Parla Sebastiano Somma, l'intervista all’attore tra ricordi e carriera: “Vivo di emozioni, non di vetrine”
Dai sogni ricorrenti alla perdita dei genitori, dal primo successo a Pupi Avati: l'intervista all'attore tra l’amore per la figlia, gli animali, il rifiuto dei social e dei reality
Un saluto caldo, quasi familiare, apre l’intervista in esclusiva per Virgilio Notizie con Sebastiano Somma. Un’atmosfera distesa e sincera che riflette perfettamente l’approccio dell’attore: umano, diretto, senza fronzoli. Si parla subito di ottimismo, di quella necessità tutta meridionale di rispondere “bene” anche quando si è davanti a un muro. Ma poi aggiunge una riflessione più profonda: “Ci sono momenti in cui è giusto mostrare anche la fragilità. Non siamo supereroi”. Dopo aver visto il suo ultimo film La partita delle emozioni, al cinema dal 13 novembre, ci si immerge in un dialogo fatto di memoria, sensibilità e passione. Nessuna promozione patinata, nessun copione: solo l’onestà di un artista che ha attraversato stagioni di luce e zone d’ombra, sempre restando fedele a sé stesso. Con il regista Fabrizio Guarducci, Somma condivide non solo l’esperienza di quest’ultimo film, ma anche una lunga collaborazione artistica. Insieme hanno firmato Una sconosciuta – un piccolo gioiello con Sandra Ceccarelli arrivato fino ai Golden Globe – e Mare di grano, trasmesso regolarmente su Rai Movie e sempre capace di ottenere ottimi ascolti. Sono film indipendenti, scritti a quattro mani, che portano con sé una poetica precisa: raccontare senza moralismi, ma lanciando segnali forti, parlando al cuore delle persone. “Il nostro è un cinema che magari non ha grandi mezzi”, spiega Somma, “ma ha un’anima. Per questo, quando pensiamo anche a una destinazione televisiva, sentiamo il bisogno di raccontare certi stati d’animo con più chiarezza. Il pubblico televisivo ha bisogno che certe cose vengano dette, non solo accennate». Un cinema, quindi, che non rinuncia alla sensibilità, anche se a volte si affida alla voce fuori campo, scelta che per Somma nasce dall’esigenza di avvicinare lo spettatore a ciò che si agita nel profondo dei personaggi.
Nel film interpreta il professor Rosati. Se dovesse descriverlo con tre parole, quali sono secondo lei le sue emozioni chiave?
“Ridurlo a tre parole non è semplice, perché Rosati è un personaggio complesso, stratificato. Però, se proprio devo cercare un nucleo emotivo, direi che è un uomo che ama i giovani, che crede profondamente nella loro forza. Li difende, li ascolta, li accompagna. E lo fa non solo per loro, ma anche per sé stesso. Perché in realtà, attraverso questi ragazzi, Rosati cerca di rimettere ordine dentro di sé. Cerca riscatto, guarigione. Cerca di togliere un po’ di polvere da quelle emozioni che ha tenuto chiuse per troppo tempo. È un uomo che porta dentro una fragilità sommersa, e che – proprio grazie ai giovani – comincia a scioglierla, ad affrontarla”.
Nel film viene posta una domanda centrale: “Cosa sono per voi le emozioni?”. La giro a lei: cosa sono le emozioni per Sebastiano Somma?
“Le emozioni, per me, sono tutto. Passano nei segnali piccoli, nei gesti semplici, nelle cose non dette. Proprio oggi, per esempio, un caro amico regista, Emiliano Locatelli, mi ha mandato un messaggio. Doveva presentare il suo libro, io non potevo esserci per via dell’uscita del film, così gli ho proposto di registrare un mio audio: ho letto una lettera scritta da un ragazzo extracomunitario al padre. Dopo averla ascoltata, lui mi ha risposto: “Dio mio, mi hai commosso, mi sono messo a piangere”. Ecco, in quei momenti capisci che l’emozione non ha bisogno di fuochi d’artificio. È qualcosa che attraversa, che ti prende quando meno te lo aspetti. Per me tutto parte dalla sensibilità. Le emozioni più vere mi arrivano quando incontro sensibilità nell’altro. Un sorriso di un anziano, un piccolo gesto, uno sguardo: sono quelle le cose che mi smuovono davvero. E vengono tutte da una vita normale, da un vissuto quotidiano fatto di amore, dolore, Sud, famiglia”.
