Matteo Paolillo, il ritorno al cinema con Io+Te: “La fragilità non è debolezza, è il punto da cui si comincia”
Dall’amore alla paternità, dalla solitudine alla fama: l'attore racconta Io+Te e il percorso umano e artistico che lo ha portato fin qui
Ci sono attori che parlano del proprio lavoro come di una successione di ruoli, e altri che lo raccontano come un percorso umano, fatto di domande, tentativi, rinunce e ritorni. Matteo Paolillo appartiene chiaramente alla seconda categoria. Ascoltandolo parlare di Io+Te, si ha la sensazione che il film, al cinema dal 5 febbraio, sia stato per lui non solo un set, ma uno spazio di attraversamento: un luogo in cui fermarsi, guardarsi, capire qualcosa in più di sé. Il personaggio di Leo, che interpreta nella storia, è un uomo giovane ma già carico di una responsabilità emotiva non scontata. Non è l’eroe tradizionale, non è il maschio che conquista o impone. Leo ama, e lo fa mettendo il corpo e la presenza al servizio dell’altro. Accetta ciò che arriva, anche quando non lo aveva previsto. Si prende cura. Resta. È una figura maschile che si muove in una zona rara del racconto contemporaneo: quella in cui la fragilità non è un difetto da nascondere, ma una condizione da abitare. Per Matteo Paolillo, avvicinarsi a Leo ha significato interrogarsi su che tipo di uomo si è e su che tipo di uomo si desidera diventare. Non c’è distanza difensiva nelle sue parole, non c’è compiacimento. C’è piuttosto una riflessione continua sul senso dell’amore, della paternità, del legame, della solitudine. Temi che il film mette in scena e che l’attore riconosce come già presenti nella propria vita, anche prima delle riprese. Nel corso di questa lunga intervista in esclusiva per Virgilio Notizie, Matteo Paolillo non parla solo di cinema. Parla del rapporto con il padre, delle figure che lo hanno guidato quando ha lasciato casa giovanissimo per inseguire la recitazione, del peso e del privilegio della visibilità, del bisogno di proteggere uno spazio intimo in un mondo che chiede esposizione continua. Racconta la solitudine non come una mancanza, ma come una condizione necessaria per non perdersi, per non diventare ciò che gli altri si aspettano. È un’intervista che non cerca risposte definitive, perché nemmeno Matteo Poalillo sembra volerle. Ogni risposta apre una nuova domanda, ogni certezza viene messa in discussione con lucidità e delicatezza. E proprio in questa disponibilità a restare nel dubbio, a mostrarsi incompleto, emerge il ritratto di un uomo che sta costruendo con attenzione la propria traiettoria, artistica e personale. Io+Te diventa così il punto di partenza per un racconto più ampio: quello di un attore che ha conosciuto il successo molto presto, ma che oggi sembra più interessato alla direzione che alla velocità. E di un uomo che ha capito che la vera forza, sullo schermo come nella vita, non sta nel non cadere mai, ma nel sapersi guardare mentre si cade.
Chi è Leo, il personaggio che interpreta in Io+Te. Come lo ha avvicinato? Come se l’è immaginato?
“Leo è un personaggio molto intenso. Non forte nel senso di duro o aggressivo, ma nel significato più profondo e pacato del termine. Mi ha colpito subito la sua maturità. È un uomo che si prende cura delle persone che ama, in modo sincero e spontaneo. E questo, per me, è un segno di grande forza. Interpretarlo mi ha insegnato molto anche su che tipo di uomo vorrei essere nella vita reale. Mi ha colpito la sua attenzione verso i sentimenti e i legami con chi lo circonda”.
Il prendersi cura è un gesto prezioso. Lei si è sempre preso cura delle persone attorno a sé?
“Sì, credo che la cura sia una delle forme più autentiche dell’amore. Non è un gesto accessorio: è l’amore che si manifesta, in azione. Quando vuoi bene a qualcuno, ti viene naturale esserci, fare attenzione, occupartene”.
