VIDEO
Cerca video

Curiosità

5.950 risultati
Filtra categoria
Qualsiasi Oggi Questa settimana Questo mese Quest'anno
Più rilevanti Data Più visti
CURIOSITÀ 27 AGOSTO 2026

Raggi UV aumentati del 10% in Italia: cosa significa e i rischi

Il sole che raggiunge la nostra pelle non è sempre uguale e a modificarne gli effetti contribuiscono anche le condizioni dell’atmosfera. Un nuovo studio internazionale segnala che dal 2016 la radiazione ultravioletta è aumentata e in Italia la crescita sarebbe stata del 10%, collegata in particolare alla diminuzione della copertura nuvolosa. Il dato riporta l’attenzione sui rischi di un’esposizione eccessiva: capire la differenza tra UVA e UVB, imparare a leggere l’indice UV e utilizzare correttamente vestiti e protezioni solari diventa quindi ancora più importante.

Raggi UV aumentati del 10% in Italia: cosa sta succedendo

La notizia arriva da uno studio internazionale, il Recent increases in solar UV radiation across Europe, pubblicato sulla rivista scientifica Photochemical & Photobiological Sciences, che ha analizzato l’andamento delle radiazioni ultraviolette negli ultimi dieci anni. Dal 2016 si registra un aumento e per l’Italia il dato indicato è del 10%. Tra le cause viene individuata soprattutto la diminuzione delle nuvole.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica diversi fattori capaci di modificarla: altezza del Sole sull’orizzonte, latitudine, altitudine, copertura nuvolosa, ozono atmosferico e capacità delle superfici di riflettere la radiazione.

Anche i cambiamenti climatici, attraverso le variazioni delle nuvole e dell’ozono, possono incidere sui livelli di UV che raggiungono il suolo. Questo spiega anche perché le nuvole non sono necessariamente una protezione sufficiente.

Qual è la differenza tra raggi UVA e UVB

Quando parliamo genericamente di raggi UV stiamo in realtà raggruppando diverse bande della radiazione ultravioletta. Ci sono UVA, UVB e UVC: questi ultimi vengono bloccati dall’atmosfera e non raggiungono la superficie terrestre, mentre quasi il 90% degli UVB viene assorbito durante il passaggio attraverso l’atmosfera. La radiazione che arriva al suolo è quindi costituita prevalentemente da UVA e, in misura minore, UVB.

Gli UVA penetrano più profondamente nella pelle e contribuiscono, tra gli altri effetti, alla perdita di elasticità e all’invecchiamento precoce. Gran parte degli UVB viene invece assorbita dall’epidermide ed è strettamente legata alle scottature. Entrambe le componenti sono rilevanti quando si parla dei danni provocati da un’eccessiva esposizione solare.

L’esposizione eccessiva alle radiazioni UV è infatti associata a conseguenze che vanno oltre le scottature e il fotoinvecchiamento: l’OMS classifica la radiazione ultravioletta come cancerogena per l’uomo e la indica come principale causa dei tumori cutanei. Anche gli occhi possono essere danneggiati da un’esposizione eccessiva.

Indice UV: cosa significa il numero che vediamo sul meteo

Uno degli strumenti più semplici per capire quanto dobbiamo proteggerci è già presente in molte applicazioni meteo: è l’indice UV, che non misura la temperatura e non indica nemmeno quanto sia facile abbronzarsi. È un indice che descrive il livello della radiazione ultravioletta solare: parte da zero e non ha un limite superiore prestabilito. Più aumenta il valore, maggiore è il potenziale danno per pelle e occhi e minore è il tempo necessario perché questo possa verificarsi.

L’OMS raccomanda di adottare misure di protezione a partire da un indice UV pari a 3. Tra 3 e 7 viene raccomandato di cercare l’ombra nelle ore centrali e utilizzare abbigliamento, crema solare e cappello; con valori pari o superiori a 8 la raccomandazione è di evitare, per quanto possibile, di stare all’aperto nelle ore centrali.

Una normale maglietta basta per proteggersi dal sole?

Vestirsi è una delle forme più efficaci di fotoprotezione, ma non tutti gli indumenti schermano i raggi UV allo stesso modo. Secondo l’OMS, la capacità di un tessuto di proteggere dipende da numerose caratteristiche: struttura e densità della trama, dimensione degli spazi tra le fibre, spessore e composizione del materiale, colore e trattamenti applicati. Anche le condizioni dell’indumento contano: un tessuto molto teso, consumato oppure bagnato può perdere parte delle sue capacità protettive.

Esistono poi indumenti contrassegnati dal valore UPF, Ultraviolet Protection Factor, che indica la capacità del tessuto di proteggere dalla radiazione UVA e UVB. Un tessuto UPF 50, per esempio, lascia passare circa un cinquantesimo della radiazione UV.

Crema solare: gli errori più comuni quando ci esponiamo

La crema rimane fondamentale per le parti del corpo non coperte, ma uno degli errori più frequenti è utilizzarne troppo poca. L’OMS raccomanda una protezione ad ampio spettro, capace quindi di proteggere sia dagli UVA sia dagli UVB, con almeno SPF 30. Per ottenere realmente la protezione indicata sulla confezione bisogna applicare il prodotto in quantità sufficiente: l’organizzazione indica circa 35 ml per l’intero corpo di un adulto.

Altro errore è pensare che una sola applicazione al mattino sia sufficiente per l’intera giornata. L’OMS raccomanda di riapplicare la crema solare ogni due ore, e in particolare dopo aver nuotato, sudato o svolto attività fisica.

Perché bisogna proteggersi anche quando il cielo è nuvoloso

Un altro equivoco comune consiste nell’associare il rischio esclusivamente alle giornate molto calde e completamente serene. Temperatura e radiazione UV non sono però la stessa cosa.

L’OMS ricorda che i livelli UV possono essere elevati anche con presenza di nuvole e che le ore più critiche sono quelle intorno al mezzogiorno solare. Per sapere quale sia effettivamente il livello di esposizione è quindi più utile controllare l’indice UV anziché basarsi sulla sensazione di caldo o sull’aspetto del cielo.

0 visualizzazioni
  1. 1
  2. 2
  3. 3
  4. 4
  5. 5
  6. 6
  7. 7
Chiudi
Caricamento contenuti...