Mauro Ermanno Giovanardi, l’intervista al cantautore voce dei La Crus: “Il suono nuovo della verità”

La voce dei La Crus ci anticipa il disco più radicale e intimo della sua carriera, tra elettronica, poesia e necessità etica

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Ci sono artisti che, col tempo, cercano conferme. Altri, invece, usano il tempo per disfarsene. Mauro Ermanno Giovanardi appartiene a questa seconda specie. Dopo una carriera lunga e coerente – prima con i La Crus, poi come solista – avrebbe potuto continuare a camminare su binari già battuti. E invece ha scelto il salto. Non per stupire, non per inseguire i suoni del momento, ma per restare fedele a se stesso. Per cambiare, per non smettere di cercare. Il nuovo EP A tutti i costi, uscito il 30 gennaio, non è solo un antipasto del disco in arrivo (E poi scegliere con cura, disponibile dal 20 marzo): è una soglia, un punto di passaggio. Quattro brani che raccontano un artista che si rimette in gioco, anche a sessant’anni passati, con una lucidità disarmante e una forza silenziosa. Il suono è radicalmente diverso: niente chitarre, niente batterie suonate, ma elettronica rarefatta, pianoforte, archi, fiati e voci che si intrecciano come un coro interiore. Al centro, la voce. Più esposta che mai. Una voce che non urla, ma resta. Baritonale, controllata, intima. Quello che colpisce è il modo in cui la musica per Mauro Ermanno Giovanardi si fa specchio di un’esigenza profonda: non lasciare una semplice traccia, ma qualcosa che abbia senso. Qualcosa che, forse, duri più di noi. Mauro Ermanno Giovanardi canta con la stessa intensità con cui si mette in discussione, senza difese, ma con grande consapevolezza. Parla di errori, di scelte, di tempo che scorre troppo in fretta. Ma soprattutto parla di verità: quella che si conquista solo attraversando il dubbio, il fallimento, il rischio di non piacere. E scegliendo comunque di restare fedeli alla propria etica. È un lavoro che non cerca scorciatoie, né compiacimenti. Un disco che nasce da un’urgenza autentica, dalla voglia – quasi fisica – di andare oltre l’abitudine, oltre la nostalgia. Un disco che prende forma con lentezza, rigore e libertà. E che ci ricorda, una volta ancora, che la musica più potente non è quella che alza il volume, ma quella che riesce a parlare piano, e arrivare in fondo lo stesso.

Lei ha definito questo album come il più “pensato, soppesato e travagliato” della sua carriera. Al di là delle espressioni che spesso accompagnano le uscite discografiche, che cosa lo rende davvero così diverso, così profondo?

“Non è una formula: è la pura e sacrosanta verità. Questo disco è stato travagliato perché ha alle spalle una storia molto lunga. Ho iniziato a lavorarci nel 2019. Alcuni brani risalgono a quel periodo, come quello scritto con Lorenzo Urciullo, Colapesce. Con lui ci conosciamo da moltissimo tempo. Ho un legame profondo con la Sicilia, che per me è sempre stata una seconda patria. Ho avuto veri e propri ‘maestri’ siciliani: da Carmen Consoli in poi. Il primo, addirittura, fu suo padre, che mi disse una frase che non ho mai dimenticato e che mi ha segnato più come persona che come autore (ride, ndr). Sono stato anche fidanzato con una ragazza di Siracusa, quindi la Sicilia l’ho vissuta davvero. Conoscevo Lorenzo prima ancora che iniziasse a fare musica: lo incontrai quando metteva dischi nei locali più belli di Siracusa. Lo chiamavamo ‘Lorenzino’. Era già un grande fan dei La Crus, e da tempo ci dicevamo che prima o poi avremmo fatto qualcosa insieme. Quando gli portai una versione quasi definitiva del mio disco, lui mi fece ascoltare in anteprima Canzone leggerissima”.

A quel punto, però, il percorso si interrompe. Che cosa succede?

