Martina Lampugnani, su Rai 1 nel film Gloria – Il ritorno: “Ho imparato a sapere come rialzarmi”

Dalla fragilità alla disciplina, dall’amore come necessità alla paura di perdere chi ama: l’attrice si racconta senza filtri

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Ci sono attrici che parlano del loro lavoro. E poi ci sono attrici che parlano di sé come se il lavoro fosse una conseguenza inevitabile. Martina Lampugnani appartiene alla seconda categoria. Non separa la giovane donna dall’artista, non distingue la disciplina dal dolore, non scinde la determinazione dalla fragilità. È tutto insieme. È sempre stato tutto insieme. In Gloria – Il ritorno, il film in onda su Rai 1 il 3 marzo, Emma cresce, guarda sua madre con occhi nuovi e capisce che dietro il ruolo c’è una persona. Martina Lampugnani fa lo stesso con se stessa. Rilegge la ragazza che è stata, quella che si sentiva invisibile anche quando era sotto gli occhi di tutti, quella che cercava di essere vista inseguendo un sogno artistico, quella che è passata attraverso la depressione reattiva e ha imparato a riconoscerne il meccanismo per non lasciarsene più inghiottire. Non c’è retorica nelle sue parole. C’è lucidità. C’è la consapevolezza che il talento non basta, che il lavoro è disciplina quotidiana, che la sensibilità non è una debolezza ma una ricchezza da proteggere. C’è anche la rabbia sottile di una giovane donna che ha imparato a riconoscere il linguaggio che sminuisce, l’etichetta della “carina ma anche brava”, la differenza tra un uomo assertivo e una donna definita isterica. E poi c’è l’amore. Non come slogan, ma come necessità. L’amore per sé, conquistato attraverso la terapia e l’analisi dei propri vuoti. L’amore per gli altri, che non è dipendenza ma scelta consapevole. L’amore come motore del mondo. L’amore come unica risposta possibile a un tempo che sembra nutrirsi di aggressività. Martina Lampugnani non si dice mai “brava”. Ha paura che quel riconoscimento la faccia sedere, che la renda meno affamata. Eppure, sa quanto lavora, sa quanto studia, sa quanto si impegna. È severa con se stessa, ma ha imparato a guardare quella severità con ironia. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, non troverete l’attrice che parla solo del set. Troverete una giovane donna che ha deciso di non permettersi più di restare a terra. Che ha capito come rialzarsi. E che continua, ostinata e luminosa, a camminare nella direzione che sente sua. 

Sono passati due anni dalla messa in onda della prima stagione di Gloria. Ora è il momento di chiudere la storia e lei torna a rivestire i panni di Emma, la figlia della protagonista interpretata da Sabrina Ferilli. Che cosa dobbiamo aspettarci in questa conclusione? La vedremo più adulta, più responsabile, più vicina alla madre?

“Emma cambia molto in questo film. È una trasformazione che abbiamo voluto con forza, confrontandoci anche con il regista, Giulio Manfredonia. Condividevamo la stessa idea: mostrare un’Emma cresciuta, che ha fatto esperienza della vita reale. Va a Londra, vive situazioni nuove, affronta delusioni e successi, come accade a tutti. Cresce e, crescendo, acquisisce uno sguardo diverso. Si rende conto che la madre non è soltanto ‘la mamma’, ma una persona. Ed è questo è il punto. Da figli si tende a vedere il genitore in modo assoluto; poi, maturando, si iniziano a osservare i suoi errori con occhi diversi, perché nel frattempo si commettono anche i propri. È un passaggio naturale: comprendere che i genitori non sono figure astratte, ma esseri umani con fragilità, limiti e contraddizioni”.

Emma chiede di essere vista, di essere presa in considerazione. È capitato anche a lei di sentirsi invisibile mentre tutti la guardavano?

