Paola Michelini, il concetto di libertà secondo l'attrice dal Covid a Gaza: "Esercitarla finché ce l’abbiamo"

L'attrice racconta l'inizio tra i banchi di scuola, la fatica di non piacersi, la libertà come scelta politica e il teatro per salvarsi

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Ci sono persone che, quando parlano, sembrano sempre in scena. Non perché stiano recitando, ma perché si portano addosso quella stessa intensità, quel bisogno di dire le cose per davvero. Paola Michelini è una di queste. L’ascolti parlare e capisci subito che ogni parola è passata da un filtro interiore, anche quando è leggera. Anzi, soprattutto quando è leggera. La incontriamo a Torino dove dal 12 al 14 dicembre sarà in scena al Teatro Gioiello con A Mirror – Spettacolo falso e non autorizzato di Giancarlo Nicoletti, una pièce spiazzante che smonta le finzioni del potere usando il teatro come atto di ribellione (con Ninnì Bruschetta, Greg e Fabrizio Colica). Ma la conversazione con lei, inevitabilmente, va oltre. Non è un’intervista solo su uno spettacolo: è un ritratto in movimento di una donna che ha scelto un mestiere instabile e lo affronta con la lucidità di chi ha imparato a guardarsi in faccia, senza sconti. Michelini racconta del suo primo amore per il palco, quando a sei anni scriveva e recitava durante la ricreazione, e poi della scoperta – molto più dura – che per sentirsi davvero attrice non basta “fare l’attrice”. Ci vuole disciplina, ostinazione, e un certo grado di ostilità verso se stessi. Parla dell’Accademia, della selezione feroce, del senso di inadeguatezza, di quella severità interiore che, a volte, rovina anche le cose belle. Ma è proprio lì che nasce il suo teatro: in quel punto dove il dolore si fa domanda e non posa. La lucidità con cui Michelini, la cui verve comica ci accompagna tutti i giorni sui social, riflette in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie su se stessa, sulle proprie fragilità, è disarmante. Racconta senza compiacimento quanto le sia costato imparare a piacersi, quanto ancora le pesino certi errori, come l’analisi e la scena l’abbiano aiutata a liberarsi non del giudizio altrui ma del proprio. Perché è da lì che si comincia. Si parla anche di corpi, modelli imposti, sorelle che fanno lo stesso mestiere, come si affronta un palco quando non senti più niente e come si sopravvive a un applauso mancato. Della libertà come responsabilità, della disobbedienza come atto necessario, della scelta consapevole di non cedere alla narrazione dominante. Anche quando costa. Più che un’intervista, questa è una conversazione che sembra una confessione a due voci. Dove Paola Michelini, con il suo pensiero quieto e tagliente, ci ricorda che a teatro – come nella vita – non serve fingere bene. Serve sentire, essere presenti, restare umani. Anche quando è faticoso. Soprattutto allora.

Quando ha capito che voleva fare il mestiere dell’attrice? E quando, soprattutto, ha capito che poteva farlo?

“Ho capito prestissimo che volevo farlo. Avevo sei anni, ero alle elementari, e con una mia amichetta ci inventavamo dei piccoli spettacoli che scrivevamo e mettevamo in scena durante la ricreazione. I bambini venivano a vederci, e noi lo facevamo con entusiasmo, ci prendevamo sul serio: c’era già qualcosa. Poi, più avanti, durante il liceo, ho cominciato a frequentare una scuola di teatro a Roma, il Teatro dei Cocci, con Isabella Del Bianco e Cristiano Censi. Lì è arrivata la vera consapevolezza. Mi sono accorta che non solo avevo delle capacità, ma che queste venivano anche riconosciute da persone competenti. Infine, credo che la svolta vera sia stata l’ammissione in Accademia. Quello è stato il momento in cui ho realizzato di avere delle possibilità concrete in questo mestiere”.

Lo racconta con molta naturalezza, ma entrare all’Accademia “Silvio D’Amico” non è per niente facile. Se l’è sudata?

