Pierdavide Carone torna live, l'intervista tra Lucio Dalla, Amici di Maria De Filippi e Peppe Vessicchio

Dalla collaborazione con Lucio Dalla al dolore per la perdita del padre, dai pregiudizi post-talent all’amore ritrovato: l'intervista a Pierdavide Carone

Pubblicato: Aggiornato:

Pierdavide Carone è tornato, ma in realtà non se n’era mai andato. Classe 1988, emerso al grande pubblico nel 2010 grazie alla sua partecipazione ad Amici di Maria De Filippi, si è imposto fin da subito come uno dei cantautori più riconoscibili della sua generazione. A consacrarlo fu la collaborazione con Lucio Dalla, che produsse il suo primo album e lo portò con sé sul palco di Sanremo. Oggi firma un nuovo lavoro che non lascia spazio a sovrastrutture: si intitola semplicemente Carone, un disco diviso in due parti (la prima più intima e personale, la seconda più corale e condivisa — che segna una vera e propria rinascita, dopo un lungo percorso umano e artistico). Dentro ci sono il lutto, la malinconia, l’ironia, l’amore, ma soprattutto una nuova consapevolezza. A raccontarlo in questa intervista in esclusiva per Virgilio Notizie è lo stesso Pierdavide Carone, che si confida con lucidità e sincerità. E dopo il disco, arrivano anche i live: due date speciali, il 12 novembre a Milano (Santeria) e il 28 novembre a Roma (Auditorium), per incontrare finalmente il pubblico e restituire le emozioni di questo nuovo capitolo.

Il suo nuovo album si intitola semplicemente Carone. Perché questa scelta? È un modo per semplificare o per ribadire ancora di più chi è Pierdavide Carone?

“In parte volevo semplificare. Mi sono reso conto che il mio nome, “Pierdavide”, è spesso un problema: al bar o in giro mi chiamano Pierpaolo, Piergiorgio… persino Pierpiero! Quindi, alla fine, ho pensato che il mio cognome fosse più semplice e immediato. Ma c’è anche altro. Questo disco è una sintesi di dove sono oggi. A differenza del precedente, Casa, che era intimo ma cupo, Carone è intimo verso l’altro. È un disco di rinascita, dopo molte cose vissute. E rinascere da se stessi è forse il modo più autentico per farlo”.

Considera Carone anche un omaggio alla sua famiglia, alle sue radici, e in particolare a suo padre, venuto a mancare?

Sì. Anche se Casa è uscito dopo la morte di mio padre, Carone è il primo disco che ho scritto dopo. Volevo rendere omaggio alle mie origini, all’uomo più importante della mia vita, quello che mi ha cresciuto. Alcune canzoni gli sono dedicate direttamente. E usare il cognome che mi ha lasciato è stato il modo migliore per farlo”.

Ascoltando il disco sembra diviso in due parti molto nette: una prima sezione più intima e solitaria, e una seconda più corale. Perché questa scelta così strutturata? E come ha selezionato gli ospiti, che non appartengono affatto alla logica dei duetti “modaioli”?

La divisione è stata pensata strada facendo. Quando abbiamo deciso di pubblicare il disco in due tempi, avevamo chiara la prima parte. La seconda doveva uscire un anno dopo, e in un anno succedono molte cose. Ad esempio, non sapevamo che avremmo passato metà anno in televisione… e questo cambia le cose. Rivedi persone, riscopri legami. Alcune amicizie musicali sono diventate musica vera. Così è nata l’idea dei duetti. Con Gigliola Cinquetti, ad esempio, abbiamo cantato Di notte a Ora o mai più e lei si è innamorata del brano. Io non amo rifare le mie vecchie canzoni, ma questa volta aveva senso, era un modo per “sigillare” quel momento. Con Alex Britti c’era una canzone, Ti odio, scritta nel 2012, rimasta nel cassetto. Dopo esserci persi di vista, ci siamo ritrovati e abbiamo deciso di completarla insieme. Martina Attili mi ha fatto ascoltare un suo brano. Doveva stare nel suo disco, ma ne sono stato conquistato o e le ho chiesto se potessi metterlo anche nel mio. Ha detto di sì. Poi c’è Sacchini, che ho conosciuto grazie alla mia tastierista: mi ha fatto sentire Empatia durante un viaggio in auto e mi sono emozionato. Lei mi ha chiesto se volessi cantarla con lui, e l’abbiamo fatta insieme. Infine, Paolo Vallesi. Siamo amici da tempo grazie alla Nazionale Cantanti. Gli avevo anche scritto un testo, sono stato al suo matrimonio. Anche quella è una canzone che ci unisce umanamente, non solo artisticamente. Ecco, questi duetti non sono “feat.” modaioli, ma scelte umane. Per questo nella seconda parte del disco ci sono molte voci: è un album che diventa corale dopo essere nato in solitudine”.

