Shalana Santana, nel film La salita: “La speranza è la responsabilità più grande che abbiamo verso i ragazzi”

Shalana Santana racconta La salita, la maternità, il giudizio e il bisogno di restare fedele a se stessa

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Per Shalana Santana, La salita non è soltanto il film diretto da Massimiliano Gallo. È soprattutto una storia che parla di responsabilità, di infanzia negata e di adulti che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Nel film, al cinema dal 9 aprile, interpreta Maria, l’educatrice del carcere minorile di Nisida: una donna rigorosa, concreta, senza vanità, che entra ogni giorno in un mondo maschile e violento con la sola forza della cultura e dell’ascolto. Shalana Santana la immagina come una donna che ha sacrificato tutto per quel lavoro: niente famiglia, niente figli, nessuna distrazione da ciò che considera una missione. Anche il suo aspetto racconta questa dedizione: pantaloni larghi, blazer, niente trucco, capelli bianchi lasciati visibili. Una donna che non perde tempo a costruirsi un’immagine perché è troppo impegnata a cercare di cambiare la vita degli altri. E in fondo Maria, per quei ragazzi, rappresenta proprio questo: la prova che esiste altro oltre la strada, oltre la violenza, oltre il destino già scritto. Parlando del film, però, Shalana Santana finisce inevitabilmente per parlare anche di sé. Della bambina cresciuta in un paesino poverissimo del Brasile, convinta sin da piccola che un giorno sarebbe andata via. Della ragazza che ha lasciato casa, imparato quattro lingue, fatto la modella per sopravvivere e poi ha trovato nella recitazione un modo per capire chi fosse davvero. Non idealizza nulla: racconta la solitudine, la fatica, i problemi di autostima, la depressione, la paura costante di non essere abbastanza. Eppure, in tutto quello che dice, ritorna sempre la stessa idea: non bisogna lasciarsi fermare. C’è poi il tema del giudizio, che attraversa tutto il suo percorso. Il giudizio sul corpo, sul mestiere di modella, sul fatto di essere straniera, sul ruolo di madre, persino sull’essere “la moglie di”. Un’etichetta che la infastidisce ma che prova ad accettare con lucidità, sapendo quanto sia difficile, per una donna, essere vista fino in fondo per ciò che è e non per il cognome o per l’uomo che ha accanto. L’intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Shalana Santana restituisce così il ritratto di una donna molto più complessa dell’immagine che spesso la accompagna: ironica, severa con se stessa, capace di stare da sola e di difendere le proprie scelte senza trasformarle in una bandiera. Una donna che oggi ha deciso di rallentare per stare vicino ai figli e alla famiglia, senza viverlo come una rinuncia. Perché, come ripete più volte, non tutto si misura con il successo o con la carriera: a volte la vera conquista è riuscire a costruirsi una vita in cui sentirsi finalmente al sicuro.

Chi è per lei Maria, l’educatrice del film La salita? Come l’ha immaginata?

“L’ho immaginata e vissuta come una donna che ha scelto di dedicare tutta la sua vita ai ragazzi del penitenziario. Ho intravisto dietro la sua professione una donna che probabilmente non ha mai voluto sposarsi, che si dedica all’insegnamento e alla cultura, e che ha un coraggio enorme: basti ricordare che è l’unica donna dentro un carcere maschile negli anni Ottanta. Tenevo moltissimo al suo aspetto, a come appariva esteticamente. Massimiliano Gallo, d’accordo con me, ha anche cambiato il modo in cui era vestita. All’inizio credo ci fossero più gonne: ho insistito perché indossasse pantaloni, blazer larghi, niente trucco e occhiali. Non solo per il contatto con gli uomini, ma anche perché non la vedo come una donna che la mattina perde tempo a truccarsi o a sistemarsi i capelli”.