Quando parliamo di amore, non intendiamo solo quello romantico, ma anche l’amore familiare, l’amicizia, i legami tra fratelli. Secondo lei, nella sua vita ha ricevuto più amore o ne ha dato?
“È difficile fare un bilancio. Non credo si possa davvero misurare. So di aver ricevuto tanto amore, e penso di averlo anche restituito. Per me funziona così: quando ti senti amato, amare diventa naturale. Si crea un circolo virtuoso che si alimenta da solo. Purtroppo, vale anche il contrario: l’odio genera altro odio e il contagio diventa negativo. Io, per fortuna, ho ricevuto tanto affetto, anche attraverso il mio lavoro. E sento il bisogno di restituirlo, attraverso quello che faccio: le parole, i ruoli, la mia arte in generale”.
Come si fa a restare indifferenti davanti all’odio che oggi è ovunque, soprattutto per chi, come lei, è molto esposto sui social?
“È importante distinguere. L’odio sui social ha una dinamica particolare: si diffonde facilmente ma è spesso superficiale. Dietro uno schermo le persone sono più impulsive, più aggressive, ma anche meno autentiche. Molte cose, dal vivo, non verrebbero mai dette: è sinonimo di un tipo di ostilità che nella realtà, in parte, non esiste. Quando ricevo certi commenti, cerco di capire da dove o da chi arrivano. Spesso capisco che non hanno un reale peso e non valgono granché. Ragione per cui toccano poco”.
Ufficio stampa: Giuseppe Corallo
Ma anche nella vita reale le sarà capitato di essere odiato, invidiato, ostacolato. Come reagisce in quei casi?
“Sì, succede anche nella vita reale, ma in modo diverso. Dal vivo le persone sono più ambigue, meno dirette, più caute. Non tutto viene detto apertamente e ci sono più sottintesi. Tendo, però, a concentrarmi sul mio mondo. Non per egoismo, ma per dare attenzione a chi mi vuole bene e a chi ho vicino. È lì che trovo equilibrio. È anche una forma di protezione: se ti esponi troppo, rischi di perderti. Preferisco restare ancorato a chi mi ama davvero”.
Io+Te, oltre che una storia d’amore, affronta anche un altro tema centrale, quello della paternità. Lei, che oggi ha trent’anni, ci ha mai riflettuto seriamente?
“Quando ho girato il film avevo 28 anni, e il mio personaggio vive un senso profondo di paternità. Mi sono inevitabilmente chiesto anch’io cosa significhi davvero. Nella mia vita non ho ancora figli e non sento un desiderio immediato, ma ho cercato un punto di contatto. Per me, la paternità è anche maturità, responsabilità e bisogno di prendersi cura dell’altro. C’è una scena chiave in cui Leo scopre che la compagna è incinta, ma il bambino non è suo. E dice: ‘Va bene così, lo cresco lo stesso’. Accetta l’amore, si assume la responsabilità. Questo, per me, dice tanto: Leo accoglie non solo la relazione di coppia, ma anche la vita che sta arrivando, seppur biologicamente non c’è alcun legame”.
È qualcosa che riesce a comprendere?
“Il desiderio di avere un figlio è ancora lontano, ho cercato un collegamento con il mio mondo, con ciò che mi è più vicino: la creazione artistica. Una canzone, un’interpretazione o una sceneggiatura sono metaforicamente figli che ‘metti al mondo’, che crescono con te e che richiedono cura. In quel senso, mi sono già sentito padre e ho potuto portato quella sensazione dentro il personaggio. Quando si lavora su un ruolo, ci sono sempre aspetti che ti somigliano di più e altri meno: questo è stato il mio modo per entrare in sintonia con Leo”.
Che tipo di padre ha avuto lei?
