Romina Falconi, da X Factor alla provocazione a Giorgia Meloni al Pride: ora torna col nuovo disco Rottincuore
Ha fatto della sua diversità un’arma e del dolore un’arte: la cantautrice romana Romina Falconi si racconta come non ha mai fatto prima dalla solitudine alla scena, passando per l’abisso
Romina Falconi non è solo una cantautrice: è un corpo in fiamme, una voce che accarezza e sferza, una creatrice d’universi interiori che mette in musica l’abisso, lo scandalo, la redenzione. In un panorama musicale spesso anestetizzato, il suo terzo album Rottincuore è un’opera viva, vulnerabile, feroce. Non cerca consenso, cerca verità. È un disco che non si ascolta: si affronta. Ma dietro la scrittura tagliente e le performance visionarie di Romina Falconi, c’è una donna che, cresciuta a Tor Pignattara, ha scelto di restare sincera anche quando era scomodo, che ha rifiutato compromessi anche quando avrebbe potuto scegliere la scorciatoia. Romina Falconi è un laboratorio emotivo a cielo aperto, una performer totale, un’artista che ha fatto della diversità una casa e del dolore un carburante. L’intervista concessa in esclusiva a Virgilio Notizie non è solo un ritratto: è un viaggio nella mente e nel cuore di una delle voci più libere e luminose della musica italiana contemporanea. Libera di scandalizzare ma anche di farsi amare, con il suo look biondo platino che cela un universo di sfumature mai banali ma così vere da renderla unica.
Due grandi concerti a settembre a Roma (il 19) e Milano (il 21): cosa prova una cantautrice nel portare per la prima volta live un disco come Rottincuore?
“Quando prepari qualcosa di nuovo, come un disco ad esempio, la sensazione è sempre quella: stai per rischiare tutto. Può venire fuori una roba bellissima oppure il burrone. Chi lavora con le parole, con la creatività, con dei messaggi da veicolare, lo sa: ti fai tutti i tuoi voli pindarici nella tua stanzetta, quasi come in una seduta di terapia, e cerchi di rendere qualcosa di doloroso un po’ più vivibile. Ma è un processo molto isolato, quasi da flagello. Parli da sola, ti spogli, stai solo con i tuoi pensieri. Poi, un attimo prima che quel qualcosa sia nelle mani degli altri, metti in discussione tutto: i tuoi gusti, le tue idee. Ti chiedi se hai sbagliato tutto. Tutto ciò che hai costruito mattone dopo mattone, improvvisamente ti sembra fragile: più ti sei messo a nudo in un progetto, più ti senti vulnerabile. Ma poi, quando esce e chi ti deve capire ti capisce, è una liberazione. Io so che non piacerò mai a tutti, soprattutto a chi vede il mondo solo come brutto e cattivo. Ma chi mi segue davvero ha fatto pace con il proprio mostro interiore. I rottincuore, il disco è dedicato a loro, non si piangono troppo addosso, ma sanno di avere una parte buia dentro. E questa connessione è incredibile. Quando arriva il momento dei live, la paura è altrettanto forte, ma stavolta non sei sola: sul palco ho creato una cosa studiata, strutturata, io vado vestita da Madonna del petrolio ma accanto a me ci sono i metallari. Mi piace che il suono del live sia diverso dall’album. Voglio che il live sia un momento unico, qualcosa che puoi vivere solo lì”.

C’è un brano dell’album che teme di più portare dal vivo?