Ora o mai più: la vittoria stata una botta di autostima per lei?

“Sì, ma non è iniziata lì. Il lavoro sull’autostima era cominciato prima, durante il periodo del Covid. Per me è stato un momento durissimo: la malattia di mio padre, il blocco dello spettacolo… ho dovuto reinventarmi. Mi sono iscritto di nuovo al Conservatorio, ho iniziato a fare docenze. È stato un modo per ritrovare un senso, per riscoprirmi. Poi è arrivato un momento inaspettato: mi hanno chiamato diverse orchestre per cantare Dalla, complice anche il decennale della sua scomparsa. Questo mi ha fatto riscoprire non solo come cantautore, ma anche come interprete. E quando è arrivata Ora o mai più, io ero già felice di mio, anche se in un modo meno “mainstream”. Forse proprio per questo è arrivato anche il mainstream”.

pierdavide caroneUS Astarte

In un’epoca in cui tutti urlano, Carone è un disco che non alza la voce. È una scelta politica?

“Sì. Oggi la vera rivoluzione dovrebbe essere una rivoluzione gentile. Guardiamo la politica: vedo persone in preda alle nevrosi, che agiscono per impulso e poi, forse, si pentono. Solo che certe mosse hanno conseguenze gravi, non sono “non invitare qualcuno a una festa”, ma invadere un Paese. Abbiamo bisogno di silenzio, di misura, anche nella musica”.

Il disco è malinconico, ma mai autocommiserativo. Si pone dei limiti nella scrittura?

“No, cerco di essere sincero. Il confine è qualcosa che lascio alla vita reale, alla diplomazia necessaria nel vivere in società. Ma nella scrittura voglio sentirmi libero. Certo, la malinconia è nel mio DNA, ce l’ho nel modello base. Però questo è un disco più colorato rispetto a Casa, più arcobaleno, anche se con le sue ombre”.

Casa sembrava un disco scritto in pieno lutto. Carone è figlio dell’elaborazione di quel dolore?

“Sto vivendo un momento molto felice della mia vita, forse il più felice in assoluto. E proprio in questa felicità ho capito quanto mi manca mio padre. Quando sei nel dolore, reagisci per istinto, per sopravvivenza. Dopo, col tempo, l’assenza diventa più morbida… ma anche più presente. Ora, per quanto possa sembrare paradossale, penso a lui più di quanto lo facessi subito dopo la sua scomparsa”.

Parlarne le fa più male o più bene? L’aiuta a guarire, o apre ferite?

“Non potrei vivere diversamente. Mostrare la mia fragilità è il mio modo di essere. Non penso più a mio padre come al malato, ho superato quella fase. Oggi penso a lui com’era prima, quando stavamo bene. Certi ricordi, certi “chissà cosa avrebbe detto” mi danno malinconia, sì, ma anche leggerezza. Mi fanno bene”.

In brani come Carla e la credenza lei usa un’ironia corrosiva, quasi disperata. Quanto l’ha aiutata l’ironia a superare non solo il lutto, ma anche i momenti più faticosi della vita quotidiana?

“Tantissimo. Ma non solo nei momenti drammatici. Anche nei fastidi quotidiani, nelle sfumature “cromatiche” della vita, non solo bianco o nero. Io sono molto attratto da quelle emozioni “medie”, che non sono né felicità né tragedia, e che proprio per questo sono più difficili da raccontare in musica. Carla e la credenza nasce da quel tipo di osservazione: origlio tantissimo, sui mezzi pubblici soprattutto. Le persone dicono cose incredibili – a volte sorprendenti, a volte completamente insensate – e io le assorbo. Accumulo luoghi comuni, frasi fatte, pregiudizi travestiti da opinioni, e li rendo un personaggio. Lì dentro c’è un campionario di frasi che potresti sentire ovunque, oggi”.

A proposito di pregiudizi: si è sentito vittima di preconcetti nella sua carriera?

“All’inizio è stato inevitabile. Mi arrogavo il diritto di essere un cantautore dentro un programma che non prevedeva quel ruolo. Poi, quando sono uscito da Amici, ho cercato di entrare nel mio “habitat naturale”, tra i cantautori, ma lì non tutti erano pronti ad accogliermi, perché venivo da un talent. E poi non ero uno particolarmente bravo con le pubbliche relazioni… Non ero “adatto” né a un mondo né all’altro. È stato Lucio Dalla a sbloccare questa contraddizione: quando lui ha deciso di produrre il mio disco, tutto è cambiato. Nessuno poteva più dire “eh, ma viene da un talent…”. Lucio aveva prodotto Bersani, Carboni, gli Stadio. E ha poi scelto me”.