“Mio padre si chiama Walter. Fin da piccolo l’ho visto come un eroe, come accade a molti figli. Ho sempre avuto un bellissimo rapporto con lui. Certo, c’è stata anche la fase della ribellione, com’è normale crescendo, ma ho sempre riconosciuto quanto sono stato fortunato ad averlo come genitore. E oggi, che sono adulto, il nostro rapporto è maturato, si è fatto ancora più solido. Negli ultimi anni mi accorgo anche di quanto gli somiglio. È una persona molto socievole, tende a vedere il lato positivo, anche quando le cose non vanno come dovrebbero. Mi rivedo sempre più in questo suo modo di essere. Mi piace molto come persona: abbiamo un legame forte, e ne sono grato”.
Spesso ci si chiede: come si diventa genitori, se nessuno ci insegna come farlo? Se domani lei avesse un figlio, cosa pensa che potrebbe trasmettergli?
“Me lo chiedo spesso anch’io. Parlando con amici che hanno figli, o immaginando il futuro, mi viene da pensare: ‘Ma io cosa potrei insegnargli, se ho ancora così tanto da imparare?’. È un dubbio comune alla mia generazione, credo. Ma penso che l’insegnamento più importante non passi dalle parole, ma dall’esempio. Ciò che impariamo dai genitori è nel modo in cui vivono, non in quello che dicono: dai gesti quotidiani, dalla coerenza e dal modo di affrontare la vita. Io ho imparato tantissimo semplicemente osservando i miei: come curano le relazioni, il loro senso di responsabilità, la passione per quello che fanno. Non me l’hanno mai spiegato apertamente, ma me l’hanno trasmesso. E oggi fa parte di me.”
Ha accennato prima a una fase di ribellione adolescenziale. Cosa intendeva esattamente?
“Come tanti, ho avuto anch’io quel momento. Da bambino vedi tuo padre come un eroe, poi crescendo senti il bisogno di prendere le distanze, di capire chi sei e di costruire la tua identità e il tuo punto di vista. Non c’è per forza un conflitto: è solo un passaggio necessario. Io non ho mai avuto nulla da rimproverargli, ma da adolescenti si cerca di affermarsi e di capirsi, anche al di fuori della famiglia. Mi viene da sorridere, perché se mio padre leggesse quest’intervista forse direbbe: ‘Ma quando abbiamo litigato?’ (ride, ndr). Eppure, è così: ci si allontana un po’, poi si ritorna. E capisci che, in fondo, la mela non cade mai troppo lontano dall’albero”.
Dal punto di vista artistico, ha avuto figure paterne, maestri, mentori che l’hanno influenzata o guidata?
“Ci sono state alcune persone che, in momenti diversi, hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso artistico. Non tanto come maestri nel senso tradizionale, ma come incontri significativi, che mi hanno lasciato qualcosa. Potrei citarne molti, ma due in particolare sono stati fondamentali per me all’inizio. Il primo è Gianni Diotajuti, mio insegnante di recitazione quando sono arrivato a Roma a diciotto anni. Da lui ho imparato praticamente tutto. Non era solo un insegnante di recitazione, era un maestro di vita. Apparteneva a un’altra epoca: aveva studiato alla Silvio d’Amico quando c’era ancora Silvio d’Amico in persona e aveva sulle spalle quasi un secolo di esperienza teatrale. Ci trasmetteva non solo la tecnica, ma anche il senso profondo del mestiere dell’attore, soffermandosi anche sui dettagli: la disciplina, il rispetto per il lavoro, l’umiltà. Gianni è morto nel 2020, a 93 anni. Eppure, fino alla fine, ha mantenuto una passione incredibile per ciò che faceva: ha insegnato fino al giorno prima di andarsene. È stato un vero maestro, che sono onorato di averlo conosciuto”.
E il secondo?