“La solitudine della regina. Quella puntualmente mi leva il fiato. È una lettera simbolica a una persona del mio cuore che non c’è più: la sua assenza magnifica mi avvolge ma io devi restare stabile. Alla fine del brano dentro sono devastata: nonostante le chitarre che spaccano, è un valzer, un 12/8, una ninna nanna metallara. C’è un punto della melodia dove ogni volta penso: “Ma chi me l’ha fatto fare di scriverla così?”. È difficile sia vocalmente che emotivamente. Ma c’è anche Nessuno ti ama, che parla di depressione. Non volevo raccontarla in modo stucchevole. Quando facevo sentire il provino, nessuno capiva di chi fosse il punto di vista, se del depresso o di chi gli sta accanto. E va bene così. Volevo che chi l’ascoltava rivedesse la propria storia, anche se l’ho scritta pensando a me stessa. L’ho vissuta, quella parentesi: è quasi una roba onirica. Quando la canto live, mi sento nuda in chiesa. Ma poi, quando arriva l’applauso, capisco che non sei sola. Chi doveva, ha capito. E quella è una carezza che ti ritorna”.
Il disco è entrato in classifica FIMI senza promozione, alla posizione 18. Come ha reagito?
“Non ci credevo. Un mio amico mi ha mandato uno screenshot. Ho pensato fosse un fotomontaggio, tipo quelli che ti mettono accanto a Pedro Pascal. Quando ho capito che era vero, ho detto: “Ma com’è possibile?”. C’erano artisti più blasonati di me. E io stavo lì in mezzo, tra i venti. Mi sono detta: Allora i fan più cazzuti ce l’ho io (ride, ndr)”.
Si senti penalizzata dal sistema mainstream?
“Succede che se non fai parte della macchina mainstream, non sarai mai dei loro. Prima del Covid sembrava ancora possibile una scalata, il sogno americano di chi partendo da nulla che ce la fa. Dopo, anche il generalista si è preso gli spazi della nicchia. Se non sei dei loro, non lo diventerai mai. Ma il miracolo è che chi ti vuole sostenere lo fa comunque. Come a scuola, quando passavi davanti ai grupponi durante la ricreazione e dentro ti dicevi: “Io sono solo e loro sono tutti”. Poi vedi la FIMI e pensi: “Allora questa solitudine la devo rendere la mia bandiera”. Se non posso piacere a tutti, voglio piacere a quelli giusti”.
Il suo show al Milano Pride ha fatto molto discutere. Ha avuto timore che le si potesse ritorcere contro?
“No. Il Pride è un momento politico, non un palco per fare promo. Non vado lì per fare pubblicità a me stessa. Ho chiamato i danzatori del Centro ArteMenti e ho chiesto loro: “Famose riconoscere“. Non perché mi interessasse il riconoscimento mediatico, ma per lasciare un messaggio che fosse sacro. Abbiamo usato le maschere di Giorgia Meloni perché non ha mai voluto dichiararsi antifascista. Quando l’ho detto sul palco, la folla è esplosa. Peccato che in diretta non si sentissero bene i microfoni. Ma chi c’era, lo sa. Il giorno dopo è uscito un articolo e ho visto i fascisti e gli omofobi ribollire: mi sono arrivati commenti di ogni tipo, dall’offesa più becera nei confronti di una donna al body shaming. Per me, però, è stata una medaglia al valore da appendere al petto. La parola “antifascista” non dovrebbe nel 2025 fare paura. Ma a qualcuno evidentemente dà fastidio. E allora bene così: se si scandalizzano, vuol dire che il messaggio è arrivato. Come diceva Pasolini: scandalizzare è un diritto, essere scandalizzati è un piacere… il rifiuto dello scandalo è da moralisti. Chi nega il fascismo, forse vive in una campana di vetro. Basta guardarsi in giro per vedere come ci sia gente che si sente legittimata nell’essere nostalgica, nell’odiare chi reputa “diverso” e nel picchiare per strada qualcuno solo per come si veste o perché passeggia mano nella mano con una persona del suo stesso sesso. Quel tipo di mentalità va sradicata e un politico, al di là di ciò che realmente pensa quando sta nel salotto di casa sua, ha il dovere morale e civile di condannarla pubblicamente”.
Rottincuore: chi ha rotto il cuore a Romina Falconi?
