2004. Erano passati vent’anni e non li avevo mai fatti. Ero terrorizzato: sono stati giorni d’ansia fino all’esito negativo che mi ha tranquillizzato. Però quel clima lì, degli anni Ottanta, è impossibile da dimenticare”.

“Sono stato al mio funerale e a momenti morivo dall’emozione”

“Non vado né ai matrimoni né ai funerali. Lo dico sempre: al massimo, forse, andrò al mio funerale. Non amo quelle situazioni”.

Lei cosa preferirebbe al suo funerale: essere santificato o dimenticato?

“Niente di tutto questo. Non me ne importa proprio. Come dicevo prima: quando apparterrò alla morte, non sarà più affar mio. Quello che succede dopo non mi riguarda. Sarà questione degli umani, dei terreni. Io, se sarò ‘ultraterreno’, avrò altre questioni. Spero di no, comunque”.

Si è mai autocensurato nei suoi testi?

“Sì, e non per mia volontà. Agli inizi avevo scritto una canzone, Su. Il testo diceva: ‘Sono sulla tua schiena nuda’. Mi dissero che era da cambiare, perché ‘schiena nuda’ alludeva troppo chiaramente a un rapporto di sodomia. Io ero già in sala d’incisione e dovetti riscrivere all’improvviso: ‘Sulla tua terra nuda’, che non significa niente. Ma dovevo farlo. Io sono sempre stato spontaneo, non l’ho mai fatto per provocazione. Era il mio modo di essere. Oggi, poi, non avrebbe nemmeno senso provocare, lo fanno tutti”.

Oggi lei si divide fra musica, pittura, scrittura, videoarte. Quale di questi linguaggi le permette di mostrarsi più autenticamente?

“La pittura. Centomila volte più della musica. È più libera, più universale. La musica, soprattutto se sei cantautore, resta in Italia. La pittura no, la pittura viaggia da sola. Non serve la lingua per capire un quadro”.

C’è un suo quadro che la rappresenta più degli altri?

“Non saprei indicarne uno. Posso dirle chi mi ha influenzato: Basquiat tantissimo, Picasso, Cézanne, molti altri. Poi però ho cercato una mia strada. Sempre”.

L’arte per lei è terapia o espiazione?

“Terapia. L’unica possibile forma di vita. L’unico modo per reinventarmi ogni giorno. Poi certo, quando diventa professione bisogna anche confrontarsi coi risultati. Ma di base, l’arte resta la mia forma di esistenza”.

Si è mai sentito tradito dall’arte?

“No, mai. L’arte non tradisce, come non tradisce la natura. È semmai il mondo che le sta intorno (l’ambiente musicale, il business) a poter deludere. Ma l’arte in sé, la musica, la pittura, quelle no. Sono sempre state per me una forma di salvezza”.

Sul piano professionale, è stato tradito più dagli altri o da se stesso?

“Da entrambe le parti, credo. Ci sono state volte in cui sono stato tradito, sì. Ma anche perché gliel’ho permesso io. Spesso siamo noi a lasciare spazio agli altri per farlo. In quel senso, la responsabilità è mia”.

Vale anche per le relazioni personali?

“Altroché. Anche lì è così. Ma non è una lamentela: è la vita. È una palestra. Serve anche questo per crescere”.

Lei è stato spesso identificato come simbolo della cultura queer degli anni Ottanta. Secondo lei oggi la cultura queer è più libera o solo più patinata?

“È più libera, certo. Ma anche più patinata, sì. Ma le dico una cosa: manca completamente la memoria. Molti oggi non sanno nulla di quello che è stato fatto prima. Non sanno delle lotte, delle rivoluzioni, degli anni Sessanta, di Stonewall. Come diceva Pasolini, chi non ha memoria del passato non può costruire un futuro. E questo vale ancora. Se non conosci le radici, se ti illudi che sia tutto facile, rischi di pagarlo. Perché poi succede che ti menano per strada e non capisci nemmeno il perché. Credevi che fosse tutto cambiato, e invece non è cambiato niente. La consapevolezza della propria storia è fondamentale”.

A lei è mai capitato di essere aggredito?

“Due volte. L’ho scritto anche nel mio libro. Non ne parlo pubblicamente perché mi fa star male, mi mette ancora oggi ansia”.

Nessun problema, saltiamo oltre. Titanic-Orkestra il suo ultimo progetto è una sorta di Spoon River musicale. Dei tanti personaggi che ha creato, ce n’è uno che la rappresenta di più?

“Tutti, in realtà. Perché li ho creati io, li ho scritti io. Quindi in ognuno c’è qualcosa di mio. Lo stesso protagonista del romanzo potrei essere io. È come se non invitassi questi personaggi sul palco, ma li diventassi. Infatti, nello spettacolo teatrale che sto preparando, sarò sempre io in scena. Sarò io a interpretare tutti i personaggi, uno dopo l’altro. Anche perché chiamarne ventiquattro sarebbe impossibile”.