È molto più pragmatica…

“Sì, ma ho immaginato anche la quotidianità più semplice della sua vita. Nisida è lontanissima. Già solo per arrivare lì bisogna affrontare un viaggio. Pensavo quindi che questa donna si svegliasse, facesse colazione e dovesse correre a prendere un’auto, un pullman, qualunque mezzo. Non perde tempo con il trucco o con i capelli. Tanto che ho lasciato anche tutti i miei capelli bianchi, tutti veri tranne che nel finale ambientato anni dopo. E mi è piaciuto moltissimo farlo, perché il ruolo della bella donna di turno l’ho già portato in scena: è stato divertente, certo, però ho già dato. Vorrei ricominciare con la recitazione da questa prospettiva, dopo aver preso una pausa lunga, molto lunga, per motivi personali”.

Ovvero?

“Negli ultimi anni, ho deciso di rallentare tantissimo, facendo soltanto qualcosa a teatro: sempre con Massimiliano (suo marito, ndr) ma in ruoli minori. Amo il cinema e la macchina da presa ma ho un figlio adolescente, una bambina che frequenta l’asilo, una casa e due cani. Se dovessi allontanarmi per lavoro, sinceramente non vorrei lasciare i miei figli nelle mani di altre persone: da mamma, ho deciso di crescerli e di assumermene volontariamente la responsabilità. Che adulti saranno dipende da me e, quindi, voglio crescerli personalmente. E poi c’è anche la consapevolezza di voler dare anche a mio marito la sensazione di avere sempre una casa vicina, di potermi raggiungere, e al contempo di dare ai miei figli la possibilità di viaggiare. Leon, che è il più grande, ha quattordici anni. Ha girato l’Italia intera, perché nei fine settimana andiamo a trovare mio marito sui set o a teatro. Ed è bellissimo, perché ha così la possibilità di frequentare artisti e persone diverse da quelle che normalmente si incontrano. Ed è un aspetto molto positivo, che poi ci riporta ancora a Maria. Credo che lei sia quella piccola apertura che fa capire ai ragazzi detenuti che esiste altro. Che non esiste soltanto la durezza del luogo in cui sono nati e cresciuti. Perché finire in un carcere minorile significa quasi sempre essere nati e cresciuti in una situazione di estremo disagio familiare e sociale: nel novantanove per cento dei casi è così. Sono brasiliana. Vengo da una realtà estremamente povera, da un paesino molto povero, e ho conosciuto da vicino certe dinamiche: quando non hai alternative, quando lo Stato non ti vede, quando chi ha soldi non ti vede e anzi fa di tutto per renderti la vita sempre più difficile, a un certo punto ti arrabbi e finisci per compiere gesti terribili”.

Finisce per adattarsi, no? Però un film come La salita ci insegna che da qualche parte c’è sempre…

“… la speranza: c’è sempre la speranza. E noi adulti, tutti e non solo persone come Maria, abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei bambini e dei ragazzi da cui non possiamo tirarci indietro. È molto bello il lavoro di scrittura che hanno fatto Massimiliano e gli altri sceneggiatori. Ma soprattutto è bellissimo il suo lavoro di regia. Ha davvero pensato a tutto. Ha dimostrato una tecnica che non ci aspettavamo, perché era la sua prima regia così importante: una tecnica fatta di fuoco, di inquadrature, di movimenti di macchina. Lo guardavamo e gli chiedevamo dove avesse imparato tutto questo. Ha risposto che ha imparato osservando. Ha lavorato molto nel tempo ma non perde mai un’occasione per osservare: se è su un set, è quello che si mette accanto al direttore della fotografia e chiede come si faccia una determinata cosa o un’altra. E il risultato si vede: nel film raccontiamo una storia di carcere e di disagio, ma senza retorica. Lo si fa semmai con grande poesia, grande sensibilità e anche con momenti estremamente comici. Tra i ragazzi e Maurizio Casagrande, ad esempio, ci sono scene esilaranti. Anche perché Casagrande è straordinario nell’arte dell’improvvisazione. Tra i primi spettacoli di mio marito che ho visto su RaiPlay ce n’era uno in cui recitava insieme a Maurizio. Massimiliano interpretava un omosessuale e Casagrande un altro personaggio: Max mi raccontava che era tutto improvvisato e mi chiedevo come fosse possibile. Se a me venisse chiesto di improvvisare qualcosa, preferirei svenire: non ne sono capace. Ho bisogno di avere la battuta scritta perfettamente. Invece i napoletani, i siciliani, i pugliesi hanno questa capacità unica di prendere ogni parola e trasformarla in ciò di cui hanno bisogno”.