Lei riesce a esprimerle, queste emozioni? A tirarle fuori?
“Non sempre. Anzi, spesso ho difficoltà. Un po’ come il professor Rosati. Io assorbo tanto: leggo, ascolto, guardo. Ma non è facile restituire tutto ciò che si accumula dentro. A volte capita in un’intervista come questa, con qualcuno che neanche conosci bene, eppure riesci ad aprirti di più. Perché c’è un ascolto autentico. Quando senti che dall’altra parte c’è qualcuno che accoglie, allora sì, l’emozione si muove. E poi c’è il mestiere. Io vivo di emozioni da una vita, ma spesso – proprio per il tipo di lavoro che faccio – ti trovi anche a doverle contenere, incanalare. Condividere un film, per me, è anche un modo per liberarle. Ogni proiezione, ogni incontro con i ragazzi, ogni discussione post-visione è un’occasione per farle fluire”.
Nel film c’è una scena intensa tra lei e sua figlia Cartisia. Com’è stato viverla sul set?
“Quella scena l’ho voluta fortemente. Non è la prima volta che lavoriamo insieme, io e mia figlia. Abbiamo già fatto insieme Il vecchio e il mare di Hemingway a teatro: lei fa Manolin, io Santiago. Ma quella scena nel film ha qualcosa di speciale. Non è un dialogo tra padre e figlia, ma tra un professore e un’alunna. Eppure, c’è dentro una carica affettiva profonda. Il professore diventa un po’ padre, spiritualmente. È stato un confronto vero, costruito insieme, passo dopo passo. Per me, ogni volta che la guardo recitare è un’emozione. È una giovane professionista, seria, sensibile. In quella scena esce fuori tanto – un nodo irrisolto, un’assenza, un blocco emotivo che si scioglie. È lei che, con una frase semplice – “grazie per avermi insegnato a volare nei ricordi” – sblocca Rosati. Gli apre una finestra interiore”.

Torniamo un po’ indietro nel tempo. Quando era ancora un “guaglione” visto le sue origini campane, cos’è che la spingeva così tanto verso la recitazione? Qual era il fuoco che ardeva dentro Sebastiano?
“Non lo so con esattezza. So solo che sono nato in una città come Castellammare di Stabia, che è piena di arte, di personaggi straordinari. Castellammare prima, Napoli poi: sono luoghi in cui il teatro è vivente, lo respiri in ogni angolo. E io, in quel clima, ci sono cascato dentro piano piano, senza forzature. Non è stato qualcosa che mi sono costruito a tavolino. È arrivato in modo naturale, a piccoli passi, insieme alla mia vita, ai miei incontri, alle esperienze. Da ragazzino facevo parte di compagnie filodrammatiche. Avevo 14, 15 anni. Con altri ragazzi della mia età mettevamo in scena testi napoletani, Eduardo, Scarpetta. Non c’era ancora l’idea di fare l’attore di professione: mi piaceva condividere quei momenti con gli altri, stare insieme sul palco. E poi succedeva una cosa: il pubblico era contento. Usciva soddisfatto. Questo mi dava una sensazione fortissima. Mi esaltava. E ho iniziato a capire che quest’arte, quella che stavo abbracciando senza saperlo, poteva dare tanto a me e agli altri”.
E come l’ha comunicato ai tuoi genitori, con tutte le paure del caso?
“Da padre oggi capisco quelle paure. E infatti, nei confronti di mia figlia, non ho mai voluto trasmettere incoraggiamenti facili, proprio perché conosco bene le difficoltà di questo mestiere. È un lavoro pieno di alti e bassi, faticoso, instabile. E dietro l’angolo, quando le cose non vanno, c’è anche il rischio della depressione. Un giorno sei al centro dell’attenzione, il giorno dopo sembra che tu non esista più. Per questo ho sempre cercato di trasmetterle una cosa sola: la forza che si acquisisce con la conoscenza. L’unico vero scudo è la cultura. La lettura, lo studio, la gavetta. Non dare mai nulla per scontato. Questa è l’unica arma che davvero ti difende. Per me è andata così: sono arrivato a Roma nell’82. Mio padre, inizialmente, era quello del “posto fisso”, come dice Checco Zalone. Non capiva, diceva: “Ma dove vai?”. Invece mia madre, al contrario, era una cinefila appassionata. Amava i grandi miti del cinema e non mi ha mai ostacolato. Anzi, mi ha anche sostenuto di nascosto, aiutandomi economicamente senza dirlo a mio padre. Poi, quando mio padre ha visto che portavo a casa qualche risultato, che ci credevo davvero, è diventato il mio primo fan. Un giorno mi disse: “Se hai bisogno di soldi, dimmelo. Io ci sono”. Ecco, sono momenti che non si dimenticano”.
