Il mare avanza, le spiagge arretrano e l’Italia rischia di ritrovarsi con un patrimonio costiero molto più fragile di quanto immaginiamo. A lanciare l’allarme è la Società Geografica Italiana, che nel rapporto Paesaggi Sommersi dipinge un futuro tutt’altro che rassicurante: entro la fine del secolo potremmo perdere quasi metà delle nostre spiagge. Una prospettiva che non riguarda solo la geografia del Paese, ma tocca turismo, economia locale, ecosistemi e persino la vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone. Dietro questa lenta scomparsa si nasconde un mix di cambiamenti climatici, gestione poco attenta del territorio e un utilizzo intensivo della costa che, negli ultimi decenni, ha reso il nostro litorale più fragile e vulnerabile.
Il litorale italiano è in pericolo
Secondo le previsioni raccolte nel rapporto, l’Italia potrebbe perdere fino al 20% delle sue spiagge già entro il 2050, per arrivare a una riduzione del 45% nel 2100. E si tratta di uno scenario considerato tra i più ottimistici, basato su un graduale contenimento delle emissioni entro fine secolo. Le zone più esposte non sono poche: l’Alto Adriatico, il Gargano, alcuni tratti del Tirreno tra Toscana e Campania e vaste aree della Sardegna, soprattutto nella zona di Cagliari e Oristano. Qui la perdita potrebbe addirittura toccare il 70% entro il 2100.
La responsabilità non è solo dell’innalzamento del livello del mare, frutto del riscaldamento globale, che però svolge un ruolo decisivo in questa partita. Da tempo gli studiosi indicano che l’erosione costiera è il risultato di un’eredità pesante lasciata dal Novecento: una gestione poco lungimirante della costa, pensata più per sostenere il turismo di massa e l’espansione industriale che per preservare gli ambienti naturali. I dati ISPRA lo confermano: tra il 2006 e il 2019 è scomparso il 18% delle spiagge basse italiane, e le proiezioni stimano che entro il 2050 il 70% dei litorali sarà interessato da fenomeni erosivi.
La pressione turistica, che in alcune zone costiere raggiunge livelli cinque volte superiori rispetto all’entroterra, ha accelerato l’urbanizzazione del litorale. In molte regioni quasi un quarto della fascia costiera entro 300 metri dal mare è oggi occupata da infrastrutture, con picchi che sfiorano il 50% in Liguria e nelle Marche. A tutto questo si aggiungono gli effetti sempre più intensi dei cambiamenti climatici: periodi di siccità prolungata, precipitazioni irregolari ed eventi estremi che alterano il naturale apporto di sedimenti ai fiumi, riducendo così la quantità di sabbia che raggiunge il mare. È un equilibrio sottile, e negli ultimi decenni lo abbiamo reso ancora più fragile.
Come si potrebbero salvare le nostre spiagge
Se il quadro è complesso, le possibili soluzioni non mancano. La Società Geografica Italiana suggerisce un cambio di approccio: meno cemento, più natura. Le opere artificiali come barriere e pennelli, pur avendo avuto un ruolo fondamentale in molte zone, non possono essere considerate una soluzione definitiva. Gli esperti invitano invece a restituire spazio al mare e ai processi naturali, favorendo la rinaturalizzazione delle aree costiere. Questo significa lasciare che dune, lagune e sistemi costieri possano rigenerarsi, recuperando la loro funzione protettiva contro l’erosione.
Allo stesso tempo, diventa fondamentale ripensare la gestione del territorio in chiave integrata. Per salvare le spiagge serve coordinamento tra Comuni, Regioni, ministeri e autorità di bacino: solo interventi pianificati e condivisi possono garantire continuità e risultati nel lungo termine.
Infine, salvare le spiagge significa anche proteggere chi ci vive. Oggi un’alta percentuale di persone abitano in zone che, nei prossimi decenni, rischiano di trovarsi al di sotto del livello del mare. Rendere le coste più resilienti non è quindi solo una questione ambientale, ma sociale ed economica.






