“Moltissimo. Per gran parte della vita. Sono rari i momenti in cui ci si sente davvero visti, ascoltati, riconosciuti nel profondo. Succede soprattutto quando si inseguono obiettivi artistici, come il cinema o la musica. Sono ambiti in cui ci si espone completamente. Non si offre un oggetto concreto, ma qualcosa di intimo e sottile. Non fragile, ma delicato. È una materia impalpabile, e il modo in cui arriva agli altri è imprevedibile: non si sa mai come verrà accolta. Ai provini, per esempio, capita spesso di non essere considerati: fa parte del percorso. Ho capito che non deve diventare un motivo di sconforto, ma uno stimolo ulteriore. Occorre chiedersi come migliorare, quali strumenti rafforzare. Lo studio è fondamentale. Più si studia, più ci si sente preparati. E quando ci si sente pronti, anche un rifiuto non distrugge più. Perché ciò che si fa, prima di tutto, lo si fa per sé”.

L’importante è arrivare a essere fieri di sé?

“Esatto. A un certo punto bisogna compiere uno scatto interiore e dirsi: sono fiera di ciò che faccio e di come lo faccio. Sto dando il massimo, sto offrendo il meglio che posso. E questo basta. Non bisogna lasciarsi condizionare dal giudizio altrui, né pensare che il valore personale dipenda dallo sguardo di qualcuno. Accade anche nelle relazioni. Se una persona non riconosce ciò che siamo, bisogna sapersi dire che non è una misura del nostro valore. Spesso entrano in gioco paure, proiezioni, fragilità dell’altro. Ognuno affronta le proprie battaglie interiori. Non sappiamo mai che cosa abiti davvero nell’altra persona. Senza un lavoro su di sé, un giudizio può ferire profondamente. Con consapevolezza, invece, colpisce solo in parte”.

Guardando al suo percorso umano e professionale, di che cosa si sente più orgogliosa?

“Ho avuto un percorso atipico. Non ero una studentessa modello e mi lasciavo scoraggiare facilmente. Col tempo, anche grazie alla terapia, ho compreso che molte fragilità avevano radici nei traumi del passato, come la morte di mio padre. È un evento che ha inciso profondamente: ciò che si vive da bambini contribuisce a formare il carattere: si diventa più vulnerabili. Da adolescenti ci si può sentire soli, incompresi. Si cerca altrove lo sguardo che manca. Sono stata bocciata, il mio cammino non è stato lineare. Poi è scattata una decisione chiara: volevo fare questo mestiere. Da lì ho proseguito con determinazione. Non è stato semplice. Ho svolto molti lavori per potermi mantenere all’accademia. Non provengo da una famiglia agiata: è stato un percorso fatto di sacrifici concreti. Oggi forse non parlerei di orgoglio, ma di consapevolezza: sto facendo tutto ciò che è nelle mie possibilità. Studio moltissimo, lavoro con disciplina, mi dedico completamente alla musica, al teatro, al cinema. Questo rigore deriva dalla musica. Non consente scorciatoie: per imparare un brano bisogna sedersi al pianoforte e studiare per ore. Non esistono alternative. Lo stesso vale per il teatro e per il cinema: si studiano i testi, gli autori, si costruisce il personaggio, si approfondisce la storia. Non riesco a separare la donna dalla professionista: è un percorso unitario”.

Martina LampugnaniUfficio stampa: Davide Musto

Che cosa l’ha sostenuta nei momenti di sacrificio? La determinazione? La consapevolezza del suo talento?

“Il talento, da solo, non basta. Anche ammesso di possederlo, non ho un ego tale da definirmi una fuoriclasse. Posso però affermare con certezza di essere una grande lavoratrice. Conosco il valore del mio impegno e la capacità di dedicarmi completamente a ciò che desidero realizzare. Su questo ho piena consapevolezza”.

Che cos’è per lei l’arte? L’ha vissuta come terapeutica?