Dalla l’ha legittimata. Le ha anche lasciato un’eredità morale?

“Quella collaborazione ha dato più credibilità a tutto quello che facevo. Poi, negli anni, tanti colleghi mi hanno detto che oggi “assomiglio di più” alle cose che scrivo. È come se prima fossi troppo giovane per i testi che proponevo. Il tempo mi ha aiutato ad allinearmi con quello che sono, anche esteticamente. Ora forse c’è più coerenza tra la mia faccia e quello che canto”.

Che rapporto ha oggi con il tempo che passa? La spaventa o lo accetta?

“Di solito non me ne accorgo. Faccio troppe cose per pensarci davvero. Ma ogni tanto, sì, ci penso. Ho 37 anni, suona bene. Ma quando ne avrò 40, suonerà in modo diverso. È una questione culturale, occidentale: anche nel nostro mestiere artistico, si tende a “dare un tempo” al successo, alla carriera. E questo può diventare un tarlo. Cerco di non farmi travolgere, ma a volte succede. Allora respiro, ci passo sopra, lascio andare. Perché in fondo… non ci puoi fare niente”.

In Non ce l’ho con te parla di perdono. Ma lei è riuscito a perdonarsi davvero?

“No, del tutto no. È difficile. A volte pensi di aver perdonato qualcuno o te stesso e poi arriva un pensiero, un rigurgito di rancore, e capisci che forse non era vero perdono. Il perdono non è dire “ti perdono”, è smontare i pensieri negativi ogni volta che si ripresentano. È un lavoro continuo. Con me stesso è anche più difficile che con gli altri. Non sono autoindulgente. Non mi assolvo facilmente. Ma forse è anche questo che mi tiene vivo, lucido, reattivo. Ogni tanto però servirebbe più tenerezza verso se stessi. Ci provo, a tratti”.

Nemmeno quando la vita l’ha messa all’angolo è riuscito a essere più clemente con se stesso?

“No, perché ho sempre pensato che, una volta elaborato il dolore, asciugate le lacrime, l’unica cosa che potessi fare fosse ripartire. È una qualità che mi riconosco: la capacità di ricominciare. Sempre. Comunque. È quello che ho fatto ogni volta”.

Ave Maria è una canzone dissacrante, ma anche spirituale. Come ha vissuto la collaborazione col Coro Lirico Siciliano?

“È nata in modo spontaneo. Avevo già lavorato con loro cantando Dalla, Battiato, Morricone. Quando ho scritto Ave Maria, un pezzo che richiama ironicamente l’inno sacro ma con un twist diverso, ho pensato: “Chi meglio di loro per giocare con questo contrasto?”. E il maestro Costa ha detto subito sì, con grande entusiasmo. Sono professionisti serissimi, ma anche capaci di divertirsi”.

E il suo rapporto personale con la spiritualità com’è oggi?

“Io credo che tutti abbiamo una spiritualità. Non credo nell’ateismo assoluto. Capisco chi non si riconosce in una religione o in una dottrina, ma non sentire niente… quello no, non mi appartiene. Ave Maria ironizza proprio su chi crede per inerzia, per abitudine, perché l’ha fatto la nonna, la mamma… senza nemmeno più sapere cosa sta dicendo. È una critica a quella fede “passiva”, che non è più nemmeno scelta. La canto col sorriso, ma il messaggio è serio”.

In Carone si parla anche di amori finiti e altri appena sbocciati. Che rapporto ha oggi con l’amore, il sentimento più cantato da tutti?

“L’ho riscoperto. Mi ero un po’ assuefatto. A volte, quando l’amore diventa abitudine, smette di essere amore. E con tutto quello che mi è successo, avevo forse dimenticato cosa si prova. Poi è tornato quel battito più forte, quel magone, quell’ansia positiva. E temevo che, crescendo, non l’avrei più sentita. Invece sì: oggi so che è ancora vivo dentro di me. E questa è una delle consapevolezze più belle che porto con me”.

È appena scomparso Peppe Vessicchio, con cui ha condiviso tanta strada…

“Nel concerto ci sarà un momento centrale molto importante, in cui solo chitarra e voce, canterò le prime canzoni fatte ad Amici, in cui ricorderò il Maestro Vessicchio, che è stato il primissimo a vedermi nel provino iniziale, e che subito si accorse di me, producendomi buona parte dei primi dischi, arrangiandomi le parti orchestrali, dirigendo Valerio al festival col brano da me composto. Mi mancherà parlare di musica con lui, mi mancherà la sua intelligenza, mi mancherà la sua ironia. È stato un onore lavorare con lui ed essere suo amico per tanti anni. Arrivederci, Maestro”.

pierdavide-carone-intervista US Astarte