Trump annuncia una tregua di due settimane con l'Iran "ma apra subito Hormuz", la mossa della debolezza Usa
L'annuncio del presidente americano giunge nella notte e pone come condizione la riapertura dello Stretto di Hormuz. L'Iran grida alla vittoria, Israele resta un'incognita. Primo round di negoziati il 10 aprile
Alla fine Donald Trump ha preso la decisione che avevamo previsto su Virgilio Notizie: tregua con l’Iran per due settimane, e poi si vedrà. Per 14 giorni cioè gli Stati Uniti non bombarderanno più dal cielo obiettivi della Repubblica Islamica, lasciando probabilmente l’incombenza di rompere lo stallo all’indispettito alleato Israele. La proroga del retorico e finto ultimatum del presidente americano è legata alla riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e all’esito delle trattative che intanto proseguiranno nella calma delle armi. Ovviamente l’accordo è stato venduto come una vittoria in patria, anche se in realtà rappresenta esattamente il contrario: e cioè il segnale della crisi dell’egemonia statunitense sugli stretti marittimi globali.
- Cosa prevede la tregua fra Usa e Iran
- Obiettivo Usa: tentare un accordo totale nei negoziati
- Perché la tregua in Iran è un segnale di debolezza per gli Usa
Cosa prevede la tregua fra Usa e Iran
Trump ha annunciato il cessate il fuoco nella notte, soltanto poche ore dopo aver scatenato l’allarme in tutto il mondo per la minaccia di annientare la civiltà iraniana. Una tregua fragile, come quelle iniziali concordate in Ucraina e a Gaza. E abbiamo visto com’è andata a finire.
Segnali in tal senso già ci sono stati. Sebbene l’Iran abbia accettato la pausa delle ostilità, le parti in conflitto hanno fornito versioni contrastanti sui termini. Anche Israele è stato citato nell’accordo e dovrebbe sospendere i bombardamenti durante i negoziati che si svolgeranno nei prossimi 14 giorni.
ANSATuttavia il governo Netanyahu è rimasto sorpreso in maniera negativa dalla decisione di Donald Trump. Lo Stato ebraico era infatti l’unico a desiderare la guerra oltranza con il grande rivale strategico in Medio Oriente.
E difatti ha subito tenuto a precisare che l’intesa “non riguarda il Libano”, dove l’intento è continuare a combattere il principale satellite dell’Iran, cioè Hezbollah.
Sulla base delle conversazioni avute con il primo ministro Shehbaz Sharif e il maresciallo di campo Asim Munir del Pakistan, nelle quali mi hanno chiesto di sospendere l’invio di forze distruttive stasera contro l’Iran, e a condizione che la Repubblica Islamica acconsenta all’APERTURA COMPLETA, IMMEDIATA e SICURA dello Stretto di Hormuz, accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Questo sarà un CESSATE IL FUOCO su entrambi i lati.
Lo stile stentoreo dell’annuncio del tycoon non muta la sostanza geopolitica: gli Stati Uniti si sono ritrovati impantanati in un conflitto impossibile da vincere se non al prezzo di perdite enormi. Il cambio di regime in un Paese profondamente diviso e imperiale era inoltre un’idea perdente in partenza, come abbiamo più volte sottolineato.
Lo stop sarebbe stato approvato dalla Guida Suprema persiana, Mojtaba Khamenei. La televisione di Stato della Repubblica islamica ha definito “umiliante ritirata” la decisione degli Stati Uniti, presentando come previsto la richiesta di Trump come una vittoria in patria.
Obiettivo Usa: tentare un accordo totale nei negoziati
Come in ogni altro dossier internazionale, Trump ha voluto prendere tempo per tentare un accordo con le parti coinvolte. La conduzione “immobiliarista” degli affari internazionale però non funziona con altre potenze imperiali, Iran incluso, che guardano all’economia come uno strumento e non come un obiettivo.
La tregua di due settimane servirà in ogni caso a proseguire i negoziati. Un primo round di trattative si svolgerà il 10 aprile a Islamabad, in quel Pakistan che si è voluto rilanciare come vero mediatore di questa fase della guerra.
Alle spalle di tutti, però, il vero orchestratore della contesa è la Cina. La Cina delle terre rare tanto preziose per gli Usa che devono ripristinare missili, intercettori e armamenti. La Cina acquirente dell’80% del petrolio iraniano e grande partner economico e infrastrutturale del Pakistan nucleare.
Trump ha comunque affermato che la proposta di pace in 10 punti presentata a Teheran costituisce una “base praticabile su cui negoziare”. “Una vittoria al 100%“, l’ha definita il presidente americano.
E di vittoria, figurarsi, ha parlato anche la Repubblica Islamica. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha dichiarato di aver accettato il cessate il fuoco, ma anche che manterrà il controllo sullo Stretto. Di più: il regime sciita ha dichiarato che era stato Trump ad accettare il piano persiano in 10 punti.
I dettagli su come verrà riaperto Hormuz rimangono però poco chiari, mentre le navi hanno ricominciato a transitare qualche ora dopo l’annuncio.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha osservato che il passaggio “sarà possibile grazie al coordinamento con le Forze Armate e tenendo debitamente conto delle limitazioni tecniche”. Tradotto: se non chiederemo il pedaggio alle navi occidentali, ringraziateci.
Perché la tregua in Iran è un segnale di debolezza per gli Usa
Avevamo parlato di “bluff”, avevamo parlato di assenza di obiettivi strategici, avevamo parlato di stanchezza statunitense, avevamo parlato di volontà di uscire dal conflitto vendendo come vittoria un accordo dopo un ultimo raid significativo contro il nemico. E così è stato.
La proroga del tremendo ultimatum lanciato poche ore prima ne è solo l’ultima conferma. La tanto temuta invasione di terra sarebbe stata un suicidio. Mai gli Usa hanno infatti invaso e combattuto un impero millenario da 90 milioni di abitanti. Forse la lezione di Iraq e Afghanistan ha suggerito qualcosa.
Più che a Trump, sicuramente agli apparati che governano davvero la politica estera statunitense. E che hanno abbandonato a se stesso il presidente, dopo essersi resi definitivamente conto dell’impossibilità di una vittoria strategica in Iran.
Ora Donald Trump deve dunque barcamenarsi per uscire il meno malconcio possibile da negoziati che vedono Teheran in una posizione di forza. Seppur fiaccata nelle sue capacità militari, seppur con una sfera d’influenza ridotta all’osso, seppur con gravi frizioni interne, la Repubblica Islamica ha di fatto ricevuto la richiesta di tregua dagli Usa. E non il contrario.
Questo è un segnale di stanchezza molto evidente nelle contese belliche. L’unico grande obiettivo americano è ripristinare il normale flusso di petrolio e gas attraverso uno degli stretti marittimi che, per missioni, avrebbero dovuto difendere e garantire.
E invece, esattamente come lo Stretto di Bab el-Mandeb nella crisi del Mar Rosso di questi ultimi anni, anche Hormuz è sfuggito al controllo concreto degli Usa. Gli avversari di Washington hanno fatto di tutto per dimostrare che l’era dell’egemonia globale americana è terminata.
La globalizzazione non è infatti altro che il predominio degli Stati Uniti sui mari del pianeta. Un controllo che si esercita con presenza militare nei cosiddetti chocke point, i colli di bottiglia attraverso i quali passa il 90% del commercio mondiale.
ANSA