“È una domanda complessa. Ho provato a considerarla una professione, a inserirla in una definizione precisa. Per me, però, è stata una necessità. La musica, il teatro e il cinema mi hanno salvata. Mi hanno offerto una forma attraverso cui attraversare il dolore senza esserne travolta. Mi hanno permesso di trasformarlo in qualcosa di utile, non solo per me ma anche per gli altri. All’inizio era un bisogno personale. Poi, quando si crea, l’opera non appartiene più soltanto a chi l’ha generata. Ezio Bosso diceva che, una volta composto un brano, non è più suo ma di tutti. Ognuno lo interpreta a modo proprio. È vero. In un periodo della mia vita ho provato a smettere. Ho pensato di lasciare la recitazione e tutto il resto. Ho tentato di farne a meno. Non ci sono riuscita, né fisicamente né emotivamente. Non so se possa definirmi un’artista. So che svolgo questo lavoro con passione, mettendo in campo tutto l’impegno possibile. Se questo significa essere un’artista, allora forse sì”.

L’aver perso il padre a quattordici anni ha fatto sì che cambiasse nel tempo il suo rapporto con le donne?

“Sì. Da bambina frequentavo più amici maschi che femmine; forse un giorno ne comprenderò le ragioni fino in fondo. Sono cresciuta però con due donne straordinarie: mia madre e mia nonna. Per me sono state tutto. Hanno ricoperto ogni ruolo con una tenacia ammirevole: sono state loro a trasmettermi il valore della forza femminile. Da giovane mi sentivo più vicina al mondo maschile e talvolta pensavo che sarebbe stato più semplice nascere uomo. Oggi, invece, sono felice di essere donna. Credo che le donne abbiano una grande forza e dovrebbero rivendicarla con maggiore decisione. La parità, purtroppo, non è ancora una realtà pienamente raggiunta.

In questi giorni, complice Sanremo, si è tornati a parlare molto di donne e potere. Ancora oggi si sente spesso ripetere la frase: “Dietro un grande uomo c’è una grande donna”.

“Appunto. Sempre ‘dietro’. Perché dietro? Non è giusto. Le donne hanno risorse straordinarie, pari a quelle degli uomini. Non è una competizione su chi valga di più, ma serve maggiore attenzione e un cambio di prospettiva”.

Che cosa l’ha fatta sentire inadeguata come donna, come giovane donna, come giovane artista?

“A volte basta poco, anche episodi quotidiani. Esistono modalità diverse di rapportarsi alle donne rispetto agli uomini, ed è evidente in molti contesti. Sul set, per fortuna, non mi è mai accaduto nulla di particolare. Nella vita, invece, sì. L’ho visto anche con mia madre. È una donna determinata, perché da sola ha dovuto affermarsi con grande forza. Ho osservato quanto sia faticoso, per una donna, far valere la propria voce. Un uomo assertivo viene definito deciso. Una donna assertiva rischia di essere etichettata come isterica. Il linguaggio comune è pieno di questi esempi: basta osservare con attenzione la realtà quotidiana per rendersene conto”.

Nel film, sua madre Gloria esce dal carcere. Ma le prigioni possono essere anche interiori. È riuscita a liberarsi dalle sue?

“Le prigioni emotive sono le più invisibili. Oggi capita ancora di attraversare momenti difficili, ma la ripresa è molto più rapida. In passato rimanevo intrappolata in pensieri ripetitivi, tornavo sempre sugli stessi punti e mi bloccavo. Ora so di poter contare su me stessa: mi fido di me. Quando accade qualcosa, mi chiedo quale sia la soluzione e vado avanti. Non resto più ferma come prima. Da giovane mi era stata diagnosticata una sindrome depressivo-reattiva, legata a eventi esterni. Vivevo fasi in cui non riuscivo ad alzarmi dal letto per giorni. Poi mi riprendevo, accadeva un altro episodio e ricadevo. Non voglio più permettermi di vivere così. Ora che ho compreso il meccanismo, non ne sono più sopraffatta. A volte mi sento molto forte, altre più vulnerabile. Analizzo ciò che accade, riconosco il momento di caduta e lo attraverso con maggiore consapevolezza: so come rialzarmi”.

