Si chiamano domus de janas, letteralmente “case delle fate”, un nome che da solo evoca mondi paralleli e spiriti gentili. Queste tombe preistoriche scavate nella pietra hanno ottenuto un riconoscimento storico: l’ingresso ufficiale nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Il traguardo ci spinge a guardare con occhi nuovi il misterioso intreccio tra una civiltà antichissima e le leggende, tra archeologia e folklore, che le domus portano con sé da millenni.
Le “case delle fate”: cosa sono e perché si chiamano così?
Le domus de janas sono tombe scavate artificialmente nella roccia, risalenti al Neolitico recente e all’inizio dell’Età del Rame, tra il 4000 e il 2700 a.C. Il loro nome, che in sardo significa case delle fate, nasce da un’antica tradizione popolare secondo cui queste cavità non sarebbero semplici sepolture ma abitazioni magiche dove vivevano creature femminili soprannaturali: le janas, piccole fate di natura ambivalente, capaci di premiare o punire gli esseri umani. Sempre alle fate, in giro per il mondo, sono stati attribuiti anche misteriosi cerchi.
Dal punto di vista archeologico, si tratta di camere funerarie ipogeiche, spesso scavate nei banchi di trachite, calcare o scisto, in forma singola o riunite in necropoli vere e proprie. Alcune sono estremamente semplici, altre sono articolate in più ambienti, con planimetrie complesse e decorazioni simboliche incise o scolpite, come spirali, corna taurine e false porte. Risalgono a oltre 5mila anni fa. Sono circa 3.500 in tutta la Sardegna, soprattutto nel centro-nord, e 210 di queste sono decorate con simboli che lasciano ancora oggi gli archeologi pieni di domande. Incisioni misteriose che evocano riti ancestrali legati alla morte, alla fertilità e al passaggio tra mondi.
Il riconoscimento dell’Unesco
L’ufficialità è arrivata da Parigi, dove il Comitato dell’Unesco ha iscritto nella prestigiosa lista il sito seriale dal titolo “Arte e architettura della Sardegna preistorica. Le domus de janas”. Un progetto nato nel 2018 grazie al Centro Studi Identità e Memoria (Cesim), che ha coinvolto la Regione Sardegna, il Ministero della Cultura, la Rappresentanza italiana all’Unesco e diversi comuni dell’isola, con Alghero come capofila.
Un viaggio tra necropoli e simboli nascosti
I luoghi selezionati dall’Unesco sono 17 e coprono diverse aree dell’isola. Tra i più noti troviamo Anghelu Ruju (Alghero), la Necropoli di Sant’Andrea Priu (Bonorva), la Roccia dell’Elefante (Castelsardo), Pranu Mutteddu (Goni) e Montessu (Villaperuccio). Ogni sito racconta una sfumatura diversa dello stesso enigma.
Alcune tombe sono semplici e spoglie, altre scolpite con incredibile precisione, tanto da imitare le abitazioni dei vivi: con finte porte, pilastri, persino travi. Come se la morte non fosse una fine, ma un altro tipo di abitare. Come se il viaggio verso l’aldilà meritasse un tetto, una soglia, una casa. Per alcuni c’è anche un richiamo alle credenze sulla reincarnazione e sulla ciclicità della vita che non termina del tutto, ma si chiude e ricomincia in un’altra forma oltre quella terrena.
L’archeologia studia siti come questi da decenni, (e in alcuni casi si è arrivati a pensare che i monumenti antichi difendevano la Terra dagli alieni), ma il fascino delle domus de janas non si esaurisce nel solo dato tecnico. Queste tombe sono aperture simboliche su un mondo perduto. Un mondo in cui il rapporto con la terra era sacro, e scavare una tomba nella roccia significava restituire il corpo alla madre terra, per ricominciare.


