“Succede che nel 2019 avevo già scritto più o meno sette brani. Poi, una settimana prima del primo lockdown, Cesare Malfatti e Alex Cremonesi mi convincono a mettere in pausa il mio disco solista per lavorare a un nuovo progetto dei La Crus. Così, tutto il 2020 e il 2021 li abbiamo dedicati a quel lavoro. Dico sempre, scherzando ma non troppo, che dopo un anno e mezzo mi sono ricordato esattamente perché i La Crus si erano sciolti. Alla fine, abbiamo deciso di sospendere anche quel progetto, e io sono tornato al mio disco, che nel frattempo era quasi pronto”.

E quando arriva la decisione definitiva di riprendere in mano il suo album?

«A un certo punto l’ho fatto ascoltare a un amico, che a sua volta lo ha fatto sentire a Valerio Soave della Mescal. Con Valerio ho un rapporto molto stretto, ci conosciamo da tantissimi anni. Mi disse: ‘Questo disco è bellissimo, ma serve una mossa strategica per lanciarlo nel modo giusto’”.

Quella mossa era il ritorno dei La Crus?

“Esattamente. Il disco dei La Crus era già a buon punto, direi al 60–70%. Inizialmente non ero del tutto convinto di riprenderlo in mano, ma alla fine mi sono lasciato convincere. Io e Cesare avevamo idee diverse su come chiudere il progetto e, quindi, abbiamo deciso di affidarci a un produttore esterno: Matteo Cantaluppi. Doveva essere una figura neutrale, qualcuno in grado di prendere decisioni definitive. Una volta scelta una direzione, bisognava seguirla, altrimenti si rischiava di entrare nel caos. Col senno di poi, sono molto felice sia del risultato del disco sia del tour che ne è seguito. Dopo quasi sedici anni di assenza, abbiamo ricevuto un affetto enorme. Per quindici anni, quasi ogni giorno, qualcuno mi scriveva chiedendomi quando sarebbe uscito un nuovo disco dei La Crus. Ma nel frattempo io avevo questo lavoro solista, finito, pronto, che aspettava solo il momento giusto per uscire”.

Mauro Ermanno GiovanardiUfficio stampa: Silvia Santoriello per Astarte

Quando decide di pubblicare finalmente il disco, sceglie una modalità piuttosto particolare: prima quattro brani, poi l’album completo. È stata una scelta promozionale o aveva anche un’intenzione artistica?

“L’idea è nata durante una riunione a inizio dicembre con l’etichetta, l’ufficio stampa, il booking e il management. Ho proposto: ‘Perché non facciamo uscire un singolo a dicembre, un EP a fine gennaio e poi il disco a marzo?’. Questo album è molto diverso dai miei lavori solisti precedenti. Mi sembrava interessante offrire un’anteprima di questa nuova direzione, far capire che in questo disco c’è un ‘nuovo Joe’”.

Più che una strategia è stato un modo per accompagnare l’ascoltatore?

“Esatto. Anche perché tra metà febbraio e metà marzo c’è sempre Sanremo, che assorbe tutta l’attenzione: spazi, racconti, copertura mediatica. Ci è sembrata una buona soluzione. Ormai, prima dell’uscita di un disco, escono spesso quattro singoli. A quel punto, tanto vale pubblicare un EP con tre o quattro brani che poi faranno parte dell’album, soprattutto se quest’ultimo è già in preorder. È un antipasto, ma con un senso compiuto”.

Ha detto che questo lavoro è molto diverso dai precedenti. In che modo, dal punto di vista musicale?

“L’ho pensato come una forma di canzone d’autore del terzo millennio, una specie di pop autorale contemporaneo. Nel disco non ci sono chitarre, né bassi o batterie suonati. Tutto nasce dal pianoforte, poi si costruisce con ritmiche elettroniche, moog per le linee di basso, sintetizzatori, campionamenti, archi e fiati reali. Le voci sono molto presenti, spesso costruiscono i temi principali. Abbiamo anche sovvertito alcune logiche tipiche dell’elettronica: di solito casse e rullanti sono molto in primo piano, molto aggressivi. Io, invece, volevo che le ritmiche elettroniche restassero più arretrate, quasi come succede con la batteria nel jazz. C’è, ma non domina. Al centro c’è sempre la voce”.