“Assolutamente, non è una cosa semplice. Io ho avuto la fortuna di entrare al primo tentativo, ma anche quel primo tentativo è stato complesso: ci sono diverse fasi di selezione, non si tratta solo di fare un provino e aspettare il risultato. Alla fine, c’è una terza fase che dura dieci giorni: è come frequentare una mini scuola. Fai laboratorio con altri candidati, crei legami, inizi a immaginare un percorso, ma poi magari vieni mandato via. Ricordo che in quell’ultima fase eliminarono circa la metà dei partecipanti. È stato un momento emotivamente molto intenso, perché nel frattempo ti affezioni alle persone. È brutale in un certo senso, ma fa parte del gioco”.

E quando ha cominciato a sentirsi davvero un’attrice?

“Credo che sia successo nel momento stesso in cui ho capito di avere delle capacità. Il sentirmi attrice non è mai coinciso con un contratto, un lavoro pagato o un riconoscimento ufficiale. Anche perché questo è un ambiente dove, purtroppo, il merito non sempre viene premiato. Io mi sono sentita attrice quando ho iniziato a farlo sul serio. Al liceo frequentavo la scuola di teatro tre volte a settimana, non era un passatempo, era qualcosa di strutturato e impegnativo. Appena ho cominciato a farlo, a riuscirci e a goderne, mi sono detta: ‘Ok, sono questa cosa’. Poi è chiaro: c’è una differenza tra dire ‘sono un’attrice’ e dire ‘sono un’attrice straordinaria’. Ma essere attrice, per me, vuol dire fare questo mestiere con impegno, passione e risultati. Se lo fai, ti riesce e ti dà qualcosa… allora lo sei”.

I personaggi che si interpretano spesso richiedono di mettersi da parte, di lasciare spazio ad altri. Le è mai capitato che un personaggio le restasse addosso, anche a casa?

“No, a me personalmente non è mai capitato. Quando sento certi attori americani raccontare di non riuscire a staccare, penso che sia anche una questione di produzione, di tipo di ruolo e di modalità di lavoro. Lì sono su set giganteschi, stanno in scena tutto il giorno, magari interpretano personaggi psicopatici per mesi. In quei casi, forse, può succedere di portarsi il personaggio anche a casa, perché se lo lasci andare troppo, il giorno dopo magari non riesci a recuperarlo. A me non è mai successo. Ho fatto ruoli intensi, faticosi, emotivamente profondi. E sì, ti lasciano dentro qualcosa. Può succedere che ci pensi anche quando sei a casa, che ti tornino in mente scene o stati d’animo. Ma non ho mai avuto la sensazione di non riuscire a uscire dal personaggio. Non mi sono mai sentita intrappolata”.

paola micheliniUS Poltronissima e Silvia Santoriello

E, al contrario, le è mai capitato che un personaggio le scivolasse via, che non riuscisse a tenerlo?

“Sì, è successo. Durante uno spettacolo molto complesso, con una struttura narrativa alla Memento, quindi completamente non lineare. Le scene si susseguivano senza un ordine temporale e io dovevo passare, da un momento all’altro, da stati emotivi completamente diversi. In una scena ero tranquilla, e subito dopo dovevo affrontare una situazione tragica: il mio compagno aveva avuto un incidente, era in coma, paralizzato. Una sera non sono riuscita a entrare nello stato emotivo giusto. Il teatro è spietato da questo punto di vista: non puoi fermarti, non puoi dire ‘aspettate che mi rimetto in asse’. Devi andare avanti. Ma io quella sera non sentivo niente. E, siccome odio recitare fingendo, senza sentire davvero quello che dico, ho fatto qualcosa di istintivo: ho cominciato ad abbassare la voce. Come a voler passare inosservata, a sperare che nessuno si accorgesse che ero fuori fuoco. Il regista, però, se n’è accorto. A fine spettacolo mi ha rimproverato dicendo: ‘Ok, non eri in giornata, ma almeno fai capire cosa stai dicendo. È il minimo’. Per me è stato un incubo. Volevo solo sprofondare, sparire dal palco e non tornare più”.

