Beppe Vessicchio è probabilmente il più famoso direttore d’orchestra italiano. Ha diretto i più importanti cantanti ed è stato una presenza quasi fissa per anni al Festival di Sanremo. Il suo amore per la musica, l’eleganza e la simpatia lo hanno reso indimenticabile. Ma a Beppe Vessicchio spetta anche un altro merito, quello di aver lasciato un segno storico anche nel campo dei diritti musicali grazie a una sentenza.
Cos’è la sentenza Beppe Vessicchio
Beppe Vessicchio, nel 2023, intentò una causa contro la Rai a proposito dell’utilizzo di “Margherita”, brano sigla della storica trasmissione televisiva condotta da Antonella Clerici “La prova del cuoco”.
La lite partiva dal fatto che la Rai non riconosceva a Vessicchio lo status di produttore fonografico dal momento che le sue sigle non avevano avuto una distribuzione a livello discografico.
Il 3 agosto 2023 il Tribunale di Roma ha dato ragione al Maestro, riconoscendogli il diritto al compenso per le musiche da lui composte e interpretate per il programma “La Prova del Cuoco”.
Il Nuovo Imaie, acronimo di Nuovo Istituto Mutualistico Artisti Interpreti ed Esecutori, società di gestione collettiva dei diritti connessi degli artisti interpreti ed esecutori, definì la sentenza “un verdetto storico per il futuro e la tutela dei diritti di produttori musicali e artisti interpreti esecutori”, sottolineando che anche per questo tipo di utilizzazioni è obbligatorio da parte dell’emittente il pagamento dei diritti spettanti.
La questione dei diritti d’autore
Riguardo al fatto che la Rai non volesse riconoscere a Vessicchio lo status di produttore fonografico, sostenendo che le sigle non fossero distribuite a livello discografico, il Tribunale ha chiarito che anche le registrazioni, create esclusivamente per programmi televisivi costituiscono fonogrammi e che, quindi, per la loro diffusione spetta un compenso sia al produttore sia agli artisti, calcolato nel caso della Rai sull’1,5% dei ricavi lordi riferibili all’utilizzazione del disco.
Inoltre, i contratti tra Vessicchio e Rai erano contratti di edizione, cioè cessione dei soli diritti d’autore, e non contratti discografici, confermando che i diritti fonografici restassero di proprietà del maestro.
Secondo Beppe Vessicchio, morto l’8 novembre 2025, questa vicenda non scrisse solo una pagina di giurisprudenza, ma fu anche un segnale di rispetto per chi crea musica: una testimonianza che il talento e il lavoro degli artisti meritino tutela, anche quando il palcoscenico è quello della televisione.
Cosa dice precisamente la sentenza Beppe Vessicchio
Nelle 39 pagine di quella che è stata ribattezzata sentenza Beppe Vessicchio, alle 39 pagine di argomentazioni, il Tribunale di Roma ha affermato anzitutto che anche le registrazioni di musiche semplici, come le sigle di una trasmissione televisiva, sono fonogrammi per la cui diffusione è dovuto, ogni volta, un compenso al produttore e agli artisti.
La tesi sostenuta da Rai in giudizio, ma non fatta propria dal giudice, è che fonogrammi protetti sono soltanto quelli messi in commercio. Un’idea che però, secondo il Tribunale, è ormai superata da tempo nell’epoca dello streaming e priva di riscontro nel diritto internazionale ed europeo.
Riguardo alla titolarità delle registrazioni, il Tribunale di Roma ha affermato che in generale l’incarico di scrivere una musica non implica anche la cessione dei diritti sulla relativa registrazione, se questa cessione non risulta dall’accordo.
Il Tribunale di Roma ha quindi riconosciuto che Rai non era titolare dei diritti fonografici sulle musiche del maestro Vessicchio ma non ha vietato a Rai di scrivere diversamente i propri contratti o modificare in futuro le proprie politiche di acquisizione.





