Anche perché il suo modo di cantare è sempre molto controllato, baritonale, mai urlato.

“Il mio è un canto morbido, vellutato, anche quando va fuori dai canoni. In questo senso ho guardato molto ai dischi di Leonard Cohen degli anni ’90. I miei album precedenti avevano un suono più vintage, più sensuale. Qui no. In tutto il disco non c’è una chitarra, ed è una scelta precisa”.

Parliamo dei brani che compongono l’ep. “Veloce” apre il disco ed è quasi un manifesto contemporaneo. Colpisce una frase: “Esistere vuol dire poter scegliere”. Lei ha sempre avuto questa possibilità?

“Sì, è una riflessione filosofica, ma per me è anche molto concreta. Ho avuto la fortuna di poter sempre scegliere, e per me è una condizione imprescindibile. Quando si è su un palco, si è esposti. Se si finge, il pubblico se ne accorge subito. Io ho sempre pensato: ‘Eccomi, vi racconto anche le mie fragilità. Se vi piace, ne sono felice. Se non vi piace, pazienza. Ma non posso essere altro da me stesso’. Non riuscirei mai a cantare un brano che non sento autentico. E soprattutto non avrei la forza di portarlo dal vivo. Per me è una necessità, un’urgenza”.

In “Veloce” racconta l’uomo contemporaneo che corre per non cadere. Quando si ferma, capisce quante distrazioni inutili ha accumulato, a scapito di ciò che conta davvero. È una fotografia piuttosto lucida.

“Volevo raccontare esattamente questo. Siamo tutti spinti a correre, a fare di tutto per restare a galla. Poi succede qualcosa di serio, di doloroso, che ci costringe a fermarci. Ed è solo in quel momento che ci rendiamo conto di quanto ci siamo fatti distrarre da ciò che non conta, trascurando invece l’essenziale. Viviamo in un’epoca in cui sembra necessario essere sempre attivi, sempre operativi, fare mille cose contemporaneamente. Ma questa corsa continua, alla lunga, ci svuota”.

Quanto è riuscito, nel suo percorso, a non farsi condizionare da ciò che il mercato si aspettava da lei?

“Guardi, se avessi voluto fare ‘i piccioli’, come si dice in siciliano, avrei fatto scelte completamente diverse. Oggi, realizzare un disco con queste caratteristiche, nel 2026, è quasi un atto politico. È un gesto controcorrente. Far convivere sperimentazione, poesia e melodia è una scelta precisa, non solo artistica, ma anche etica. E la rivendico”.

Questa idea dell’atto politico torna anche in Per cantare più forte, uno dei brani più forti del disco. È una canzone o una dichiarazione di intenti?

“È una dichiarazione di intenti, senza dubbio. Per me ogni canzone deve avere una dimensione personale ma anche un valore etico. Ogni brano, anche il più intimo, dovrebbe contenere un’idea, una posizione. Per cantare più forte è il mio modo di raccontare l’unico vero antidoto alla morte: lasciare una traccia. È l’unica forma di resistenza possibile. Quando fai i conti con l’idea della fine, ti chiedi cosa resterà. E l’unica risposta è: lasciare qualcosa che abbia senso”.

Un manifesto artistico 2.0, quindi?