Che rapporto ha con l’errore? È indulgente con se stessa?

“No, per niente. Sono molto severa con me stessa. Troppo. È un aspetto su cui sto lavorando, anche in analisi. Perché essere esigenti va bene ma, quando arrivi al punto di non riuscire più a goderti neanche il bello, allora diventa un problema. Io ho questo meccanismo per cui, anche se commetto un errore minimo, per me diventa enorme. Mi resta addosso, rovina tutto il resto. E poi ci rimugino per giorni, lo porto con me. Non è sano, lo so, ma è così”.

Lei è una di quelle che ricevono l’applauso. Che cosa prova quando lo sente arrivare?

“È una sensazione bellissima. Ti fa sentire che quello che hai fatto, quello che hai attraversato, ha avuto senso. È un riconoscimento vero, umano. E, se poi quello che hai portato in scena ti rappresenta o è qualcosa che hai scritto tu, allora vale ancora di più. Come mi auguro possa accadere, ad esempio, con un monologo di cui sono autrice, Introversa, e che porterò in scena il prossimo anno. O come è accaduto nello spettacolo Time Lock con Fabrizio Colica, dove l’ultima parte del testo l’avevo scritta io ed era molto legata al tema della Palestina. Quando il pubblico ti applaude in quei casi e magari viene anche a ringraziarti alla fine, è una gratificazione profonda”.

E se dovesse mettere su una bilancia l’applauso in teatro e i like sui social?

“Non c’è paragone. I like non significano niente, spesso arrivano anche senza nemmeno guardare davvero il contenuto. L’applauso in teatro è un’altra cosa: hai il pubblico lì, lo senti, lo percepisci. È vivo, reale. I social non possono restituire quella connessione”.

Quando qualcuno le dice: “Non sembravi nemmeno tu”, come reagisce?

“Mi fa piacere, sinceramente. Vuol dire che ho lavorato bene sul personaggio, che sono riuscita a trasformarmi, a diventare qualcun altro. Per me è un complimento. È proprio quello che cerco: sparire per far emergere il personaggio. Quindi sì, lo prendo in positivo”.

Lei ha interpretato ruoli molto diversi tra loro, dalla commedia al dramma fino all’action. Qual è l’emozione che le viene più facile recitare? E ce n’è una che invece la blocca?

“Non c’è niente che mi blocchi davvero. Se il copione è scritto bene e ha una struttura sensata, allora ti guida, ti accompagna, e l’emozione viene. Certo, se è scritto male, allora sì, diventa più difficile. Negli ultimi tempi forse mi viene più facile la commedia, ma solo perché è meno faticosa del dramma. Ridere è più leggero, piangere ti consuma molto di più, è emotivamente più impegnativo. Ma no, non direi che ci siano emozioni che mi bloccano: se la scena è ben costruita e funziona, io ci arrivo”.

E, nella vita di tutti i giorni, cos’è che la fa ridere e cos’è che la fa piangere?

“Mi fa piangere il mondo in cui viviamo, che va sempre peggio. Mi fanno male le ingiustizie, le guerre, le violenze. E mi fa ridere… la possibilità di riderne. L’unico modo per sopravvivere a questo mondo, che spesso è uno schifo, è riuscire a vederne il lato assurdo, grottesco, e farne ironia. L’ironia, il sarcasmo, sono meccanismi di difesa ma anche strumenti di salvezza, secondo me. Se non riuscissi a riderci sopra, penso che mi sarei già arresa da tempo”.

Qual è la verità più difficile da fingere sul palco? C’è qualcosa che nella vita reale non riuscirebbe mai a portare in scena?

“Sul palco, alla fine, puoi fingere tutto. Sei già nel campo della finzione, quindi niente è davvero ‘difficile’ da fingere, almeno in teoria. Però se penso a qualcosa che mi risulterebbe davvero complicato… beh, non so, se mi dicessero ‘Devi interpretare la migliore amica di Trump e Netanyahu’, andrei in crisi. Sarebbe un personaggio difficile da rendere credibile, perché è lontano da me anni luce. Certo, si può fare tutto, anche quello, ma mi costerebbe moltissimo. E probabilmente non mi verrebbe naturale”.

