Lo temiamo, ma senza saperlo lo mangiamo: è lo squalo. Ebbene sì, succede più spesso di quanto immaginiamo e il paradosso è che non si tratta di frode alimentare, ma di commercio legale. Il problema? Nessuno ci spiega davvero cosa stiamo mangiando. A puntare i riflettori su questo fenomeno ci pensa Shark Preyed, il documentario in uscita a giugno 2025 firmato dai fratelli Marco e Andrea Spinelli, che affronta il tema con approccio scientifico e divulgativo. Dietro nomi all’apparenza comuni e innocui si nasconde spesso la carne di squali appartenenti a specie vulnerabili. L’Italia è tra i principali paesi coinvolti nel commercio di prodotti derivati da squalo: tra il 2009 e il 2021 ne ha importati quasi 98.000 tonnellate, diventando il terzo importatore al mondo e il primo in Europa.
Cos’è Shark Preyed e di cosa parla
Shark Preyed è un docufilm che unisce le competenze di due fratelli: Marco Spinelli, documentarista e divulgatore ambientale, e Andrea Spinelli, biologo marino. Insieme raccontano il drammatico impatto della pesca allo squalo sull’equilibrio degli oceani e sulla biodiversità. Il film non si limita a denunciare, ma cerca anche di sfatare miti duri a morire, come quello dello squalo cattivo e pericoloso, da cui guardarsi. In realtà, come spiega Andrea Spinelli, lo squalo è un predatore fondamentale per l’equilibrio degli ecosistemi marini. È una creatura senza la quale molte catene alimentari collasserebbero.
Il documentario ci porta a conoscere da vicino il mondo sommerso del commercio di carne di squalo, perfettamente legale ma ancora poco regolamentato. Le immagini mostrano come, in assenza di etichette chiare e trasparenti, i consumatori siano tenuti all’oscuro della vera natura del prodotto che acquistano. L’intento del documentario però è soprattutto un invito a scegliere in modo più consapevole e a spingere per un cambiamento normativo che obblighi a indicare la specie marina e lo stato di conservazione sugli scaffali dei supermercati, nei menu dei ristoranti e nelle etichette dei prodotti surgelati.
Quali prodotti contengono carne di squalo
Il punto cruciale è che la carne di squalo quasi mai viene venduta con il suo vero nome. In Italia, viene spesso commercializzata con nomi alternativi che suonano più rassicuranti o che ricordano pesci ben più comuni. La “verdesca”, ad esempio, è in realtà lo squalo blu (Prionace glauca); il “palombo” corrisponde al gattuccio liscio (Mustelus mustelus); lo “smeriglio” è lo squalo smeriglio (Lamna nasus), mentre lo “spinarolo” è lo spinarolo comune (Squalus acanthias). Tutti squali.
E la lista continua con il “mako”, il “gattuccio”, il “vitello di mare” e la “boccanera”. Questa pratica di mislabelling – ovvero l’etichettatura ingannevole – è diffusa non solo in Italia ma anche in altri paesi come Regno Unito, Australia, Grecia e Brasile. In alcuni casi, la carne di squalo è venduta persino come “pesce bianco” o “rock salmon”, oppure finisce in prodotti trasformati come surgelati, zuppe pronte, e perfino cibo per animali domestici.
I rischi per la salute
Il problema non è solo etico o ambientale, ma anche sanitario. Gli squali, essendo predatori al vertice della catena alimentare, accumulano alti livelli di mercurio e altre tossine nel loro corpo. Consumare regolarmente carne di squalo potrebbe quindi comportare rischi per la salute, specialmente per bambini e donne in gravidanza.
Conoscere i nomi alternativi con cui la carne di squalo viene venduta è il primo passo per evitare acquisti inconsapevoli. Il secondo è chiedere sempre informazioni precise sul pesce che stiamo per ordinare o acquistare. Nell’epoca in cui siamo sempre più attenti a ciò che mettiamo nel piatto, è assurdo non sapere che in molti casi stiamo mangiando squali.






















