Negli ultimi mesi il fenomeno delle truffe telefoniche ha conosciuto un’ulteriore impennata, con segnalazioni che arrivano da ogni parte d’Italia. Non si tratta più soltanto di messaggi sospetti o di mail infette, ma di un vero e proprio assedio telefonico, capace di colpire utenti distratti o poco informati. Al centro delle indagini c’è un dettaglio che ritorna con preoccupante frequenza: il prefisso +49.
Dal finto squillo al vishing: le nuove strategie dei truffatori
Il primo meccanismo sfruttato è quello dello “squillo a vuoto”. Il telefono suona, si interrompe dopo pochi secondi e induce l’utente a richiamare, convinto di aver perso una chiamata importante.
A quel punto il collegamento scatta verso numerazioni a pagamento, con costi che possono raggiungere cifre esorbitanti in pochissimo tempo. In altri casi, invece, il contatto diventa più sofisticato: il truffatore parla, si presenta come un operatore di banca, un dipendente di un ente pubblico o persino come un consulente dell’Autorità per l’energia.
È qui che entra in gioco il cosiddetto “vishing”, un’evoluzione del phishing tradizionale. Al posto del link malevolo arriva la voce di un interlocutore che, con toni rassicuranti e professionali, chiede credenziali, codici o dati sensibili.
Ci sono poi truffe che giocano sul fattore emotivo. In diversi casi sono stati segnalati tentativi di manipolazione sentimentale, con contatti che si prolungano per giorni o settimane. L’interlocutore finge interesse, instaura un rapporto di fiducia e, al momento opportuno, avanza richieste di denaro legate a presunte emergenze personali.
Numeri italiani, bollette e finti lavori: l’inganno si fa di casa
Il dettaglio più inquietante è che non si tratta soltanto di chiamate dall’estero. Molte truffe avvengono utilizzando numerazioni con prefisso italiano, rese credibili dall’uso di rubriche telefoniche sottratte illegalmente e dalla clonazione di numeri reali.
Le vittime si ritrovano a ricevere telefonate che iniziano con un rassicurante +39 e spesso con il nome di un contatto già presente in memoria. La fiducia scatta in automatico, e questo basta a spingere molti a rispondere. Un esempio diffuso è quello dei finti colloqui di lavoro.
La formula è semplice: un messaggio preregistrato annuncia che il curriculum è stato ricevuto e che per completare la procedura è necessario continuare la conversazione in chat. Da lì, il passo verso il raggiro è breve: si propongono impieghi inesistenti, si chiedono versamenti per fantomatiche pratiche di assunzione e i soldi finiscono in mani irrintracciabili.
Un’altra variante sfrutta il tema delle bollette. Finti operatori dell’Arera o di uffici regionali informano la vittima di un cambio tariffario vantaggioso e invitano a fornire il codice POD della fornitura e l’IBAN per ricevere un rimborso. In realtà, quelle informazioni vengono utilizzate per costruire frodi bancarie, attivare utenze non richieste o procedere con veri e propri svuotamenti di conto.
Federconsumatori e altre associazioni hanno denunciato una crescita costante di questi casi, legata anche alla circolazione di database sottratti durante precedenti fughe di dati. A rendere il tutto ancora più pericoloso è la credibilità con cui vengono condotte le conversazioni: chi chiama ha un linguaggio tecnico, conosce dettagli del cliente e riesce a mantenere viva l’illusione fino al momento cruciale, quando vengono richiesti i dati o i soldi.





