È un trasformista per vocazione o per necessità?

“Né per vocazione né per necessità. Lo faccio perché mi piace creare. Tutto qui. È per piacere, non per bisogno”.

Un mammifero che canta può essere considerato il suo testamento artistico?

“In effetti sì. L’ho scritto con quell’idea. Ci ho messo tantissimo, anche perché è un’opera molto complessa. Una struttura a scatola cinese, una cosa dentro l’altra. Non credo che ne scriverò mai un’altra così articolata. In quel senso è come se fosse l’ultima cosa importante che farò. Il mio testamento, sì”.

È stato complicato perché l’ha costretta a rivedere e a rimettere mano anche a cose dolorose?

“Esatto. Ci ho messo dentro tanto. Ci sono anche cose piacevoli, certo. Ma, per esempio, quelle aggressioni di cui accennavo prima, le ho raccontate per la prima volta lì. A voce non riesco a farlo, non ce la faccio. Scriverle è stato l’unico modo. Adesso mentre ne parlo mi viene da balbettare. E non è una cosa che mi capita spesso”.

Se fa male, non deve parlarne…

Fa male, sì. Anche perché quando mi è successo, sono rientrato pieno di lividi e di sangue. E a mia madre ho mentito. Le ho detto che ero caduto dalla moto. Erano i primi anni Novanta. Non si andava in giro a denunciare. Ho dovuto tenermi tutto dentro. È stata una rabbia silenziosa. Profonda. Brutta”.

Si dice spesso che il mondo dello spettacolo può essere affettuoso, ma anche crudele. Nel suo caso, quale ferita le ha insegnato di più?

“Il mondo dello spettacolo è molto riduttivo. Se fai una cosa, diventi ‘quello che fa quella cosa’. Se fai una canzone leggera, sei ‘quello delle canzoni leggere’. Se fai il revival, sei ‘quello del revival’. È come se ti incasellassero. Non puoi essere altro. Quando invece uno può essere mille cose diverse. Può essere altro. Questa è la vera frustrazione”.

C’è una canzone del suo repertorio che non canterebbe mai più? E una che invece canterebbe ogni giorno?

Polisex, quella sì, la canterei sempre. Mi piace ancora. È bella, spontanea. Invece una che non canterei più, anche se non è mia, è Neo Latina. Non la canterei perché è stata rovinata. All’inizio era carina, poi gli arrangiatori l’hanno trasformata… sul disco sembrava quasi un pezzo di liscio. Non mi piace più”.

E La zebra a pois?

“Quella sì! Mi diverte ancora. È scritta da un grande jazzista come Lelio Luttazzi, e prima di me l’aveva cantata Mina. Però ha avuto più successo la mia versione. Diciamolo”.

Ce la ricordiamo tutti. Ma anche per il modo in cui la cantava lei, il personaggio, la presenza scenica…

“Era unione di due elementi: la canzone, che era semplici e riconoscibile per tutti, e il personaggio, che era destabilizzante. Caterina Caselli diceva che quello era il segreto del successo del revival: unire il diavolo e l’acqua santa. Il diavolo ero io, ovviamente”.

Lei sembrava arrivare dal futuro.

“Può darsi. Ma le assicuro che non era studiato. Non era costruito a tavolino. Era proprio quello che ero. Non avrei potuto essere altro. E la gente, secondo me, lo capiva”.

Oggi, artisticamente, cosa la fa sentire a “casa”?

“Nulla. Non sono mai a casa, artisticamente parlando. Sono sempre in viaggio. Se mi sentissi a casa, vorrebbe dire che ho smesso, che ho tirato i remi in barca. Invece è la scoperta continua che mi stimola. Il desiderio di creare qualcosa di nuovo”.

Se dovesse raccontare Ivan Cattaneo con tre colori, quali sceglierebbe? E perché?

“Blu. Blu. Blu. Mi piace molto il blu. Il mio fiore preferito è la genziana, ed è blu genziana”.

Il blu è anche il colore della serenità…

“Però, ho letto da poco che i bipolari, gli psicopatici e i serial killer… amano tutti il blu. Quindi, mettiamoci d’accordo (ride, ndr)! Comunque mi piace, anche se nei quadri non lo uso tanto. Uso più il rosso, il nero, il bianco. Il blu mi piace, ma in pittura non lo metto molto”.

Lei oggi si sente sereno?

“Abbastanza. Se non frequento troppa gente, sto bene”.

La sua è una frase che può valere per tutti…

“È un consiglio che do anche agli altri. Non vale solo per me. Si dice che l’uomo è un animale sociali ma se vivesse da solo farebbe molti meno danni. Sotto tutti i punti di vista, anche quelli più intimi”.

Compresi il sessuale e l’amoroso? Del resto, chi conosce il suo corpo meglio di lei?

(ride, ndr) “Cos’è, un invito alla masturbazione? Da quel punto di vista, frequentare gli altri è bello. Dio ci ha fatti così, altrimenti ci saremmo estinti duemila anni fa”.

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