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CURIOSITÀ 09 GENNAIO 2026

Emettiamo una luce che svanisce quando moriamo: lo studio

Matteo Polimeni

Matteo Polimeni

Editor e videomaker

Editor e videomaker con l’anima da storyteller. Mi muovo tra design, arte e architettura, giocando con la comunicazione.

Che cosa accomuna un topo da laboratorio, una foglia di lattuga e noi esseri umani? Secondo un nuovo studio, più di quanto immaginiamo. Un gruppo di ricercatori canadesi ha infatti dimostrato che ogni essere vivente emette una luce debolissima, quasi impercettibile, che si spegne nel momento esatto della morte. Non si parla di metafore o spiritualità, ma di un fenomeno fisico reale: minuscoli fotoni prodotti dalle cellule. Una scoperta che, oltre a smentire anni di scetticismo, potrebbe aprire scenari inediti per la medicina del futuro.

L’uomo emette dei biofotoni: la scoperta

L’idea che gli organismi viventi possano emettere una luce propria non è nuova, ma è sempre stata relegata ai margini della ricerca, complice la somiglianza con concetti pseudoscientifici come l’“aura”. Eppure, alcuni processi biologici luminosi – come la chemiluminescenza – sono ben documentati. Da qui parte il lavoro dei fisici dell’Università di Calgary e del National Research Council del Canada, che hanno deciso di verificare se un’emissione ancora più sottile, chiamata ultraweak photon emission (UPE), fosse davvero rilevabile in organismi complessi.

Per farlo hanno utilizzato strumenti capaci di catturare singoli fotoni — niente meno che telecamere a carica accoppiata ad alta sensibilità — e hanno osservato il comportamento luminoso di topi, sia da vivi che subito dopo la morte. Gli animali venivano posizionati in una scatola completamente buia e monitorati per un’ora. Poi, dopo essere stati soppressi, venivano mantenuti alla stessa temperatura corporea e analizzati per un’altra ora.

Il risultato? Una differenza netta: i topi vivi emettevano un flusso costante, seppur minuscolo, di fotoni visibili. Dopo la morte, questa luce quasi svaniva del tutto. Lo stesso pattern è stato confermato anche nelle piante. Foglie di Arabidopsis thaliana e Heptapleurum arboricola, sottoposte a stress fisici o chimici, brillavano più intensamente nelle zone lesionate rispetto alle parti sane per oltre 16 ore consecutive.

Da cosa dipende questo bagliore? Una delle ipotesi più solide riguarda la produzione di specie reattive all’ossigeno, molecole altamente instabili che aumentano quando una cellula è sotto stress. Queste molecole possono spingere elettroni e componenti cellulari a emettere un fotone quando ritornano al loro stato normale. Un processo invisibile a occhio nudo, ma rilevabile con la giusta tecnologia.

Cosa vuol dire per la scienza medica

Al di là del fascino quasi poetico dell’idea che “brilliamo finché siamo vivi”, questa scoperta porta con sé implicazioni molto concrete. Se davvero i nostri tessuti emettono biofotoni in risposta a stress, traumi, infezioni o carenze, monitorare questo fenomeno potrebbe diventare un nuovo strumento diagnostico. E, cosa ancora più interessante, sarebbe completamente non invasivo.

Immagina di poter valutare la salute di un organo o di un tessuto semplicemente osservandone l’emissione di luce ultradebole. Senza aghi, senza radiazioni, senza biopsie. La ricerca suggerisce che ogni variazione nel metabolismo cellulare – dal malfunzionamento mitocondriale alla risposta allo stress ossidativo – lascia una traccia luminosa. Riuscire a leggere questa traccia potrebbe permettere ai medici di individuare problemi molto prima che compaiano sintomi evidenti.

Le potenziali applicazioni non riguardano solo gli esseri umani: coltivazioni, microbi, campioni biologici in laboratorio potrebbero essere monitorati da remoto per capire in tempo reale se stanno soffrendo per la mancanza di nutrienti, l’attacco di un patogeno o un cambiamento ambientale.

Emettiamo una luce che svanisce quando moriamo: lo studio
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