Simona Cavallari critica Fabrizio Corona e si espone su Gaza: "Non sto zitta davanti all'ingiustizia"
L’attrice romana, oggi madrina del Trapani Film Festival, ripercorre le sue scelte artistiche e personali: "Adesso mi ascolto"
C’è chi attraversa la scena con clamore, e chi invece la abita con verità: Simona Cavallari appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Attrice intensa, schiva, lucida, ha costruito la sua carriera lontano dai riflettori facili e dalle scorciatoie del consenso. Dai ruoli iconici in televisione al teatro più nudo e viscerale, ha sempre scelto con il cuore o ha pagato il prezzo di non poterlo fare. Oggi è madre, artista, donna libera. Non si lascia più definire da ruoli scritti da altri. L’abbiamo incontrata in esclusiva alla vigilia del Trapani Film Festival, dove sarà madrina. Ne è nata una conversazione sincera, senza filtri. Si parla di arte, di radici, di giustizia, di figli, e di quel mestiere che, come lei stessa dice, “ti salva, se ti permette di esprimere ciò che hai dentro”.
Cosa significa per lei essere la madrina del Trapani Film Festival, dal 18 al 24 agosto?
“È una grande emozione ma anche una responsabilità. Quando mi invitano a partecipare a un evento del genere non è mai solo una formalità. Io cerco sempre di portare un messaggio positivo con il mio lavoro, e farlo in Sicilia ha per me un valore ancora più forte. È una terra dove ho raccontato tante storie, un posto che sento vicino. Tornarci per un’occasione culturale così importante è un ritorno alle radici, un modo per restituire qualcosa a questa terra che tanto mi ha dato. E poi sarà una festa: ci saranno amici che non vedo da anni. Non vedo l’ora”.
Si sente siciliana d’adozione?
“Praticamente sì. Metà delle persone con cui parlo è convinta che io sia siciliana. E quando torno, mi dicono: “Ben tornata a casa”. È una sensazione bellissima. In realtà non sono nata lì, ma ho vissuto dei periodi importanti della mia vita in Sicilia, e questo crea un legame profondo. Per me Palermo, Trapani, Favignana… non sono solo location di lavoro, ma luoghi del cuore. Lì ho trovato calore, accoglienza, e anche tante persone che oggi considero famiglia, pur non essendo legate a me da sangue”.
Cosa significa oggi per lei la parola “casa”?
“È il posto dove ti senti accolta, protetta. Dove ci sono persone che ti vogliono bene, che ti guardano con affetto sincero. “Casa” per me non è necessariamente un luogo fisico, ma un insieme di emozioni, di presenze. È quel calore che sento quando torno in Sicilia e mi accorgo che c’è ancora chi mi aspetta, chi prende un pullman da Marsala per venire a vedermi a teatro a Palermo. È anche il profumo del cibo, i suoni delle strade, i gesti spontanei. “Casa” è tutto ciò che ti fa sentire te stessa, senza dover spiegare nulla”.
Crede di aver trovato finalmente una stabilità, delle radici?
“Sì, ora sì. Ho passato un momento importante in cui mi sono guardata dentro e ho capito che cercavo qualcosa fuori da me, che in realtà era già dentro. È stato un passaggio fondamentale. Forse è l’età, forse gli ormoni, come dicevo scherzando, ma è come se mi fossi finalmente centrata. Per tanto tempo sono stata in una corsa continua, oggi invece ho trovato un mio equilibrio”.
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Quando ha cominciato da bambina a recitare, prima in una pubblicità e poi nella miniserie Colomba, immaginava la donna che sarebbe diventata?
“Assolutamente no. Da ragazza vivevo tutto con spontaneità, senza progettare troppo. Cercavo qualcosa che mi facesse stare bene, e spesso mi affidavo agli altri. Ho vissuto la carriera più come qualcosa che mi capitava, che come una scelta lucida. Oggi, col senno di poi, farei scelte diverse, ascolterei meno certi consigli. Ma va bene così, ogni errore mi ha insegnato qualcosa”.
Se potessi tornare indietro, sceglierebbe la carriera da ballerina come sognava o si dedicherebbe ugualmente alla recitazione?
“È difficile dirlo. Anche la recitazione, come la danza, è stata un mezzo per esprimere ciò che avevo dentro. Per me non è mai stato solo un lavoro. È stato, ed è ancora, un bisogno. Molti attori dicono: “questo mestiere mi ha salvato”, e capisco cosa intendono. Quando sei un’artista, hai bisogno di esprimerti. Altrimenti stai male. Non per la fama o per le copertine, ma perché altrimenti soffochi”.
Tanti progetti di successo: si è mai sentita imprigionata in un’immagine o in un ruolo?
