Ombre su Mohammed bin Salman dietro l'attacco Usa all'Iran, il doppio gioco nelle telefonate con Trump
L'ombra di Mohammed bin Salman dietro l'attacco degli Usa all'Iran: le telefonate con Trump e il motivo del "tradimento"
Ci sarebbe Mohammed bin Salman dietro l’attacco Usa all’Iran. Il leader saudita avrebbe avuto diverse telefonate con Donald Trump e avrebbe esercitato pressione sul presidente americano per favorire la mossa poi attuata da Washington. Il tutto mentre faceva trapelare di auspicare una soluzione diplomatica, un doppio gioco che potrebbe celare un tradimento ai danni dell’Iran.
- Mohammed bin Salman e le telefonate con Donald Trump
- Le pressioni per l'attacco degli Usa all'Iran
- Il ruolo e l'obiettivo dell'Arabia Saudita
Mohammed bin Salman e le telefonate con Donald Trump
L’attacco all’Iran sferrato da Stati Uniti e Israele avrebbe una regia occulta. Secondo il Washington Post, a spingere per questa soluzione sarebbe stato un alleato a sorpresa, ossia il principe dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman.
Il primo ministro di Riad, nonché primo in linea di successione al trono, avrebbe dunque svolto un ruolo attivo nelle dinamiche che hanno portato al via delle ostilità.
Le pressioni per l’attacco degli Usa all’Iran
Come scrive il quotidiano americano che cita quattro persone informate dei fatti come fonti, ci sarebbero state diverse telefonate private partite dal principe ereditario saudita verso Donald Trump nell’ultimo mese. In esse bin Salman avrebbe sostenuto l’attacco da parte degli Stati Uniti nonostante il suo sostegno pubblico a una soluzione diplomatica.
Nei suoi colloqui con gli americani, il principe avrebbe avvertito i suoi interlocutori del fatto che l’Iran sarebbe diventato più forte e più pericoloso qualora gli Stati Uniti non l’avessero attaccato ora che dispongono della più grande presenza militare in Medio Oriente dal 2003.
Una posizione questa confermata e rafforzata dal fratello del principe, il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, che l’ha ribadita negli incontri a porte chiuse che ha avuto con alcuni funzionari statunitensi a Washington nello scorso mese di gennaio.
Il ruolo e l’obiettivo dell’Arabia Saudita
Secondo l’Arabia Saudita, dunque, gli Stati Uniti avrebbero avuto solo svantaggi a non attaccare ora l’Iran. Secondo gli analisti, il comportamento di Riad punta da un lato a evitare ritorsioni iraniane contro le infrastrutture petrolifere saudite e dall’altro a contrastare Teheran che viene visto ancora come il principale nemico nella regione.
Come scrive Ansa, Mohammed bin Salman è stato molto attivo in queste ultime ore: oltre a Donald Trump, ha contattato una serie di leader regionali, dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan al leader siriano Ahmad Sharaa, dal sultano dell’Oman Haytham ben Tariq al presidente libanese Joseph Aoun, fino al generale sudanese Abdel Fattah Burhan. Il suo obiettivo sarebbe quello di consolidare l’Arabia Saudita sempre più come interlocutore e Paese nevralgico della zona nello scacchiere geopolitico.
Si spiegherebbero anche in questo senso, quindi, gli impulsi inviati verso gli Stati Uniti per intraprendere l’attacco contro l’Iran. L’operazione è scattata sabato 28 febbraio quando le forze israeliane e statunitensi si sono alleate per rovesciare il leader iraniano Ali Khamenei che, dopo poche ore, insieme ad altri funzionari iraniani, è stato eliminato dall’offensiva congiunta. L’attacco è avvenuto nonostante le valutazioni dell’intelligence statunitense secondo cui difficilmente le forze iraniane avrebbero rappresentato una minaccia immediata per il continente americano nel decennio successivo.
ANSA