“Le aspettative. La famiglia disfunzionale. La società che non prevede spazio per chi è diverso. Il fatto che se sei strana devi farti andar bene l’etichetta di “folle”. La suddivisione tra vincenti e perdenti, una gerarchia che ci vorrebbe tutti sempre più omologati… Tutto questo mi ha rotto il cuore. Ma io con quella crepa ci ho costruito la mia casa. Quando mi sento dire: “Ma come sei sopravvissuta?”, io penso che sopravvivere non basta. Voglio trasformare quella ferita in qualcosa di potente, di bello. Voglio essere la prova vivente che ci si può salvare anche se non ti ha salvato nessuno”.
Le sue canzoni quanto sono autobiografiche?
“Tantissimo. Magari cambio il punto di vista o la voce narrante, ma le emozioni e le ombre che racconto sono tutte vere, vissute o respirate da vicino. In Ti maledico ad esempio ci sono proprio delle cose che ho detto davvero, quando ero nella disperazione più nera. C’è una parte di pensiero magico che mi ha sempre affascinato: quando non sai spiegarti il dolore, ti attacchi all’esoterismo, alla superstizione. L’ho visto succedere a tante persone attorno a me. Preferiscono credere di essere streghe e cristallizzarsi, piuttosto che affrontare la realtà ed andare avanti. E io le capisco: Dio ha dato loro le briciole e ne hanno rese un capolavoro… anche dagli errori si può restituire poesia ed è quello che cerco di fare con i miei brani”.
Ha realizzato anche dei manuali di sopravvivenza, i Rottocalchi (al momento quattro ma il progetto non è ancora concluso), e persino un disco-film legato a Rottincuore. Com’è nata l’idea del film?
“È partita da una chiacchierata con Niccolò Savinelli. Stavamo parlando del mix del disco, e lui mi dice scherzando: “E se facessimo un film?”. Da lì non ho dormito per giorni. Io avevo già in mente tutto: i personaggi, le voci, i traumi, i dialoghi. Marta Monsellato ha scritto la sceneggiatura, ed è stato come dare forma ai miei amici immaginari, cristallizzati in uno schiaffo. Ognuno di noi ha ricevuto uno schiaffo che lo fa sentire o un eroe o uno stupido ma che si ricorderà per tutta la vita. Non volevo fare un musical, volevo semmai realizzare qualcosa che non si era mai visto: un film poetico, impietoso, sincero, in cui l’archetipo si impossessa della persona. Quando ho visto le proiezioni di Roma e Milano sold out, ho pensato: Allora non sono matta! (ride, ndr).”.

La sua vita è segnata da molte esperienze dolorose. Cosa le ha permesso di metabolizzarle e trasformarle in arte? Quale è stato il momento in cui ha deciso di trasformare la benzina in incendio?
“La voce è tutto ciò che ho: se mi levi quella, sono morta… non saprei che altro fare. Ricordo bene il momento in cui a undici anni ho cominciato a cantare nel ristorante in cui mia madre lavorava come cameriera. In quella dimensione familiare, il proprietario Rino (che oggi non c’è più) sapeva che amavo cantare e, sapendo della situazione drammatica in cui versava la mia famiglia, mi ha proposto il piano bar: aveva capito la mia predisposizione e mi ha insegnato i segreti di quel lavoro, persino a cantare una canzone che ti fa schifo e che non senti tua.
Le sue regole sono state il mio manuale di sopravvivenza: quell’uomo mi ha salvata facendomi capire come anche le brutture possono trasformarsi in arte. Ed è sempre lui che mi ha anche permesso di capire che per mettersi a nudo e mostrarsi per come si è ci vuole coraggio”.
Il suo percorso artistico però non è stato semplice. Quando pensa di essersi salvata da sola?