“Sì, spesso. Il cinema italiano tende a cucire addosso un ruolo e non ti permette di esplorare altro. È successo a molte attrici. È una prigione invisibile, fatta di stereotipi. E questo vale anche per gli attori uomini. Alla fine, il sistema non sempre lascia spazio alla sperimentazione o alla libertà: in qualche modo, ci incasellano”.
La televisione le ha dato tanto, ma l’ha anche limitata?
“Sì. A un certo punto ho seguito il consiglio del mio agente, perché la TV pagava meglio. Ma poi ho sentito quel confine tra chi fa televisione e chi fa cinema. È una barriera che ancora esiste, nonostante le apparenze. E anche oggi, con le piattaforme, si scelgono attori in base ai follower. È assurdo, ma è così. È un sistema malato che spesso toglie spazio al talento vero”.
È un po’ quello che di recente recriminava Nadia Rinaldi.
“Nadia Rinaldi, che ha detto una cosa sacrosanta: ‘Ma che senso ha chiamarci ai provini se poi le scelte sono state già fatte?’. Un po’ come quando ai provini vedi l’amante del produttore: è sicuro che la parte sarà sua, non ci sarebbe nemmeno bisogno di farli. Tutto ciò è frustrante. Noi ci mettiamo in gioco, ci prepariamo, e poi scopriamo che la parte va a chi ha più visibilità online o a chi ha gli agganci giusti, non necessariamente a chi è più adatto. Non demonizzo chi è emerso grazie ai social, c’è anche chi è bravo, dico semmai che i social possono essere uno strumento, ma non devono diventare con i loro numeri l’unico criterio di scelta”.
Al cinema tornerà presto grazie al film Even di Giulio Ancora. Che esperienza è stata?
“È stato un lavoro molto intenso, ispirato a una storia realmente accaduta (il femminicidio di Roberta Lanzino, ndr). Interpreto Adele, ispirata alla vera Matilde, una madre che da quando ha perso la figlia a causa della violenza vive nascosta dietro occhiali da sole, quasi a voler schermare il dolore. È un film girato in Calabria, immerso nella neve, con lunghi piani sequenza. Ha avuto una gestazione lunga, ma ora sta girando i festival ed è molto apprezzato. Ne sono felice. È un film necessario e strettamente attuale”.
Gira anche la notizia che tornerà in tv per una terza stagione di Storia di una famiglia perbene.
“No, purtroppo no. È circolata la voce di una terza stagione, ma non è vera. E dispiace, perché molte cose erano rimaste sospese. È una serie che è piaciuta tanto e che ha anche avuto successo, ma a volte le decisioni produttive vanno in altre direzioni”.
Com’è per lei dire addio a personaggi di cui ha indossato i panni?
“A volte è un sollievo, soprattutto se i personaggi sono drammatici. Ma così non è stato con la Claudia Mares di Squadra Antimafia. Lì è rimasta una ferita aperta, anche per il pubblico. La storia non ha avuto una chiusura, e molti ancora mi scrivono per sapere come sarebbe andata. È stato un peccato interrompere quel percorso e sono tante le domande lasciate inevase. Per un periodo, si era ventilata l’ipotesi di uno spin-off ma poi non se n’è fatto più nulla. Anche se di recente un giovane ragazzo, molto talentuoso, mi ha fatto pervenire una sceneggiatura molto bella a riguardo”.
Ha mai portato un personaggio con sé nella vita reale?
“Ogni personaggio ti lascia qualcosa, ti cambia. Ma non li porto con me. Sarebbe pesante, anche perché spesso interpreto ruoli duri, intensi. Ecco perché è importante lasciarli andare”.
Ha portato a teatro Dialogo di una prostituta con un suo cliente, il testo di Dacia Maraini che l’ha toccata profondamente. È stato come chiudere un cerchio dal momento che il suo primo grande ruolo al cinema, a soli quattordici anni, era stato proprio quello di una giovane prostituta in Pizza Connection?
“Forse sì. Ho iniziato da piccola interpretando una ragazzina in contesti difficili. Ora sono tornata a confrontarmi con una figura simile, ma con una consapevolezza diversa. Ogni sera, sul palco, era una sfida emotiva fortissima. La protagonista di Dialogo di una prostituta con un suo cliente incarna tutto ciò che una donna può subire: solitudine, umiliazione, disperazione. È un ruolo che lascia il segno. Ai tempi di Pizza Connection, ero troppo piccola per comprendere davvero tutto. Però sentivo che era qualcosa di forte. Ricordo ancora l’intensità di quell’esperienza: il regista, Damiano Damiani, era molto esigente, anche aggressivo a volte per tirare fuori le emozioni. Mi faceva piangere davvero, e io vivevo tutto come se fosse reale. A volte avrei voluto scappare. Ma avevo accanto due giganti come Michele Placido e Ida Di Benedetto che mi hanno protetta tantissimo. Facevano di tutto per non farmi assistere alle scene più dure”.