E quando ha cominciato a pensare seriamente che l’attore fosse il tuo mestiere?
“Anche in questo caso, non c’è stato un giorno preciso. Dopo essere arrivato a Roma ho iniziato a lavorare su me stesso: studio, dizione, accenti. Sono tornato a fare teatro, ma stavolta con nomi importanti: Rosalia Maggio, Aldo Giuffrè… È lì che ho capito che stavo facendo qualcosa che amavo profondamente. Non lo chiamavo nemmeno “lavoro”. Era una passione pura, totale. E ancora oggi, dopo 43 anni, mi sento allo stesso modo. Mi emoziono. Ho bisogno di emozionarmi, sempre. Quando leggo una sceneggiatura, ho bisogno di sentire cosa c’è dentro. Mi devo confrontare con le parole, con il regista, con gli sceneggiatori. Se non mi emoziona, non funziona. Tutto parte da lì”.
A proposito di emozioni, quali valori si porta dietro da suo padre e sua madre?
“Mio padre aveva una dignità pazzesca. Ha fatto di tutto nella vita – non vengo da una famiglia ricca – ma sempre con grande onore. Mia madre era una forza della natura. Da giovane ha fatto l’emigrante, mi ha lasciato per un periodo perché non c’erano possibilità di lavoro. Poi non ha resistito ed è tornata: le mancavo troppo. La donna più importante della mia vita, però, è stata mia sorella Maddalena. È volata in cielo nel 2002. Ha avuto un’unica storia d’amore, ha fatto quattro figli, e ha dato del “voi” ai miei genitori fino all’ultimo giorno. Pura, rispettosa, forte. È da lei che ho ricevuto una grande eredità di umanità. Sono cresciuto in una famiglia semplice, molto umana, piena di rispetto, di dignità, di orgoglio. Mia madre è morta a 95 anni, nel 2021, dopo aver superato persino il Covid. Era una roccia. Spero di aver preso da lei la forza e da mio padre la dignità”.
Cosa ha provato Sebastiano nel momento in cui ha perso entrambi i genitori? Quando, come si dice, non si è più figli?
“La prima cosa è il vuoto. Un vuoto enorme, che non si colma, anzi cresce con il tempo. Ma c’è una cosa che mi dà pace: ho fatto tutto quello che potevo per loro. Ho dato tutto me stesso, davvero. Nelle difficoltà, nei momenti duri, quando c’era da restituire l’amore che mi avevano dato, io ci sono stato con tutto il cuore. Ti racconto una cosa molto dolorosa. Mia sorella Maddalena è morta a 52 anni, davanti agli occhi di mia madre. Puoi immaginare il dolore. Mia madre è caduta in una profonda depressione. Era il 2002, l’anno in cui professionalmente stavo vivendo il momento più bello della mia carriera, con le serie tv che andavano fortissimo. Ma io ho deciso di portarla con me ovunque: alle feste, alle prime… mano nella mano. La gente si aspettava di vedermi arrivare con una bella ragazza, e invece io arrivavo con mia madre. Lo facevo per lei, per strapparla a quel dolore, per restituirle un sorriso. I nostri genitori hanno vissuto per noi. Hanno fatto sacrifici veri. Oggi non si fanno più figli, o se ne fanno sempre meno, perché non c’è più questa voglia di dedicarsi agli altri. La società è diventata egoista, arida. E anche nelle famiglie si sente. Io e mia moglie, invece, forse esageriamo: siamo due “matti” con nostra figlia, nel senso buono. Cerchiamo di crescerla nel modo più sano possibile. Poi, certo, nessuno è perfetto”.
Tornando a quegli anni: quando è arrivato a Roma, qual è stata la difficoltà più grande?
