Laura Freddi e la preoccupazione per la figlia: "I giovani si stanno spegnendo, vivere è diventato difficile"

Madrina della giornata costituente del Consorzio della Bella Gente, la showgirl racconta il suo percorso con autenticità, fragilità e orgoglio

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Laura Freddi appartiene a quella parte di Italia che non fa rumore, che non sgomita e che non si mette in scena per farsi notare. Un’Italia che lavora con dedizione, che educa con responsabilità, che costruisce comunità attraverso la bellezza delle azioni quotidiane. Ed è a questa stessa Italia che si rivolge il Consorzio della Bella Gente, il nuovo progetto promosso da Una Nuova Agorà, che verrà ufficialmente presentato il 10 dicembre 2025 nella Sala Matteotti della Camera dei Deputati, in una mattinata interamente dedicata a valori oggi spesso trascurati: onestà, solidarietà, responsabilità sociale, bellezza condivisa. La mattinata si aprirà con i saluti di Luca Russo, responsabile della comunicazione di Una Nuova Agorà, affiancato da Laura Freddi, che accoglieranno i partecipanti prima di lasciare spazio agli interventi. L’’onorevole Maria Grazia Brandara, Presidente nazionale dell’associazione, illustrerà le ragioni che hanno portato alla nascita del Consorzio della Bella Gente, un progetto che vuole mettere insieme imprenditori, professionisti, personalità del mondo culturale e sociale, realtà no profit e figure impegnate quotidianamente a servizio degli altri.  Tra gli interventi, anche quello di Monsignor Vincenzo Paglia, che offrirà una riflessione che riprende il cuore dell’iniziativa: fare del bene fa bene, sempre, e la comunità cresce solo quando si nutre di gesti concreti, non di dichiarazioni. Volto noto della televisione italiana, ma soprattutto donna che – con discrezione e coerenza – ha saputo attraversare decenni di spettacolo restando sempre fedele a se stessa, Laura Freddi è sempre stata lontana dai clamori costruiti, mai sedotta dal sensazionalismo e oggi si racconta a Virgilio Notizie in un’intervista rara, intensa, senza filtri. Parla della sua infanzia in un quartiere difficile, del rapporto con i genitori Patrizia e Renato, del ruolo di madre, dei suoi valori profondi, del mondo dello spettacolo di ieri e di oggi. Ma soprattutto, riflette su cosa significa davvero essere “bella gente”: non una questione estetica, ma una scelta di vita. In un’epoca in cui tutto corre e spesso si svuota di senso, la sua voce è una pausa necessaria. Un invito a rallentare, a tornare umani. A ricordare che la bellezza, quando è condivisa, diventa comunità.

Essere il volto e la guida di un evento come Fare bene fa bene, legato alla nascita del Consorzio della Bella Gente, è un ruolo di grande visibilità e responsabilità. Come ha accolto questa proposta?

“Non mi sento di definirmi il ‘volto e guida’ dell’evento, sarebbe una responsabilità troppo grande. Ho sempre avuto un approccio umile, anche dopo tanti anni di carriera. Però, quando Luca Russo mi ha coinvolta come madrina di questa giornata speciale, ho sentito che potevo dare il mio piccolo contributo. Essere considerata parte della ‘bella gente’ mi ha fatto riflettere: è un’espressione che spesso viene fraintesa. Per me non si tratta solo di bellezza esteriore ma di qualcosa di più profondo. Bella gente è chi, in qualsiasi campo – dallo spettacolo alla scienza, dall’arte alla medicina – riesce a muovere emozioni e a lasciare un segno, anche solo con un gesto, un’intuizione, un pensiero. Questo è ciò che intendo. Forse hanno pensato a me come volto dello spettacolo che in qualche modo, nel tempo, ha lasciato qualcosa. Non mi sono mai sentita un fenomeno, ma è vero che ormai sono circa quarant’anni che lavoro in questo mondo. E, in tutto questo tempo, ho sempre cercato di dare valore all’emozione, che è ciò che distingue l’essere umano dalla macchina”.

In effetti, oggi la tecnologia ha un impatto sempre più forte. Cosa pensa del suo rapporto con le emozioni?