“Il secondo è Massimiliano Dau. L’ho conosciuto poco dopo il mio arrivo a Roma. È stato il primo a darmi un ruolo come attore. Mi ha accolto nella sua compagnia teatrale, con cui ho fatto tournée, preso parte a spettacoli didattici nelle scuole e calcato palcoscenici importanti. Un padre putativo, direi: aveva la stessa età di mio papà e rappresentava quella figura che mi permetteva di fare ciò che amavo. E per di più mi pagava per farlo, aiutandomi a mantenermi a Roma. Grazie a lui, sono entrato nel mondo del lavoro con entusiasmo e fiducia. Ogni tanto ci sentiamo ancora. Gianni e Massimiliano sono stati davvero i miei padri artistici. Poi, certo, ho incontrato tante altre persone importanti nel mio percorso, con esperienza e generosità, ma loro due mi hanno segnato anche a livello umano”.
Perché ha scelto questo mestiere? A tredici anni cosa lo spingeva a voler recitare?
“Non è che a tredici anni dicessi ‘voglio fare l’attore’… Ma di sicuro avevo una voglia fortissima di recitare. Alle medie andavo sì a vedere gli spettacoli scolastici ma non capivo bene tutto quello che c’era dietro. Poi un amico di mio padre, che abitava nel nostro quartiere e lavorava come attore, mise in scena uno spettacolo proprio vicino casa. Andai a vederlo e ne rimasi affascinato. Da quel momento ho iniziato a incuriosirmi sul processo, ho cominciato a frequentare i primi laboratori teatrali… e la verità è che recitare mi veniva naturale: mi divertiva e mi riusciva bene. Così, a diciassette anni, sono detto: ‘Vado a Roma per fare questo’”.
Detto così sembra facile: spesso si dimentica quanto siano pesanti i sacrifici. Qual è stato il più grande, quando è arrivato a Roma?
“Il più grande è stato sicuramente lasciare casa subito dopo il liceo: a diciassette anni mi sono ritrovato da solo, con delle spese da gestire, e ho dovuto imparare a cavarmela. Per fortuna, come dicevo, ho trovato presto lavoro nella compagnia di Massimiliano. Però, ho dovuto costruire tutto da zero. La fatica è tanta, ma è anche emozionante perché cresci in fretta e impari a camminare con le tue gambe. Mi ricordo un episodio in particolare. Quando studiavo in accademia con Gianni Diodajuti, mi arrivò un’offerta di lavoro tramite la scuola superiore che avevo frequentato. Avevo un diploma in ragioneria, e si trattava di un’opportunità in Spagna: vitto e alloggio pagati, mille euro al mese per quattro o cinque mesi. A diciotto anni, mille euro al mese non erano pochi, anche perché ancora non guadagnavo come attore. E ci ho anche riflettuto seriamente. Ero tentato dall’accettare ma poi mi sono detto: ‘Io voglio recitare, non voglio fare il ragioniere’, con tutto il rispetto per chi fa quel lavoro, ovviamente. Ma, soprattutto ho pensato: ‘Gianni ha 88 anni, se parto adesso, quando torno magari non c’è più’. E non me lo sarei mai perdonato. Così ho rifiutato e sono rimasto a Roma. Poco dopo è arrivato quel primo lavoro a teatro. Quello, sì, è stato un vero sacrificio”.
Una scelta coraggiosa. Tra uno stipendio sicuro e la precarietà della passione, lei ha scelto la seconda.
“Ho scelto una strada che continua a essere anche oggi così, instabile”:
Tornando a Io+Te, appena ho iniziato a vedere il film e l’ho sentita parlare in perfetto italiano, ho pensato: “Matteo si è scrollato di dosso il suo essere napoletano”. È stata una scelta ponderata?
“Non direi che ho voluto ‘scrollarmi di dosso’ l’essere napoletano, assolutamente no. Ma sì, sentivo l’esigenza di fare qualcosa di completamente diverso da quello che avevo fatto fino a quel momento. Dopo tanti anni sul set di Mare Fuori, che è stato un progetto molto forte e molto legato alla mia identità, avevo bisogno di raccontare una storia nuova, di interpretare un personaggio distante da me. Questo film è arrivato al momento giusto mentre riflettevo su chi volevo professionalmente”.