“Roma era un mondo nuovo per me, completamente sconosciuto. Ma ero nel pieno della mia voglia di “spaccare il mondo”, quindi le difficoltà le vivevo con energia. Certo, come tutti ho avuto i miei momenti: pochi soldi, non sapere dove dormire, cercare soluzioni di fortuna. Ma tutto questo lo affronti se dentro hai fame, se hai una spinta vera. Poi sono stato anche fortunato. Sono stato accolto nel mondo della Lancio, quello dei fotoromanzi. Una famiglia vera. Mi hanno dato stabilità economica e mi hanno permesso di affrontare il quotidiano con più serenità. Anche se – va detto – quella popolarità “commerciale” mi ha creato difficoltà negli anni, perché venivo identificato con un certo tipo di immagine. Però grazie a loro ho potuto investire nello studio, vivere un anno a Los Angeles, studiare lì. È stata una scuola anche quella”.
I fotoromanzi sono venuti anche perché, diciamocelo, era un gran bel ragazzo. La bellezza per lei è stata un vantaggio o uno svantaggio?
“All’inizio pensavo fosse un vantaggio. Facevo il mio lavoro con serietà, anche nei fotoromanzi: leggevo la sceneggiatura, mi confrontavo, cercavo l’espressione giusta. Lo prendevo sul serio. Ma poi ho capito che per molti era uno svantaggio. Un giorno un produttore disse al mio agente: “Somma? Quello dei fotoromanzi? Non sa parlare”. Per loro eri un bel faccino e basta. Non avevano idea del lavoro che c’era dietro. È assurdo, ma succede. C’è tanta superficialità. Alla fine, però, non mi sono tolto quelle etichette con rabbia. Ho fatto un percorso. Ho capito l’ambiente, ho capito cosa dovessi fare per cambiare rotta. E quando è arrivato il mio momento, ero pronto”.
Il mio primo ricordo di lei è legato al film Un jeans e una maglietta, con Nino D’Angelo. Era il “malamente” della situazione…
(ride, ndr) “Sì, il malamente! Quello è diventato un cult. Ancora oggi mi fermano e mi chiedono: “Ma la cazzottata a Nino D’Angelo era vera?”: è incredibile. È stato il mio primo film. Giravamo a Capri. Mi ricordo le ragazzine che mi correvano dietro per strada. Era una cosa nuova, straniante. Ma bella. In realtà, prima di quello avevo già ripreso il teatro, con artisti come Rosalia Maggio e Aldo Giuffrè, come detto prima. Ma quel film ha segnato un passaggio importante, anche se venivo comunque dal teatro “serio”. Non lo dico per snobberia, ma perché è la verità. Era solo un altro capitolo”.
In quel periodo andava forte anche Nino D’Angelo, che come lei ha dovuto scrollarsi di dosso una bella etichetta…
“È così. Lui ha fatto un percorso come me, tra evoluzioni e riscoperte. Entrambi abbiamo cercato, studiato, cambiato. Io sono uno che ama il cambiamento, la ricerca. Mi piace mettermi in discussione, fare cose diverse, anche a costo di rimetterci. Ma è quello che ti tiene vivo”.
In questo percorso, ci sono stati anche momenti “no”. Come li ha vissuti? Ha mai sentito il peso del fallimento?
“Ho avuto dei momenti di appannamento, chiamiamoli così. Ma la verità è che erano forme di depressione. Periodi in cui non andava nulla, in cui ti senti spento dentro. Ti chiedi: “Ma possibile che non mi veda più nessuno?”. E inizi a dubitare anche di te stesso. Ricordo che scrissi persino una lettera a Maurizio Costanzo. Gli scrissi che era l’unico in grado di darmi luce, di farmi uscire da quell’ombra. Non mi rispose mai, ma qualche anno dopo mi invitò ugualmente al suo programma. Ci andai due, tre, quattro volte. E lì, una volta, ebbi anche uno scontro – in senso buono – con Giorgio Albertazzi. Anni dopo, proprio Albertazzi mi scelse per uno spettacolo. Fu un’esperienza meravigliosa, tra le più belle della mia vita. Lui era un intellettuale vero, un uomo di grande profondità. Quindi sì, quei momenti ci sono stati. Mi sono oscurato, ma non mi sono mai perso del tutto”.
E, in quei momenti, qualcuno del mondo dello spettacolo le ha teso una mano?