Nel gioco tra verità e finzione, quante versioni di Paola convivono sul palco?

“Oddio (ride, ndr)! Speriamo poche. O meglio: spero ci siano solo le versioni di me necessarie a raccontare quella storia, in quel momento. Perché se ci fossero troppe Paola, magari in conflitto tra loro, sarebbe un casino. Detto questo, è chiaro che quando recito attingo a tutte le sfaccettature che ho come persona, come essere umano. Abbiamo dentro tante cose, e sul palco tiri fuori quella parte di te che serve per il personaggio che stai interpretando in quel momento. Quindi sì, magari ci sono tante ‘Paola’, ma solo una alla volta”.

Che rapporto ha con l’idea di dover piacere?

“È una domanda interessante. Non so se è proprio ‘piacere a tutti i costi’, ma sicuramente c’è il bisogno di approvazione, quello sì, delle persone a cui vorresti piacere. Chi fa questo mestiere ha quasi nel DNA il bisogno di essere visto, ascoltato, apprezzato. È una componente che fa parte del lavoro, anche se non è l’unica motivazione per cui lo fai. Nel tempo ho imparato che non si può piacere a tutti, ed è importante sapere a chi vuoi davvero piacere. Forse più che piacere, la cosa importante è essere compresi. Ecco, quello sì: essere capiti da chi per te conta”.

E Paola è sempre piaciuta a Paola?

“No. Anzi, direi che è il motivo per cui ho iniziato a fare teatro. Io, per anni, mi sono odiata. Non mi piaceva il mio corpo, non mi piacevo io. Il teatro, per me, è stato terapeutico, mi ha proprio salvata in un momento in cui stavo male. Penso che sia così anche per tante altre persone: il teatro ti aiuta a trovare un senso, una strada, ti dà forza. Io ho capito che volevo fare questo mestiere proprio perché mi faceva bene. Era qualcosa che sapevo fare e che mi aiutava a stare meglio. E quindi, perché fare altro?”.

Quel sentirsi “non abbastanza” era legato ai modelli imposti dalla società circostante?

“Assolutamente sì. Io sono cresciuta con Non è la Rai, e mi ricordo che tornavo da scuola, i miei genitori lavoravano entrambi, e io mi piazzavo davanti alla tv a guardarlo. Ero bambina, il mio cervello era ancora in formazione, e quello che passava era un messaggio devastante: le donne erano carne da mostrare agli uomini. Quel bombardamento di modelli falsi, plastificati, ha sicuramente avuto un impatto negativo su di me. Purtroppo, la nostra generazione è cresciuta con quell’immaginario”.

Quand’è che ha capito che l’unico modello doveva essere lei stessa?

“È stato un processo lungo. Non c’è stato un momento preciso, ma un percorso. Ho iniziato l’analisi abbastanza presto, e piano piano ho cominciato a liberarmi di certi condizionamenti, anche se – lo dico sinceramente – non è un lavoro finito. La società è cambiata un po’, ma non abbastanza. Ancora oggi è faticoso. Siamo circondati da modelli che ci dicono come dobbiamo essere, soprattutto noi donne. E liberarsene completamente è difficilissimo”.

Avere una sorella che fa il tuo stesso lavoro (Giulia, ndr), con percorsi diversi ma paralleli, ha avuto un peso?

“Sì, all’inizio non è stato semplice. Quando ho finito l’Accademia, ho vinto una borsa di studio per studiare a New York, allo Strasberg Theatre Institute. Tornata in Italia, ero un po’ confusa sul da farsi. Intanto Giulia stava lavorando tanto in tv. Questo mi ha fatto sentire in difficoltà. Mi sono detta: ‘Forse devo andarmene’. E sono andata a Londra, dove ho vissuto per tre anni. Poi sono tornata in Italia per un lavoro e le cose si sono riequilibrate. Ho cominciato a fare un percorso più legato al teatro, molto diverso dal suo. Poi abbiamo anche lavorato insieme, ed è stato bellissimo. Abbiamo condiviso la scena sia nella serie Rosy Abate sia uno spettacolo teatrale che si chiamava Alza la voce. Quindi sì, all’inizio è stato un po’ destabilizzante, ma oggi lo vivo con serenità”.