“È proprio questo che mi spaventa. La tecnologia ci ha portato facilità, velocità, immediatezza. Ma ci ha tolto qualcosa di molto più importante: il processo emotivo che sta dietro a ogni creazione. Oggi si parla di intelligenza artificiale, di robot, di futuro… e a me, sinceramente, viene la pelle d’oca. Tutto è troppo veloce, troppo piatto. Ci stiamo allontanando da ciò che è umano, dalla parte più profonda di noi. Le emozioni non si producono su comando, non sono automatiche. Sono frutto di vissuto, sensibilità, relazione. E questa giornata, in cui si celebra la nascita del consorzio La Nuova Agorà, ha anche questo merito: rimettere al centro l’uomo, con la sua unicità”.

Oggi si parla molto di cambiamento, ma troppo poco di responsabilità. Per lei cosa significa questa parola?

“È una parola enorme, fondamentale. Per me la responsabilità è una regola di vita, una costante da portare con sé in ogni ambito. Può pesare, può farsi sentire, ma è necessaria. C’è la responsabilità nei rapporti affettivi, nel lavoro, nell’essere genitori o amici. È un concetto che dovrebbe far parte dell’educazione di base, e che si costruisce fin da piccoli. I miei genitori me l’hanno insegnato non solo con le parole, ma con l’esempio. E io cerco di trasmetterlo a mia figlia, oggi, nello stesso modo. Perché è proprio su quella base che si costruisce un individuo solido”.

E lei da bambina si sentiva già responsabile?

“Sì, molto. Ho sempre sentito il peso delle mie scelte e ho cercato di non perdermi mai, anche quando l’ambiente intorno poteva essere difficile. Sono cresciuta alla Magliana, un quartiere romano che negli anni ’70 non era certo semplice. Oggi lo ricordiamo anche attraverso film e serie, ma all’epoca ci si viveva davvero in quel contesto, e non era facile. La differenza l’hanno fatta i miei genitori. Hanno sempre avuto un’attenzione costante verso me e mio fratello, non ci hanno mai lasciati soli, ci hanno protetti ma anche responsabilizzati. Il dialogo era fondamentale in casa nostra, l’educazione era severa ma giusta. Crescere in una realtà dove c’era da stare in allerta, dove succedevano cose anche brutte per strada mentre giocavi, ti forma. Se però hai una famiglia che ti insegna a ragionare, a scegliere, a difenderti, puoi farcela. E io ho avuto la fortuna di avere dei genitori così. Ora, da madre, sento che il mio compito è creare a mia figlia delle ali per poter volare da sola, perché i figli non sono un prolungamento di noi, ma esseri indipendenti. Però costruire quelle ali è una responsabilità enorme”.

laura freddi

Cosa la spaventa di più del mondo in cui sua figlia crescerà?

“Mi spaventa tutto, a essere sincera. La tecnologia che fagocita ogni cosa, la superficialità dilagante, l’aggressività che si respira tra i giovani e di cui si sente parlare ogni giorno. Io sono una persona che ha sempre lottato contro la violenza sulle donne e, quando penso al futuro di mia figlia, mi domando chi incontrerà, che tipo di persone avrà accanto. Noi possiamo proteggerli in casa, costruire valori, dare affetto, ma poi arriva l’amicizia sbagliata, la cattiva influenza, e tutto può cambiare. La realtà oggi è dura. I giovani sono cresciuti davanti agli schermi, non giocano più per strada, non sognano come facevamo noi. Si stanno spegnendo dentro. Certo, oggi abbiamo più possibilità, nella medicina, nella tecnologia, ma a livello emotivo siamo molto più fragili. Ci stiamo abituando a tutto, anche all’orrore, e questa è una pericolosa anestesia dell’anima, di cui non ci si prende più cura. È un vuoto che rischia di diventare irrecuperabile”.

C’è anche un impatto psicologico in tutto questo.

