A Tokyo il caldo estremo sta cambiando anche le regole dell’ufficio: per alleggerire le giornate di lavoro e ridurre il ricorso all’aria condizionata, il governo metropolitano ha aperto all’uso dei pantaloncini corti negli ambienti professionali. La scelta, che fa parte della campagna “Tokyo Cool Biz”, è stata pensata come misura anti-caldo, ma è diventata in fretta un caso di costume: non tutti, infatti, hanno accolto con entusiasmo l’idea di vedere colleghi in bermuda tra scrivanie, riunioni e corridoi.
Pantaloncini in ufficio per il caldo: cosa è successo a Tokyo
La misura nasce da un problema concreto: estati sempre più difficili, temperature elevate e necessità di contenere i consumi energetici. Il principio della campagna è semplice: se i lavoratori possono vestirsi in modo più leggero, gli uffici possono evitare di abbassare troppo il condizionatore. Il Giappone lavora da anni su politiche di abbigliamento più flessibile durante la stagione calda (e se anche tu vuoi rendere il tuo ufficio più green, leggi qui) ma l’apertura ai pantaloncini ha scatenato la polemica.
La discussione si è infatti spostata sull’effetto pratico del nuovo dress code, soprattutto per gli uomini. Alcune lavoratrici avrebbero espresso fastidio davanti alle gambe scoperte dei colleghi, in particolare per la presenza di peli visibili. Da qui è nato il dibattito sul cosiddetto sunehara, termine usato per indicare il disagio provocato dalla vista delle gambe pelose in ufficio.
Il nodo del dress code (non solo) giapponese
In molti ambienti professionali giapponesi, e non solo, l’abbigliamento da ufficio resta legato a un’idea di decoro molto rigida: camicia, pantaloni lunghi, scarpe chiuse, giacca quando necessario. Il caldo, però, sta mettendo in crisi queste abitudini. Se fuori si superano i 35 o i 40 gradi, continuare a pretendere lo stesso abito formale può diventare non solo scomodo, ma poco ragionevole.
La decisione di Tokyo prova quindi a spostare il confine: meno formalità, più comfort, meno consumo energetico. Ma il cambiamento porta con sé alcune domande: quali sono i nuovi limiti? Un bermuda al ginocchio è accettabile? Conta il tipo di tessuto? Serve una scarpa chiusa? È diverso indossarlo in un ufficio pubblico, in una banca, in un’agenzia creativa o in un’azienda tecnologica? Il dress code non è mai neutro. Parla di genere, di aspettative sociali, di corpi giudicati in modo diverso. Se pensiamo alle donne, in diversi contesti lavorativi, vediamo come sono ancora sottoposte a regole implicite su depilazione, calze, scarpe, trucco e “presentabilità”.
Caldo, aria condizionata e lavoro
Le campagne come la giapponese “Cool Biz” nascono proprio per ridurre l’uso eccessivo dell’aria condizionata negli uffici, spingendo aziende e dipendenti ad adottare abiti più leggeri durante i mesi caldi. L’obiettivo è tenere temperature interne meno rigide senza compromettere troppo il benessere dei lavoratori.
È una logica che potrebbe interessare anche altri Paesi, Italia compresa, dove le ondate di calore stanno rendendo sempre più complicata la vita in uffici, fabbriche, scuole e luoghi pubblici. L’aria condizionata è spesso necessaria, ma può pesare molto sulle bollette e sull’impatto energetico degli edifici. Qui ti raccontiamo proprio quanto incide l’aria condizionata in bolletta e come risparmiare, un aspetto che spiega in parte perché alcune amministrazioni stiano cercando soluzioni anche sul fronte dell’abbigliamento.