Shalana SantanaPh: Anna Camerlingo / US Film: Zaccaria Communication

La recitazione, nella sua vita, c’è sempre stata? Oppure era qualcosa di molto lontano da ciò che poteva immaginare per sé e per la sua famiglia?

“Non avrei mai pensato di diventare attrice. Vengo da una realtà in cui mia madre mi diceva sempre di tenere i piedi per terra. Perché quella era la nostra realtà, vivevamo in quella situazione e quindi non bisognava sognare troppo. La capisco perché, se nutri troppe speranze in certi contesti, poi è ancora più doloroso quando non accade nulla e non riesci a realizzare ciò che desideravi. Tuttavia, fin dai miei primissimi ricordi, ho sempre saputo che un giorno sarei andata via dal Brasile. Ne ero sicura: era una certezza assoluta nella mia vita. E non so neanche spiegare le ragioni, anche perché non c’erano i presupposti. Devo l’amore per la cultura a mio padre, la figura con cui oggi né io né mia sorella abbiamo più rapporti. È un uomo semianalfabeta, è arrivato fino alla quarta elementare, ma è l’uomo più colto che abbia mai conosciuto perché ha sempre studiato da solo e ha sempre letto tantissimo. Mi ha trasmesso l’amore per la musica e per il cinema: aveva tutte quelle videocassette che per noi valevano oro. Mi faceva vedere i titoli della commedia all’italiana e i grandi film americani, mi diceva sempre che avrei dovuto fare la modella e poi l’attrice: lui ci ha sempre creduto”.

Evidentemente vedeva qualcosa.

“Sì, anche se non ero tutta questa bellezza. Anzi, ero bruttissima. Pesavo trenta chili, ero altissima, totalmente diversa dallo stereotipo della brasiliana: si immagina il Brasile pieno di donne bellissime, ma non è proprio così. Lui però lo ripeteva sempre. E alla fine è andata così. Ho iniziato facendo la modella, ma ho sempre voluto fare cinema, per cui ho sempre avuto un amore viscerale. Ma è stato comunque il lavoro da modella ad avermi dato tutto. Mi ha dato la possibilità di viaggiare, di conoscere il mondo. Per questo sorrido quando sento certe sciocchezze sul mondo della moda, affermazioni spesso dette da chi è soltanto invidioso di non esserci mai riuscito. Perché è un lavoro estremamente dignitoso, in cui ti ritrovi da sola, senza mamma e papà, a doverti gestire. Oggi ci sono internet, WhatsApp, i bonifici, Western Union. Ma, quindici anni fa, quando sono arrivata in Italia, sentivo mia madre dopo cinque o sei giorni: ci vuole coraggio per fare quella vita, per andare via da casa propria, anche se si viene da una situazione difficile. Lasciare le proprie certezze non è mai semplice, però nel frattempo ho imparato quattro lingue e ho conosciuto il mondo intero. All’inizio è faticoso, ma qualunque lavoro lo è. E in qualunque lavoro ci sono persone che si perdono e fanno scelte di cui poi si pentono. L’idea secondo cui il mondo della moda sarebbe qualcosa di sporco è ridicola: è un lavoro dignitosissimo che richiede standard rigidissimi. Per fare la modella, se hai i requisiti, cominci. Se non li hai, non entri. È come per fare l’astronauta: devi avere determinate competenze”.