Nel frattempo, è arrivata anche la partecipazione al film spagnolo Idoli, da noi prossimamente in sala.
“È stata un’esperienza bellissima. Un set molto grande, con green screen, simulazioni in moto… Abbiamo girato durante tutta l’estate del MotoGP. Non sono mai stato un appassionato di moto, ma vivere tutto dall’interno è stato davvero coinvolgente. E poi l’ambiente sul set era fantastico. Avevo un ruolo minore, e di solito chi ha parti piccole fatica a integrarsi, soprattutto in produzioni dove la troupe lavora insieme da settimane. Invece, sono stato accolto benissimo, fin da subito: si è creata una bella sintonia. Ho anche conosciuto Claudio Santamaria, che non avevo mai incontrato prima. È stata la mia prima volta a recitare in spagnolo, e il fatto di conoscere bene la lingua mi ha aiutato a farlo con naturalezza”.
Ma com’è che parla così bene lo spagnolo?
“È da anni che lo studio con costanza. E poi Mare Fuori è arrivato anche in America Latina, ricevo spesso messaggi da lì. Ho un po’ di fan sia sudamericani che spagnoli. Tra l’altro in Spagna hanno anche fatto anche il remake della serie…”.
Che rapporto ha con i fan? La sorprende o la spaventa l’eccesso di affetto? Le cito un messaggio che ci è arrivato: “Se fossi davanti a lui, non riuscirei nemmeno a parlargli”.
“Quando qualcuno ti conosce solo attraverso la televisione o i social, ma non personalmente, è naturale che possa provare un certo imbarazzo. Magari sente di conoscermi, ma sa anche che io non so chi sia. Si crea così una specie di squilibrio, che può spiazzare. Ma lo capisco. I miei amici, ovviamente, non hanno questo tipo di reazione… Ormai sono abituato a tutto: c’è chi mi incontra ed è tranquillissimo, chi si emoziona e chi è un po’ invadente, ma fa parte del gioco. Quando ti esponi al pubblico, devi accettare anche a questo e, in generale, non mi pesa. Quello che però mi emoziona più di tutti sono i bambini. Quando mi vedono e sorridono, è una delle emozioni per me più belle che ci siano: mi riempie il cuore e mi fa provare una tenerezza profonda”.
Ha mai provato tenerezza per se stesso?
“È difficile rispondere. La tenerezza, per come la intendo io, nasce quasi sempre guardando qualcosa o qualcuno dall’esterno: è un sentimento che rivolgi agli altri, non a te stesso. Non siamo abituati a guardarci con quello stesso sguardo. Non mi viene in mente un momento preciso in cui mi sia successo. Forse devo pensarci ancora un po’”.
E invece c’è stato un momento in cui si è guardato allo specchio e si è sentito sereno?
“Quando è arrivata la notorietà, non me ne sono inizialmente nemmeno reso conto: tutto accadeva e io andavo avanti. Non avevo la percezione chiara di cosa stesse succedendo o che percorso stessi attraversando. Poi, però, mi sono fermato e ho cominciato a fare scelte più consapevoli. Mi sono reso conto che il punto non è diventare famosi, quello può accadere in fretta: la vera sfida è costruire una carriera, una traiettoria. Perché ‘essere affermato’ vuol dire avere una traiettoria, vedere una strada davanti a sé, anche nei prossimi 50 anni. Sono grato a tutto quello che Mare Fuori mi ha dato. È stato un punto di partenza fondamentale, non un punto d’arrivo. Mi ha permesso di far conoscere il mio lavoro e di farlo apprezzare: sono riconoscente a quello che è stato ma ho dovuto decidere del dopo. In quel momento mi sono fatto delle domande: che tipo di artista voglio essere? Che tipo di uomo? C’è stata un’analisi interiore profonda. E oggi posso dire che mi sento sereno, perché ho una direzione chiara davanti a me. Certo, ci sono giorni di incertezza – è normale, il nostro è un lavoro precario – ma mi sento cresciuto, più maturo, più consapevole. E questo per me vale molto”.