“Sì, ma non solo artistico. Anche profondamente etico, ribadisco. Chi fa questo mestiere – chi ha il privilegio di lasciare una traccia di sé – ha anche una responsabilità. Non voglio sembrare presuntuoso, ma… Picasso con Guernica ha sconfitto la morte. I Beatles, con la loro discografia, hanno fatto lo stesso. Shakespeare pure. Hanno tutti lasciato opere che vanno oltre il tempo. Noi abbiamo l’opportunità di fare lo stesso, nel nostro piccolo. E per questo abbiamo il dovere morale di dare il massimo. Sempre. Quando finisco un disco, se non sono stremato, vuol dire che non ho dato tutto. Io questa possibilità ce l’ho avuta – mio padre, per esempio, no. Ha fatto l’idraulico tutta la vita e, a differenza sua, io posso lasciare qualcosa attraverso ciò che creo. Anche se la parola ‘opera d’arte’ a volte mi mette a disagio, è proprio lì il punto: provare a fare qualcosa che resti. Qualcosa di vero, di sincero. Che dica chi sono. Solo così posso ‘ingannare’ la morte. Non la si può battere, ma si può provare a lasciare qualcosa che resti. Qualcosa che magari sia anche più bello di noi”.

In questo percorso per lasciare qualcosa che sia “meglio di noi”, quanto conta l’errore come atto di libertà? Quanti errori ha imparato ad amare, col senno di poi?

“L’errore è fondamentale. È proprio attraverso l’errore che si cresce. Quando ti rendi conto di aver sbagliato, inizi davvero a riflettere, a cercare un’alternativa, a migliorarti. Sembra banale, ma è così: si impara più dagli errori che dai successi. Pensi a un concerto andato male. Magari sei stato superficiale, non hai considerato certi aspetti. Poi sali sul furgone e ti dici: ‘Così non posso più farlo’. Ecco, quello è il momento in cui impari davvero. È lì che cambi. L’errore, se lo riconosci, ti obbliga a rimetterti in discussione. E se hai il coraggio di farlo, hai già fatto un passo avanti”.

In Un errore, però, scrive: “Io sono un errore”.

“Uso quasi sempre la prima persona nei miei testi. Nei La Crus e nei dischi solisti. È una scelta consapevole: voglio evitare la retorica del ‘noi’, che spesso suona generica o falsa. Dire ‘io sono un errore’ e poi, magari, ‘io voglio amore’, crea un’identificazione immediata. Chi ascolta può fare propria quella frase, può cantarla sentendo che parla anche di sé. Spesso le persone mi scrivono dicendomi: ‘Con quella canzone hai detto esattamente quello che sentivo, ma non riuscivo a esprimere’. È un riconoscimento fortissimo. E succede proprio perché scrivo in prima persona. È più rischioso, certo: ti esponi, ti metti a nudo. Ma arriva più in profondità. È un modo per dire a chi ascolta: non sei solo”.

Ed è questo, in fondo, anche il senso dell’arte: riuscire a dire ciò che molti sentono, ma non sanno ancora esprimere.

“L’arte è un filtro tra il mondo e l’essere umano. Se chi scrive riesce a mettere in parole qualcosa che l’altro non ha ancora saputo dire, ha colpito nel segno. È un patto profondo, silenzioso, tra chi scrive e chi ascolta. La prima persona serve proprio a questo: a creare un legame diretto. È più coinvolgente, più vero”.

Nel brano Anni zero c’è un confronto tra generazioni, tra passato e presente. Cosa sente che è cambiato davvero, e cosa invece è rimasto intatto, dentro Mauro?

“Quello che è rimasto è la voglia di ripartire da zero. Ogni volta. Anzi, è diventata una necessità. Ho capito che, se non mi rimetto in discussione ogni volta come se non avessi fatto nulla prima, rischio di sedermi. E non posso permettermelo. Diverse persone che hanno ascoltato il disco in anteprima – amici, collaboratori, Cristina Donà, Carmen Consoli, Francesco Bianconi – mi hanno detto: ‘Sai che forse questo è il tuo disco più bello?’. Forse l’EP non lo racconta del tutto, ma lo dico con sincerità: arrivare a sessant’anni passati e sentire ancora questo bisogno di mettersi in gioco, di alzare l’asticella… è la cosa più preziosa che ho. La voglia di sfidarmi, ogni volta”.

Mauro Ermanno Giovanardi Ufficio stampa: Silvia Santoriello per Astarte