E l’idea secondo cui alteri la percezione estetica proponendo un modello sbagliato?

“L’idea secondo cui i problemi di anoressia delle ragazzine sarebbero soltanto colpa della moda non è vera: spesso la responsabilità nasce anche in famiglia. I disturbi alimentari nascono a casa. Poi magari c’è qualcuno con un problema psicologico più profondo, che vede Gisele Bündchen e vuole diventare come lei. Ma lì il problema è un altro. Anche io guardo Meryl Streep e penso che vorrei essere brava come lei ma tra il pensarlo e il diventarlo passa un’enormità. Tutto inizia a casa, così come per i ragazzi del carcere: non possiamo dare colpe ad altri. Pensi a quanto ormai le famiglie vogliano delegare l’educazione dei figli alla scuola. La scuola deve dare cultura, deve essere una guida, deve aiutare a scegliere una strada futura. Ma mio figlio e mia figlia li cresco io, a casa mia. Sono io che devo trasmettere i valori. E non il contrario solo per poi passare il tempo a tormentare maestre e professori su WhatsApp”.

Il gruppo WhatsApp delle mamme dei compagni di scuola è il peggior che esista.

“Il gruppo delle mamme è la realtà più devastante del mondo: WhatsApp ha distrutto la scuola. Sono stata rappresentante di classe quando mio figlio era in quarta elementare. Eravamo appena usciti dal Covid, c’era ancora quell’atmosfera, e ho vissuto alcune delle esperienze peggiori della mia vita italiana. C’è una prepotenza, un’arroganza, un modo di fare domande assurde. Frasi del tipo che bisognava dire qualcosa alla maestra perché aveva sgridato una figlia anziché chiedersi perché l’ha sgridata o se non le ha dato abbastanza educazione a casa. Credo sia normale che una professoressa, esasperata, a un certo punto dica che una determinata cosa non si fa. Che cosa dovrei dire io alla maestra? Che ha sgridato la figlia di qualcuno? Ha fatto bene”.

Nella nostra generazione non c’era il compiacimento del bambino.

“Credo che oggi ci siano mille sensi di colpa. Forse i genitori hanno poco tempo da dedicare ai figli, almeno nelle famiglie più benestanti, e questi vengono messi su un piedistallo: hanno tutto e nessuno può dir loro niente. Però intanto questi ragazzi sono abbandonati. Sono abbandonati tanto quanto i ragazzi dei quartieri più difficili, solo per motivi diversi. Abbandonati davanti all’iPhone 20, 25, non so più nemmeno a che numero siamo arrivati. Non lo so, perché ho un cellulare da pochi euro e per me basta e avanza. Preferisco spendere i soldi in cibo piuttosto che spenderne duemila per un telefono. Non lo farò mai: trovo ridicolo tutto questo”.

L’ha aiutata la recitazione a capire qualcosa di sé?

“Tutto. Mi ha aiutato a capire tutto. Ho lavorato come modella per sopravvivenza e mi sono sempre sentita la più sbagliata del mondo. Ho sempre avuto enormi problemi di autostima e di depressione. Sono estremamente introspettiva e molto solitaria. Ho iniziato a frequentare una scuola di recitazione nell’anno in cui ero arrivata a Napoli e aspettavo mio figlio un po’ perché non avevo molto da fare un po’ perché era vicino casa. Ed è lì che ho conosciuto i miei migliori amici, quelli che lo sono ancora oggi. Sono timidissima, da morire, e se oggi parlo così è perché, soprattutto grazie al lavoro e a ciò che ho studiato come attrice, sono riuscita ad abbattere tutte le barriere di paura che avevo. Ho ancora tantissima paura, sempre. Però non mi faccio fermare. Massimiliano mi ha aiutato molto con il mio carattere, perché lui è esattamente l’opposto: forse andiamo d’accordo anche perché ci compensiamo”.