Scavando dentro di lei per cercare il proprio posto, c’è ancora qualcosa che le fa paura di questo lavoro?
“All’inizio è stato tutto molto veloce, e io non avevo gli strumenti per affrontarlo. Ma col tempo ho imparato. Oggi non mi pesa e non saprei forse nemmeno individuare le mie paure. Vivo a Roma, ho le mie abitudini, il mio quartiere. Tutto ha una dimensione a me familiare. E mi dico: se continua, vuol dire che sta andando bene”.
E la musica? Che ruolo ha oggi per lei?
“Anche in quell’ambito, ho sentito l’esigenza di fermarmi e di chiedermi che musica volessi fare o quale fosse il mio linguaggio: ‘Cosa può raccontare davvero chi sono, in modo autentico?’. Credo di aver trovato una forma, un’identità musicale. Spero di poter condividere presto qualche novità anche su questo fronte”.
In Io+Te, Leo è un uomo che non ha paura di mostrarsi fragile. È qualcosa che sente anche suo?
“Interpretare Leo è stata un’occasione bellissima per raccontare un tipo di uomo che mi rappresenta, che non ha paura della propria fragilità e che non rinuncia alla propria virilità anche quando mostra le sue ferite. Purtroppo, siamo cresciuti con l’idea che la fragilità sia debolezza, che essere vulnerabili significhi non essere abbastanza ‘uomini’. Ma per me è esattamente il contrario: ci vuole forza per mostrare le proprie fragilità. Per dire ‘Questo sono io, con i miei limiti, ma sono capace di affrontarli’. È un atto di coraggio: Leo, in questo senso, è anche un esempio. In lui ho messo tanto di me”.
Mostrarsi fragili è un atto di forza?
“È un tema su cui mi confronto da tempo, anche con chi mi segue. Spesso, soprattutto sui social, c’è la tendenza a nascondere le emozioni negative, come il dolore e la tristezza, o a mostrarle solo in modo strumentale. Invece credo sia importante avere il coraggio di condividere anche quei lati di sé, soprattutto con le persone che ci vogliono bene e che possono prendersene cura. Non significa raccontare i propri problemi a chiunque, ovviamente. Ma nelle relazioni vere, intime, sì: è in quelle dinamiche che serve essere autentici. Oggi c’è tanta paura di mostrarsi per come si è: abbiamo quasi la convinzione che, vedendo le nostre fragilità, gli altri non ci accetteranno. E invece è proprio lì che si gioca tutto: è fondamentale trovare persone che ci amino per quello che siamo, non per un’immagine costruita. Chi si nasconde, smette di essere se stesso. Leo, in questo senso, è un personaggio molto autentico. E anch’io, nella vita, cerco di esserlo. Ma ho timore che si stia andando verso una società dove l’autenticità si perderà, non solo sui social, anche nei rapporti reali. Nascondiamo sempre più ciò che non ci piace di noi, e così finiamo per sentirci soli”.
Chi è la persona che conosce davvero tutte le sue fragilità?
“Le persone più vicine: gli amici stretti, la mia persona che amo, i miei genitori…”.
Che rapporto ha con la solitudine? Per lei è qualcosa che rigenera o che fa paura? Chi scrive o compone, spesso, ha bisogno della solitudine per trovare risposte.