Sì, lo vedo, lo sento. Partecipo a eventi, parlo con dottori, con esperti. Le statistiche parlano chiaro: psicologi e psichiatri sono sempre più coinvolti nel supporto ai giovani. E questo è un segnale fortissimo. Ci dice che qualcosa si è rotto. Sì, il cambiamento ha portato anche cose positive, ma non possiamo ignorare il rovescio della medaglia. Vivere è diventato più difficile. Per me, ma soprattutto per mia figlia. E se penso che quello che sta arrivando sarà ancora peggio, sì, sono molto preoccupata”.

Lei, oggi, cosa fa per prendersi cura della sua anima?

“Cerco di non farmi travolgere da quello che fanno tutti. Provo a essere diversa. Per esempio, con mia figlia facciamo tante cose creative: disegniamo, suoniamo, costruiamo. Invece di metterla davanti alla tv o al tablet, cerco di stimolarla. Voglio che usi la fantasia, l’immaginazione. E lo faccio anche per me stessa. Perché io sono così da sempre: una creativa, una che ha bisogno di esprimersi con le mani, con le idee. Anche i social: li uso per lavoro, il minimo indispensabile, ma non ci sono immersa. Non mi ci perdo. Ho bisogno di spazio per me, per quella Laura che ero da piccola e che voglio continuare a tenere viva. E voglio insegnare lo stesso a mia figlia. È un modo per non cadere nella corrente sbagliata. Per restare lucidi, puliti dentro, autentici”.

Dice che non ama le interviste, ma si sta raccontando con grande sincerità.

“Perché io sono così. Sono vera. Non mi so costruire un personaggio, non mi piace fingere. E questo, lo sappiamo bene, non sempre premia. Anzi, spesso succede il contrario: chi finge, chi recita, chi gioca a fare il personaggio, va più lontano. Ma io non ce la faccio”.

A proposito di “giocare un personaggio”… in tv ha condiviso l’esperienza con persone che fanno di tutto pur di rimanere sulla cresta dell’onda.

Ma sa cosa penso? Che ognuno è fatto a modo suo. Però sì, certe scelte sono strategiche. Un modo di farsi pubblicità. Succedeva anche negli anni ’60, durante la Dolce Vita. Le paparazzate, i flirt finti… fanno parte del gioco. Io però non ci sono mai riuscita. Ho sempre avuto i piedi per terra. Non ho mai fatto paparazzate costruite, non ho mai finto tradimenti o relazioni solo per finire sui giornali. Non è da me: ho scelto una strada diversa, cercando sempre di essere me stessa. E, se qualcosa non mi avesse rispecchiato, avrei detto di no. Anche quando mi avrebbe portato più visibilità. Preferisco non seguire certe logiche, perché non mi appartengono. Chi lo fa, magari lo sente giusto per sé. Ma io no. Non potrei mai fingere qualcosa che non provo”.

Colpisce come parla di sua figlia. Cosa ha provato quando ha detto per la prima volta la parola “mamma”?

(ride, ndr) “È stato un momento incredibile. Ce l’ho ancora quel video! Mi ricordo tutto: era sul girello, io stavo piegando dei panni, come sempre presa dalle cose di casa. A un certo punto la sento dire ‘Mam-ma’. Mi sono bloccata. ‘Come hai detto?’, le ho chiesto. “Mam-ma”. E da lì le ho fatto ripetere quella parola per ore, fino a notte inoltrata. Alla fine, si era pure stufata e piangeva! Ma era stato un momento troppo forte, troppo bello. Aveva circa 14 o 15 mesi, io la stavo ancora allattando. È stata una gioia immensa, uno di quegli attimi che non si dimenticano mai. E mia figlia l’ho tanto desiderata, tanto voluta… è stato un vero miracolo per me. Un dono che non do per scontato”.

Nel lavoro, chi le ha insegnato a essere responsabile professionalmente?

