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BUONO A SAPERSI 05 APRILE 2023

Le parole straniere che usiamo male e quelle italiane distorte all'estero

Lingua italiana obbligatoria per qualsiasi comunicazione pubblica e divieto di utilizzare sigle e denominazioni straniere all’interno di aziende, nei contratti di lavoro, a scuola e nelle università. Sono i punti di una discussa proposta di legge del deputato Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e membro di Fratelli d’Italia. Il parlamentare ha immaginato una
multa dai 5mila ai 100mila euro a tutela della lingua italiana, che non sarebbe particolarmente gradita, ad esempio, all’Accademia della Crusca, che sottolinea che la lotta all’esterofilia più grossolana andrebbe portata avanti con altri mezzi. Le parole inglesi usate male in Italia Dal 2000 a oggi il numero di parole inglesi presenti nel nostro dizionario è aumenta del 773%, con ben
9mila anglicismi presenti tra le pagine del Treccani su circa 800mila lemmi. Ma perché usiamo così tante parole straniere? Sono davvero insostituibili o intraducibili? E quali sono quelle più usate in Italia? Difficile stilare una vera e propria classifica dei forestierismi, dato che molti termini sono entrati nel linguaggio comune da tempo e altri sono indispensabili in alcuni campi. Piuttosto sarebbe bene riappropriarsi della nostra lingua almeno al posto dei termini che usiamo
male e fuori contesto, come i seguenti.

  • Smart working. Gli inglesi dicono remote working o flexible working per indicare quello che potremmo tranquillamente definire lavoro da remoto o da casa.
  • Water. Per definire il vaso sanitario utilizziamo il termine generico che altrove si usa per l’acqua. Oltreoceano e oltremanica, infatti, si usa toilet bowl. Il termine potrebbe essere arrivato in Italia come una storpiatura di water closet, cioè stanzetta dell’acqua, utilizzato in passato per indicare il gabinetto.
  • Beauty case. L’astuccio di bellezza noto agli italiani e ai francesi si chiama in realtà washbag, vanity case o toiletry bag.
  • Smoking. La smoking jacket nell’Ottocento indicava nel Regno Unito una particolare vestaglia utilizzata in casa per coprire i vestiti dal fumo. Il completo elegante si chiama in realtà tuxedo.
  • Pullman. Se andate negli Stati Uniti o visitate le isole britanniche, meglio chiedere informazioni sulle corse del bus o del coach. Il nome italiano deriva dall’industriale americano George Mortimer Pullmann, che realizzava cuccette per il treno e sostituì l’autoctono torpedone.

Le parole italiane usate male nel mondo Ma non siamo i soli a storpiare i termini inglesi e americani. I nostri cugini anglofoni, infatti, utilizzano tante parole della nostra lingua in maniera non appropriata. Dalla cucina alla moda, ecco le parole italiane usate male nel mondo.

  • Peperoni. Il peperoni, o ancora meglio pepperoni, è un tipo di salame piccante utilizzato negli USA e particolarmente usato per condire la pizza. Attenzione dunque a chiederne una ai peperoni se avete in mente l’ortaggio.
  • Confetti. Nel mondo anglofono, ma anche in Spagna e Germania, i confetti non sono altro che i coriandoli. Questa confusione linguistica deriva dal fatto che nel Rinascimento, durante le feste, come i matrimoni, si usava lanciare ai festeggiati sia pezzi di carta che frutta secca glassata.
  • Bimbo. Attenti a usare questo termine all’estero. Si tratta infatti di un’offesa che nel tempo ha cambiato radicalmente significato. Usata negli anni ’20 come dispregiativo per gli uomini poco colti, questa parola corrisponde oggi allo stereotipo della donna bionda, sexy e stupida.
  • Al fresco. Niente riferimenti alle ondate o alla prigione. Se un amico anglofono vi chiede di prenotare al fresco, significa che ha semplicemente voglia di consumare un pasto all’aperto.
  • Latte. Se avete voglia di un bicchiere di latte all’estero, meglio chiedere del milk o riceverete un cappuccino fatto con poco caffè. A proposito. Meglio sempre ordinare un espresso al bar se desiderate una buona tazzina di caffè italiano, dato che un generico coffee indica invece il lungo americano.

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