Il suo è un lavoro in cui ci si confronta continuamente con due temi fondamentali: l’ambizione e il giudizio. Quanto hanno pesato ambizione e giudizio nella sua vita?

“In molti vedono l’ambizione come una parola negativa, ma io invece la considero più come il nome che diamo ai sogni. Da bambina, in quella realtà in cui crescevo, avevo l’ambizione di andare via e di fare un lavoro in cui mi sarei vista su uno schermo grandissimo. Ma non per soldi: non ho mai pensato di voler diventare ricca facendo l’attrice oppure finendo sulle copertine. Ho lavorato come modella perché avevo bisogno urgente di aiutare la mia famiglia e di sopravvivere, mentre fare l’attrice per me risponde a qualcosa di molto diverso: è quasi un lavoro terapeutico, oltre che creativo. Si tratta di dare origine a qualcosa che non esiste, di creare un qualcuno ex novo, di dargli un passato e una vita. Questa per me è l’ambizione. Poi c’è il giudizio. Ma sul giudizio nessuno può essere più cattivo con me di quanto lo sia io stessa. Quindi, non mi importa molto. Qualunque cosa faccia, la prima a dire che fa schifo sono io. Con Massimiliano ho imparato ad avere più lucidità anche su questo. E, ovviamente, mi ha aiutato tantissimo fare terapia con una bravissima psicologa. Molte volte non ero lucida nemmeno nel giudicarmi. Adesso invece riesco a vedere meglio quello che faccio bene e quello che faccio male. E poi, su, ho fatto la modella. Quando facevo i casting per le campagne di costumi e lingerie dovevo stare davanti a molte persone sconosciute in bikini. Ed è normale che sia così: se devono pagarti per vendere un bikini, è giusto che ti vedano in bikini, che ti misurino, ti osservino, ti controllino. E, quindi, secondo lei, dopo tutto questo dovrei preoccuparmi del giudizio quando faccio l’attrice? (ride, ndr). Ho fatto praticamente tutta la mia carriera da modella in costume e lingerie: credo di aver superato tutte le mie paure rispetto al giudizio”.

E invece con il pregiudizio che rapporto ha?

“Il pregiudizio esiste. Da bambina sì, ho sentito il pregiudizio. Era la sensazione di non essere vista quando sei povera, quando vivi in un paesino, in Brasile come in Italia. Però dopo, sinceramente, non credo di avere subito grandi pregiudizi. C’è stata però una situazione a Napoli che mi ha fatto male. Quando mi sono separata dal padre di mio figlio, ho vissuto una forma di razzismo sociale che secondo me in questa città, che amo alla follia, ancora persiste e si tramanda di generazione in generazione, senza che chi lo attua se ne renda conto. E, se ti trovi a subirlo in un momento di fragilità o di difficoltà, ti ferisce molto”.

Cosa le è accaduto?

“Ero arrivata a Napoli da compagna di una persona conosciuta ed ero la modella brasiliana: tutta una certa classe sociale sorridente e gentile con me. Peccato però che gli stessi che venivano sul grande terrazzo dove vivevo e che frequentavo, quando mi sono separata dal padre di mio figlio, improvvisamente non mi hanno nemmeno più salutata. Eppure, io e il mio ex ci siamo separati in modo civilissimo: non c’era nemmeno da prendere posizione. Mentre sono rimasta legatissima alla sua famiglia, gli amici storici, quelli di un certo ambiente, ripeto, sono scomparsi perché non avevo un cognome o non avevo una storia familiare importante alle spalle. Finché facevo parte del gruppo dei privilegiati andavo bene, poi sono diventata invisibile. Ho faticato a comprenderne le ragioni: mi chiedevo perché o che cosa avessi fatto. Però, non ho mollato. Non ho mai voluto andare via: mio figlio è napoletano e nella sua città doveva crescere, vicino alla sua famiglia. E fortunatamente, dall’altra parte della sfera sociale, ho conosciuto le persone migliori del mondo. Persone più semplici, attori, persone con i piedi per terra, persone che non avevano ereditato tutto, persone che si sono costruite da sole. Ragione per cui oggi sono la donna più felice del mondo di vivere a Napoli”.