“La responsabilità per me è sempre stata un punto fermo, anche quando ero studentessa. Mi sentivo in dovere verso chi mi insegnasse qualcosa: volevo imparare, capire bene le cose, restituire in qualche modo quella fiducia. Non ho mai vissuto i miei insegnanti come dei nemici, ma come dei riferimenti. È chiaro, c’è sempre quello meno empatico, quello con cui non c’è affinità, ma nel mio percorso ho avuto la fortuna di incontrare maestri veri. E non solo a scuola, anche nel lavoro. Persone preparate, serie, di grande cultura. Ho cercato di assorbire tutto da loro, come una spugna. E questa per me è responsabilità: rispettare chi ti sta dando qualcosa e poi, a tua volta, restituirlo al pubblico, con rispetto. Perché, alla fine, il nostro lavoro vive di questo: esiste perché c’è qualcuno che ci guarda. Senza il pubblico non siamo nulla. Io dico sempre che è come un’amatriciana senza guanciale: se manca l’ingrediente principale, non regge. Oggi, invece, vedo gente che arriva senza nemmeno aver fatto gavetta, con l’aria di chi sa già tutto. Non funziona così. Serve umiltà, riconoscenza. E responsabilità. Io, per esempio, ho sempre scelto con attenzione le parole che uso, anche in tv. Non mi sono mai lasciata andare a volgarità o atteggiamenti che potessero essere un cattivo esempio. Per me il rispetto viene prima di tutto. Se ho un dubbio, sto zitta”.

Oggi si dà molta importanza al linguaggio. Forse anche troppo?

“Sì, a volte si esagera con il politicamente corretto. Però trovo giusto che in tv, per esempio, non si dicano parolacce. Credo che ogni parola abbia un peso e che chi parla in pubblico debba sempre ricordarsi che può essere ascoltato da chiunque, anche da un bambino. E io questo l’ho sempre sentito addosso come un dovere. Non l’ho vissuto come un sacrificio, era parte di me. Magari mi è costato qualcosa in termini di ‘visibilità’ nei programmi più urlati, quelli in cui se non litighi non esisti… ma pazienza. Io sono così”.

Anche in contesti televisivi difficili, come i reality? È stata concorrente al Grande Fratello Vip

“Sì, esatto. A volte ho preferito il silenzio. Non appartengo alla schiera di chi litiga in diretta o di chi alza la voce solo per farsi notare. Se una situazione non mi permette di esprimermi con coerenza e rispetto, io mi tiro indietro. E va bene così: il pubblico magari si ricorda di te meno, ma almeno resti fedele a chi sei. E io, anche se vengo da un tipo di tv più leggera – tra spettacolo, balletti, conduzione – ho sempre voluto essere attenta a quello che trasmettevo. Il mio lavoro è anche intrattenimento, certo, ma i messaggi che passano contano”.

laura freddi

Nella sua carriera ha incontrato due figure importanti, due maestri che non ci sono più: Gianni Boncompagni e Maurizio Costanzo. Che ricordi ha di loro? Cosa le hanno insegnato?

“Due incontri completamente diversi, ma entrambi fondamentali per la mia crescita. Gianni Boncompagni mi ha insegnato tanto, soprattutto a lasciarmi andare, a essere più audace. Io all’inizio ero molto timida. Parlo dei tempi di Non è la Rai: lui e Irene Ghergo formavano una coppia molto affiatata, ci seguivano da vicino. Irene si occupava di tenerci sempre sobrie, naturali: trucco leggero, vestiti carini ma mai eccessivi. Gianni invece era ironico, a volte anche un po’ cinico, ma brillante. Mi faceva ridere da morire. Ricordo che un giorno mi disse: ‘Ma che stai a fa’ lì dietro al cespuglio? Con 200 ragazze non ti si vede, se ti nascondi!’. Aveva capito che ero timida, ma anche che avevo qualcosa da dare. Era uno che sapeva vedere lontano. Io avevo già fatto un po’ di gavetta – avevo condotto qualcosa di sportivo, avevo vinto un titolo nella moda – ma è lì, a Non è la Rai, che ho davvero iniziato. E per me quella è stata la mia scuola. Ho imparato sul campo, un po’ alla volta, facendo errori e crescendo”.

E con Costanzo?