“Quando ho deciso di creare Freak & Chic, la mia etichetta, con Immanuel Casto. Dopo aver preso parte a X Factor e passato quattro anni con una major che mi faceva sentire invisibile, ho capito che dovevo salvarmi da sola. Mi sono detta: “Se aspetto ancora il discografico azzurro sul cavallo bianco, finisce che non faccio più nulla”. E così ho creato il mio progetto, con chi credeva in me. Sorrido quando leggo in giro che avrei strappato il mio contratto con la major come se fossi incosciente… ero semmai stanca di stare in silenzio e non potermi esprimere: purtroppo con i vari cambi d’assesto, non venivo considerata un nome su cui puntare e i miei progetti erano costantemente procrastinati, con un’esclusiva che non mi permetteva di fare nulla in campo artistico. Tiravo a campare nel frattempo facendo l’investigatrice privata a Milano! Quando è nata Freak & Chic, tutti ci dicevano che non saremmo durati un anno. E invece eccoci qua. Ci siamo salvati grazie alla multifunzionalità, alla versatilità e alla consapevolezza che non saremo mai quelli della porta accanto. Ma va bene così”.
La Freak & Chic è in qualche modo famiglia. Cosa significa oggi per lei la parola “famiglia”?
“Croce e delizia. Una cosa che col tempo ti puoi anche scegliere. Io sono cresciuta in una famiglia complicata. Ma a un certo punto devi smettere di dare la colpa ai genitori di ciò che è accaduto. Diventi adulto il giorno in cui ti assumi la responsabilità di guarire e di prendere le distanze. Oggi, come in passato, ho un rapporto simbiotico con mia madre, ci capiamo con uno sguardo. Con mio padre, andato via di casa quando ero molto piccola, è stato più difficile: sono stati più gli anni in cui non ci siamo parlati che il resto. Quando ripenso a lui, mi piace pensare che tutti e due ce l’abbiamo messa tutta ma certe relazioni non possono essere forzate. Non è stata la famiglia del Mulino Bianco, ammesso che esista, ma gli 800 burroni che ho attraversato mi hanno permesso di fare dei voli stupendi, senza protezione, che chi ha avuto una vita comoda mai comprenderà.
Che rapporto ha con l’amore?
“Io amo. Amo profondamente e in maniera esclusiva. E non mi interessa il poliamore, per esempio, non fa per me. Rispetto chi ama più persone contemporaneamente ma l’amore vero per me è uno, quello che nomini sul letto di morte, o al massimo due. In questo momento, sono innamorata e amo esserlo, sebbene nelle canzoni racconto sempre le magagne del sentimento: l’amore è bello quando ti fa schiantare e ti mette in gioco ma nei miei brani mi piace scherzare su quanto siamo disposti a farci sbrindellare dall’amore. In amore, mi sono quasi levata tutti e sette gli strati di pelle, sono la prima a essere stata sbrindellata. Oggi, ho smesso di fare la crocerossina (ero cresciuta con quel modello mentale per cui l’amore è sacrificio) ma ci sono voluti anni di casi umani che attiravo quasi come una calamita. Ora so riconoscere un amore sano e quanto l’amore tra gli esseri umani sia in grado di accendere delle micce incredibili, anche di contrasti e attriti che possono essere un ottimo materiale di studio su noi stessi. Attraverso la comunicazione e la relazione con l’altro, scopriamo angolature di noi stessi che ignoravamo”.
Lei è nota per essere la voce di Taffo e dell’inno Magari muori ma ha anche conosciuto il lutto in tenere età. Che rapporto ha con la morte? La teme?
“No. L’ho conosciuta presto. Ho litigato con Dio, l’ho processato e poi ci ho fatto pace. Non ho paura della morte, ma non sopporto l’idea di risparmiarmi. Ho visto gente vivere con mille regole e poi morire lo stesso. Allora tanto vale vivere fino in fondo. Fumo ad esempio: le sigarette non mi rendono dipendente ma sono per me una valvola di sfogo. Come dire: “Mi fanno male ma senza non saprei come esprimere il mio dolore”. E me ne frego di nasconderlo: forse non è educativo, ma è onesto. La vita è questa: non si può vivere male per vivere bene… Le persone più importanti della mia vita se ne sono andate anche se non bevevano tanti caffè e non fumavano. Sui miei vizi sono molto autoindulgente mentre per il resto sono il peggior giudice di me stessa”.
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