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CURIOSITÀ 13 NOVEMBRE 2025

Lago di Castel Gandolfo: la storia di un omicidio irrisolto

Marta Ruggiero

Marta Ruggiero

Giornalista pubblicista e videomaker

Giornalista, videomaker, copywriter e content creator. Mi occupo di attualità, economia, politica, intrattenimento, costume e società. In passato ho lavorato in ambito televisivo. Osservo e racconto storie: penna e videocamera sono le mie fedeli compagne di viaggio.

Tutto è iniziato sul Lago Albano, specchio d’acqua di origine vulcanica collocato nei Colli Albani a pochi chilometri da Roma. È un teatro di bellezza naturale, ma è stato anche al centro di un’enigmatica vicenda di cronaca nera. Il 10 luglio 1955, infatti, è stato rinvenuto sulle sue sponde il corpo senza testa di una donna: un delitto mai risolto che ancora oggi viene ricordato come quello della donna “decapitata del lago”.

Il delitto del Lago di Castel Gandolfo: il ritrovamento e la vittima

Due uomini, in barca sul lago di Castel Gandolfo, hanno avvistato lungo la riva quello che appariva un corpo disteso, coperto da un quotidiano e privo della testa. L’orologio al polso della vittima, fermo alle 3:36, è diventato uno degli indizi principali del caso.

Il corpo è stato poi identificato: era quello di Antonietta Longo, 30 anni, originaria di Mascalucia, in provincia di Catania, e impiegata come domestica a Roma. L’autopsia ha rivelato che la donna era stata accoltellata all’addome e alla schiena, e in seguito decapitata: la testa non è stata mai più ritrovata. Il medico legale ha potuto appurare anche un aborto recente.

Piste investigative e ipotesi

Le autorità hanno battuto più piste, nessuna delle quali però ha portato a un colpevole dell’omicidio di Castel Gandolfo. Secondo un filone delle indagini si sarebbe trattato di un delitto passionale. Antonietta, infatti, aveva scritto alle sorelle: “Tra poche ore sarò sua…” e aveva ritirato una somma di denaro, comprato un vestito nuovo e preparato ciò che sembrava un futuro coniugale o familiare.

Un’altra pista avanzata ha ripercorso la possibilità di un aborto clandestino scoperto o mal gestito, che avrebbe potuto scatenare un omicidio per copertura. Alcuni hanno parlato persino di una “scena ricostruita” o di una “messinscena” per depistare le indagini. A insospettire ancora di più è stato il fatto che la decapitazione fosse di una precisione tale da far pensare a una mano esperta, quella di medico o un anatomista. Gli investigatori hanno ipotizzato si trattasse di un delitto con intento rituale o pianificato.

Il contesto e la memoria collettiva sul delitto

Il Lago Albano, con le sue acque profondissime e la vicinanza a Roma, ospita tradizionalmente gite e momenti di relax. Tuttavia, è proprio questa vicinanza al quotidiano e al luogo familiare che amplifica l’effetto di straniamento: la normalità che si trasforma in orrore. Il delitto di Antonietta Longo rappresenta non soltanto un fatto di cronaca, ma uno specchio delle tensioni sociali dell’Italia degli anni ’50, in cui le condizioni delle donne, il lavoro domestico, la mobilità migrante interna alla nazione e la fragilità della tutela legale e sociale erano evidenti.

A oggi il caso rimane un cold case: nessuno è mai stato punito e la verità non è stata accertata. Nonostante articoli recenti e libri che ne ripercorrono dettagli e ipotesi, come “Io sono Antonietta. Cronaca di un delitto” di Giuseppe Reina, il silenzio degli atti giudiziari e l’assenza di prove definitive mantengono l’ombra del mistero sul lago e sulla vicenda.

Il Lago Albano conserva un volto di straordinaria bellezza, ma anche una traccia inquietante: quella della morte di Antonietta Longo, trovata in modo agghiacciante sulle sue sponde. La vicenda non è solo un episodio di cronaca nera: è un monito sul tema della violenza, sulla fragilità delle tutele e sul fatto che anche i luoghi più pacifici possono celare orrori. Il mistero della “decapitata del lago” rimane un capitolo aperto della memoria italiana.

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