“Quando sono arrivata a Buona Domenica ero in una fase diversa. Avevo già 29 anni, avevo accumulato esperienze: avevo condotto da sola Super, presentato il Festivalbar, fatto il Circo per Rai3, lavorato con Bonolis in due programmi… insomma, ero più matura. E lì è arrivato Maurizio. Per me è stato come un Pigmalione. Una figura guida, ma non autoritaria: ti dava spazio, ti osservava, ti consigliava. Lavorare con lui era un onore. E poi Buona Domenica era un contenitore molto articolato: noi facevamo rubriche, momenti di spettacolo, non eravamo sempre in video. Era un gioco di squadra e ho imparato anche quello, l’importanza del gruppo. Una televisione diversa, che oggi mi manca”.

Cosa le manca di più di quel periodo?

“Mi manca tutto. Quel modo di lavorare, di stare in tv. Era una televisione fatta con cura, con rispetto per chi guardava da casa. Oggi è tutto cambiato. Anche io, che non amo particolarmente i reality o i talent, mi sono ritrovata a farne qualcuno. Nella vita bisogna mettersi in gioco, certo, anche adattarsi per non estinguersi, come dico sempre. Ma preferivo quel modo lì: più autentico, meno gridato, più umano”.

Quando ha capito che la strada dello spettacolo era quella giusta per lei?

“Diciamo che non è stata una cosa pianificata. Dopo le medie avevo preso una decisione molto pratica: ho scelto ragioneria, anche se non era nelle mie corde. Sulla mia pagella c’era scritto ‘adatta per ogni tipo di percorso di studi’ e questo mi aveva illusa di potermela cavare ovunque. Ma la verità è che con la matematica non ho mai avuto un grande rapporto. I miei genitori, pur non essendo ricchi, ci hanno sempre dato tutto quello che potevano, ma nella nostra mentalità si pensava subito al lavoro. Per questo ho scelto ragioneria: pensavo che dopo il diploma avrei trovato un impiego stabile. Poi, però, dentro di me c’era altro. Il desiderio di fare qualcosa di creativo c’era, ma non sapevo ancora come incanalarlo. Mi sarebbe piaciuto iscrivermi a una scuola per interpreti, ce n’era una vicino Piazza di Spagna, ma era troppo costosa. Allora ho avanzato ai miei genitori una proposta: fare qualche pubblicità per potermi pagare gli studi. All’epoca si guadagnava bene anche con un paio di spot. Ero carina, camminavo per strada e mi lasciavano spesso biglietti di agenzie pubblicitarie. Li portavo a mio padre, ma lui li strappava subito. Alla fine, ho insistito e mi hanno dato fiducia”.

E da lì sono cominciati i provini?

“All’inizio è stata dura. Facevo tanti provini, e arrivavo sempre seconda o terza, passava quasi sempre la raccomandata di turno. A un certo punto ho detto a mia madre: ‘Basta, non li faccio più’. Poi è arrivata un’ultima telefonata: un’agenzia cercava ragazze per qualcosa di nuovo. Non si capiva nemmeno bene cosa fosse. Mia madre mi ha accompagnata: ‘Ti ci porto, ma è l’ultima volta’. E così sono andata. Era al Centro Palatino, a Roma. Ci hanno messe in fila, inquadrate con la telecamera, e poi richiamate per una riunione con i genitori. C’erano anche Irene Ghergo e Gianni Boncompagni. Ci dissero: ‘Tu sì, tu no’… e io ero tra quelle che potevano proseguire con una seconda selezione”.

Ma ancora non sapeva che si trattasse di Non è la Rai?

“No, nessuno sapeva bene cosa fosse. Nemmeno Gianni, credo. Lui aveva in mente un programma con delle ragazze, una cosa leggera, un po’ come aveva fatto a Domenica In. Ma Non è la Rai non era ancora un’idea compiuta. Siamo andate avanti con le selezioni: passi di danza, piccoli balletti, poi ci richiamavano, ci dicevano chi passava… e io ero sempre tra quelle che restavano. Alla fine, ci hanno detto che eravamo state scelte per il nuovo programma di Boncompagni. Io avevo 19 anni, quindi ero tra le più grandi. Ed è cominciato tutto così”.