“No. Ma non perché non ci fosse nessuno a cui importasse. Il fatto è che io in quel periodo mi sono isolato. Non parlavo con nessuno. Nessuno sapeva davvero come stavo. È stato un momento breve, ma molto chiuso. Mi sono chiuso con me stesso e ho fatto un lavoro profondo, duro, giorno dopo giorno. Ho cercato di capire cosa mi stesse succedendo, e perché. Non sono andato da medici o terapeuti, anche se non giudico chi lo fa, anzi. Ognuno ha il suo percorso. Io, semplicemente, ho sentito che dovevo risistemare delle cose dentro di me. Ho iniziato a eliminare la “monnezza”, come la chiamo io. Le cose inutili. E anche il mio modo di essere: io ero uno che sorrideva sempre alla vita. E sai cosa mi dicevano? Che ero superficiale. Solo perché sorridevo. Capisci? In questo ambiente se sorridi, se trasmetti felicità, passi per uno che non prende le cose sul serio. E invece io venivo da una famiglia piena di difficoltà e, quando potevo permettermi di essere felice, lo facevo. Ma te la facevano pagare. Ti giudicavano per tutto. Perché eri “quello dei fotoromanzi”, perché avevi fatto un film popolare, perché eri troppo solare. Tutto veniva etichettato”.
E qual è stato il momento di svolta? Quello in cui ha sentito che le cose stavano finalmente cambiando?
“Quando arrivò il provino per la serie Rai Sospetti. Me lo propose Luigi Perelli, un grande regista. Mi aveva già chiamato anni prima per un provino nella Piovra, ma all’epoca ero troppo giovane. Con Sospetti le cose cambiarono. Andò bene. Superai il provino. E lì scoppiò tutto: una gioia incontenibile. Un pianto liberatorio. Da lì in poi è iniziato un altro capitolo della mia carriera. Un percorso più maturo, più consapevole. Avevo fatto la mia gavetta. Ero pronto, finalmente, per affrontare anche ruoli più complessi, più profondi”.
Sospetti fu un grande successo, anche in termini di pubblico. Cosa significa per lei la parola “successo”?
“Successo è una parola che non mi appartiene. Non fa parte del mio vocabolario. È qualcosa di effimero. Oggi c’è, domani sparisce. Basta una piccola cosa e crolla tutto. Col tempo ho capito che non bisogna rincorrere il successo, ma costruire la felicità. Il mio obiettivo è creare un percorso professionale che mi dia emozioni, che faccia bene a me e al pubblico. E a volte, certo, arriva anche il riconoscimento, ma non dev’essere quello il centro. “Ha successo” è una frase che mi fa quasi paura. Perché non dice nulla della qualità della persona, né della profondità del suo lavoro”.
Lei è sposato dal 2004 con Morgana Forcella, una donna che ha condiviso con lei non solo la vita privata ma anche quella artistica. Cosa rappresenta l’amore per Sebastiano?
“Su questo magari non mi soffermo troppo, sennò diventiamo sentimentali… Ma sì, l’ho detto anche prima: ho avuto la fortuna di incontrare una donna che mi ha supportato in un momento difficile. Con Morgana condivido non solo l’amore per nostra figlia, ma anche un percorso creativo molto bello. Abbiamo fatto teatro insieme: Il giorno della civetta di Sciascia, e ultimamente uno spettacolo su Neruda e la sua compagna Matilde Urrutia. Lei mi ha anche diretto in uno spettacolo teatrale su Emanuele Di Porto, un sopravvissuto alla deportazione del 16 ottobre 1943. Insomma, condividiamo tanto. Lei è un’ottima attrice, ma anche una bravissima scrittrice. È una famiglia d’arte, la nostra. Io, mia moglie, nostra figlia… manca solo il cane che ancora non ha debuttato, ma ci stiamo lavorando!” (ride, ndr).
Lei ama molto gli animali. Che posto occupano nella sua vita?
“Immenso. Ho sempre avuto cani, da quando ero bambino. Gli animali ti danno emozioni pure, senza filtri. Mi ricordo un cane in particolare, un Chow Chow bellissimo che si chiamava Sylvester – sì, proprio in omaggio a Stallone. Ha vissuto con me 14 anni, fino al 2001–2002. Era parte della mia famiglia. Poi ci sono stati anche dei gatti. Mia moglie una volta trovò quattro cuccioli buttati in un cassonetto. Ne salvammo tre. Li chiamai Federico, Ginger e Fred. Un altro omaggio: Fellini e Ginger Rogers con Fred Astaire. Ho un amore profondo per gli animali, e lo dico senza retorica: a volte mi emoziona più uno sguardo di un cane che mille parole”.
