La vicenda dell’angelo dal volto sorprendentemente simile a quello di Giorgia Meloni ha smesso di essere una semplice curiosità da social per trasformarsi in un caso formale che coinvolge istituzioni, responsabilità e tutela del patrimonio artistico. All’interno della Basilica di San Lorenzo in Lucina, nel cuore di Roma, l’intervento di restauro che aveva attirato l’attenzione per quella somiglianza fin troppo evidente è stato corretto: il volto è stato cancellato. Una decisione maturata dopo giorni di polemiche e chiarimenti, con il Vaticano chiamato a prendere posizione.
Un restauro che ha acceso il dibattito
Tutto nasce da un intervento nella Cappella del Crocifisso, dove una figura allegorica – una vittoria alata – è diventata una raffigurazione contemporanea della presidente del Consiglio. Una somiglianza che ha immediatamente acceso il dibattito pubblico: semplice suggestione? Omaggio personale? Forzatura simbolica? In un contesto sacro e vincolato come quello di una basilica storica, anche il solo dubbio è bastato a sollevare interrogativi.
Il restauro, secondo quanto emerso, era stato comunicato come un’operazione conservativa, senza modifiche sostanziali all’opera. Proprio su questo punto si è innestata la frattura: il volto, così com’era apparso, non risultava essere stato autorizzato né condiviso con gli organismi competenti.
La posizione del Vicariato e il ruolo delle istituzioni
Per fare chiarezza è intervenuto il Vicariato di Roma, che ha precisato come la Soprintendenza, l’ente proprietario dell’edificio (il Fondo edifici di culto) e gli uffici competenti fossero a conoscenza del restauro ma non della trasformazione del volto. Quest’ultima sarebbe stata un’iniziativa personale del decoratore, non comunicata e non autorizzata.
Una distinzione tutt’altro che formale. Nel sistema italiano di tutela dei beni culturali, ogni modifica – anche minima – deve essere preventivamente approvata. In assenza di autorizzazione, si entra nel terreno dell’illecito, con conseguenze che possono diventare anche penali. Per questo ora la parola passa alla Soprintendenza Speciale di Roma, chiamata a verificare se l’intervento abbia violato il Codice dei Beni Culturali.
Il restauratore spiega il suo intervento
Dopo la rimozione, il restauratore coinvolto – Bruno Valentinetti – ha ammesso apertamente ciò che fino a quel momento era rimasto nel campo delle ipotesi: sì, il volto richiamava proprio quello della Premier. Una scelta che, nelle sue parole, sarebbe stata ispirata da un riferimento pittorico precedente, non da un intento politico. Ma la pressione mediatica e il clamore generato hanno reso inevitabile un passo indietro.
La cancellazione del volto è arrivata rapidamente, su richiesta del parroco, monsignor Daniele Micheletti, accompagnata da una motivazione netta: evitare che la basilica diventi un luogo di curiosità e polemica anziché di culto. Un confine sottile, ma decisivo, soprattutto in un periodo storico in cui ogni simbolo rischia di essere letto come una presa di posizione. Ed è proprio questo che il Vaticano ha voluto evitare, a favore del ripristino di una neutralità simbolica considerata imprescindibile per un luogo di culto.
Cosa succede ora
La vicenda non è ancora del tutto chiusa. Le verifiche amministrative proseguono e non è escluso che emergano responsabilità formali legate all’intervento non autorizzato. Intanto, però, il gesto più visibile è già stato compiuto: l’angelo non ha più il volto della Premier e la basilica è tornata al centro della sua funzione originaria.






