La sensibilità è più un dono o una condanna?

“È una ricchezza, e va protetta. Occorre difendersi da chi potrebbe approfittarne. La sensibilità è una delle qualità più preziose che possediamo. Non bisogna indurirsi per difendersi, ma custodirla e coltivarla ogni giorno. Altrimenti nulla cambia. Ci sono guerre, si colpiscono innocenti. È difficile comprendere tanta violenza. Eppure, tutto parte dai comportamenti quotidiani: dai ragazzi che si aggrediscono, dalle persone che si insultano nel traffico. Perché tanto odio verso l’altro? Quale necessità lo alimenta?”.

“Carina ma anche brava”. È cambiato qualcosa nel suo rapporto con questa etichetta? È riuscita a scrollarsela di dosso?

“È un giudizio che continua a esistere, ma non mi riguarda più: è un problema degli altri, non mio. Conosco il lavoro che c’è dietro ogni risultato e so quanto impegno richieda. Mi è stato detto anche: ‘È troppo carina per questo ruolo’. In base a quale criterio? Forse dopo aver visto una fotografia. Ma è stata valutata la mia recitazione? È stato visto un mio provino? Spesso ci si ferma all’aspetto esteriore. Esiste ancora l’idea che una ragazza bella non possa essere anche preparata. Per come la vedo, è una mentalità superata”.

Che rapporto ha oggi con il sentimento dell’amore?

“Negli ultimi anni si è parlato molto dell’importanza di stare bene da soli, ed è corretto. A volte, però, il messaggio è stato estremizzato: ‘Non ho bisogno di nessuno’. Non credo che l’essere umano sia fatto per l’isolamento. Le relazioni autentiche, profonde, sono preziose. L’amore è una forza generativa. Senza amore non saremmo qui: qualcuno ci ha voluto, ci ha messi al mondo o accolti e cresciuti. È un fondamento”.

E l’indipendenza che fine fa?

“È essenziale comprendere che cosa si cerca nell’altro. Se si dipende da una persona, spesso si proietta su di lei una mancanza interiore. La terapia, in questo senso, è stata determinante. Ha cambiato la mia prospettiva. Serve il coraggio di guardare in profondità, anche nelle parti che fanno male. È lì che si trova la possibilità di guarire”.

Oggi saprebbe riconoscere una relazione tossica?

“Sì. In fondo tutti siamo in grado di riconoscerla, ma spesso giustifichiamo l’altro e siamo severissimi con noi stessi. Il senso di colpa è forte: ‘Avrei dovuto fare diversamente’. Se riservassimo a noi la stessa comprensione che offriamo agli altri, ci ameremmo di più”.

È amarsi è il più grande atto di ribellione?

“Sì. Oggi ribellarsi significa essere pienamente se stessi, senza paura di mostrarsi, anche a costo di essere giudicati. Il giudizio appartiene a chi lo esprime. Rimanere fedeli alla propria identità è la vera forma di libertà”.

Come si può conciliare la gentilezza con l’ambizione?

“Dipende dal modo in cui si vive l’ambizione. Si possono perseguire i propri obiettivi senza danneggiare nessuno. Ognuno segue i propri principi. Mi concentro sul mio percorso, senza confronti distruttivi. Cerco di comprendere gli altri, non di giudicarli. La gentilezza è fondamentale, ma deve essere autentica, non formale. Non si riduce a una formula di cortesia: è un atteggiamento profondo e non ipocrita”.

Se la sua stanza potesse parlare, che cosa racconterebbe di lei?