Un provino si è dunque trasformato in lavoro…

“Sì, è diventato un impegno quotidiano. Il secondo anno ci hanno selezionato in venti per seguire anche la scuola: dizione, canto, danza. Non era solo un programma, era come una formazione. Mi vergognavo all’inizio, ero timidissima. Però, ero felice. È vero che avevo già fatto qualcosa per la tv (un programma sportivo su Canale 34 dopo aver vinto l’anno prima una fascia nella sezione moda a un concorso a Napoli) ma lì, davanti alle telecamere, a cantare e ballare… era tutto nuovo per me. Ho imparato tutto da zero. E ho iniziato a guadagnare qualcosa, ma il tempo per studiare non c’era più. Così la scuola da interprete è sfumata. Però ho trovato la mia strada, senza volerlo”.

In qualche modo, è stata anche quella una scuola… diversa ma sempre scuola.

“Sì, assolutamente. C’era la diretta, certo, ma anche tutto quello che c’era dietro: preparazione, prove, disciplina. Mia madre mi accompagnava ogni giorno. Dopo pochi mesi, il programma è esploso: il pubblico ci aspettava fuori, ci riconoscevano per strada. Faceva anche un po’ paura. Avevo 19 anni, ma all’epoca era come averne 15 oggi. Eravamo più ingenue, più ‘bambine’. Quello che è nato lì non era solo successo: era un vero fenomeno sociale”.

Col senno di poi, ha qualche rimpianto?

“Solo uno. Non aver continuato a studiare. Avrei voluto farlo. E ancora oggi mi pesa non parlare bene l’inglese, non aver studiato le lingue come sognavo. Ma poi ho studiato sul campo, ho imparato tutto lavorando. Non è teoria, ma è pratica vera. E anche quella vale tanto”.

Dall’inizio di questa chiacchierata emerge chiaramente una cosa: lei è molto esigente con se stessa. Se dovesse dirsi un complimento, quale sarebbe?

“Faccio fatica a farmi dei complimenti, lo ammetto. Sono sempre stata molto autocritica. Non mi riguardo mai in tv, e se per caso vedo un mio video sui social, passo avanti, cambio subito. Non mi piace soffermarmi su quello che ho fatto. Però, se devo davvero riconoscermi qualcosa, direi questo: aver aiutato la mia famiglia. È una cosa che mi dà una soddisfazione profonda. I miei genitori sono stati sempre il mio punto di riferimento. Hanno dato tutto per me e per mio fratello, ci sono sempre stati. E io sentivo il bisogno, quasi il dovere, di restituire quel bene. Di fare qualcosa per loro. Sia dal punto di vista economico, in momenti complicati, sia nella vita, nei momenti di salute difficili. Quando c’è stato bisogno, ho mollato tutto e sono stata accanto a loro. Anche con una bimba piccola, non ho mai esitato. Questa per me è una vittoria: essere riuscita a esserci. A fare per loro quello che loro hanno fatto per me.

Come si chiamano i suoi genitori?

Patrizia e Renato, sono le fondamenta della mia vita. E lo dico anche con la consapevolezza di quanto sia stata fortunata. So bene che non tutti hanno la possibilità di crescere con una famiglia presente, solida. Non è scontato”.

In effetti, oggi la famiglia è spesso in crisi. Ci sono notizie terribili, casi estremi che ci lasciano senza parole…

“Sì, è agghiacciante. Sentiamo storie di madri che uccidono i figli, figli che fanno del male alle madri. È un mondo che a volte sembra impazzito. E io credo che tutto questo abbia una radice precisa: la solitudine. Tante donne, troppe, vengono lasciate sole. E lo dico con cognizione di causa. Perché vedo quante fanno i salti mortali ogni giorno, in silenzio. Lavoro, figli, casa, tutto sulle loro spalle. Senza generalizzare, per carità – ci sono uomini eccezionali – ma la verità è che, quando arriva un figlio, la vita cambia completamente… e cambia soprattutto per la donna. È lei che rinuncia a tutto. Sempre. L’uomo no. Non voglio fare paragoni forzati, ma è una realtà evidente”.

Secondo lei, cosa manca davvero oggi alle donne?