Oggi si parla tanto di “presenza online”, di social. Lei invece non ha profili: una scelta?
“Sì, una scelta precisa. Non ho Instagram, non ho Facebook. Ho solo WhatsApp, e al massimo metto qualcosa sullo stato per chi mi conosce. Ma non sento il bisogno di dire a tutti: ‘Ho fatto questo, ho fatto quello’. Io sono un artista, uno che vive di emozioni. E, aggiungerei, anche un po’ pigro: passo da momenti di stacanovismo a fasi di totale ozio, in cui voglio solo godermi una passeggiata, un viaggio, una chiacchierata. Ma quando lavoro, lo faccio con dedizione assoluta. Ho troppo rispetto per il pubblico e per me stesso per fare le cose a metà”.
Non è contrario ai social in assoluto?
“No, assolutamente. Non giudico nessuno. Mia moglie e mia figlia li usano, e per il nostro lavoro possono essere anche molto utili. Ma a me non appartiene quel mondo. Vivo e lascio vivere. Anche perché – lo dico con sincerità – nella vita ho fatto anch’io le mie cazzate, i miei errori, le mie scelte superficiali. Quindi non punto il dito contro nessuno. Ma, se c’è una cosa che non voglio che mi tocchino, sono le mie emozioni, la mia sensibilità e la mia libertà di essere un artista a modo mio”.
“Ma io che ne so cosa sogna un artista”, canta Romina Falconi. Qual è il sogno che oggi accompagna Sebastiano?
“Materialmente? Sogno spesso di volare. Volo sospeso nell’aria, sul mare, leggero. È il mio sogno ricorrente. E poi ci sono quelli professionali, ovvio. Il mio sogno, da sempre, era lavorare con Pupi Avati. E si è realizzato: ho girato un film con lui, Nel tepore del ballo. È stata un’esperienza bellissima e gratificante. Mi ha anche detto che è rimasto molto contento di lavorare con me. Un altro sogno sarebbe quello di lavorare con Matteo Garrone e Gabriele Mainetti, due dei registi che amo di più. Mi piace il modo in cui scava nell’animo umano. E poi ce ne sono altri: crescere con energia, con buona salute, con forza. Più che sogni, sono speranze, ma fanno parte del percorso. Un altro sogno che ho nel cuore: tornare a lavorare con i ragazzi del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi. Con loro ho fatto Medea in teatro, siamo stati in tournée anche all’estero: in Giappone, a Bruxelles. Lì ho ricevuto alcune delle emozioni più forti della mia carriera. Avrei dovuto partecipare anche al film Io sono un po’ matto… e tu?, ma presi il Covid proprio in quei giorni e non riuscì a farlo. Mi piacerebbe un giorno dirigere un film con loro, raccontando una storia di disagio ma anche di bellezza. Una volta riuscii a convincere persino la rivista Grand Hotel a fare un fotoromanzo con protagonisti due ragazzi autistici. Una storia d’amore tra loro. Lo scrissi a quattro mani con D’Ambrosi. È una zona dell’anima che mi tocca profondamente. E un altro sogno invece si è avverato: durante le festività natalizie sarò al Sistina nel musical ‘Matilda’ diretto da Massimo Romeo Piparo, nei panni della preside Tranciabue, al fianco di Roberta Lanfranchi”.
In tanti si espongono in TV. La televisione l’ha mai cercata per i reality?
“Sì, diverse volte. Una signora molto gentile di Mediaset mi telefonò per propormi il Grande Fratello. Io la ringraziai, ma dissi di no. Non perché ho la puzza sotto il naso: proprio non è il mio mondo. Mi crea ansia solo l’idea. Anche Ballando con le stelle… no, grazie. Non amo le giurie, non amo l’idea di essere giudicato così. Nella vita mi hanno già giudicato abbastanza. Preferisco lavorare in silenzio, con le mie emozioni. Mi piace far ridere, fare anche cose leggere, ma non mi interessa essere in vetrina. Campo senza social da più di quarant’anni. Mi basta”.
US Reggi&Spizzichino