La sua città?

“Sì, la mia città. Ha tantissimi difetti, ma la adoro: i suoi pregi sono molto più forti dei suoi difetti. Non ho vissuto sempre da benestante. Ho attraversato anche anni molto difficili: fortunatamente, la mia storia di vita mi ha aiutata a resistere, perché ciò che ho vissuto in Brasile non si può paragonare alle difficoltà che ho affrontato qui. Quindi sì, rimanevano le preoccupazioni, ma sapevo che tutto si sarebbe risolto. Come Rossella O’Hara alla fine di Via col vento, ho sempre pensato che domani è un altro giorno. O come ho imparato da Eduardo: ha da passà ’a nuttata”.

A Napoli c’è una parola che tutti spiegano in modo diverso. La chiedo anche a lei, che non è napoletana ma in qualche modo lo è diventata: che cosa significa “cazzimma”?

“La vedo come cattiveria gratuita. C’è chi la interpreta come furbizia, ma per la mia esperienza la cazzimma napoletana è quella cattiveria sottile, gratuita, quella voglia nascosta di ferire. Appartiene quella persona che mostra tutto il suo finto perbenismo ma poi lancia la battuta cattiva, la frecciata. Come mi è successo in una discussione che ho avuto con una persona che mi ha detto che avevo invidia sociale nei confronti della sua famiglia perché ero stata abbandonata dalla mia”.

Lei è molto schietta e sincera nelle risposte. Non cerca mai la posa, non cerca la risposta giusta da dare.

“Parto dal presupposto che chi mi vuole vicino, come amico o in qualunque altro modo, deve sapere che sono così. Perché il mio grande problema, che in realtà considero un pregio anche se per qualcuno è un difetto, è che sto molto bene con me stessa. Sto molto bene da sola. Adoro mangiare da sola al ristorante. Adoro andare al cinema da sola. Parlo da sola. Adoro girare da sola, partire da sola, sedermi da qualche parte a leggere un libro da sola. Adoro bere un bicchiere di vino bianco da sola”.

Tuttavia, lei non è sola. Come vive il fatto di essere spesso identificata come “la moglie di”?

“Mi dà fastidio, onestamente. Prima ero ‘la compagna di’, oggi sono ‘la moglie di’. C’è sempre la voglia continua di etichettare le persone. Però, allo stesso tempo, sono anche molto fiera. È stata anche una delle valutazioni che ho fatto quando ho deciso di prendermi una pausa. Perché ogni volta che faccio un provino ho sempre paura che pensino che mi abbiano presa perché sono la moglie di Massimiliano Gallo, anche se a casa nostra l’idea stessa di raccomandazione ci fa raggelare. Le cose che faccio so di poterle fare bene. E anche Maria, in La salita, non è un personaggio che Massimiliano ha voluto affidarmi ‘necessariamente’: me l’ha proposto perché credeva davvero che fosse nelle mie corde. Abbiamo un rispetto enorme per il lavoro: per noi è sacro. Perché entrambi abbiamo vissuto grandi difficoltà: lui ci ha messo tutta la vita a raggiungere quello che ha oggi. Mi pesa, dunque, ma non ne faccio un dramma. Alla fine, va bene così e ne capisco anche il motivo: non è che io abbia fatto chissà quali cose enormi. Se qualcuno legge il nome ‘Shalana Santana’ è normale che vada a vedere perché sono la moglie di Massimiliano Gallo. Probabilmente, se fossi dall’altra parte, farei lo stesso”.