“Manca il sostegno. Lo Stato non aiuta abbastanza. Se una donna diventa mamma senza un lavoro stabile o se è sola, è abbandonata a se stessa. Non ci sono strumenti veri, concreti. C’è tanta retorica sulla parità, ma la parità vera non è voler essere come gli uomini. È avere gli stessi diritti. Gli stessi strumenti per affrontare la vita. Perché le donne fanno di più, fanno tutto, e lo fanno spesso da sole. E allora sì, servono più aiuti, più rispetto. È un tema enorme, ma non possiamo più far finta di niente”.

Non vuole essere uguale a un uomo, ma avere le stesse possibilità.

“Esatto. Non voglio essere “uguale” a un uomo. Non lo sarò mai, non lo voglio. Voglio avere i miei diritti, però. Voglio che ci sia attenzione per le donne che lavorano, per quelle che crescono figli da sole, per chi lotta ogni giorno per arrivare a fine mese. Perché altrimenti succede quello che vediamo: crolli emotivi, gesti estremi, scelte disperate. Certo, ogni caso è a sé, ogni storia è complessa, ma il punto è che tante donne oggi chiedono aiuto e nessuno le ascolta”.

Cos’è per lei il successo?

“Io non ho mai rincorso il successo per il successo. Ho sempre cercato di fare bene il mio lavoro, di divertirmi facendolo, di mantenermi fedele a quello che sono. Per me il successo non è una copertina, è potermi guardare allo specchio e dire: ‘Oggi ho fatto qualcosa che ha senso’. Se poi arriva anche la visibilità, ben venga. Ma non è il mio obiettivo. Preferisco mille volte lavorare con dignità, con gioia, piuttosto che rincorrere qualcosa che mi snatura”.

In questa intervista ha raccontato molto di sé, con sincerità. Ma c’è qualcosa che sente ancora il bisogno di dire?

“Forse una cosa sola: che non sono una santa (ride, ndr), Ci tengo a precisarlo. Ho sempre cercato di comportarmi bene, di essere corretta, rispettosa degli altri, ma questo non significa che non mi sia mai divertita o che non abbia mai trasgredito. Come tutti, ho avuto la mia vita, le mie esperienze, i miei momenti leggeri. Però sempre senza far male a nessuno, questo sì. E senza mai calpestare gli altri per arrivare da qualche parte. Non ho mai sgomitato: il rispetto per me è fondamentale. Il rispetto è ciò che ti tiene saldo, che ti fa restare te stesso. Anche quando intorno a te tutto cambia. Oggi purtroppo tanti confondono la visibilità con la realizzazione. Ma sono due cose diverse. La visibilità può essere anche effimera, può essere vuota. La realizzazione, quella vera, è un’altra cosa. È sapere di aver fatto scelte che ti rappresentano, è restare coerenti. È potersi dire, anche in silenzio: ‘Ce l’ho fatta a modo mio’”.

Come vede il mondo dello spettacolo attuale?

“È cambiato tutto. E non sempre in meglio. Oggi sembra che il successo debba essere accessibile a chiunque, a qualsiasi costo. Ma non perché tutti non lo meritino: è che manca la selezione. Manca la preparazione. Si arriva senza gavetta, senza studio, senza essersi formati davvero. Io vengo da un quartiere semplice, ho fatto sacrifici, ma poi ho avuto la fortuna di avere anche delle occasioni giuste. E le ho colte, con il mio carattere, senza forzature. Oggi si confonde l’intrattenimento con l’apparenza. Ma l’intrattenimento vero ha un valore enorme. Serve. Fa compagnia, fa sorridere, aiuta. E ci vogliono persone capaci di farlo con leggerezza, ma anche con consapevolezza. Non è un mestiere da poco, anche se spesso viene sottovalutato”.

Se potesse riassumere tutto il suo percorso in una frase?

“Forse direi: ‘Lavoro divertendomi e sono felice di farlo’. Perché alla fine è questo: ho avuto la fortuna di fare un lavoro che mi piace, che mi rappresenta. Mi sono distinta, non estinta, come dico scherzando. E, anche se il successo a volte è venuto meno, la mia dignità e la mia coerenza sono rimaste intatte. Questo per me vale tutto”.

laura-freddi-intervista Gargiulo & Polici Communication