Di recente, in un’intervista Laura Morante ha ricordato quanto importante sia esporsi in difesa della gente di Gaza. Lei, però, già da mesi si espone per la causa palestinese. Perché ha scelto di farlo?
“Perché non riesco a stare zitta davanti all’ingiustizia. Non si possono definire terroristi dei bambini. La manipolazione mediatica è terribile. Seguo la questione da anni, da quando andavo al liceo Virgilio. Poi ho fatto anche il test del DNA e ho scoperto di avere per il 20% origini nordafricane. Mi sono sempre sentita parte di un mondo più ampio. Per me è naturale lottare per chi è oppresso”.
In questi giorni, assistiamo al gossip che ha colpito una coppia di attori. Qualcosa che ha vissuto anche lei in passato, dopo la separazione da Daniele Silvestri. Come si vive quella violenza che si insinua nella sfera intima?
“È devastante. Quando mi sono separata da Daniele, avevamo i paparazzi fissi fuori casa. Io ero reduce dal successo di Squadra Antimafia e lui di Salirò, eravamo costantemente spiati. Una volta, mio figlio, all’epoca ancora un bambino, gli ha persino gettato dell’acqua contro… erano un incubo. La vita privata è sacra, e certi limiti non andrebbero mai superati. Ho trovato inaccettabile ciò che è accaduto a Raoul (Bova, ndr)… è stato terribile: è un uomo che ha una famiglia, dei figli, dei sentimenti. Eppure, la sua storia è stata trasformata in materiale da meme, da video ironici, da contenuti “virali” che non hanno nulla di divertente. Anche da persone da cui non te lo aspetti. Alcuni, forse, l’hanno presa alla leggera, ma per me è gravissimo. E poi dietro a tutto c’è Corona con il suo Falsissimo. Mi chiedo ancora oggi come sia possibile dargli spazio e credibilità, dopo tutto quello che ha fatto. Basta pensare alla gigantografia che ha messo a teatro per attaccare Selvaggia Lucarelli: è assurdo. Cosa deve ancora succedere perché ci si renda conto della gravità di certi gesti?”.
Ha tre figli maschi. Come li ha educati al rispetto, anche in una società ancora piena di stereotipi?
“Sono stata fortunata. I miei due figli grandi sono dei ragazzi con un cuore enorme. Ho sempre tenuto una casa aperta, senza pregiudizi. Il rispetto l’hanno imparato vivendolo, non perché gliel’ho imposto. Non c’è stato bisogno di spiegare cos’è giusto: l’hanno assorbito. Questo per me è motivo di grande orgoglio”.
Da figlia, invece, ha subito imposizioni che le hanno lasciato il segno?
“Ero una bambina selvaggia. Vivevamo in tanti, tanti cugini, e spesso io diventavo il capro espiatorio di qualsiasi marachella. Era difficile accettare che la mia energia, la mia libertà, fossero viste come qualcosa da correggere”.
Da adulta, di cosa ha paura?
“Solo per i miei figli. Per il loro futuro. Per me non ho più paura. Ho imparato a difendermi. Anzi, ora sono gli altri che devono stare attenti: sono stata “troppo brava” per troppo tempo”.
Cosa significa per lei oggi recitare?
“È un atto terapeutico. Ogni ruolo è una possibilità di esplorare me stessa, di guarire qualcosa. Mi chiedo sempre: “cosa mi porterà questa esperienza?”. Ogni volta è una scoperta. Non potrei farne a meno”.
Cosa non è più disposta ad accettare, nella vita o nel lavoro?
“Di dare ascolto al giudizio degli altri. Ho dato troppo peso a chi non doveva contare. Ora ascolto solo me stessa”.
Se dovesse descriversi con un’immagine quale sarebbe?
“Una lucciola. Leggera, misteriosa, visibile solo a chi sa guardare. Vivo di notte, in movimento, e non mi si cattura facilmente”.
Cosa la fa sorridere oggi?
“La serenità. Ho passato momenti difficili, ora sto bene. Non tutto è perfetto, ma so dove sono. E sono contenta”.
Conta di più l’amore che ha per te stessa o quello che riceve dagli altri?
“È uno scambio. Non si può amare davvero se non si è amati, e viceversa. Cerco luoghi e persone che mi fanno stare bene. Il resto non conta”.
E ora, cosa c’è all’orizzonte?
“È un momento delicato. La tournée dello spettacolo non andrà avanti per questioni organizzative. C’è un sogno che coltivo, vedremo. Il settore è fermo, il tax credit non è passato, tante produzioni sono state cancellate. Conosco operatori che stanno cambiando mestiere e mi dispiace più per loro, sono figure meravigliose che non vengono mai ricordate o menzionate: si potrebbe fare un film sulla loro creatività e sulla loro operatività”.
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