“Racconterebbe che sono cambiata molte volte. Direbbe che coltivo ancora molti sogni. E direbbe che, in questo momento, mi trovo esattamente dove devo essere. Se resterò fedele a questo percorso, approderò da qualche parte. Non so dove. Forse aprirò un chiringuito alle Hawaii. Se sarà quella la mia strada, andrà bene così: l’importante è sentire che oggi mi trovo nel luogo giusto per me. La verità è che amo profondamente ciò che faccio. Non è soltanto una professione. Il lavoro e la stabilità economica contano, naturalmente. Ma mi immagino felice in teatro, al cinema o su un palco a cantare e suonare, più che in qualsiasi altro contesto. Il mare è meraviglioso, e può essere una meta di vacanza. Ma il desiderio, anche a ottant’anni, è continuare a fare questo mestiere”.

La sua stanza rappresenta un luogo sicuro, oppure la sicurezza è altrove?

“Non credo che la sicurezza coincida con uno spazio fisico. È una dimensione più profonda. Ci si può sentire minacciati anche nella propria stanza, se interiormente non si è in equilibrio. La sicurezza è uno stato dell’anima”.

Cosa le fa più paura?

“Perdere le persone che amo. Quando vivi una perdita così giovane, io avevo 14 anni, quella consapevolezza ti resta addosso. Ti confronti presto con la vita vera. Capisci che non siamo qui per sempre. Quando sei piccolo vivi quasi con l’illusione dell’immortalità. Poi succede qualcosa e la vita ti dice: guarda che il tempo non è garantito. Può essere un minuto, può essere dieci anni, può essere un giorno. Non lo sai. E quella paura rimane”.

Se oggi suo padre potesse parlarle, cosa le direbbe?

“Mi direbbe: vai, continua. Lui era Capricorno, molto determinato. Mi diceva sempre che se vuoi una cosa devi fare tutti i passi per raggiungerla. Oggi mi direbbe che sono sulla strada giusta. Che ci saranno momenti difficili, ma che devo continuare e non arrendermi”.

Si dice mai “brava”?

“No, non me lo dico mai. So che sarebbe giusto farlo, ma temo di adagiarmi. Ho paura che quell’autocompiacimento rallenti la crescita. Questa severità, in parte, mi spinge a migliorare”.

L’ultima persona che gliel’ha detto?

“Il regista con cui sto girando un nuovo film e un attore del cast. È un progetto cinematografico che stiamo realizzando a Torino. Interpreto un ruolo complesso, distante dall’etichetta della ‘bella’. È un personaggio forte, proveniente da un ambiente popolare che conosco bene. Sentirlo vicino alla mia esperienza mi coinvolge molto. Quando ricevo un complimento, però, una parte di me dubita. È una forma di autocritica molto severa. In passato lo negavo subito. Oggi ascolto, accolgo e provo a fidarmi”.

Che cosa potrebbe farla sentire davvero soddisfatta?

“Non credo si tratti di riconoscimenti o traguardi materiali. Anche vincere un David o un Oscar probabilmente mi porterebbe a chiedermi quale sia il passo successivo. Ho imparato a convivere con questa severità con un po’ di ironia. Sorrido e continuo a lavorare”.

Non è aver potuto unire musica e recitazione un riconoscimento?

“In Gloria – Il ritorno c’è una canzone che ho interpretato e scritto insieme ai compositori Fernando e Alessandro Bencini. Sono grata per la fiducia che mi hanno accordato, insieme a Roberto Proia e al regista. Avevo già cantato nella prima stagione, ma questa volta c’è anche un mio contributo autoriale. Il brano si intitola Gloria ed è in inglese. Desideravo da tempo scrivere e cantare in inglese. In Italia il mercato discografico è prevalentemente nazionale, quindi non avevo mai inciso in quella lingua lasciando le cover al mio profilo Instagram. Il primo pensiero, però, è stato di gratitudine verso chi ha creduto in me. Riconosco l’impegno quotidiano e so di meritare le opportunità che arrivano. Ma pronunciare ‘brava’ a me stessa resta ancora difficile”.

Martina Lampugnani Ufficio stampa: Davide Musto / La Palumbo Comunicazione