“Ha toccato un tema enorme. Qualche giorno fa ascoltavo un podcast di uno psicologo argentino, durava venti minuti ma mi ha regalato tanti spunti di riflessione. Ha scritto un libro sulla solitudine, e sottolineava un concetto molto interessante: la solitudine, in sé, non è negativa ma siamo noi a viverla spesso in modo sbagliato. Ha fatto un esempio che mi ha colpito. Diceva: se qualcuno ti invita a teatro e rispondi ‘volentieri, vengo a vederti’, quasi sempre ti senti dire: ‘Perfetto, ti lascio due biglietti. Con chi vieni?’. Come se fosse impensabile andarci da soli. Come se fosse strano, o triste. Io sono a grandi linee d’accordo con lui: la solitudine può essere uno spazio importante per imparare ad amare se stessi ma va vissuta nel modo giusto, non come isolamento totale né come qualcosa da cui fuggire. Alcune persone si rifugiano nella solitudine per mettere in atto comportamenti autodistruttivi, lontano dagli sguardi altrui, altri invece la evitano a ogni costo perché hanno paura di restare sole con i propri pensieri. Ma la verità è che la solitudine fa parte della nostra condizione umana. Nessuno ci capirà mai del tutto: possiamo amare profondamente, ma nessuno potrà sentire esattamente ciò che sentiamo noi. Nasciamo da soli, amiamo da soli, moriamo da soli: è un’esperienza personale, profonda, inevitabile”.
Quindi, va accettata e in qualche modo anche protetta?
“Va accettata, vissuta, e in certi casi anche difesa. Per quanto mi riguarda, ho bisogno dei miei spazi di solitudine. Mi fa bene andare al cinema da solo, fare passeggiate senza musica, senza telefono. Solo io e i miei pensieri. Ci sono piccoli rituali che mi rigenerano, come viaggiare in treno e guardare fuori dal finestrino ad esempio. Sono momenti in cui sto bene con me stesso. E quei momenti ti fanno amare ancora di più la vita. Ma soprattutto ti rendono capace di amare davvero qualcun altro. Perché se stai con una persona solo per paura di restare solo, quella non è condivisione: è dipendenza, la stessa che sta alla base di molti rapporti malati. È molto più bello potersi dire: ‘Sto bene da solo. Ma scelgo di stare con te, perché mi fai stare ancora meglio’”.
Eppure, nella nostra società, c’è ancora tanto giudizio verso chi è solo…
“Pensi a quante volte vediamo qualcuno da solo al ristorante e scatta subito il pensiero: ‘Che tristezza’. Come se fosse uno sconfitto. E invece molto spesso quella persona sta benissimo. Magari si sta semplicemente godendo un momento tutto suo. A me capita, soprattutto quando sono in tournée, di mangiare da solo. Lo apprezzo. Mi rilasso. Ma noto che quando entri in un locale, ti guardano sempre un po’ sorpresi: ‘Solo solo? Nessun altro?’… È una questione culturale. Non è ancora pienamente accettato l’idea di stare bene da soli. E allora, per paura di essere giudicati, ci accontentiamo. Stiamo con persone che non ci fanno bene. A volte persino in relazioni tossiche, solo per evitare la solitudine. Quando invece saper stare bene da soli e porsi domande è la base di tutto. Solo così puoi costruire legami sani e dire: ‘Io sto bene con me stesso. Ma con te, la mia vita è ancora più bella’. E questo, per me, è il senso di ogni vera relazione”.
Ha trovato risposta a tutte le domande che finora si è posto?
“No. Perché ogni volta che ti poni una domanda inevitabilmente ne sorgono altre e le risposte definitive non arrivano mai. Però fa bene stare da soli con se stessi. Serve soprattutto a prendere consapevolezza di chi si è, altrimenti è facile diventare quello che gli altri vogliono, quello che ti dicono che è ‘giusto’ che tu sia. Invece, quando ti fermi davvero con te stesso, ti chiedi: ma io, cosa voglio davvero? Voglio davvero ciò che desidero o lo voglio perché gli altri lo noteranno?”.
Us: Giuseppe Corallo / Ph: Erica Fava / Styling: Samanta Pardini / Look: Plan C