Ha mai recitato per proteggersi, anche nella vita di tutti i giorni?

“Sì, certo. Ma penso che lo facciamo tutti, in un modo o nell’altro. L’essere umano ha questa capacità dissimulatoria, e a volte recitare è un modo per difendersi. Io sono molto selettiva: difficilmente mi circondo di persone con cui non sto bene e, quindi, mi capita meno spesso di dover fingere. Però sì, è successo. Anche cose piccole, tipo dire una bugia per non dover andare da qualche parte o per evitare situazioni che non mi facevano stare bene. Recitare, a volte, serve anche a quello”.

Ha imparato di più a stare al centro della scena o ai margini? E cosa le è costato di più: stare al centro o restare ai margini?

“Non è semplice rispondere. Se penso agli spettacoli che ho fatto, in effetti ho sempre interpretato personaggi centrali, protagonisti. Non mi è mai capitato di essere in un progetto dove avevo una parte piccola, tipo entrare, dire due battute e uscire. Forse perché, per fortuna, ho avuto anche la possibilità di scegliere i progetti. E chiaramente scegli le cose che ti stimolano, che ti gratificano. Poi, certo, mi è capitato anche di fare ruoli piccoli, per esempio l’estate scorsa in una serie tv con Sergio Castellitto. Il mio personaggio era molto piccolo, ma divertente, con un senso preciso. In quel caso mi andava bene. Diverso è quando ti chiamano per fare un provino dove il personaggio ha due battute e non ha niente di interessante da dire o da fare. In quei casi, spesso dico di no.
Perché se non è richiesto nessun tipo di talento, allora preferisco non farlo. Fortunatamente non sono nella condizione di dover accettare qualsiasi cosa”.

Per cosa si autocensura Paola Michelini? Per convenienza, per paura, o per amore?

“Per amore no. Per paura nemmeno, direi. Se per ‘convenienza’ intendiamo ‘mi conviene lasciar perdere perché non ne vale la pena’, allora sì. A volte mi capita di dire: ‘Sai che c’è? Questa cosa non mi va di affrontarla, meglio lasciarla lì’. Ma se con ‘convenienza’ intendiamo il tornaconto personale, il ‘mi conviene farlo perché ne traggo qualcosa’, allora no. Non è il mio modo di ragionare. Non faccio calcoli di quel tipo. Non sono fatta così”.

Cosa significa per lei essere libera? È una sensazione? Una decisione? O un compromesso?

“La libertà non dovrebbe mai essere un compromesso. È sicuramente una sensazione, ma anche una decisione. E dipende da dove guardi: per noi, che viviamo in una parte del mondo privilegiata, essere liberi è anche una responsabilità. Proprio perché siamo privilegiati, abbiamo il dovere di usare la nostra libertà, di non chiudere gli occhi davanti a quello che succede nel mondo: in Palestina, in Sudan, in tanti altri luoghi. Dobbiamo esercitare questa libertà finché ce l’abbiamo. Perché non è detto che durerà per sempre. Basta guardare cosa sta succedendo in Germania, dove la polizia reprime duramente le manifestazioni. Fa paura. Quindi, sì: la libertà per me è consapevolezza, responsabilità, e anche lotta. Una lotta costante, senza mai abbassare la guardia”.

Libertà è il dovere di prendere posizione?

“Sì, sono d’accordo. Non si può restare neutrali. Anche il silenzio, l’indifferenza, è una scelta. E spesso è una posizione che fa danni. Restare neutrali, come diceva qualcuno (non ricordo chi), è già prendere posizione”.

Qual è stato – o qual è tuttora – il suo atto di disobbedienza più grande? Che rapporto ha con le regole?