L’essere diventata madre è stato un limite per il suo lavoro?

“No, non l’ho mai vissuto come qualcosa di limitante. Da modella, ho lavorato tantissimo. Quando è nato mio figlio, fino ai suoi tre anni, riuscivo a organizzarmi: il lavoro non mi portava via per mesi ma solo per pochi giorni. Come attrice invece, non essendo napoletana, è stato molto più difficile riuscire a lavorare a Napoli. E lì, dopo il Covid, quando mio figlio era già a scuola, sicuramente il fatto di essere madre ha pesato. Perché non credo a questa idea secondo cui ogni donna debba riuscire a fare tutto, come se fosse una supereroina: non riesco a fare tutto. Se devo lasciare mio figlio per un mese perché devo girare una serie al Nord, starei tutto il tempo con il telefono in mano per organizzare tutto, per capire chi lo prende da scuola, chi lo porta allo sport, chi fa cosa. E allora diventerebbe una mancanza di rispetto sia nei confronti del lavoro sia nei confronti di mio figlio: finirei per fare male sia l’attrice sia la madre. Quindi, con molta onestà, io e Massimiliano ci siamo seduti a tavolino. Abbiamo fatto una vera e propria riunione di famiglia e mi sono resa conto che, nella bilancia complessiva, sto molto più serena a stare a casa. Anche perché lavoro e mi mantengo da sola da quando avevo sedici anni: una pausa, sinceramente, mi andava bene. Rispetto a ieri, oggi sono una persona privilegiata, nel senso che non ho più il pensiero delle difficoltà economiche. Non posso lamentarmi di nulla. Quindi, quando arrivano proposte che non mi allontanano troppo da Napoli oppure richiedono una lontananza di uno o due giorni, le accetto. Altrimenti lascio il posto ad altre. Ci sono tantissime attrici bravissime che stanno a casa e non hanno le possibilità che ho io”.

Se potesse incontrare la se stessa bambina, che cosa le direbbe di non sottovalutare?

“La mia non è stata un’infanzia felice. Non ho avuto nemmeno una bella adolescenza. E, quindi, sinceramente non ci ho mai pensato: non saprei che cosa dirle. Però tutto quello che ho fatto mi ha portato alla vita che ho adesso. Anche le esperienze che ho sottovalutato, anche quelle che sono andate male, sono successe per un motivo. Va bene così. Tutte le esperienze tristi, tutti gli errori, sono successi perché doveva andare così”.

Quelle esperienze tristi e dolorose le tiene chiuse in un cassetto oppure riesce a parlarne?

“Le persone che mi sono vicine sanno tutto. Parlo senza tabù. Però devo avere intimità con una persona. Anche perché grazie alla terapia ho capito che le cose succedono e basta: non c’è da vergognarsi. Su una cosa sono ferma: non voglio che queste vicende diventino pubbliche. Una volta mi hanno anche proposto di scrivere un libro, ma non voglio. Perché non ci sono coinvolta solo io, ci sono anche altre persone che ci andrebbero di mezzo. Non amo quando si usano i dolori personali per fare spettacolo. Odio quando chi è in televisione, o anche chi fa il suo lavoro, usa le disgrazie degli altri per fare ascolti: lo trovo indegno, disonesto e cattivo. Non sopporto quelle conduttrici o quei conduttori che con quelle vocine finte e quelle facce tristi chiedono come ci si sia sentiti quando è morto un figlio. Ma che domanda è?”.

Visto che è così severa con se stessa, qual è stato il suo più grande atto di tenerezza nei suoi stessi confronti?

“Da qualche anno ho imparato a regalarmi dei bei momenti. Quando voglio farmi un regalo, desidero stare da sola. Voglio una giornata senza i miei figli, senza i miei cani, senza pensare a nessuno”.

 

Shalana Santana Ph: Anna Camerlingo / US Film: Zaccaria Communication