“Con le regole ho un rapporto molto semplice: se le considero giuste, vanno benissimo. Ma se non le condivido, non le seguo. Credo che, ad oggi, l’atto più grande di disobbedienza sia stato non vaccinarmi contro il COVID. È stata una scelta personale, molto difficile. Ho affrontato restrizioni, pressioni, situazioni ingiuste, almeno dal mio punto di vista. Anche i miei genitori all’inizio non l’hanno presa bene. Mi hanno detto: ‘Se non ti vaccini, non entri in casa’. Anche con il mio compagno è stato difficile. Io andavo alle manifestazioni contro il Green Pass… non era una scelta leggera. Ma per me non era una posizione da ‘no vax’: non lo ero. Ero e sono semmai contraria a quel vaccino specifico. Per me, tutta quella gestione è stata un’operazione delle case farmaceutiche per fare soldi. E ci sono riuscite. Io non ho voluto farne parte. Quindi sì, le regole vanno bene solo se hanno un senso”.

Quando ha capito di essere una donna libera?

“Forse non l’ho capito. Forse non lo sono ancora del tutto. Se parliamo in termini generali, in certe situazioni mi sento libera. Ma poi ognuno ha la sua storia personale, il suo percorso, le sue battaglie. Io sono ancora legata, in parte, a dettami, condizionamenti, aspettative sociali. Sto facendo un lavoro su di me, da anni, per liberarmi. Ma non credo che ci si riesca del tutto. Perché alla fine viviamo in una società che ci condiziona in continuazione. Quindi, sì, magari sono libera ‘fino a un certo punto’. Ma l’obiettivo è andare sempre più avanti. Continuare a cercare quella libertà, senza fermarsi mai”.

Anche il suo compagno è un attore (Niccolò Senni). Cosa non ha capito del mestiere, tanto da ritrovarselo pure nella scelta del compagno?

(ride, ndr) “È vero che il mio compagno è un attore, ma non è che l’ho scelto per quello. Anzi, le dirò: quando vivevo a Londra ho avuto una relazione lunga, cinque anni, con un altro attore, e dopo quell’esperienza mi ero detta: ‘Mai più!’. Infatti, sono rimasta single per dieci anni, completamente da sola. Poi ho conosciuto lui, Niccolò, e il fatto che era un attore non è stato determinante, perché lui non è l’attore ‘tipo’. Non ha nulla dello stereotipo, così come non ce l’ho io. Non mi sento affatto l’attrice classica, e nemmeno lui è il classico attore. Anzi, il fatto che facciamo lo stesso mestiere ci permette di fare cose insieme, divertirci, creare. Facciamo i video per i social, ci scambiamo idee, ed è bello così. Quindi no, non è stato un problema. Semmai il contrario: è un valore aggiunto”.

Qual è, secondo lei, l’incomprensione più grande che la gente ha sul suo conto?

“Oddio, non lo so. Bisognerebbe chiederlo a loro. Però mi è capitato, più di una volta, che persone che all’inizio mi avevano conosciuta superficialmente, poi – col tempo – mi hanno detto: ‘Guarda, all’inizio mi sembravi una stronza’ (sorride, ndr). Me lo hanno detto con affetto, eh. Dopo avermi conosciuta meglio. Forse perché non sono una che si sforza di risultare simpatica subito, non faccio quella che conquista tutti al primo impatto. Vado con calma, sono riservata. E questa cosa può essere fraintesa. Magari a primo impatto sembro distante, ma se mi stai simpatica, poi mi apro completamente. Non sono algida, tutt’altro. Solo che mi concedo un po’ alla volta”.

Ha trovato il suo posto nel mondo? O è ancora alla ricerca?

“In questo momento direi che mi sento abbastanza bene dove sono. Ma non si è mai davvero fermi. C’è sempre un movimento, una direzione, una ricerca. Quindi no, non penso di aver ‘trovato il posto’ in modo definitivo, ma ora sto bene qui. E poi il bello, forse, è proprio continuare a cercare”.

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